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Writer Officina Blog
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Manuale di pubblicazione Amazon KDP. Sempre più autori
emergenti decidono di pubblicarse il proprio libro in Self su Amazon KDP,
ma spesso vengono intimoriti dalle possibili complicazioni tecniche. Questo
articolo offre una spiegazione semplice e dettagliata delle procedure da
seguire e permette il download di alcun file di esempio, sia per il testo
già formattato che per la copertina. |

Self Publishing. In passato è stato il sogno nascosto
di ogni autore che, allo stesso tempo, lo considerava un ripiego. Se da
un lato poteva essere finalmente la soluzione ai propri sogni artistici,
dall'altro aveva il retrogusto di un accomodamento fatto in casa, un piacere
derivante da una sorta di onanismo disperato, atto a certificare la proprie
capacità senza la necessità di un partner, identificato nella
figura di un Editore. |

Scrittori si nasce. Siamo operai della parola, oratori,
arringatori di folle, tribuni dalla parlantina sciolta, con impresso nel
DNA il dono della chiacchiera e la capacità di assumere le vesti
di ignoti raccontastorie, sbucati misteriosamente dalla foresta. Siamo figli
della dialettica, fratelli dell'ignoto, noi siamo gli agricoltori delle
favole antiche e seminiamo di sogni l'altopiano della fantasia. |
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Red Velvet: le regole del fuoco
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La pioggia cadeva di traverso sulle vetrate del Café L'Éclipse, infilato in un vicolo di Bloomsbury che i taxi mancavano quasi sempre al primo tentativo. Dentro c'erano una dozzina di tavoli, sedute di velluto scolo rite negli angoli e una versione lenta di My Funny Valentine in sottofondo. L'odore del caffè copriva a fatica quello della moquette bagnata dagli ombrelli. Iris sedeva al tavolo in fondo alla sala, di spalle al muro e con l'ingresso nel campo visivo. Prima di aprire il tablet, aveva spostato la sedia due volte. Da lì riusciva a vedere la porta, il bancone e parte della strada riflessa nel vetro. Lo faceva in ogni locale; a volte se ne accorgeva soltanto dopo essersi seduta. Aveva ordinato un espresso doppio e lo stava lasciando raffreddare accanto al tablet acceso. Sullo schermo, una testimonianza in francese mostrava frasi spezzate, errori di sintassi e una paura che la traduzione automatica aveva appiattito fino quasi a cancellarla. Questo era il suo lavoro, almeno nella versione più semplice da raccontare: mettere ordine nelle parole degli altri senza togliere loro ciò che le aveva rese necessarie. Negli anni, quella capacità aveva smesso di restare confinata ai documenti. Iris riconosceva una pausa troppo lunga durante una deposizione, una nota rimossa da un contratto, una parola giusta inserita nella lingua sbagliata. Erano dettagli, e lei viveva di quelli. Al tavolo accanto, una donna in trench color sabbia continuava a girare il cucchiaino nella tazzina vuota. Ogni tanto guardava la porta, poi il telefono, senza bere né ordinare altro. Vicino al bancone, una pila di libri dalle copertine consumate restituiva al locale un'intimità vissuta. Il barman portava uno chignon così tirato da sollevargli appena le sopracciglia. Lucidava lo stesso bicchiere da quasi un minuto e controllava l'orologio sopra la macchina del caffè. A uno sguardo distratto, Iris sarebbe sembrata soltanto una donna sola seduta in un caffè. Una consulente concentrata sui propri fogli, forse un po' stanca, abituata a non aspettarsi niente da nessuno. In realtà setacciava l'ambiente da quando aveva varcato la soglia: controllava le uscite di sicurezza, calcolava l'altezza delle pareti e pesava le incongruenze della stanza. Era un'abitudine contratta da troppi anni; ormai restare in allerta le costava molta più energia del pericolo reale. Si trovava lì per l'appuntamento fissato il giorno prima: Velasquez Industries. Il nome dell'azienda non le era nuovo. Tre anni prima, Iris aveva collaborato con una sussidiaria belga del gruppo: un progetto tecnico e meticoloso, pieno di clausole di riservatezza più lunghe dei documenti stessi e con scadenze abbastanza serrate da impedirle di domandarsi che cosa stesse contribuendo a rendere decoroso. Aveva svolto il lavoro senza errori e senza lasciare impronte. Era sempre stata brava a entrare in situazioni che altri preferivano evitare, a non fare domande quando avrebbero soltanto reso tutto più fragile e a consegnare risultati impeccabili senza trascinarsi dietro legami o fastidi. Non aveva mai messo piede nella sede centrale né incontrato Nathan di persona. Leonard Velasquez, fino a quel momento, era rimasto una firma in calce a documenti che altri avevano avuto fretta di chiudere. Per questo, all'inizio, aveva pensato che volessero affidarle un incarico ordinario. Una traduzione da limare, una campagna da rendere presentabile, un lavoro ben pagato e, soprattutto, temporaneo. Da qualche anno Iris sceglieva ogni cosa pensando a quanto sarebbe stato facile lasciarla. L'appartamento in affitto, con i muri troppo bianchi e le finestre incapaci di trattenere calore. L'uomo conosciuto a una mostra e dimenticato il giorno dopo, non per noia, ma perché restare avrebbe richiesto una fiducia che lei non aveva più voglia di fingere. Il guardaroba quasi tutto nero, adatto a una riunione a Londra, a una cena a New York o a una partenza improvvisa alle cinque del mattino. Londra era il luogo da cui proveniva. New York, quello in cui aveva imparato a sparire meglio. Nessuna delle due riusciva a diventare casa: Iris le abitava per il tempo necessario e se ne andava prima che potessero chiederle di restare. Tutto rimaneva sospeso, tranne l'inquietudine che continuava a seguirla anche quando avrebbe dovuto sentirsi soddisfatta. Aveva accettato l'incontro perché un caffè non la vincolava a nulla e perché, negli ultimi tempi, la routine aveva iniziato a starle stretta. Forse Nathan le avrebbe offerto un compenso più alto, una suite d'albergo, un badge temporaneo e qualche mese dentro un sistema tanto potente da fingere di non avere punti deboli. Un altro incarico da archiviare mentalmente sotto la voce: cose fatte bene, ma che non mi definiscono. Da quando si era svegliata, tuttavia, una dissonanza continuava ad accompagnarla. Poteva dipendere dalla telefonata, dal luogo scelto per l'incontro o dal modo in cui Nathan aveva organizzato tutto senza mai domandarle se fosse davvero interessata. Iris non aveva ancora prove, soltanto l'impressione che quella volta il lavoro avrebbe preteso più di una consegna impeccabile. Il tempo passava e nessuno si avvicinava al suo tavolo. L'espresso doppio era ormai freddo, ma Iris non lo toccava. Una goccia correva lungo il vetro davanti a lei, deformando il riflesso della traccia di rossetto rimasta sul bordo della tazzina. Fu allora che la porta del locale si aprì. Un uomo elegante, con i capelli mossi e gli occhiali dalla montatura sottile, entrò senza la minima esitazione. Non consultò il menù, non cercò un tavolo e non finse di orientarsi. Individuò Iris immediatamente e si diresse verso di lei. «Miss Whitmore?» Il cuore le diede un colpo fuori tempo, che il volto non registrò. Iris si alzò, gli tese la mano e rispose con la calma di chi aveva imparato a non sembrare mai fuori posto. «Sì. Mi chiami Iris, la prego.» Nathan prese posto di fronte a lei, ordinò un tè Darjeeling senza zucchero e si tolse i guanti lentamente, con la grazia di chi era abituato a prendere tempo anche quando non ne aveva. Subito dopo appoggiò una cartellina grigia sul tavolo. Non c'erano né intestazioni, né loghi: soltanto carta opaca e un anonimato studiato con cura. Iris la osservò senza toccarla. Negli ultimi anni aveva imparato che le informazioni più compromettenti arrivavano spesso così: senza spiegazioni e senza che nessuno fosse disposto ad assumersene apertamente la responsabilità. «Abbiamo seguito alcuni dei suoi lavori.» Iris chiuse il tablet. Essere stata seguita non le faceva piacere: significava che qualcuno aveva già cercato di capire quanto valesse la sua competenza, quanto costasse e dove fosse possibile usarla. Nathan non era venuto soltanto per offrirle un lavoro. «E quale sarebbe il verdetto?» chiese lei, mantenendosi professionale. Nathan accennò un sorriso e incrociò le dita sul tavolo. «Che ha il vizio di scorgere anomalie dove gli altri vedono solo bilanci, Iris. Ed è esattamente ciò di cui abbiamo bisogno.» Un anno prima, per una multinazionale farmaceutica, doveva limitarsi a controllare la terminologia delle email interne per tre settimane. Poi i dettagli avevano smesso di quadrare: cifre che cambiavano valore tra la versione francese e quella inglese, donazioni schermate dietro conti svizzeri, nomi di medici che ricomparivano nei dossier riservati. Non era suo compito denunciarlo, ma aveva fatto arrivare i file alla persona giusta, in forma anonima, ed era tornata al suo appartamento. Dopo quel caso, la natura dei suoi contratti era cambiata. Sempre meno traduzioni e sempre più indagini difficili da fatturare. Le aziende la inserivano nel sistema con un ruolo tecnico per giustificare la sua presenza, lasciandola libera di osservare. Ufficialmente era una freelance, secondo la dicitura che compariva sulle fatture e sul suo profilo LinkedIn. La parola traduzioni aveva il pregio di annoiare la gente e chiudere in fretta le conversazioni. La verità era più sporca. Aveva imparato a leggere le persone come contratti fallati: le pause, le omissioni, i respiri trattenuti. Anni prima, un uomo le aveva mostrato quanto fosse facile farsi fottere confondendo l'attenzione con il controllo. Da allora, distinguere le due cose era diventata la sua unica difesa. «Le sue relazioni sono molto apprezzate.» «Non ho mai scritto relazioni.» «No. Ma qualcuno le ha scritte grazie a ciò che lei ha trovato.» |
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