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Writer Officina Blog
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Manuale di pubblicazione Amazon KDP. Sempre più autori
emergenti decidono di pubblicarse il proprio libro in Self su Amazon KDP,
ma spesso vengono intimoriti dalle possibili complicazioni tecniche. Questo
articolo offre una spiegazione semplice e dettagliata delle procedure da
seguire e permette il download di alcun file di esempio, sia per il testo
già formattato che per la copertina. |

Self Publishing. In passato è stato il sogno nascosto
di ogni autore che, allo stesso tempo, lo considerava un ripiego. Se da
un lato poteva essere finalmente la soluzione ai propri sogni artistici,
dall'altro aveva il retrogusto di un accomodamento fatto in casa, un piacere
derivante da una sorta di onanismo disperato, atto a certificare la proprie
capacità senza la necessità di un partner, identificato nella
figura di un Editore. |

Scrittori si nasce. Siamo operai della parola, oratori,
arringatori di folle, tribuni dalla parlantina sciolta, con impresso nel
DNA il dono della chiacchiera e la capacità di assumere le vesti
di ignoti raccontastorie, sbucati misteriosamente dalla foresta. Siamo figli
della dialettica, fratelli dell'ignoto, noi siamo gli agricoltori delle
favole antiche e seminiamo di sogni l'altopiano della fantasia. |
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Le Mirabolanti Avventure di Sebastian Doo
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Chi muove i fili non è mai quello che prende gli applausi. Il rombo roco e irregolare del bicilindrico a V sventrò il silenzio ovattato di Vieux Nice. Era quasi l'una di notte e, a pochi isolati di distanza, la Promenade des Anglais pulsava sotto le luci al neon, vibrando dei bassi sintetici della musica pop che usciva dalle discoteche e dalle fuoriserie cabriolet. Ma in quel groviglio di vicoli stretti, dove i lampioni a gas sembravano combattere una guerra persa contro le ombre, l'unico suono udibile era quello della sua Guzzi Nevada. Sebàstian Doo tirò la frizione e spense il motore. Il silenzio calò improvviso, interrotto solo dal rassicurante ticchettio metallico degli scarichi cromati che si raffreddavano. Rimase seduto in sella per qualche secondo, togliendosi i guanti di pelle consumata, le mani che gli formicolavano leggermente per le vibrazioni. Era una sensazione che cercava di proposito; gli ricordava che la moto era viva, un cuore di metallo e olio che un tempo era appartenuto a suo padre. Si passò una mano tra i lunghi capelli scuri, irrimediabilmente spettinati dal casco e si strinse addosso il giubbotto di pelle.
Scese dalla Guzzi, assicurandosi che il cavalletto facesse presa sui sanpietrini umidi, e si diresse verso una vetrina buia, sormontata da un'insegna in legno scrostato: Antiquités & Curiosités.
Non c'era bisogno di bussare. La porta non era mai chiusa a chiave, a patto di sapere quale asse del pavimento calpestare per abbassare il vecchio scrocco d'ottone. Scivolò all'interno, lasciandosi alle spalle l'umidità salmastra della Costa Azzurra per immergersi in un'atmosfera profumata di cera d'api. «Hai un tempismo terribilmente volgare, Sebàstian,» mormorò una voce dal fondo del negozio. «E la tua motocicletta suona come un trattore con l'asma.» Cornelius era seduto in fondo alla stanza, sprofondato in una poltrona di velluto bordeaux. Indossava una vestaglia di seta rosso scuro che avrebbe fatto sembrare ridicolo chiunque altro, ma che su di lui appariva come l'unica tenuta adeguata per un imperatore in esilio. Una luce dolente proveniva da una lampada ministeriale con il vetro verde, che illuminava un solitario di carte francesi sul tavolino di mogano. Sebàstian si avvicinò a passi lenti, schivando un grammofono smontato e uno specchio dalla cornice dorata e si lasciò cadere sulla sedia di fronte al vecchio. Infilò una mano nella tasca del giubbotto e posò un oggetto sul tavolo, proprio al centro del solitario. Era una placca da gioco non marchiata. Madreperla nera, spessa, con un numero inciso in oro: centomila. L'uomo sollevò un sopracciglio perfettamente curato, senza smettere di mescolare il resto del mazzo. «Una fiche non registrata. Hai iniziato a frequentare le bische clandestine, ragazzo mio? Speravo avessi gusti più raffinati per dilapidare il patrimonio familiare.» «Non è mia,» rispose lui, la voce bassa, venata da una stanchezza appena accennata «Me l'ha data il mio nuovo cliente, un banchiere svizzero. Stasera era al Casinò di Monte Carlo, ma solo per bere champagne, aspettando di essere scortato al vero tavolo. Un tavolo privato, fuori dalla giurisdizione della Société des Bains de Mer.» Cornelius allungò due dita pallide e affusolate verso la placca. Non la toccò, si limitò a sfiorarne i bordi, come se potesse leggerne la storia. «E chi gestisce questo azzardo per milionari annoiati?» «Si fa chiamare Conte di Saint-Germain. Dice di essere la reincarnazione dell'alchimista,» spiegò il giovane detective, incrociando le braccia al petto. «Usa i tavoli pubblici di Monte Carlo solo come vetrina. Fa qualche puntata minore, ci mette un po' di carisma e calcolo delle probabilità per far credere alle sue prede di poter piegare la fortuna con la telecinesi. Quando abboccano, li invita sul suo yacht privato dove non ci sono le telecamere del Casinò ma soprattutto non ci sono i tetti massimi di puntata imposti dalla direzione. Nessun limite. E si possono scommettere fondi neri e capitali non dichiarati senza che il fisco faccia domande. È il mix perfetto: l'illusione della magia unita alla realtà di un paradiso fiscale.» «Una bisca di lusso galleggiante. Che banalità,» sospirò Cornelius. Si versò una tazza di tè da una teiera in porcellana. «Ai miei tempi, per ingannare un miliardario, lo si guardava negli occhi e si evocava lo spirito della defunta madre. Si offriva loro un brivido vero, un'illusione cucita su misura. Oggi basta fargli credere di poter battere il banco.» «Il banco è lui, Cornelius.» precisò Sebàstian, sporgendosi in avanti. «Il Conte gioca direttamente contro gli sfidanti, intascando i loro soldi senza commissioni per la casa. E usa un trucco che nessuno nota. Pare sia riuscito a portar via quasi un milione di franchi... le vittime credono davvero che sia un sensitivo e se anche capissero di essere stati truffati, non andrebbero mai dalla polizia a denunciare una partita illegale con soldi sporchi. Il mio cliente ha perso mezzo milione e mi ha assunto per capire come fa, prima di rovinarsi del tutto.» Fece una lunga pausa massaggiandosi il ponte del naso. «Ho osservato le sue mani stasera al casinò. Nessun movimento sospetto, niente di fuori posto...» Il vecchio maestro prese un sorso di tè. Gli occhi scuri, insondabili come pozzi neri, si fissarono su quelli del giovane detective. «Tuo padre,» disse lentamente, «ti ha insegnato a guardare dove c'è l'ombra, non dove brilla la luce. Se le mani del sedicente Conte sono pulite, significa che stai guardando il palco sbagliato. Chi muove i fili non è mai quello che prende gli applausi.»
Sebàstian serrò la mascella. La menzione del padre era sempre una lama sottile che si rigirava nello stomaco. Pensò alla cella di Parigi, al respiro che si spezzava nel buio. Pensò all'uomo senza volto che aveva orchestrato tutto, rubandogli la vita.
Riprese la placca di madreperla dal tavolo, facendola scivolare tra le nocche con la destrezza di un prestigiatore e si alzò. «Torno a Monaco,» disse infilandosi di nuovo i guanti di pelle. «Domani sera il Conte farà il suo show finale, poi probabilmente sparirà nel nulla. Terrà l'ultima seduta privata sul suo yacht nel porto di Hercule. Soldi veri. Devo scoprire chi muove i suoi fili.» «Cerca di non farti ammazzare, ragazzo,» mormorò Cornelius, tornando a disporre le carte del suo solitario. «Sarebbe un peccato. Sei l'unica distrazione decente che mi è rimasta in questa città di barbari.» Un minuto dopo il ruggito metallico della Guzzi squarciò di nuovo il buio, allontanandosi verso il confine, dove i neon di Monte Carlo promettevano sogni e regalavano menzogne.
Un enigma che cammina Il viaggio di rientro da Nizza a Monaco richiese mezz'ora di curve prese troppo velocemente lungo la Moyenne Corniche, il vento notturno ricco di salsedine che spazzava via la malinconia del passato. Ignorò le luci abbaglianti del centro di Monte Carlo e piegò verso il promontorio di Roquebrune. Lì, aggrappato alla scogliera come un'ostrica di marmo bianco e stucchi dorati, sorgeva Le Grand Belvédère.
Superò la sbarra all'ingresso salutando il portiere in uniforme che fece un rapido, rassegnato cenno con la testa e parcheggiò la moto nel cortile interno, stringendola in uno spazio angusto tra una Jaguar E-Type e i bidoni del servizio in camera. Il giovane detective aveva una stanza al Belvédère come ospite in credito di riconoscenza. Sei mesi prima, la proprietaria, Madame Odile Delacroix, una vedova di settant'anni con la vitalità di una trentenne e la lingua tagliente di uno scaricatore di porto, stava per cedere alle lusighe di un finto santone. Sebàstian le aveva evitato la rovina smontando la truffa in tre giorni. In cambio, lei gli aveva concesso asilo a tempo indeterminato nella mansarda, sopra gli alloggi di servizio. A lui andava benissimo: da lassù dominava il mare e nessuno faceva domande, molto meglio del misero appartamento dove aveva vissuto fino a quel momento. Entrò dalla porta di servizio delle cucine. «Ancora sveglio a caccia di fantasmi, Monsieur Doo?» gracchiò una voce.
Madame Odile era seduta ad un tavolo di acciaio inossidabile, avvolta in un caftano di seta turchese. Stava fumando una sigaretta sottile, sorseggiando cognac e tenendo in ostaggio lo chef notturno con racconti di gioventù. Sebàstian si fermò, sfilandosi il giubbotto. «I fantasmi non giocano a Chemin de Fer, Madame. Quelli che cerco io sono vivi, vegeti e incredibilmente avidi.» La donna rise, una risata secca che sapeva di fumo. «Sembri un vagabondo. Uno dei miei ospiti si è lamentato di un meccanico nei corridoi. Ho dovuto spiegargli che sei il mio personale scacciaguai.» Lo guardò studiandolo. «Hai scoperto come il... Conte sta svuotando le tasche dei banchieri!?» Il detective rubò uno spicchio di mela verde dal tagliere dello chef. «Le voci girano, a quanto pare.» rispose prendendo posto accanto alla donna «usa il fascino dell'esoterismo per portarli fuori dal casinò. Li invita su uno yacht ormeggiato al porto di Hercule, in una banalissima bisca clandestina. Nessuna sicurezza ufficiale, regole fatte da lui. Domani sera terrà l'ultima seduta privata prima di salpare. Un palcoscenico perfetto per fargli calare il sipario addosso... ho tempo fino a domani alle dieci per prepararmi.» Odile sbuffò il fumo verso il soffitto, soppesando il giovane uomo davanti a sé. Alto, capelli scuri sempre un po' troppo lunghi, occhi a mandorla nerissimi che contrastavano con l'incarnato chiaro della pelle. Lo conosceva da una vita, conosceva tutti da una vita, Madame Odile. «Sei un enigma che cammina, cherie,» mormorò. «Hai il rigore glaciale di tua madre e la teatrale sfrontatezza di tuo padre. Una giapponese e un italiano che si incontrano a Nizza... un disastro annunciato o un colpo di genio.» «Mia madre, Madame, era una matematica,» rispose lui, la voce morbida ma ferma, come se recitasse a memoria una formula antica. «Credeva che l'universo fosse calcolabile. Non sopportava i margini di errore.» «E tuo padre era un illusionista. Viveva solo di margini di errore,» ribatté Odile. «Tu sei la sintesi perfetta. Usi il calcolo freddo della tua metà asiatica, ma è il sangue latino che ti permetterà di sederti a quel tavolo senza farti ammazzare. Almeno, lo spero per te.» Sebàstian si concesse un mezzo sorriso amaro.
«Se il Conte gioca in casa sua, sul suo yacht, le carte o i sabot saranno sicuramente truccati,» replicò finendo la mela. «Domani salirò su quella barca. Il mio cliente svizzero mi porterà con sé, facendomi passare per la sua nuova guardia del corpo.» Odile annuì, facendo un cenno imperioso allo chef. «Armand, vai nella mia lavanderia privata. Prepara il completo nero e la camicia scura. Appartenevano al mio defunto marito, dubito che si offenderà se li usa lui. Il giubbotto di pelle va bene per spaventare i teppisti al porto, ma su uno yacht ti serve l'aria di un professionista spietato e silenzioso. Quell'abito sarà perfetto per una guardia del corpo che non deve destare troppa curiosità.» Sèbastian piegò leggermente il capo, con gratitudine silenziosa «Ha un debole per me, Madame. Se continua a viziarmi, potrei restare per sempre.» «Non lusingarmi, ragazzino,» sbottò lei, spegnendo la sigaretta. «Ti tengo qui solo perché da quando ci sei tu, l'albergo è l'unico senza cartomanti da strapazzo nella hall. Ora vai a dormire. E ti prego.» Lui si fermò sulla soglia delle scale buie. «Domani sera, se le cose vanno storte sullo yacht... il mare non fa domande su chi vi cade dentro.» «Nemmeno io,» rispose Sebàstian, scomparendo su per la scala di servizio. |
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