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Writer Officina Blog
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Manuale di pubblicazione Amazon KDP. Sempre più autori
emergenti decidono di pubblicarse il proprio libro in Self su Amazon KDP,
ma spesso vengono intimoriti dalle possibili complicazioni tecniche. Questo
articolo offre una spiegazione semplice e dettagliata delle procedure da
seguire e permette il download di alcun file di esempio, sia per il testo
già formattato che per la copertina. |

Self Publishing. In passato è stato il sogno nascosto
di ogni autore che, allo stesso tempo, lo considerava un ripiego. Se da
un lato poteva essere finalmente la soluzione ai propri sogni artistici,
dall'altro aveva il retrogusto di un accomodamento fatto in casa, un piacere
derivante da una sorta di onanismo disperato, atto a certificare la proprie
capacità senza la necessità di un partner, identificato nella
figura di un Editore. |

Scrittori si nasce. Siamo operai della parola, oratori,
arringatori di folle, tribuni dalla parlantina sciolta, con impresso nel
DNA il dono della chiacchiera e la capacità di assumere le vesti
di ignoti raccontastorie, sbucati misteriosamente dalla foresta. Siamo figli
della dialettica, fratelli dell'ignoto, noi siamo gli agricoltori delle
favole antiche e seminiamo di sogni l'altopiano della fantasia. |
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Note d'inchiostro
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La pioggia tamburellava sui vetri della Blue Maple Press, una sinfonia disordinata che sembrava volerle ricordare ogni minuto passato a quel tavolo. Olivia Carter sedeva in silenzio, lo sguardo fisso sulla finestra appannata. Dietro il vetro, Manhattan si dissolveva in un velo grigio, quasi irreale. I taxi alzavano schizzi dalle pozzanghere, le luci dei lampioni tremolavano sulla strada bagnata e la gente camminava piegata in avanti, stretta nei cappotti. Si osservò nel riflesso: alta, snella, la pelle chiara velata da una stanchezza che si ostinava a ignorare. I lunghi capelli castano scuro erano ordinati con cura, e gli occhi verde smeraldo, grandi e attenti, conservavano ancora una luce viva, anche se appena appannata dal peso della giornata. Sembrava composta, perfino serena, ma chi la conosceva davvero sapeva che quell'equilibrio era spesso una conquista silenziosa. E mentre fuori la città si muoveva veloce e indifferente, lei restava immobile. Una pila di fogli colmi di correzioni rosse sembrava attenderla con pazienza. Racconti al crepuscolo: titolo poetico, contenuto da incubo. Olivia posò la penna accanto al manoscritto, come si depone un'arma, consapevole che la battaglia non era ancora finita. Si massaggiò le tempie, il terzo giro di revisione non le aveva portato altro che un principio di emicrania e un crescente disprezzo per le metafore abusate. – Liv, hai cinque minuti per ricordarti com'è fatto il verbo “respirare” prima che ti uccida Thompson? La voce di Daniel la colse di sorpresa, l'assistente editoriale era appoggiato allo stipite della porta, con una tazza di caffè in mano e l'aria di chi non ha intenzione di andarsene finché non strappa almeno un sorriso. – Uhm... Se Thompson vuole una quarta revisione, gli suggerisco una soluzione più veloce: pubblicare in braille e fingere che siano effetti tattili voluti. Daniel rise, avvicinandosi, aveva la faccia simpatica di chi sa leggere le emozioni altrui prima ancora che vengano dette, occhi scuri, capelli biondo cenere corti e sempre un po' spettinati. – Niente paura, stavolta non si tratta di romanzi infelici, vuole che tu dia un'occhiata al materiale per l'evento di venerdì. – L'ennesima presentazione letteraria con mini-cupcake al prosecco? – chiese Olivia, poggiando la penna. – Questa volta è diversa, hanno confermato un ospite speciale. – Daniel fece una pausa teatrale. – Ethan Cole. Lei lo fissò, per un momento smarrita, il nome non trovava un appiglio nella mente annebbiata. – Chi? – chiese, alzando un sopracciglio. – Il pianista, quello che ha suonato alla Carnegie Hall l'anno scorso. Ha fatto il botto su Spotify con l'album Winter Variations... e tipo tre milioni di cuori infranti. – Ah, lui, il re del tasto dolente. – Olivia tornò a guardare le bozze. Daniel sghignazzò. – Sapevo che ti avrebbe colpita. – Mi colpisce solo il fatto che venga a un evento letterario. Di solito, gli artisti come lui hanno l'ego così fragile che se dici “editing” vanno in iperventilazione. – Occhio a dirlo a voce alta, pare abbia mandato due editor in terapia nel giro di un mese. – Daniel si sedette sul bordo della scrivania. Olivia alzò le sopracciglia. – Sul serio? – Una voce gira in redazione, il tipo è geniale ma... complicato. Pretende il controllo su tutto, anche su dove vanno messi i punti e virgola nelle presentazioni. Olivia sollevò un sopracciglio. – Ottimo, il mio venerdì perfetto: un pianista geniale con manie di perfezione e una sala piena di intellettuali che applaudono le virgole. – Ti sto solo avvisando, così, se dovesse chiederti di tagliare metà del discorso, sarai preparata. – Prendo appunti, comunque, mi sembra il tipo d'uomo che si nasconde dietro il pianoforte perché non sa parlare con le persone. – Olivia afferrò la penna e la girò tra le dita. – Più o meno, ma ha un certo fascino, uno di quei silenzi che riescono a fare rumore. – Daniel sorseggiò il caffè. Olivia scrollò le spalle. – A me piacciono gli uomini che sanno parlare, o almeno mandare e-mail senza sembrare dei poeti maledetti. – Buona fortuna, allora. Daniel si alzò e si diresse verso la porta. – Ah, cerca di dormire stanotte, hai le occhiaie che sembrano virgole fuori posto. Nel frattempo, a qualche isolato di distanza, Ethan Cole sedeva sul sedile posteriore di un taxi. Il finestrino era rigato dalla pioggia e Manhattan scivolava via in ombre sfuocate. Indossava un cappotto nero pesante, abbottonato, sotto, una camicia grigia e jeans scuri, i capelli, neri come inchiostro, erano pettinati in modo elegante. Aveva il viso tagliente, quasi scolpito: zigomi alti, mascella definita, labbra sottili, ma erano gli occhi a catturare l'attenzione, grigi e profondi. Appoggiò la testa al vetro, chiudendo per un istante gli occhi. Ogni nota che aveva suonato nelle ultime settimane gli si era attaccata alla pelle, il tour lo aveva svuotato, le standing ovation, le luci, le strette di mano... tutto suonava distante. Il taxi si fermò davanti a un edificio in mattoni rossi nel cuore del West Village. Ethan salì lentamente le scale, la valigia cigolava dietro di lui, inserì il codice del portone, salì al secondo piano e aprì la porta del suo loft. Al centro della sala, il Bösendorfer nero lucido, un pianoforte a coda che sembrava respirare nella penombra, brillava come una presenza silenziosa. Era stato un regalo di un produttore tedesco, accompagnato da una frase che Ethan non aveva mai dimenticato: “Solo il meglio per le tue mani”. Lui non aveva mai avuto il coraggio di dirgli che certe notti, quelle mani tremavano. Ethan poggiò le dita sui tasti, non suonò, ritrasse la mano. Andò in cucina, si versò un whisky e tornò davanti al pianoforte, fuori, la pioggia continuava a cadere. Il telefono vibrò, un messaggio del manager: “Blue Maple Press, venerdì ore 18:00, sii gentile, niente facce da artista maledetto.” Ethan sorrise appena, spense lo schermo e bevve un sorso. La melodia che cercava di finire da settimane tornò a bussare, incompiuta. Etto La notte era scesa senza chiedere il permesso, i neon di SoHo tremolavano sul marciapiede. Olivia si era trattenuta in ufficio ben oltre l'orario, la luce calda della lampada sulla scrivania creava un piccolo angolo di tregua nella sala riunioni deserta. Fuori, il traffico aveva perso la voce, lasciando spazio solo alla pioggia e al ticchettio insistente del termosifone. Accanto al suo laptop, c'era una cartellina grigia con sopra un nome a caratteri dorati: “Ethan Cole”, materiale stampa, intervista preapprovata, estratti delle sue composizioni. Ancora non l'aveva aperta. Fissò quel nome con quella consapevolezza silenziosa che precede ogni irritazione, poi la aprì con un gesto lento, quasi rassegnato. All'interno, una biografia essenziale, fredda, priva di qualsiasi profondità. Nessun dettaglio personale, solo dati, ruoli, premi: l'elenco ordinato di una vita che sembrava non voler dire nulla. “Ethan Cole ha debuttato a diciassette anni alla Philharmonie di Berlino. Ha composto tre album acclamati dalla critica, fondendo musica classica e minimalismo contemporaneo. Vive a New York.” Olivia inclinò la testa, sfiorando le pagine, il suo sguardo si posò su alcune frasi evidenziate con il pennarello: “Quando suono, la verità smette di farmi paura.” “Scrivo musica perché il silenzio, a volte, grida troppo forte.” Sbuffò. – Chi scrive così ha bisogno urgente di una seduta dallo psicologo o di un copywriter migliore. Scorse gli estratti audio allegati, cliccò su uno a caso, il titolo: October Rain. Il brano iniziò con poche note leggere, quasi timide, poi una progressione lenta, struggente, non era solo tecnica, ma quasi una confessione. Olivia rimase ferma, la mano sospesa sul mouse, era musica che parlava a bassa voce. – Sei ancora qui? La voce la fece trasalire, era Rebecca, l'editor senior. Aveva il viso arrossato dal freddo e i capelli raccolti in uno chignon leggermente disfatto dall'umidità. – Stavo solo... finendo una cosa. Rebecca entrò nella stanza e si strofinò le mani. |
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