Writer Officina Blog
Ultimi articoli
Manuale di pubblicazione Amazon KDP. Sempre più autori emergenti decidono di pubblicarse il proprio libro in Self su Amazon KDP, ma spesso vengono intimoriti dalle possibili complicazioni tecniche. Questo articolo offre una spiegazione semplice e dettagliata delle procedure da seguire e permette il download di alcun file di esempio, sia per il testo già formattato che per la copertina.
Self Publishing. In passato è stato il sogno nascosto di ogni autore che, allo stesso tempo, lo considerava un ripiego. Se da un lato poteva essere finalmente la soluzione ai propri sogni artistici, dall'altro aveva il retrogusto di un accomodamento fatto in casa, un piacere derivante da una sorta di onanismo disperato, atto a certificare la proprie capacità senza la necessità di un partner, identificato nella figura di un Editore.
Scrittori si nasce. Siamo operai della parola, oratori, arringatori di folle, tribuni dalla parlantina sciolta, con impresso nel DNA il dono della chiacchiera e la capacità di assumere le vesti di ignoti raccontastorie, sbucati misteriosamente dalla foresta. Siamo figli della dialettica, fratelli dell'ignoto, noi siamo gli agricoltori delle favole antiche e seminiamo di sogni l'altopiano della fantasia.
Home
Admin
Conc. Letterario
Magazine
Blog Autori
Biblioteca New
Biblioteca Gen.
Biblioteca Top
Autori

Recensioni
Inser. Estratti
@ contatti
Policy Privacy
Writer Officina
Autore: Claudio Loreto
Titolo: Il prezzo del no
Genere Romanzo Storico
Lettori 11 1 2
Il prezzo del no
Giovedì, 23 dicembre 1943 – Attraversata piazza Dante e giunto davanti a quanto restava dell'edificio in cui in gioventù aveva abitato Cristoforo Colombo, Francesco si voltò un momento per ammirare in tutta la sua imponenza la Torre Piacentini, che con i suoi trentuno piani si diceva essere il grattacielo più alto d'Europa. Era incredibile che le gragnole di bombe più volte piovutele intorno l'avessero risparmiata: le sue vaste facciate, a righe alterne bianche e rosse, erano state solo sporcate qua e là dal fumo degli incendi di alcuni edifici vicini.
Non altrettanto fortunata era stata, alcune centinaia di metri più avanti, piazza De Ferrari, cuore della città. Qui l'occhio del carabiniere si fece triste.
Il prospetto anteriore di un magnifico palazzo in angolo con via XX Settembre era venuto giù insieme al tetto e a tutti i solai interni, lasciando scoperta alla vista la facciata che dava sulla strada retrostante. Il bombardamento dell'agosto precedente aveva anche scoperchiato l'Accademia Ligustica e completamente devastato il Teatro Carlo Felice, di cui erano rimasti in piedi solo i muri perimetrali e il pronao; sulle colonne di quest'ultimo penzolava ancora, lacerato, un grande cartellone con sopra scritto Vincere! Ascolta solo la voce della Patria!
Il carabiniere aggirò sulla sinistra quelle pareti abbrustolite e si infilò nella Galleria Mazzini, pizzicata anch'essa dall'incursione aerea estiva.
Fino a un paio d'anni prima era stato un vero piacere passeggiare tra i suoi eleganti caffè (ritrovo di artisti e intellettuali), i ristoranti esclusivi e le vetrine sfavillanti dei negozi alla moda; ora la lunga copertura in vetro risultava infranta in più punti, mentre una delle pareti era stata annerita dalle fiamme prodotte da uno spezzone incendiario. La chiassosa folla che un tempo la riempiva era come evaporata: nel lungo corridoio in stile liberty adesso regnavano silenzio e malinconia.
Qui Francesco, con suo sommo disappunto, scoprì che la profumeria che cercava aveva chiuso i battenti.
«In via Carlo Felice ne resiste ancora una» lo ragguagliò l'edicolante vicino.
Il giovane prese allora l'uscita laterale che dava su via Roma; lungo la discesa si fermò nostalgico per qualche istante davanti al negozio – quel dì chiuso – in cui serviva Anna, dopodiché, una volta arrivato in fondo, svoltò a destra nella strada indicatagli.
Al numero civico 12 la Profumeria Vitale, per quanto celebre (aveva fornito anche la Casa Reale), non se la passava bene neppure lei: la penuria di alcool etilico puro e di oli essenziali, oltreché ovviamente di denari nelle tasche dei clienti, stavano limitando in misura considerevole la sua produzione artigianale.
Il militare annusò a lungo ognuna delle sole tre fragranze disponibili, optando infine per quella al lillà che, seppure più “primaverile”, pensò che la fidanzata avrebbe gradito di più. Giocoforza comperò la boccetta più piccola, la quale, contornata da una esagerata quantità di carta protettiva, fu messa dentro una scatola quadrata bianca che avrebbe potuto contenere un ferro da stiro; un nastro rosso, con sopra riportato il nome della bottega e intrecciato dalla negoziante con molta diligenza, completò la “maestosità” del dono: del resto anche l'occhio vuole la sua parte, doveva avere pensato quella, che da ultimo ci appiccicò sopra con la colla un biglietto prestampato di auspici natalizi, di quei tempi più che mai benaccetti.
Dopo avere percorso la salita Santa Caterina, il carabiniere raggiunse piazza Corvetto, dal centro della quale, tenendo il cappello sollevato in aria, lo salutò un bronzeo re Vittorio Emanuele II a cavallo; superate quindi le macerie del contiguo monastero dei Santi Giacomo e Filippo, scese giù fino alla stazione Brignole, dove avrebbe preso il primo treno per Sturla.
Da quella sera a fino tutta la giornata di San Silvestro sarebbe stato di servizio, e dunque voleva fare per tempo gli auguri di Natale ad Anna. Avrebbe potuto avvisarla del proprio arrivo abusando della linea del comando, ma sapeva che dall'altro capo del filo avrebbe risposto il capostazione.
Nel buio pesto della lunghissima galleria che separava le due stazioni (le lampadine della sua scassata carrozza si erano licenziate), si augurò solo che la ragazza non fosse in giro a sbrigare qualche faccenda di lunga durata, poiché non avrebbe potuto attenderla più di tanto; in tale scalognato caso, avrebbe lasciato il regalo che teneva sulle ginocchia alla madre e se ne sarebbe tornato indietro. Parecchio di malumore.
Fu fortunato.
«Spero di avere indovinato».
«Mi piacerà di sicuro un sacco!» gongolò lei. «Lo metterò vicino al presepe. La mattina di Natale, non appena sveglia, correrò ad aprirlo. Però ho anch'io qualcosa per te».
Rientrò in casa, mentre lui aspettava sulle scale: aveva i minuti proprio contati e, seppure con rammarico, non voleva bruciarseli in ossequi alla famiglia, ma dedicarli tutti e solo ad Anna.
«Ecco qua!» disse la ragazza, porgendogli un involucro lungo e sottile, che Francesco intuì contenere una cravatta; due giorni dopo avrebbe scoperto con piacere che era identica a quella d'ordinanza, ormai consunta.
«Grazie, amore. Però non basta» sorrise il militare, cingendo la donna con le sue braccia forti.
Si strofinarono e si baciarono con passione per tutto il poco tempo che il primo treno in arrivo concedeva loro.
«Non ce la faccio più ad aspettare. Mi farai impazzire!» disse lui, infiammato.
«È proprio ciò che voglio» sussurrò lei mentre gli mordicchiava il collo.
«Sei una strega senza cuore» sibilò il carabiniere, rimpossessandosi delle labbra della ragazza.
Il lontano fischio di una locomotiva li interruppe bruscamente.
«Devo andare» sospirò Francesco, controllando di nuovo l'orologio. «Ci rivediamo... l'anno prossimo» disse poi scherzoso. In realtà non aveva di che ridere: non l'avrebbe rivista per altri otto giorni di fila. «Fai i miei auguri ai tuoi» aggiunse infine.
«Auguri a te, tesoro mio – sorrise un po' triste Anna – Buon Natale, e buon Capodanno».
Precipitatosi giù sulla banchina, il militare vide che a fermarsi lentamente in stazione, sferragliando, non era però il suo treno, bensì un convoglio di cinque carri merci scoperti: i primi quattro erano carichi di grosse casse di legno contenenti chissà cosa, probabilmente roba importante, dato che sull'ultimo pianale sedevano, con le gambe a penzoloni fuori e le sigarette in bocca, una quindicina di soldati tedeschi.
Ad attendere il convoglio, fermo più avanti sul marciapiede con in testa il suo berretto rosso da capostazione, c'era lo Schiaffino.
«Capo, perché il segnale di fermata?» gli gridò dalla locomotiva fumante il macchinista.
«Non lo so. Mi comunicheranno per telefono da Terralba quando potervi dare di nuovo il via libera» rispose, strillando pure lui, quello a terra, il quale poi si mosse per tornare indietro alla sua stazioncina.
Si accorse di Francesco.
«Sei venuto qui in tram?» gli domandò.
«No, con il treno diretto a Chiavari».
«Non ti ho visto attraversare i binari dall'altro marciapiede».
«Male!» lo punse il giovane.
«Uhm... Hai già visto Anna?»
«Sì, giusto un attimo. Per farle gli auguri di Natale».
«Capisco. E ora stai aspettando il treno per Brignole».
«Già, ma vedo che ci sarà un ritardo. Di quanto?»
«Non ne ho idea, non mi hanno precisato. Spero non si tratti di un guasto agli scambi, altrimenti si andrà parecchio per le lunghe».
«Oppure di un sabotaggio» lo punzecchiò di nuovo Francesco.
Il carabiniere sapeva che molti ferrovieri covavano un forte rancore per ciò che il regime aveva imposto alla categoria fin dal 1923: la soppressione dei loro liberi sindacati e dei propri giornali, un'epurazione che era costata il posto di lavoro a oltre quarantamila dipendenti, nonché un rigido controllo da parte della Milizia Ferroviaria; ora che di mezzo c'erano però pure i tedeschi, la muta avversione si stava palesando attraverso il moltiplicarsi di strani guai a binari e locomotive. Schiaffino non era stato a suo tempo licenziato insieme agli altri, ed era tuttora sopportato, per via della sua medaglia d'oro al valore militare, anche se a fargliela guadagnare – lui lo sapeva bene, eccome – non era stato un ardente amore per la Patria, bensì il mero e incoercibile istinto di sopravvivenza.
«Ragazzo...» lo ammonì agitando l'indice il capostazione.
L'uomo mollò il carabiniere e proseguì scocciato verso l'ultimo vagone, arrestatosi proprio davanti alla stazione e i cui occupanti avevano iniziato a protestare per la sosta fuori programma.
«Pazienza, dovete avere pazienza! Non dipende da me!» cercò di farsi capire a gesti. “Crucchi maledetti – pensava nel frattempo – Io ho sparato addosso ai vostri padri ventisei anni fa. Presto altri faranno altrettanto con voi!”
Quindi girò le spalle ai soldati per iniziare a strillare al figliolo e ai suoi amichetti del vicinato di sgomberare l'attiguo spiazzo della fontanella.
«Vi ho già detto mille volte di stare lontani dai binari, cercatevi un altro posto dove giocare!»
Dopodiché rientrò nel proprio ufficio.
I bambini, naturalmente, lo ignorarono: quella pavimentazione liscia era ideale per le loro biglie colorate.
I militari tedeschi, per ingannare l'attesa, iniziarono a seguire dall'alto la corsa delle palline e i successivi bisticci dei piccoli, parlottando tra loro e ridendo divertiti. A un certo punto, uno di essi richiamò con un grido l'attenzione dei giocatori, esortandoli con una mano ad avvicinarsi e agitando per aria con l'altra due sfilatini.
Alla vista del pane quelli naturalmente accorsero, ma – poverini – avevano capito fischi per fiaschi: infatti, non appena furono sotto il carro, i soldati presero a sputare loro addosso, scoppiando in fragorose risate e spartendosi poi il cibo.
I bambini si guardarono l'un l'altro in silenzio, più sorpresi che umiliati. Si ripulirono con il dorso delle mani là dove colpiti, tornarono di corsa alle proprie biglie e, dopo avere confabulato un po', le raccolsero, se le misero in tasca e corsero via.
Il capostazione, che per di più era padre di uno dei marmocchi derisi, aveva visto la scena attraverso i vetri dell'ufficio; divenuto rosso in volto più del cappello che aveva posato sulla scrivania, stava per lanciarsi fuori, quando vide sfrecciargli davanti da sinistra lo spasimante della figlia: Francesco, mentre era seduto su una panchina mugugnando per il ritardo che andava accumulandosi, aveva infatti assistito a sua volta all'incredibile fatto ed era balzato in piedi all'istante.
I tedeschi non capirono un'acca di quello che l'agente urlò loro per un po' (in una lingua, peraltro, che non era chiaramente quella italiana), pur immaginando che si trattava di insulti; dai suoi successivi gesti, che mimavano l'atto di scrivere, compresero invece appieno che quello intendeva stendere un rapporto per il comando germanico: sapendo quanto il loro diretto superiore tenesse al decoro – figurarsi la sua reazione, se l'avesse saputo perso con dei bambini – cercarono allora di calmarlo e di rendere chiare le proprie scuse. Gli offrirono anche un paio di pacchetti di sigarette: dopotutto sembrava un perfetto ariano, peccato per quella divisa diversa.
«Ma jativìnni ô diàvulu!» reagì stizzito il palermitano, accompagnando l'imprecazione con un eloquente gesto del braccio e tornando poi a sedere, questa volta più in prossimità della galleria di ponente.
Avanti, sulla motrice, il macchinista – tutto preso com'era a tenere d'occhio i manometri – non si era accorto di nulla.
Il padre di Anna, che si era poi saggiamente bloccato per non gettare benzina sul fuoco, aveva invece seguito anche la seconda parte dello spettacolo da dietro la vetrata. Da lì ora sbirciava quella panca fuori e un po' lontana, dove un carabiniere visibilmente irritato si massaggiava a forza le gambe nel tentativo di calmarsi, sentendo tuttavia affiorargli dentro una pulsione di... rivolta.
Un sorriso si disegnò pian piano sul viso del ferroviere: la sua Anna aveva scelto bene.
Lui, piuttosto, doveva smetterla con la sua inconfessata gelosia. I figli li abbiamo solo in prestito, diceva sempre sua nonna. Aveva ragione: il vero dovere di un genitore è quello di sostenerne la felicità.
Il telefono in stazione finalmente squillò.
Dal pannello di comando il capostazione azionò il via libera: sul palo di segnalamento la paletta di stop si abbassò e la luce da rossa si fece verde. In aggiunta egli uscì dal gabbiotto e fischiò a lungo, agitando in alto il braccio.
Il conducente della locomotiva lo salutò da lontano con la mano e lentamente il convoglio si rimise in movimento.
Fu mentre vedeva la motrice infilare la galleria che Francesco si accorse che sopra quest'ultima c'era del movimento.
I bambini, infatti, non se l'erano tenuta.
Scesa di corsa la scalinata alle spalle della stazione, i monelli avevano poi risalito la collinetta al di là del corto ponte ferroviario di via Isonzo, per portarsi infine proprio sopra l'entrata del tunnel che conduceva a Terralba e quindi a Brignole; lassù, velati dall'erba alta, avevano radunato velocemente una catasta di sassi e si erano poi accucciati in attesa della ripartenza del treno dei tedeschi.
Non appena l'ultimo carro arrivò a tiro, quelli si alzarono di scatto in piedi e dall'alto iniziarono, con una rapidità sorprendente per dei piccoli, a scaricare la loro artiglieria sui soldati a bordo, i quali entrarono belli ammaccati nel buio del traforo prima di potersi rendere conto di cosa fosse accaduto.
Sulla banchina il carabiniere lanciò un urlo di esultanza, sollevando un pugno chiuso in aria. Era stato testimone di un episodio strabiliante.
Talvolta i bambini, nella loro semplicità, possono insegnare molto agli adulti.
Subito dopo comparve l'atteso treno civile, che era in coda. Francesco per la prima volta lasciò Sturla senza eccessiva mestizia.
Claudio Loreto
Biblioteca
Acquista
Preferenze
Recensione
Contatto