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Writer Officina Blog
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Manuale di pubblicazione Amazon KDP. Sempre più autori
emergenti decidono di pubblicarse il proprio libro in Self su Amazon KDP,
ma spesso vengono intimoriti dalle possibili complicazioni tecniche. Questo
articolo offre una spiegazione semplice e dettagliata delle procedure da
seguire e permette il download di alcun file di esempio, sia per il testo
già formattato che per la copertina. |

Self Publishing. In passato è stato il sogno nascosto
di ogni autore che, allo stesso tempo, lo considerava un ripiego. Se da
un lato poteva essere finalmente la soluzione ai propri sogni artistici,
dall'altro aveva il retrogusto di un accomodamento fatto in casa, un piacere
derivante da una sorta di onanismo disperato, atto a certificare la proprie
capacità senza la necessità di un partner, identificato nella
figura di un Editore. |

Scrittori si nasce. Siamo operai della parola, oratori,
arringatori di folle, tribuni dalla parlantina sciolta, con impresso nel
DNA il dono della chiacchiera e la capacità di assumere le vesti
di ignoti raccontastorie, sbucati misteriosamente dalla foresta. Siamo figli
della dialettica, fratelli dell'ignoto, noi siamo gli agricoltori delle
favole antiche e seminiamo di sogni l'altopiano della fantasia. |
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Yara, signora delle acque
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Rocinha era assalita da un caldo torrido e da un'umidità che toglieva il respiro; dopo il violento acquazzone che si era abbattuto sulla favela, una cappa torrida metteva a dura prova i più deboli di quella miserabile comunità emarginata, mentre intorno il benessere e i grattacieli gli urlavano contro. Era la metà di gennaio, tra i mesi più caldi dei primi anni del nuovo millennio. La vita, tuttavia, continuava palpitante. Nel primo pomeriggio il temporale era cessato all'improvviso, lasciando che l'acqua scorresse, in alcune zone, in abbondanti rigagnoli verso i canali di scolo, quando esistevano, o tra le baracche, giù per i vicoli della favela. I ragazzi più piccoli approfittavano per giocare con l'acqua in cerca di refrigerio, acqua sporca ma in qualche modo salvifica dalla calura, altri avevano subito approfittato della tregua per tirar fuori i palloni e giocare, sognando di diventare, un giorno, come il loro idolo del momento: Ronaldinho. Yara era appena rientrata nella modestissima casa dove viveva con la mamma malata da tempo. Aveva dovuto allungare il tragitto perché era in corso un rastrellamento della polizia e c'era il rischio che da un momento all'altro si scatenasse uno scontro a fuoco. Era uscita da scuola con le raccomandazioni degli insegnanti su come aggirare la zona pericolosa. Aveva sempre con sé un contenitore di plastica che riempiva d'acqua potabile in un punto di raccolta, lo teneva insieme ai libri, lo faceva puntualmente prima di tornare a casa. Più di dieci litri non riusciva a portare nel suo zaino, perché aveva anche il peso del materiale scolastico. In casa non avevano ancora ottenuto l'allacciamento alla rete, richiesto da oltre due anni al municipio di Rio de Janeiro; un amico, un conoscente di Yara le aveva accennato che qualcuno che conosceva avrebbe potuto fare un collegamento abusivo alla rete comunale, ma Ana Clara, sua madre, quando Yara le riferì la proposta, nonostante lo stato di estrema necessità, non aveva voluto; sapeva che le conseguenze, una volta avessero scoperto l'abuso, sarebbero state molto gravi anche per i suoi figli, la polizia era spietata tanto quanto i trafficanti di droga della favela in cui vivevano. Le due donne erano ormai sole da oltre un anno. Il figlio, per tentare di cambiare quella vita senza speranze, era partito per l'Italia. Yara era ancora un'adolescente e assisteva sua madre malata di leucemia, il padre, o presunto tale, che viveva in un'altra favela, era morto di HIV l'anno prima. Yara trovò a casa Araci, la "curandera" che ogni tanto faceva visita per curare la mamma con i sistemi tradizionali, il suo nome significa "La madre del mattino"; proveniva dall'Amazzonia ma non si era mai saputo perché si trovasse nella favela, prestava le sue cure per piccoli compensi, spesso pagata con uova o altre cibarie; viveva in una baracca da sola, ormai da tantissimi anni. Lei stessa non sapeva che età avesse e da quando si trovasse lì. Dall'aspetto poteva averne settanta ma anche ottanta, o forse di più, difficile giudicare. Aveva il volto costellato di rughe ma non era questo che mostrava la sua età, i suoi occhi avevano una luce straordinaria, quanto quella di una bambina, a guardarla si rimaneva per lo meno interdetti, ma sicuramente affascinati per il suo modo di porsi con gli altri: la gentilezza dei modi, il tono moderato della voce, vestiva con colori sgargianti, portava un cappello di paglia con due piume azzurre di un uccello che viveva solo nelle foreste amazzoniche. Non era più alta di un metro e cinquanta con un corpo magro e ancora agile, si muoveva come un gatto; aveva in mano dei ramoscelli accesi, di chissà quale pianta magica, che bruciavano, emettendo fumo profumato ma acre. La sciamana li muoveva intorno al letto di Ana Clara. Araci si era accorta di Yara ma non le volse lo sguardo, era concentrata, stava pregando sommessamente, comunque parole incomprensibili per Ana Clara e Yara, mentre cospargeva il fumo. Ana Clara, vistosamente sudata, stava appoggiata a due cuscini e le gambe distese sul letto; guardò la figlia senza dire nulla. Yara riempì un bicchiere d'acqua e si avvicinò al letto, la madre bevve d'un sorso, Yara le riempì ancora il bicchiere, poi si distanziò e rimase in silenzio a guardare la "curandera", che poco dopo finì le sue preghiere, depose i ramoscelli, ormai consumati, in un contenitore di metallo, vicino al letto, e si sedette su una sedia per un'ultima preghiera, tenendo la mano destra appoggiata sul petto di Ana Clara. Prima di andar via lasciò una manciata di una polverina verde raccolta in un fagottino di carta, si rivolse a Yara e le disse con tono severo e dolce allo stesso tempo: - Metti un cucchiaino in un bicchiere con acqua tiepida, la sciogli e stasera prima di dormire la fai bere a tua madre. Yara, che sfiorava il metro e ottanta, era affascinata da quella piccola sciamana che non le arrivava neppure alle spalle. Yara si chinò appena e raccolse il fagottino con entrambe le mani. - Grazie Araci, che dio sia con te. - Torno tra due giorni, fai alzare tua madre e falle fare qualche passo, quando sei in casa, ogni ora. - Va bene, lo farò. Araci la guardò negli occhi e le due donne, per un attimo, scorsero le proprie anime, si abbracciarono, e subito dopo Araci andò via. Quando aprì la porta, il frastuono della favela entrò nella stanza, mescolandosi all'odore acre dell'aria e al respiro affannoso di Ana Clara. Yara chiuse la porta e si avvicinò alla madre. La stanza in penombra aveva una piccola finestra, dalla quale, ogni tanto, arrivava qualche alito di vento, alzatosi dopo il temporale. L'ambiente piccolo, modesto ma curato, aveva il letto, un armadio e una poltroncina, vicino al letto un piccolo tavolino che fungeva da comodino con sopra una lampada. L'altro locale della casa fungeva da ingresso, cucina e da stanza da letto per Yara, era abbastanza grande, così che il letto della ragazza poteva stare in un angolo, coperto da un paravento in tessuto che mostrava un grande disegno di una jungla con uccelli e una tigre in primo piano. Il tetto era malmesso e alcune mattonelle del pavimento si erano staccate, rendendo necessario camminare con attenzione. La casa era addossata alle altre, lungo uno dei tanti vicoli stretti della favela. - Mamma come ti senti? - Se non fosse per questo caldo, potrei dire bene. Rispose Ana Clara con un fil di voce. - Passerà, vedrai, stasera ti porto una sorpresa. - Dove vai? Sai che devi studiare, non farmi preoccupare, adesso. - Stai tranquilla, starò fuori poco, fidati, nulla di cui preoccuparsi. - Yara, so che sei una brava ragazza, che posso fidarmi di te ma sai benissimo dove viviamo, non parlo in generale, ci sono tante persone perbene, ma ultimamente la polizia è sempre qua intorno, ci sono stati anche dei morti... - Mamma, lo so, lo so. La interruppe Yara. - So come muovermi, stai tranquilla, ti ripeto, solo un paio d'ore e torno, prima di cena, promesso. - Va bene. - Bene, adesso alzati e facciamo qualche passo, dai, altrimenti la "curandera" mi sgrida. Poco dopo Yara uscì per incontrare un'amica. Il pomeriggio inoltrato, dopo la pioggia torrenziale, stava tornando a una temperatura poco piacevole. Yara stava "svicolando" cercando di accorciare il tragitto. Sudava, ogni tanto passava il dorso della mano sul viso per asciugare il sudore che le faceva bruciare gli occhi. Finalmente vide Teresa, stava seduta sui gradini della sua casa armeggiando con il telefonino. Teresa era una piccola commerciante, si arrangiava, procurando cose di vario genere. Andava spesso in città raccattando piccoli elettrodomestici che venivano gettati e che eventualmente riparava, raccoglieva cose che potevano ancora risultare utili. Spesso modificava i capi di abbigliamento che trovava, rendendoli più vicini ai gusti della "favela". In definitiva, Teresa, riciclava, lo faceva da una decina di anni, da quando era rimasta sola e senza mezzi per sopravvivere. Dopo che il marito se n'era andato, non era stata una grande perdita, in verità, diceva, perché erano più i soldi che spendeva per bere di quello che lasciava per la casa. Fortunatamente, diceva sempre Teresa, non abbiamo avuto figli. Ora, alla soglia dei quaranta, godeva di un discreto benessere. Era ancora piacevole d'aspetto, ma non voleva uomini intorno: una notte, per lei, era già abbastanza, e chi si provava a mettere "radici" aveva subito il ben servito: Teresa gli metteva una birra in mano e via, fuori dalla porta, e tante grazie! |
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