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Manuale di pubblicazione Amazon KDP. Sempre più autori emergenti decidono di pubblicarse il proprio libro in Self su Amazon KDP, ma spesso vengono intimoriti dalle possibili complicazioni tecniche. Questo articolo offre una spiegazione semplice e dettagliata delle procedure da seguire e permette il download di alcun file di esempio, sia per il testo già formattato che per la copertina.
Self Publishing. In passato è stato il sogno nascosto di ogni autore che, allo stesso tempo, lo considerava un ripiego. Se da un lato poteva essere finalmente la soluzione ai propri sogni artistici, dall'altro aveva il retrogusto di un accomodamento fatto in casa, un piacere derivante da una sorta di onanismo disperato, atto a certificare la proprie capacità senza la necessità di un partner, identificato nella figura di un Editore.
Scrittori si nasce. Siamo operai della parola, oratori, arringatori di folle, tribuni dalla parlantina sciolta, con impresso nel DNA il dono della chiacchiera e la capacità di assumere le vesti di ignoti raccontastorie, sbucati misteriosamente dalla foresta. Siamo figli della dialettica, fratelli dell'ignoto, noi siamo gli agricoltori delle favole antiche e seminiamo di sogni l'altopiano della fantasia.
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Writer Officina
Autore: Sara Marino
Titolo: Un cuore diviso tra ombre e sangue
Genere Dark Fantasy
Lettori 117 1
Un cuore diviso tra ombre e sangue
Immobile nell'oscurità.
Non un movimento, non un battito di ciglia. Una statua vivente.
Resto qui, acquattato nel mio nascondiglio, e la osservo. Scruto la mia preda, la mia dannazione. Colei che rappresenta tutto ciò che temo.
Bellissima.
Bramo il battito del suo cuore. Concupisco il pulsare del sangue nel suo corpo. Seguo come estasiato le vene del collo che palpitano sotto la spinta di quel liquido denso, forte, nutriente. Desidero saltare il muro che ci divide e affondare i canini in quella carne tenera, soave, immacolata. Vedere il suo corpo dibattersi e poi cedere al mio volere.
Si volta, mi fissa, ma non lo sa. Lei pensa di osservare la notte; invece i suoi occhi sono piantati nei miei. Osservo la sua figura sensuale, perfetta. Anche da qui percepisco la forza che quel fluido vitalizzante le dona. Potrei averne milioni. Volendo, avrei la capacità di sterminare questa stupida città in poche notti, ma io desidero solo lei.
La osservo meglio, sporgendomi un po' dal mio nascondiglio. Ride. Non so di cosa, ma ride. È avvolta in un candido accappatoio, con i capelli che gocciolano sul pavimento. Guardo l'essere umano davanti a me che si muove flessuoso. La mia brama aumenta non appena apre l'accappatoio, scoprendo gambe sode e slanciate.
Si alza con calma dal divano, si affaccia alla finestra che dà sul terrazzo e io m'incanto.
La notte. Il giorno. Tutto sparito. Il potere. L'isolamento. La solitudine. Tutto sparito.
Sorrido, mostrando alla luna i miei lunghi canini appuntiti. Adesso bramo altro. Bramo poter toccare il suo corpo. Bramo i suoi occhi puntati dentro i miei. Voglio il suo sorriso, le sue parole, i suoi battiti solo per me.
Scrollo la testa, sorpreso. Incredibile: di un'umana adesso desidero non solo il sangue, ma anche il cuore, l'amore. Non lo credevo possibile: io, il grande Markkos, innamorato. Innamorato di un'umana. Innamorato del Cacciatore della Confraternita.
La preda e il cacciatore: non più nemici, ma amanti.
Osservo Rebecca chiudere la telefonata e tornare a guardare fuori dalla finestra. Con un sorriso beffardo va al centro della stanza e lascia scivolare lentamente l'accappatoio, rimanendo nuda. In un battito di ciglia sono lì. Circondo con le braccia il suo esile corpo — in realtà così pieno di forza — e la stringo a me, posando il suo capo sul mio petto.
«Scemo», sussurra, e io spalanco gli occhi. «Credi davvero che non ti abbia visto? Là, nell'ombra?»
Sorrido e le bacio la testa, appoggiando le labbra sui suoi capelli ancora umidi. Ora li tiene più lunghi di quando l'ho conosciuta: le arrivano fino ai fianchi.
«Scoperto così miseramente?»
Annuisce e mi guarda. Le accarezzo una guancia. «Rebecca, non hai un bell'aspetto.»
Lei socchiuse gli occhi, riducendoli a due piccole fessure furiose.
«Bene! A parte il fatto che non si dice mai — ripeto: mai — a una donna che non ha un bell'aspetto, oggi sono stanca morta: in ufficio è successo di tutto», risponde, per poi appoggiare di nuovo la testa sul mio petto.
«Ho capito... Ma scusa, mi spieghi perché sei nuda in mezzo alla sala?»
Si stacca da me, raccoglie l'accappatoio dal pavimento e lo indossa di nuovo.
«Così... Volevo fare uno scherzetto al maniaco che mi spiava, anche se... Peccato, pensavo fosse Lukas.»
Sgranai gli occhi e la afferrai per le spalle.
«Cosa!» urlai, e lei rise di gusto. La sua risata pulita riempì la stanza e la mia testa.
«Te l'ho già detto che sei scemo, vero?» ribatté, prima di posare delicatamente le sue labbra sulle mie.
«Ti diverti proprio a farmi saltare i nervi, vero?»
«Insomma, è un po' troppo semplice, visto che ci caschi sempre. Se proprio dovessi tradirti, lo farei con qualcuno di diverso, no? Di certo non con un vam...» Alzò la testa e si bloccò di colpo. «Va bene... Forse è meglio chiudere qui questa conversazione assurda. Noto, dai tuoi occhi notevolmente scuri e dai canini in bella mostra, che... Ho sete», bofonchiò, allontanandosi verso il frigorifero.
«Rebecca, questi discorsi non mi piacciono, lo sai. Ucciderò chiunque osi anche solo sfiorarti... in qualsiasi senso.»
«Lo so, mio bel vampiro sanguinario, ma stai calmo. Io amo solo te e lo sai.»
La raggiunsi e la schiacciai contro la porta del frigorifero. «Lo so, Rebecca. È solo che, alcune volte... lo sai, no? Sono un po' tonto.»
Mi accarezzò la testa, giocherellando con i miei capelli con movimenti lenti nei quali mi persi.
«Ti amo, Rebecca. Anche se non sono molto bravo a dirlo, non dubitarne mai.»
Appoggiò la sua fronte alla mia e sentii il suo respiro sul volto: caldo, vivo.
«L'hai appena detto. E poi, l'avevo già capito.»
«Bene!» esclamai, sollevandola di peso. «Devi riposare adesso. È meglio che tu vada a dormire.»
Appena la adagiai sul letto, Rebecca crollò immediatamente. La coprii con il lenzuolo e la coperta, poi chiusi la finestra. Anche se faceva abbastanza caldo, era pur sempre aprile e con addosso solo l'accappatoio rischiava di prendersi un accidente.
Mi stesi accanto a lei, appoggiandomi ai cuscini della testiera. Sulla sua gola brillava la collana che portava e io sfiorai quella che avevo al collo. Un regalo. Quello che mi aveva fatto in quel Natale che credevo di dover passare senza di lei, ma che in realtà era stato il più bello della mia vita.
Chiusi gli occhi e ripensai a Yngvarr, a quello che aveva cercato di fare: portarmela via per sempre, tra dolore e sofferenza. Strinsi l'ala bianca nel pugno. Non sarebbe successo mai più. Niente e nessuno avrebbe fatto del male a Rebecca.
Lì, steso accanto a lei, non mi resi conto di una cosa: ero un bugiardo. Ero un terribile bugiardo e uno scemo, proprio come aveva detto lei.
Perdonami, Rebecca. Qualunque cosa accada, perdonami.

Quando mi svegliai, mi accorsi che faceva freddo.
Mi girai nel letto e vidi Markkos dormire accanto a me. Svoltami dall'altra parte, guardai l'orologio: le sette. Chiusi gli occhi e scossi la testa. Cercando di non fare troppo rumore, mi alzai, infilai la tuta appoggiata sulla sedia e andai in sala. Afferrai il telefono e chiamai Anna, la mia segretaria.
Come al solito, rispose immediatamente. Ancora una volta mi chiesi se dormisse mai o se passasse le notti di locale in locale, come facevano i vampiri più libertini.
La sua voce mi riscosse. «Rebecca, sei tu?»
«Sì, colpevole», risposi a bassa voce.
«Stai bene?» chiese con una punta di preoccupazione.
«Sì, sto bene, ma non voglio svegliare Markkos. Volevo dirti che ho bisogno di ferie.»
Lei scoppiò a ridere.
«Dai, Anna, in questi mesi sono stata brava. Da gennaio non ho fatto un'assenza né un ritardo e, considera che, essendo il capo, me lo sarei potuta permettere senza remore. Starò via un paio di giorni, ma almeno questa volta non mi servono per combattere qualche pazzo che mi vuole morta.»
«Ok... ok... ho capito», rispose lei, continuando a ridere. «Lo dirò alle altre, ma non gufartela troppo. Non ti pare di essere in pace da troppo tempo?»
«Anna!» urlai, lasciandomi cadere sul divano. «Non dirlo nemmeno per scherzo, ti prego!» E riattaccai.
Sulla parete di fronte era appeso il dipinto che Hart mi aveva regalato per Natale. Era un quadro bellissimo che ritraeva me e Markkos, ma era costato molto dolore, e quel pensiero mi riportò alle parole di Anna. In un certo senso aveva ragione: non sarebbe durata. Ero consapevole che, presto o tardi, qualcos'altro mi avrebbe investito in pieno con il suo carico di desolazione e lacrime.
Sospirando chiusi gli occhi e, quando li riaprii, urlai. Mi alzai di scatto, ma quello che avevo visto non c'era più.
«Rebecca, cosa succede?» chiese Markkos, uscendo dalla camera da letto.
Senza rispondergli, mi avvicinai al muro e cominciai a strofinarlo con la mano.
«Rebecca!» mi chiamò di nuovo, ma io lo ignorai e continuai a sfregare l'intonaco.
Non c'era nulla. Prima, però, sì.
Mi voltai a guardarlo. «Scusa! Ti ho svegliato bruscamente. Prima... il muro mi pareva rosso.»
«Rosso?» chiese, preoccupato. «Rosso... rosso sangue?»
«No. Mi pareva proprio rosso. Come se fosse un altro muro, un'altra casa.»
In silenzio, lui si mise a esaminare la parete. Sapevo che negli ultimi mesi mi aveva tenuta d'occhio: ogni mio momento di agitazione o qualsiasi mia preoccupazione lo inquietavano. Come me, Markkos temeva che da un momento all'altro qualcosa potesse colpirci.
Dopo la lotta con Yngvarr, dopo aver rischiato di perdere il controllo di me stessa ed essermi ritrovata con un pugnale nel cuore, gli avevo promesso di raccontargli qualsiasi cosa mi accadesse, e di farlo subito. Qualsiasi cosa. E avrei cercato di mantenere quella promessa.
Mi avvicinai a lui e gli sfiorai un braccio. «Avanti, Markkos, è tutto a posto. Lo sai che ogni tanto i miei poteri fanno i pazzi.»
Lui mi fissò con i suoi splendidi occhi color del mare profondo e io sorrisi, cercando di calmarlo.
«Va bene, ma se succede qualcos'altro, dimmelo!»
Annuii e mi diressi verso la camera.
«E adesso dove vai?»
«Mi cambio. Il mio cappuccino mi aspetta», risposi, entrando nella stanza.
Anche se non potevo vederlo, sapevo che in quel momento stava sorridendo.

Dopo mezz'ora, più altri dieci minuti volati tra minacce di morte per convincere Markkos a far guidare me, arrivammo da Lukas.
Appena ci vide entrare, Lukas uscì da dietro il bancone, ci venne incontro e mi diede un bacio sulla fronte.
«Buongiorno!» esclamò allegro, indicandomi un tavolo.
Mentre mi sedevo, Markkos sparì nel retro: ovviamente anche lui doveva fare colazione. Non a base di latte, ma pur sempre colazione. Lukas mi mise davanti una tazza fumante, poi si sedette accanto a me.
«Non dovresti essere in ufficio?» chiese.
«Sì, dovrei, ma sono in ferie.»
Appena lo dissi, sgranò gli occhi. «Perché?» esclamò, preoccupato.
«Perché sono stanca e ho bisogno di riposare e oziare un po'. Stai tranquillo.»
Lui annuì, sollevato. In quel momento Markkos uscì dal retro e si sedette a sua volta al nostro tavolo.
«Allora, Markkos, visto che Rebecca è in ferie, cosa pensate di fare?»
Markkos fissò prima me, poi Lukas. «Eh?» chiese, sorpreso.
«Non lo sapevi?» domandò Lukas, e Markkos mi squadrò.
«No, non lo sapevo. Vero, Rebecca?»
Misi giù la tazza vuota del cappuccino. «Scusa. Stamattina ho chiamato Anna e mi sono dimenticata di dirtelo... colpa del muro rosso.»
Non appena lo pronunciai, Lukas mi fissò attentamente, come se volesse trapassarmi il cranio con i suoi occhi color erba fresca. «Quale muro rosso?»
«Niente di che. Stamattina mi è sembrato che il muro di casa mia fosse rosso. Non so, è stata una cosa rapida e non sono nemmeno sicura che sia successo davvero. In più, sono in ferie e voglio solo rilassarmi.»
I due vampiri si fissarono con serietà, poi tornarono a guardare me. La faccenda era chiara: non sarebbe stata una vera vacanza se prima non avessimo scoperto il motivo di quel muro rosso.
In quel momento il mio cellulare squillò. Non feci in tempo a prenderlo che Markkos me lo porse, sorridendo.
«È Alice.»
«Grazie. Non sapevo di avere un segretario personale.» Risposi e sentii dall'altra parte la voce allegra della mia migliore amica.
«Rebecca, sei una disgraziata fannullona!» esclamò, e io scoppiai a ridere.
«Hai chiamato prima in ufficio, vero?»
«Certo! Data l'ora... E mi hanno detto che sei in ferie.»
«Io sono il capo e faccio come voglio», esclamai con sussiego, e questa volta fu lei a scoppiare a ridere.
«Comunque, Alice, perché mi hai chiamata?»
«Ho appena sentito Irene e mi ha proposto di andare stasera a provare il pub nuovo che hanno aperto vicino al centro faunistico. Forse per andare in montagna fa ancora un po' freddo, ma il tempo è bello e poi, insomma, parliamo della montagna accanto a casa, mica delle Alpi! Che ne dici? Tu sei una patita di quel posto: qualche mese fa, ogni volta che ti chiamavo, mi rispondevi che eri lassù!»
Restai in silenzio per un attimo. Non andavo in montagna per fare delle tranquille passeggiate e, tra gli allenamenti per studiare i miei poteri, la ricerca della caverna di Markkos e l'incontro con Yngvarr dopo l'aggressione alle due ragazze, quel luogo iniziava a starmi un po' antipatico. Comunque Alice aveva ragione: quel posto mi era sempre piaciuto molto.
«Beh, ultimamente io e la montagna abbiamo avuto qualche divergenza, ma forse il nuovo pub potrebbe riconciliarci. Ci vediamo là verso le dieci?»
«Va bene. Vieni sola?»
Guardai gli altri due occupanti del tavolo: stavano scuotendo energicamente la testa.
«Scherzi, vero? Verrò con Markkos e Lukas, e lo dirò anche a Julia, non credo mancherà.» Chiusi gli occhi un istante. «Va bene... Allora ci vediamo là.»
Appena chiusa la telefonata, mi alzai.
«Dove vai?» mi chiese subito Markkos.
«Mi ero dimenticata di un appuntamento. Sbrigo la cosa il più in fretta possibile, così possiamo pensare alla nostra vacanza», risposi, piegandomi per dargli un bacio.
«Va bene. Ci rivediamo qui?» Annuii. «Per l'una?» Annuii di nuovo.
Mentre uscivo dal locale incrociai lo sguardo di Lukas. Sapevo che aveva capito che l'appuntamento era una balla, ma non volevo che Markkos mi seguisse. Non perché gli nascondessi qualcosa, ma perché volevo poter parlare liberamente e perché, in fondo, ero preoccupata per qualcuno che faceva parte della mia vita e aveva un passato molto pesante.
Sara Marino
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