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Self Publishing. In passato è stato il sogno nascosto di ogni autore che, allo stesso tempo, lo considerava un ripiego. Se da un lato poteva essere finalmente la soluzione ai propri sogni artistici, dall'altro aveva il retrogusto di un accomodamento fatto in casa, un piacere derivante da una sorta di onanismo disperato, atto a certificare la proprie capacità senza la necessità di un partner, identificato nella figura di un Editore.
Scrittori si nasce. Siamo operai della parola, oratori, arringatori di folle, tribuni dalla parlantina sciolta, con impresso nel DNA il dono della chiacchiera e la capacità di assumere le vesti di ignoti raccontastorie, sbucati misteriosamente dalla foresta. Siamo figli della dialettica, fratelli dell'ignoto, noi siamo gli agricoltori delle favole antiche e seminiamo di sogni l'altopiano della fantasia.
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Writer Officina
Autore: Leonardo Arci
Titolo: La forma sbagliata delle cose normali
Genere Racconti Umoristici
Lettori 3
La forma sbagliata delle cose normali
Lavapiatti per caso e per noia.

Avevo quindici, forse sedici anni, quell'età in cui tutti i miei coetanei sembravano avere un piano preciso per l'estate — mare, motorini, fidanzatine stagionali, partite infinite di beach volley, tuffi in acqua raccontati come imprese eroiche — mentre io non avevo né il mare né il motorino né la voglia di fingere che mi piacesse passare le giornate a cuocermi al sole come una bistecca dimenticata sulla griglia, anche perché non avevo mai imparato a nuotare e l'idea di entrare in acqua oltre le ginocchia mi dava la stessa tranquillità di uno che non sa nuotare e sa benissimo che, se ci prova, affoga.
E quindi, per evitare tre mesi di noia, umiliazione e sabbia nelle mutande, decisi di lavorare in un ristorante, non perché avvertissi una particolare vocazione o per spirito di sacrificio: semplicemente perché non avevo alternative migliori e perché, in fondo, passare l'estate chiuso da qualche parte a far qualsiasi cosa mi sembrava molto più rassicurante dell'idea di doverla passare all'aperto a non fare un cazzo.
Mi misero a fare il lavapiatti.
Era il gradino più basso della ristorazione e, pur essendone consapevole, l'idea di trascorrere i mesi estivi a lavare piatti sporchi non mi dispiaceva affatto.
La mia postazione era una stanzetta separata dalla cucina da una porta che non si chiudeva mai bene, un cubicolo pieno di vapore, rumore e pentole incrostate che arrivavano come proiettili lanciati dal cuoco nei momenti di nervosismo, e lì dentro, tra una padella e l'altra, avevo trovato un equilibrio tutto mio: mangiavo quello che restava attaccato nelle padelle, inventando una tecnica di lavaggio che definirei rivoluzionaria — mangio e lavo contemporaneamente — e nessuno poteva dirmi niente perché, in fondo, la padella tornava pulita, e se qualcuno avesse avuto qualcosa da ridire avrei potuto sempre rispondere che stavo contribuendo alla lotta contro lo spreco alimentare, che già allora mi sembrava una causa nobile, anche se la verità era che avevo fame, sempre, continuamente, una fame adolescenziale che non si placava mai.
Ma non era solo per questo che stavo lì.
In quella cucina succedevano cose che oggi, a distanza di anni, mi chiedo come siano state possibili senza che nessuno finisse in galera, in ospedale o in un programma di recupero, perché la cucina di quel ristorante non era solo un luogo di lavoro: era un reparto psichiatrico dove convivevano follia, improvvisazione, genialità e stupidità in proporzioni variabili, e dove ogni giorno poteva succedere qualcosa che ti faceva pensare che forse, tutto sommato, non era poi così male non saper nuotare, perché almeno non rischiavo di morire affogato, mentre lì dentro rischiavo al massimo di mettere su qualche chilo extra.
Gran parte di quella follia aveva un nome e un cognome: il cuoco.
Il cuoco, a pensarci oggi, non era il tipico chef nato già stanco, con la faccia scavata da anni di servizio e la saggezza cinica di chi ha visto tutto, come vengono descritti sempre i cuochi. Aveva ventidue, ventitré anni al massimo, un'età in cui non sei né ragazzo né adulto, un'età in cui ti senti immortale e fai cose che solo più tardi capisci essere state pericolose, stupide o entrambe. Era, infatti, nel pieno di quella fase dell'adolescenza in cui prima facevi le cazzate e solo dopo ti chiedevi se fosse il caso di farle.
Era alto, con spalle larghe e braccia forti: uno di quei tipi che sembrano costruiti per il movimento, per il rumore, per il caos, uno che non riusciva a stare fermo nemmeno quando non c'era niente da fare. E infatti si inventava sempre qualcosa: una ricetta nuova, una bestemmia nuova, e qualche modo creativo per farsi male.
Aveva mani segnate non dal tempo ma dalla fretta, tagli freschi, bruciature recenti, piccole ferite che si procurava da solo perché non vedeva l'ora di finire prima; e aveva una voce roca non per l'età ma per le sigarette fumate di nascosto dietro il ristorante e per le urla che si concedeva ogni volta che qualcosa non andava — cioè sempre — una voce che sembrava uscita da un altoparlante difettoso, sempre sul punto di trasformarsi in un urlo, anche quando parlava di cose normali come il meteo o il prezzo dei pomodori, perché lui non aveva un tono medio: aveva solo due registri comunicativi: silenzio e urlo, e il silenzio lo usava pochissimo.
Non aveva la pancia professionale dei cuochi di lungo corso, quella che si conquista con anni di assaggi e turni infiniti, ma una pancia giovane, ancora in costruzione, fatta di panini mangiati al volo, birre bevute troppo in fretta e porzioni extra che si serviva da solo quando nessuno guardava, e che giustificava dicendo «un cuoco magro non è credibile», anche se in realtà era solo un ragazzo affamato che non aveva ancora capito che il metabolismo non sarebbe stato dalla sua parte per sempre.
E soprattutto aveva quella follia buona, quella leggerezza idiota dei vent'anni per cui tutto sia un gioco, che tutto si possa fare tanto poi vediamo. Ed era proprio quella leggerezza — quella miscela di incoscienza, entusiasmo e stupidità creativa — che lo portava a costruire marchingegni per pescare polpi, a lanciare pezzi di legno con uncini come fossero giocattoli, a colpire in testa un cameriere senza nemmeno accorgersene, e a proporre, alle undici di sera, dopo dieci ore di lavoro, di andare a prendere un caffè. E finimmo a Taranto, duecento chilometri più in là, convinti che fosse la cosa più normale del mondo.
Per esempio, c'era stata quella serata in cui qualcuno — probabilmente lui — ebbe l'idea geniale di affittare videocassette porno da tenere in cucina «per rallegrare il lavoro». Non che le guardassimo davvero, anche perché tra il vapore, il rumore della lavastoviglie e le sue urla non si capiva nulla, ma il solo fatto di averle lì, impilate vicino ai sacchi di farina, faceva sembrare la cucina una stanza di adolescenti arrapati più che un posto di lavoro e ci faceva ridere come idioti: bastava che qualcuno dicesse «metti la numero tre» per farci scoppiare a ridere senza motivo, come se avessimo scoperto un segreto che nessuno avrebbe mai potuto toglierci.
Poi c'era stata quella volta che, tra un turno e l'altro, decise di andare nella spiaggia più vicina (distante solo 40 chilometri, ma per lui non era un grande ostacolo) per pescare polpi: aveva costruito un marchingegno assurdo — un filo lunghissimo, un pezzo di legno, un peso di piombo da un lato e un pezzo di lardo dall'altro, con degli uncini per catturare i polpi — una trappola medievale che avrebbe fatto invidia a un pescatore ottocentesco, e noi, convinti di essere dei piccoli Jacques Cousteau, ci mettemmo a lanciarlo in mare con la stessa competenza di due bambini che giocano con un aquilone rotto, finché, durante un lancio particolarmente entusiasta, il marchingegno non gli tornò indietro e si piantò in testa al cameriere, che da quel giorno venne soprannominato “il Polpo”, e che invece di offendersi ne andava pure fiero: quel soprannome era diventato una medaglia al valore da esibire anche fuori da quel ristorante.
E come dimenticare quella serata in cui finimmo di lavorare prima del solito, verso le ventitré, un orario che per noi rappresentava quasi un evento straordinario, una specie di allineamento dei pianeti, e lui propose di andare a prendere un caffè — «un caffè veloce», disse — e noi, che eravamo giovani, stupidi e facilmente influenzabili, salimmo sulla sua Y10 color grigio topo, una macchina che sembrava tenuta insieme da fascette da elettricista, e che però lui guidava come se fosse una berlina tedesca, e partimmo convinti di andare al bar dietro l'angolo, e invece, senza che nessuno lo avesse deciso davvero, ci ritrovammo in macchina da mezz'ora, poi da un'ora, poi da un'ora e mezza, finché non ci accorgemmo che stavamo entrando a Taranto, duecento chilometri più in là, come se fosse la cosa più naturale del mondo, e arrivammo sul lungomare, bevemmo un caffè che sapeva di niente, guardammo il mare — io da lontano, ovviamente — e tornammo indietro come se fosse davvero un caffè veloce, e il giorno dopo nessuno trovò la cosa strana, tranne me, ma non lo dissi a nessuno, perché avevo già capito che in quella cucina la normalità era un concetto negoziabile.
Ecco perché lavoravo lì. Non per vocazione e nemmeno per i soldi (anche se seicentomila lire a sedici anni non erano mica male), ma perché era l'unico posto dove potevo mangiare come un animale senza pagare e senza dover dare conto a nessuno per le cazzate che facevamo.
Non sapevo nuotare e non avevo nessuna intenzione di imparare. Il mare mi faceva schifo: troppa gente, troppa sabbia, troppe facce di cazzo che fingevano di divertirsi. Meglio stare chiuso in quel cesso di stanzetta piena di vapore, a lavare pentole e piatti e a sentire il cuoco che urlava come un pazzo.
Almeno lì nessuno si aspettava che fossi felice, sportivo o normale. Eravamo tutti un po' strani. E non era un problema: in quella cucina un po' stramba, tra padelle unte e videocassette porno, io ci stavo bene.




Solo quello cattivo

Ero uno studente universitario perennemente senza una lira, nel senso letterale della parola: avevo le tasche vuote come la testa di certa gente con cui avrei lavorato, e poi la mia famiglia già mi sopportava abbastanza — abbastanza quanto pesavo, che era tanto, perché mangiavo troppo: era una delle poche cose che mi riusciva bene e non costava niente finché la pagavano gli altri.
Così, per non sentirmi completamente un parassita da divano, avevo trovato un impiego part-time presso un laboratorio privato di analisi chimiche. Una roba che avevo accettato con disgusto, ma per necessità: mi servivano soldi e quello era l'unico lavoro che avevo trovato.
Mi dissero che avrei dovuto gestire l'accettazione. La mia ingenuità di ventenne affamato non mi aiutò a capire esattamente che mansioni avrei dovuto svolgere. E soprattutto: quali rischi avrei corso. Qualcuno, non ricordo bene chi, mi disse «sforzati di sorridere, stai seduto e consegna i numerini.» Non immaginavo — e questo nessuno me lo disse, probabilmente per vigliaccheria — che in un laboratorio di analisi la parola accettazione è un eufemismo per assecondare gente strana, e che questa gente, quando deve farsi bucare un braccio alle sette del mattino a digiuno, diventa la versione peggiore di sé stessa. Una versione che normalmente riesce a nascondere sotto un'apparente educazione, ma che il digiuno associato alla paura degli aghi fanno saltare fuori in pochi istanti.
La prima mattina arrivò un uomo che aveva tutta l'aria di uno che ha trascorso la vita tra laboratori e ospedali, uno di quelli che conoscono ogni corridoio, ogni scorciatoia, ogni infermiera per nome e, purtroppo, ogni modo per lamentarsi senza sembrare del tutto stronzi. Mi porse la ricetta come fosse un documento top secret, la testa alta, l'espressione seria. «Io sono qui dalle cinque», disse. Erano le sei e cinquantadue.
«Perché?», chiesi.
«Perché non si sa mai.»
Partiamo bene, pensai.
Gli diedi il numerino. Lui lo guardò come se gli avessi messo in mano una bolletta dell'Enel inaspettata.
«Ottantadue? Ma io sono qui dalle cinque.»
«Me l'ha detto poco fa.»
Si sedette con la faccia offesa di un bambino a cui hai appena detto che Babbo Natale non esiste e rimase lì a guardare il numerino per venti minuti, ogni tanto rigirandolo tra le dita, come un baro che cambia una carta qualsiasi con quella che gli serve per chiudere una scala reale.
Poi arrivò una donna straniera con un italiano che sembrava assemblato pezzo per pezzo la mattina stessa, recuperando vocaboli sparsi nella sua memoria. Si avvicinò allo sportello con un foglio in mano e un'espressione di chi sa già che la cosa si metterà male. «Io... fare... il sangue. Ma io... come si dice... cadere.»
«Svenire?»
«Sì. Quello.»
«Si sieda.»
«No. Io sedere... e poi cadere lo stesso.»
«Allora stia in piedi.»
«Ma io stare in piedi... e cadere lo stesso anche.»
La guardai. Non sapevo davvero cosa risponderle. La mandai da Umberto, l'infermiere: l'unica persona lì dentro capace di tirarmi fuori da quella situazione assurda.
Il terzo era un ragazzo convinto che il sangue non si rigenerasse perché «il corpo umano è come una borraccia con una capacità fissa e una volta vuota, il danno è fatto.»
«Temo di non aver capito», risposi avvicinando il viso al suo.
«Ho paura che me ne tolgano troppo e rimango senza», disse, con una serietà che non riuscivo a comprendere.
«Non funziona proprio così.»
«E se funziona così solo con me?»
«Sarebbe un miracolo, qualcosa di cui essere fieri.»
Non rise. Del resto, al laboratorio non rideva quasi mai nessuno.
In mezzo a tutto questo c'era lui, Umberto, l'infermiere. Non era un tipo gentile — lo dico senza giudizio, era semplicemente una caratteristica assente con cui era stato programmato — ma era uno di quelli che vivono il prelievo come una missione personale. Per lui ogni vena era un avversario da sconfiggere, un'occasione per dimostrare al mondo che lui, e soltanto lui, poteva trovarla.
Entrava nella sala con l'aria del cecchino che sale sul campanile in attesa che le sue vittime si materializzassero. «Oggi li prendo tutti», diceva, e non era mai del tutto chiaro se parlasse delle vene o dei pazienti. Quando la donna straniera arrivò da lui barcollando, la guardò un secondo e disse: «Si sieda». Lei cadde sulla sedia prima ancora di rispondere. Umberto accennò un sorriso soddisfatto perché, secondo lui, era andata esattamente come aveva previsto.
Il suo metodo per tranquillizzare la gente era semplice: «Non vi preoccupate, se non trovo la vena al primo colpo, la trovo al secondo. O al terzo. O al quarto. Ma la trovo, state tranquilli.»
Una volta un uomo svenne solo sentendolo parlare, prima ancora di entrare in sala. Umberto lo commentò come un buon segno: «Almeno è rilassato.»
Poi c'era Teresa, la collega dell'accettazione, convinta che ogni persona che varcava quella porta avesse bisogno non di un esame del sangue ma di una seduta di psicoterapia. Passava le giornate a interpretare le emozioni degli sconosciuti come una medium di provincia: «Quell'uomo ha paura dell'abbandono», diceva indicando uno che voleva solo sapere dov'era il bagno. «Quella signora ha un trauma irrisolto», diceva di una che aveva perso il numerino.
«Tu hai un'energia ferita», disse a me un martedì mattina, mentre apriva un pacchetto di cracker con la delicatezza di un piccone.
«No, ho solo sonno, stanotte ho studiato fino a tardi.»
«Dici così perché non vuoi affrontare il tuo dolore.»
«Dico così perché è vero, Teresa. Ho dormito quattro ore e ho bevuto un caffè di merda dalla macchinetta.»
«Tu senti molto.»
«Sento che sto per mandare qualcuno a fanculo.»
Non capì l'ironia. Aprì un altro pacchetto.
Tornò alla carica il giorno dopo il ragazzo della borraccia — lo chiamo così perché era esattamente quello: una borraccia con le gambe, convinto di avere una quantità fissa di sangue e di doverla gestire con parsimonia, come uno che in montagna raziona l'acqua. Questa volta aveva portato rinforzi: sua madre. Che non parlò. Si limitò a stare lì, in piedi accanto a lui, con le braccia conserte e un'espressione che diceva io sono qui a testimoniare. Lui ripeté la richiesta: voleva il sangue di ieri. Il suo. Quello specifico.
Intervenne Umberto, con quella grazia che lo contraddistingueva: «Giovanotto, se le avessimo tolto tutto il sangue, lei ora sarebbe sdraiato per terra da qualche altra parte, non qui a rompere le scatole.» Il tizio se ne andò sbattendo la porta con la forza di chi ha ragione su tutto. La madre lo seguì in silenzio, le braccia ancora conserte, la missione fallita.
Ma la goccia vera, quella che fece traboccare il vaso ― forse dovrei dire la provetta! ― fu una signora elegante, profumata, truccata come per un gala, che mi porse la ricetta con un sorriso e disse: «Vorrei fare il prelievo del colesterolo cattivo. Solo quello cattivo. Quello buono lo tengo.»
La guardai. Era seria. Serissima.
In quel momento capii che non stavo svolgendo un lavoro. Stavo scontando una pena comminata in una precedente vita per chissà quale reato.
Quella sera, mentre Teresa mi spiegava che «vedeva in me una stanchezza antica» — e io pensavo che la stanchezza era recentissima, tipo degli ultimi quattro mesi — e mentre Umberto raccontava orgoglioso di aver trovato una vena al primo tentativo, compilai la lettera di dimissioni sul retro di un foglio con gli orari dei prelievi.
Due settimane dopo lavoravo in un ufficio silenzioso. Non c'erano aghi, numerini, gente che sveniva prima ancora di togliersi il cappotto e soprattutto non c'era Teresa che cercava di spiegarmi quale trauma irrisolto avessi.
Teresa, qualche giorno dopo, mi scrisse — fedele al personaggio emotivamente sempre coinvolto — per dirmi che la mia assenza si faceva sentire, che avrei dovuto tornare a lavorare lì. Le risposi con un secco «non ci penso proprio.» «Non capisco», ha risposto.
Umberto lavorava ancora lì. Lo so perché ogni tanto, in certi contesti sociali — cene, aperitivi, code alle poste — incontravo qualcuno che aveva l'espressione di chi era stato in quel laboratorio. E prima ancora che parlasse, sapevo già cosa stava per dire. «Mi ha bucato quattro volte.» Sempre quattro. Non tre, non cinque. Quattro. «Ma alla fine l'ha trovata.»
Li guardavo e pensavo che Umberto un po' ci godesse.
Non dicevo mai che l'avevo conosciuto. Non dicevo che ci avevo lavorato insieme. Mi facevo gli affari miei. Era un periodo della mia vita che preferivo ricordare il meno possibile.

Il bibliotecario dei numeri

Quando mi assunsero nella Biblioteca di Italianistica, mi dissero che avrei iniziato con mansioni semplici. All'epoca non avevo capito che all'università la semplicità non esiste e che anche il compito più elementare può trasformarsi in una faccenda complicata dalla burocrazia, dall'inefficienza e da una quantità imbarazzante di persone che hanno sempre qualcosa di più urgente da fare. Pensai ingenuamente a scaffali da sistemare, etichette da attaccare, qualche ora in un magazzino umido dove almeno nessuno mi avrebbe parlato. Invece mi ritrovai al front office, dietro un bancone di legno consumato, a sentirmi chiedere «quel libro rosso che parla di uno che muore, ma non ricordo chi».
Il primo giorno arrivò un ragazzo che parlava a rate, con le parole che uscivano a pezzi e un intervallo irregolare tra una frase e l'altra. Lo ascoltai per un tempo che mi parve sufficiente per laurearmi, sposarmi e forse anche divorziare, annuendo nei momenti giusti e cercando di non interromperlo. A un certo punto smise di parlare del tutto, mi guardò e ebbi l'impressione che aspettasse un suggerimento, e io gli dissi soltanto:
«Respira, sei tra amici.»
Lui annuì, disse «ehm» un paio di volte e se ne andò senza avermi chiesto nulla. Non tornò mai a chiedermelo, quel libro, se davvero lo cercava.
Qualche giorno dopo capitò una ragazza che aveva l'abitudine, o forse quel giorno soltanto, di rispondere per citazioni. Le chiesi il titolo che cercava e mi rispose con un verso di Pavese. Insistetti, chiedendole se avesse almeno la tessera, e stavolta arrivò Calvino, un po' storpiato. Alla terza domanda mi arresi e le dissi che senza sapere il titolo non potevo aiutarla granché. Se ne andò borbottando qualcosa che suonava come Sanguineti, offesa come se le avessi fatto un complimento nel modo sbagliato.
Il terzo, quello lo riconoscevo ormai da lontano, era un ladro di penne. Non chiedeva libri, non cercava informazioni: entrava, si guardava intorno per qualche secondo e con un gesto svelto ne infilava una in tasca. La prima volta pensai fosse una distrazione mia. La seconda cominciai a contarle prima che arrivasse. La terza gli dissi, quasi ridendo:
«Lo vedo che le prendi.»
Lui sollevò le spalle, un gesto che pareva dire che la cosa non meritasse una vera spiegazione.
«Hanno un buon tratto», disse, e uscì con l'ennesima.
In mezzo a tutto questo c'era Maria Rosa, una delle colleghe. Avevo notato che trovava spesso una scusa per venire alla mia scrivania: una domanda che avrebbe potuto fare a chiunque altro, un aneddoto che non aveva bisogno di essere raccontato proprio a me, qualche minuto fermo lì prima di tornare al suo posto. A volte arrivava con un pacchetto di biscotti e ne apriva uno accanto alla mia sedia, mangiando e parlando finché non decideva che era ora di rimettersi al lavoro. Io rispondevo, distratto da tutto il resto, senza chiedermi perché avesse scelto proprio me.
All'epoca ero concentrato sullo studio e sul lavoro e non avevo molta voglia di occuparmi del resto. Solo ripensandoci dopo ho collegato alcune cose che allora avevo lasciato passare senza darci peso. Maria Rosa era invaghita di me. Io non me ne ero accorto.
L'ultimo giorno che lavorai in biblioteca andai in bagno a lavarmi le mani. Mentre chiudevo il rubinetto mi accorsi che Maria Rosa si era messa accanto a me, allo stesso lavandino, più vicina del necessario. Io continuai a lavarmi le mani un po' più a lungo del dovuto. Lei restò lì, senza dire niente. Alla fine mi asciugai e uscii, e lei non mi seguì subito.
Più tardi, mentre mi preparavo per andare via, mi raggiunse e mi mise un foglietto in mano.
«Chiamami.»
La guardai, feci un sorriso che probabilmente non fu di grande aiuto e non dissi niente. Solo fuori, in strada, aprii il foglietto. C'erano il suo nome, il numero e l'indirizzo.
Lo tenni in tasca per un po', poi lo persi, o forse lo buttai senza accorgermene.
Non l'ho mai chiamata.
C'era anche il professore, un filologo di una certa fama che aveva lo studio accanto all'ingresso: schiena curva, capelli di chi aveva smesso da tempo di considerare il barbiere una necessità. Non veniva in biblioteca per i libri, quelli li conosceva meglio di tutti noi messi insieme. Veniva a fare un giro, a controllare che tutto fosse al proprio posto, o forse solo a vedere quanto ancora riusciva a resistere in quell'ambiente prima di tornarsene nel suo studio.
Entrava, si fermava davanti al bancone e mi chiedeva, sempre nello stesso modo:
«Allora?»
Non saprei dire cosa intendesse davvero con quell'«allora». Una volta, a metà pomeriggio, mi trovò alle prese con uno studente che chiedeva il prestito di un libro che, per quanto riuscissimo a capire io e il catalogo insieme, non era mai esistito. Quando il ragazzo se ne andò brontolando che la biblioteca non funzionava, il professore si avvicinò e disse, senza troppa enfasi:
«Non è colpa sua. È che il mondo ormai legge meno di quanto parli.»
Un'altra volta mi trovò con la testa fra le mani, dopo che una studentessa aveva pianto per venti minuti perché il libro che le serviva risultava in prestito da tre anni. Si sedette accanto a me, cosa che non faceva quasi mai, e per un po' non disse niente. Poi:
«Lei non è fatto per questo lavoro.»
Alzai la testa.
«Come sarebbe?»
«Qui bisogna parlare più di quanto si pensi. Lei fa il contrario.» Fece una pausa: probabilmente stava decidendo se aggiungere altro. «Ci pensi, ogni tanto ci sono lavori dove i numeri contano più delle parole. Magari le si addicono di più.»
«Mi sta consigliando di cambiare mestiere?»
Non rispose subito. Si limitò ad alzarsi, sistemarsi la giacca e avviarsi verso la porta. Solo lì, quasi da fuori, disse:
«Ci pensi.»
Quella sera compilai comunque la richiesta di trasferimento. Sulla carta scrissi che preferivo le mansioni amministrative. La verità era che avevo cominciato a desiderare un lavoro dove nessuno mi chiedesse di spiegare libri inesistenti o mi rubasse le penne senza nemmeno provare a nasconderlo.
Due settimane dopo mi spostarono all'Ufficio Contabilità dell'Ateneo. La stanza era silenziosa, i colleghi parlavano il minimo indispensabile e i numeri, almeno quelli, non avevano bisogno che qualcuno li interpretasse per loro. Mi sedetti alla scrivania, aprii un file Excel, guardai le celle vuote e provai qualcosa che non avrei chiamato felicità, ma che le assomigliava abbastanza.
Il professore si fece vivo una settimana dopo, senza preavviso. Affacciò la testa nell'ufficio, mi vide alla scrivania e annuì, convinto che tutto fosse al suo posto. «Lo sapevo che era qui che doveva finire.»
Non aggiunse molto altro. Salutò, si girò verso la porta e, prima di uscire, disse ancora una cosa, quasi tra sé:
«Anche i numeri, se li si guarda abbastanza a lungo, dicono qualcosa. Almeno loro non mentono.»
Non lo rividi più.
Ogni tanto ripenso a quei mesi in biblioteca: al ragazzo che parlava a rate, alla ragazza delle citazioni, al ladro di penne, al professore. E a Maria Rosa, al bagno dell'ultimo giorno, al biglietto che ho tenuto per un po' prima di perderlo.
Il ladro di penne, tra l'altro, lavora adesso in rettorato. Lo so perché quell'ufficio ordina ogni mese una quantità di penne che si spiega solo in due modi: o redigono trattati internazionali a mano, oppure c'è lui.
Però non ho prove.
Ho solo tanti numeri da inserire in molte celle Excel.

La centrale Enel funziona ancora?

L'esame di Contabilità di Stato era fissato per le nove, e già questo, di per sé, avrebbe dovuto dirmi tutto. Perché le nove per il mio professore era una cosa detta tanto per dire, vaga e non vincolante, proprio come il programma di un qualsiasi partito politico. Può significare le nove, può significare le dieci, può significare le dieci e mezza, e in nessuno di questi casi il professore ritiene di doversi scusare, perché lui non è in ritardo — è semplicemente in un fuso orario suo, personale, che non coincide con quello del resto dell'umanità. L'unica cosa certa, quando un esame è fissato per le nove, è che tu ci sarai alle nove. Lui, forse. Io infatti alle nove ero lì, puntuale, sveglio a metà, con la sensazione di essere arrivato troppo presto a qualcosa che sarebbe iniziato ma senza sapere quando. Erano le nove e mezza e il professore non c'era, alle dieci nemmeno, alle dieci e un quarto avevo già iniziato a costruire nella mia testa una serie di scenari che, più ci pensavo, più mi sembravano plausibili e quasi desiderabili: morto, disperso, rapito da qualche studente che come riscatto richiede solo un voto più alto.
Eravamo una ventina, seduti in quell'aula dove si respirava gesso e umidità, piena di aspettative la maggior parte destinate al fallimento. Le sedie, poi, erano quelle con il ripiano laterale ribaltabile, un'invenzione che non so chi abbia progettato ma che sicuramente nasce da un odio profondo verso le persone alte un metro e ottantasei come me, perché non c'è modo di sedersi lì senza rialzarsi con dolori sui fianchi e sulle chiappe. Fuori pioveva, ma non una pioggia vera, di quelle che ti fanno prendere l'ombrello e inzuppare lo stesso. Era quella merda fine che ti bagna lentamente, e tu sul momento non te ne rendi nemmeno conto.
Il problema, però, non era il professore, né la pioggia, né l'aula strapiena: era che io dovevo andare in bagno. Non era una voglia generica, rimandabile, ma proprio quel bisogno urgente che arriva quando non puoi muoverti, quando sei bloccato, quando l'universo decide che è il momento perfetto per ricordarti che non controlli niente, nemmeno la tua vescica. E più cercavo di ignorarla, più diventava un pensiero fisso, una voce che diceva adesso, adesso, adesso.
Resistetti quaranta minuti, che per me furono un'impresa epica, anche se nessuno mi avrebbe mai dato una medaglia per questo, e quando finalmente mi alzai e sussurrai al vicino di posto «Se arriva, sono in bagno, torno subito», lui annuì con quella faccia da sì, certo, come no, perché aveva già capito che qualcosa stava per accadere.
E infatti, mentre ero in bagno, il professore arrivò.
Quando rientrai, con quella sensazione di leggerezza che dura pochissimo ma che in quel momento ti sembra di essere ringiovanito di cinque anni, lui stava già chiamando i nomi. Si fermò, mi guardò come si guarda un errore di battitura in un documento importante. «Lei è Arci?» «Sì.» «Si lavi bene le orecchie, la mattina.»
Ci fu un silenzio. Avrei voluto rispondergli: «Professore, non è un problema di igiene auricolare, è che sono appena sopravvissuto a un attacco di tenesmo vescicale. La ringrazio per la diagnosi, ma forse dovrebbe lasciare la medicina a chi la capisce» — un modo elegante per mandarlo a fanculo. Invece feci in fretta i conti: lui dà il voto, io non ce l'ho ancora, sto zitto.
«Sì, ha ragione», dissi.
«Si sieda qui vicino a me. Farà l'esame per ultimo.» Naturalmente. Per ultimo. Come un ammonimento, un modo per dire “ti vedo”.
Fare l'esame per ultimo significa assistere a tutti gli altri, uno dopo l'altro, senza potersi distrarre, senza potersi allontanare. Il professore interrogava un ragazzo pallido che stringeva una cartellina con la stessa cura con cui si tiene un oggetto sacro, e ogni tre domande si girava verso di me. «Lei la sa?» «Sì.» Lo dicevo anche quando non sapevo niente, anche quando la domanda riguardava argomenti che avevo studiato e dimenticato con la stessa rapidità con cui si dimenticano i sogni al mattino. Lo dicevo con naturalezza, come si dice buongiorno. Non so se lui ci credesse o se si stesse solo divertendo — propendo per la seconda, aveva quella luce negli occhi di chi osserva un esperimento sociale.
Quando arrivò il mio turno, ero svuotato come uno che ha già dato l'esame tre volte senza aprire bocca. Lui prese la mia scheda, la guardò, e io stavo già formulando mentalmente le prime risposte quando alzò gli occhi e urlò. Urlò proprio, con una voce che rimbalzò sulle pareti e attraversò il muro divisorio verso l'esame di Diritto Amministrativo, ancora in corso dall'altra parte dell'aula.
«LEI È UN RACCOMANDATO!»
Si girarono tutti. Venti, venticinque teste che ruotarono verso di me con quella curiosità innocente e spietata delle folle davanti a qualcuno che sta per fare una brutta figura. Mi sentii morire.
Pensai che lo stesse facendo apposta. Poi pensai a quel mio amico assistente di diritto civile, quello che conosceva il professore, quello che mi aveva detto «tranquillo, se vuoi ci parlo io» con quella sicurezza da faccendiere universitario di provincia. Ma il professore era già andato avanti, con la stessa naturalezza con cui si volta pagina.
«Ho vissuto molti anni nella sua città.»
E cominciò a parlarmi come se fossimo due vecchi al bar, come se l'esame fosse una formalità da sbrigare in un secondo momento e prima ci fosse da sistemare una questione personale in sospeso. Mi parlò del tribunale in cui aveva esercitato, delle procure, dei colleghi di allora. Mi descrisse una trattoria nel centro storico con una precisione topografica che avrebbe fatto invidia a Google Maps, una trattoria che non esiste più da vent'anni e che io non ho mai frequentato. Annuivo. Cosa altro avrei potuto fare? Ero già impostato in modalità assecondalo, qualsiasi cosa dica, tu assecondalo.
Poi si fermò, mi guardò con un'espressione vagamente malinconica, e disse:
«Quella centrale Enel, funziona ancora?»
Per un momento mi chiesi se stesse scherzando, se fosse una domanda d'esame travestita.
«Sì», dissi. «Funziona ancora.»
Non ne avevo la minima idea. Ma ormai il sì era diventato un riflesso.
Poi l'esame vero iniziò e, incredibilmente, non andava affatto male. Avevo studiato sui suoi appunti, e lui lo riconobbe subito, con quella soddisfazione muta di chi sente riecheggiare la propria voce nelle risposte degli altri. Mi rilassai. Pensai: stavolta finisce bene. E quindi, ovviamente, rovinai tutto.
Citai Bennati.
Fu un gesto impulsivo, nato da un eccesso di fiducia, da quella sensazione pericolosa di adesso gliela faccio vedere io. Il professore si irrigidì. Non come chi è sorpreso: come chi è offeso.
«Solo Bennati poteva dare una definizione così mediocre.» E abbassò il voto. Da trenta — lo sentivo, lo vedevo — a ventisette.
Uscii con quel ventisette come si esce con un oggetto che non volevi ma che ormai è tuo, e sul pianerottolo c'era il ragazzo pallido.
«Com'è andata?»
«Ventisette.»
«Buono.»
«Ho citato Bennati.» Pausa.
«E senza Bennati?»
«Trenta, credo.» Annuì come uno che ha già capito tutto e non è contento di niente.
«La prossima volta non strafare.»
«Torno a casa prima che ricominci a piovere» dissi, e me ne andai senza aspettare una risposta.
Fuori pioveva ancora. La centrale Enel, da qualche parte, continuava a funzionare. Bennati, probabilmente, stava scrivendo un altro libro pieno di definizioni mediocri, ignaro di avermi appena costato tre voti. Io strinsi il libretto in tasca e mi avviai verso casa, pensando che in fondo ventisette è un numero come un altro — e che la prossima volta, semplicemente, avrei tenuto la bocca chiusa.
Leonardo Arci
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