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Writer Officina Blog
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Manuale di pubblicazione Amazon KDP. Sempre più autori
emergenti decidono di pubblicarse il proprio libro in Self su Amazon KDP,
ma spesso vengono intimoriti dalle possibili complicazioni tecniche. Questo
articolo offre una spiegazione semplice e dettagliata delle procedure da
seguire e permette il download di alcun file di esempio, sia per il testo
già formattato che per la copertina. |

Self Publishing. In passato è stato il sogno nascosto
di ogni autore che, allo stesso tempo, lo considerava un ripiego. Se da
un lato poteva essere finalmente la soluzione ai propri sogni artistici,
dall'altro aveva il retrogusto di un accomodamento fatto in casa, un piacere
derivante da una sorta di onanismo disperato, atto a certificare la proprie
capacità senza la necessità di un partner, identificato nella
figura di un Editore. |

Scrittori si nasce. Siamo operai della parola, oratori,
arringatori di folle, tribuni dalla parlantina sciolta, con impresso nel
DNA il dono della chiacchiera e la capacità di assumere le vesti
di ignoti raccontastorie, sbucati misteriosamente dalla foresta. Siamo figli
della dialettica, fratelli dell'ignoto, noi siamo gli agricoltori delle
favole antiche e seminiamo di sogni l'altopiano della fantasia. |
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Il mio posto nel mondo
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Il fastidio mi umilia.
Non sono le cose serie a farmi paura o a mandarmi in crisi, perché quelle le affronto con rassegnazione, come quando vado a un funerale e so già che assisterò alla stessa scena di sempre: qualcuno piangerà — i familiari più stretti, più o meno sinceramente — e qualcun altro ne approfitterà per chiedermi se quella vecchia pratica è ancora ferma in Comune. E mentre penso queste cose, mi convinco che in quelle sciagure che mi capitano ci sia una qualche forma di eroismo che io devo assecondare, in silenzio, epicamente. Per esempio, quando mi dissero che forse dovevo operarmi alle emorroidi, annuii con una tale tranquillità che il medico mi chiese se avessi capito bene; e quando il covid mi lasciò in eredità una maledetta polmonite che mi fece pensare che quel cacchio di virus, oltre che pericoloso, fosse anche parecchio figlio di puttana, feci l'uomo che interpreta la parte dell'adulto come si deve: anche se respiravo male e tossivo peggio, continuai a fare finta di niente, perché il dolore vero, quello che ti fa soffrire, almeno ti dà un'aura di dignità, ti dipinge da eroe. Il fastidio no, il fastidio lo trovo umiliante. Penso a quella volta in cui iniziai ad avvertire un fastidio — un misto di bruciore e di dolore — dietro le spalle. Era un brufolo, solo un maledetto, insignificante brufolo del cazzo. Decise di spuntare fuori all'improvviso, come una spia che aveva attraversato le difese nemiche e si era piazzata nel punto esatto del mio corpo dove non avevo difese: non riuscivo a vederlo, non potevo neppure toccarlo, non potevo tentare di schiacciarlo strofinandomi allo spigolo del corridoio senza rischiare di finire al pronto soccorso con un trauma alla colonna vertebrale. Provai anche a raggiungerlo, posizionandomi davanti allo specchio, ruotando il busto come un fenicottero con problemi di equilibrio — proprio ieri su Discovery ne ho visto uno comportarsi così, perciò lo sto usando come similitudine — ma capii che non ce l'avrei fatta da solo, che la mia autonomia non mi avrebbe mai permesso di liberarmene. Da qui la consapevolezza di chiedere aiuto: chiamai mia moglie con la solennità con cui un generale chiede rinforzi quando sa che la battaglia si sta mettendo male. Mi arresi, sì. Lei arrivò con la calma che usa ogni volta che la chiamo, quella calma con cui inizia a fare la lista della spesa seduta in cucina guardandosi intorno per ricordare cosa manca, e mi lanciò un'occhiata veloce, non distratta eh!, ma veloce, di quelle che si danno alla tv mentre passi dal soggiorno alla camera da letto, però intanto mi aveva già giudicato un incapace per averla data vinta a un punto nero. Nostra figlia invece osservava la scena comodamente seduta sul divano, con l'aria di chi assiste a una di quelle scene domestiche che le fanno pensare che in fondo siamo una coppia simpatica, con un padre idiota, certo, ma forse il segreto sta tutto lì. Quando le dissi che quello non era un comune brufolo ma un attentato alla mia dignità, lei rise, mentre mia moglie no, perché si era già calata nella parte del chirurgo talmente abituato a quella roba da non giudicare: lei opera e passa al prossimo grattacapo. Qualche settimana dopo — non mesi, settimane, perché quando le cose ti devono capitare si coordinano per aumentare la loro potenza di fuoco — scoprii di avere un tappo di cerume nell'orecchio destro, una cosa che non faceva male, non era grave, però mi distorceva i suoni, e io non potevo sopportare che i suoni mi arrivassero disturbati come le gracchianti radio di una volta quando faticavano a posizionarsi sulla frequenza esatta. E perché ho bisogno di capire se mia moglie mi sta parlando con affetto o con sarcasmo. Passai un pomeriggio a cercare di pulirmi l'orecchio con la paura di bucarmi il timpano, peggiorando tutto, ovviamente, ma poi cedetti anche questa volta e chiesi aiuto. Lei lasciò cadere il libro, rassegnata perché sapeva che l'operazione non sarebbe durata poco: mi fece sedere mentre diceva orgogliosa «ci penso io», andò in cucina a recuperare il beccuccio con cui si fanno le decorazioni sulle torte — il nostro otoscopio domestico! — e trasformò il soggiorno nel reparto di otorinolaringoiatria dell'ospedale, attrezzature mediche incluse. Inclinò una lampada con mano esperta, guardò dentro come se stesse cercando di far passare il filo nella cruna dell'ago e fece la sua diagnosi: «È solo cerume.» Io protestai perché c'è cerume e cerume: il mio era del peggiore tipo, perché stava seriamente compromettendo il mio udito e questo necessitava di un intervento immediato e risolutivo. Non disse nulla, troppo impegnata a studiare la scena, la posizione, l'occorrente; nostra figlia commentava «portiamolo in ospedale», come se mia moglie fosse l'infermiera del 118 e lei l'autista dell'ambulanza. «Non occorre, non è nulla» disse lei, rendendosi perfettamente conto di avermi appena inferto un colpo frontale all'autostima. Sapevo che non mi conveniva ribattere, non in quel momento, quindi la lasciai fare. Prese dell'acqua calda — «l'ho visto fare a Dr. House», disse, cercando inutilmente di rassicurarmi — che aveva messo sulla fiamma quando era andata a prendere il beccuccio dei dolci, spruzzò con una siringa a cui mi premurai io stesso di togliere l'ago e, di colpo, ritrovai l'udito. I suoni tornarono nitidi, più chiari, e quando mia moglie lo capì, non disse nulla ma che si sentisse orgogliosa glielo leggevo in faccia. Quando l'acqua calda fece il suo miracolo e ripresi a sentire di nuovo tutto, i loro sguardi — di mia moglie e di mia figlia — si incrociarono e iniziarono a ridere. Una risata che non mi diede fastidio perché mi fece capire che sì, sono brontolone e pesante, ma sono il loro brontolone. Io borbottai qualcosa tipo «vabbè, poteva andare peggio», che è la frase che dico sempre quando devo salvare la faccia in qualche modo senza dire praticamente un cazzo. Mia figlia rispose «sì papà, potevi restare sordo per sempre, poi non avresti più potuto sentirmi suonare», e mia moglie le diede una gomitata che voleva essere educativa nelle intenzioni ma finì per sembrare complice nei fatti. E mentre loro sistemavano la lampada e rimettevano a posto la siringa e il beccuccio dei dolci, io rimasi seduto sul divano, con l'orecchio ancora umido, a fare finta di controllare il telefono per non farmi vedere. Perché è proprio in quei momenti — quando mi rimettono in piedi, mi trattano come se fossi fragile ma senza farmelo pesare — che io mi sciolgo davvero. Non lo dico, mi alzo, faccio una battuta scema, mi atteggio a uomo di casa che ha tutto sotto controllo, mentre i loro sguardi furtivamente indugiano su di me. E mentre loro tornano alle loro cose, e io alle mie, mi viene da pensare che forse questi piccoli disastri mi capitano apposta. Per tenermi vicino a loro. Per farmi toccare, guardare, considerare e continuare a essere il loro brontolone.
Domani andrà meglio
Oggi è venuta Carmela, come fa ogni settimana. Resta qui qualche ora, e onestamente non so esattamente cosa faccia. La faccio entrare, scambio due parole di benvenuto e le preparo il caffè senza nemmeno chiederglielo — perché so già che lo accetta, lo ha sempre fatto. Negli anni in cui le ho offerto caffè si è creata una routine così solida che, se un giorno me ne dimenticassi, sono sicuro che se lo preparerebbe da sola, senza nemmeno chiedere il permesso. Poi mi chiudo nello studio a lavorare, che è il mio modo educato di dire che sparisco, che divento invisibile, lasciando spazio a lei e alle sue manovre silenziose, di cui conosco solo il risultato finale: quando esce, la casa profuma di detersivo per pavimenti al limone, un odore che prima non c'era. Non ho ancora capito come faccia né mi interessa più di tanto, in fondo di queste faccende si occupa mia moglie, anche perché è lei che l'ha ingaggiata. Oggi il tema meteorologico era particolarmente invitante perché il caldo era davvero insopportabile: erano le due del pomeriggio, fuori si moriva, e Carmela è entrata con un'aria stanca di chi si è appena fatto quattro piani a piedi, anche se lei era uscita dall'ascensore. «Che caldo, eh?» ha detto. Ho confermato, ho detto «è insopportabile, stanotte mi sono svegliato alle tre e, non riuscendo a riprendere sonno, sono finito a dormire sul divano in pelle del salotto nella speranza di trovare un po' di refrigerio», visto che mia moglie nel letto continua a tenere quel piumone, quello rosso, a tema natalizio — certo che lei avesse già capito a cosa mi riferivo — un piumone che a luglio trasforma il materasso in qualcosa di simile a un panettone imbustato e riscaldato. Carmela ha prima riso, come non le succede così spesso, e poi ha detto che «fa caldo ma poi arriva il freddo e si rimpiange l'estate». Ci fu una breve pausa, come se volessi scegliere con cura le parole e soprattutto il tono, ma ero ancora indeciso. «Io non rimpiango nulla, è solo che odio il caldo, odio l'estate, non la sopporto.» «Allora ami l'inverno.» Ho sentito qualcosa dentro irrigidirsi, un cambio repentino di umore, incontrollabile, e le ho risposto con quel tono che mia moglie chiama il tono, quello che secondo lei mi qualifica come marito pedante più di ogni altra cosa. «Da quando hanno abolito le mezze stagioni?» ho detto. «Se odio l'estate devo per forza amare l'inverno?», come se la preferenza climatica fosse un interruttore con solo due posizioni, come se non esistesse la primavera oppure ottobre, in cui fuori ci sono diciotto gradi e una luce che non spacca gli occhi e l'aria sa di qualcosa che non si riesce a nominare ma che è esattamente la temperatura giusta per stare bene — «io amo quello», ho concluso, non l'inverno. Carmela mi ha guardato con l'espressione di chi aspetta che il semaforo torni verde, ha detto «sì, ma l'inverno è pure bello» e se n'è andata a pulire il bagno. Ho imparato nel tempo che certe persone non ascoltano quello che dici ma aspettano solo che tu finisca. Tonino l'idraulico era il campione indiscusso di questa categoria. Era entrato nella mia vita qualche anno prima, quando avevo comprato la casa ancora in costruzione. Una scelta che mi aveva dato l'illusione di seguire i lavori, dove seguire è un termine impreciso per dire che in realtà annuivo con aria competente mentre operai di vario genere mi spiegavano cose di impianti, boiacche, metrature, esposizioni al sole e coefficienti termici di cui non capivo assolutamente nulla, ma annuivo, perché l'uomo annuisce convintamente quando non capisce e non vuole ammetterlo. Tonino era quello degli impianti idraulici. Un uomo sulla sessantina con le mani grandi e una filosofia del lavoro tutta sua che si poteva definire eccentrica se si voleva essere gentili, e catastrofica se si voleva essere realisti, e che nel mio caso specifico si era tradotta nel corso degli anni in una serie di perdite d'acqua che avevano creato macchie di umidità sui muri, in un'acqua del lavandino che finiva misteriosamente nel piatto doccia per un problema di pendenza delle tubazioni che evidentemente aveva installato seguendo criteri suoi. Tonino era sempre disponibile ad ascoltare i problemi che mi aveva creato e si dimostrava sempre pronto a risolverli. Il problema era come. Sempre nello stesso identico modo: bucare le pareti a caso fino a trovare il punto giusto, con la serenità di chi sa che prima o poi ci si arriva. Con le macchie di umidità aveva proceduto esattamente così: aveva cominciato a forare i muri dicendomi «prima o poi becco quello giusto» — come se stesse giocando a un videogioco dove non devi pagare per avere vite aggiuntive — e alla fine neanche lo aveva trovato, il punto giusto, lasciandosi dietro una parete che sembrava il bersaglio di freccette che trovi in certi pub di periferia. Con il problema del lavandino che scaricava nel piatto doccia aveva proposto la stessa soluzione: scavare, forare, trovare. Ma io lo avevo bloccato, avevo detto «no, Tonino, questa volta no», e lui mi aveva guardato con quella sua espressione bonaria e aveva detto che queste erano case vecchie e gli impianti erano stati fatti secondo norme ormai superate — la casa aveva solo dieci anni e li aveva costruiti lui quegli impianti, tubo per tubo, ma questo evidentemente non era un dettaglio che lo turbava — e poi, come se la prima frase non bastasse, come se sentisse il bisogno di completare il quadro con una seconda pennellata di saggezza popolare, aveva aggiunto: «sbagliando s'impara.» Sbagliando s'impara. Ne dubitavo. Detto poi da un idraulico che sbaglia a tue spese e impara a tue spese e ti lascia le pareti bucate come souvenir del suo percorso di crescita professionale, come se quei buchi fossero le sue firme di presenza ai suoi personalissimi corsi di formazione, quella frase assumeva una qualità quasi ammirevole. Io avevo incassato, avevo detto qualcosa di tagliente che sul momento mi era sembrato adatto a troncare quella conversazione, mentre lui aveva ascoltato con la stessa espressione con cui Carmela aspetta il semaforo verde, e poi era andato via lasciandomi con il lavandino che scaricava nel piatto doccia, cosa che fa tuttora, e che probabilmente farà finché non cambierò casa. La sera mi sono seduto nello studio, ho aperto un libro che stavo leggendo in quei giorni e ho pensato che era stata una giornata pesante, una di quelle giornate in cui le cose girano al contrario. E mentre formulavo questo pensiero, soddisfatto per aver trovato le parole giuste per descrivere la mia sfortuna, mi sono fermato di colpo, ho riletto mentalmente la frase e ho realizzato — improvvisamente ma nitidamente — che stavo pensando anche io per frasi fatte. Una giornata pesante. Le cose che girano al contrario. Due frasi fatte in sequenza, una dietro l'altra, esattamente come Carmela e Tonino. Ho chiuso il libro. Ho guardato fuori dalla finestra, sentivo il caldo fermo e umido di luglio. Sì, domani andrà meglio.
Il mio antistress
Esistono persone a cui non hai mai deciso di voler bene. Non sono solo genitori, nonni o fratelli a cui sei legato da qualcosa che dovrebbe attenere al DNA, suppongo. Perché volere bene non è quasi mai una scelta consapevole, qualcosa che decidi: succede per una ragione che non capisci, come accadeva quando vivevo alla Casa dello Studente e lasciavo la porta socchiusa e al ritorno ci trovavo i miei amici che mangiavano le mie brioche, e nonostante questo non riuscivo a incazzarmi con loro. È qualcosa che di solito mi irrita perché non posso controllare, ma non sempre, non con Cosimo. Cosimo ha sette anni, vive al piano di sotto, e per lui sono zio Leo. In realtà non sono suo zio. Non siamo nemmeno lontanamente parenti. Eppure, quando suona al campanello e aspetta che apriamo, con quel movimento ondeggiante che tradisce impazienza, quando entra e ci abbraccia come se fossimo stati via per un lungo viaggio e ora siamo tornati, quando se ne va e ripete lo stesso rituale — prima me, poi mia moglie, poi mia figlia, sempre nello stesso ordine come se fosse una tradizione che non può essere alterata — beh, in quei momenti io sono suo zio. Cosimo è uno di quei bambini che sembrano creati con uno scopo ben preciso, con una faccia che non si dimentica: ha un viso tondo e paffuto, capelli sempre cortissimi, occhiali rotondi con una montatura celeste che gli scivolano sul naso ogni volta che ride, e lui ride spesso, con una risata rumorosa che fa ridere anche te, anche se non sai bene perché. Ha quella fisionomia da ragazzino impertinente dei vecchi telefilm, quelli con la fionda in tasca e le scarpe mai allacciate; se ci fossero ancora Le Simpatiche Canaglie, lui farebbe parte del cast, ne sono assolutamente certo. Io lo chiamo il mio antistress. Non è una metafora. Almeno, non solo: è una descrizione tecnica e precisa di quello che accade ogni volta che lo incrocio nel palazzo. La prima volta che l'ho sentito chiamare suo padre, non ci ho capito nulla. Stava parlando con me nel corridoio del condominio e a un certo punto si è girato verso il basso delle scale e ha urlato: «Pino!». Ho guardato anch'io verso le scale, convinto che stesse chiamando qualcuno. Poi mi sono reso conto che stava chiamando suo padre. Suo padre, però, non si chiama Pino né Giuseppe. «Cosimo, ma tuo padre non si chiama Luciano?» Mi ha guardato con quella pazienza lievemente condiscendente che i bambini riservano agli adulti lenti. «Sì.» «E allora perché lo chiami Pino?» «Perché papino è troppo lungo.» Detto così, con la spontaneità e la naturalezza propria dei bambini. Per lui papino è troppo lungo e quindi papino diventa pino, applica un accorciamento anche se non ha ancora studiato l'aferesi a scuola. A sei anni si era già posto il problema di semplificare la lingua parlata, mentre noi adulti non facciamo altro che complicarla inutilmente con neologismi e inglesismi pietosi. Da quel giorno anche per me suo padre si chiama Pino. Con gli adulti mi sono sempre comportato in modo un po' cinico, distante, come se stessi osservando il mondo mantenendolo a distanza. Ho usato l'ironia per difendermi, il modo più facile per proteggermi senza sentirmi coinvolto nelle cose. Col tempo, molte persone hanno pensato che quello fosse il mio vero carattere. Con Cosimo tutto questo non esiste, sparisce. Non è una cosa che decido di fare sforzandomi, anzi, avviene tutto in modo naturale. Lui è una specie di macchina del tempo perché mi fa tornare a quando avevo dieci anni, o forse meno, a quell'età in cui non esiste distanza tra te e le cose e tutto è così diretto, immediato. Come quando una partita a Uno diventa una questione seria. Sì, perché io e Cosimo giochiamo a Uno. E giocare a Uno con Cosimo è un'esperienza che consiglio a chiunque voglia fare un corso accelerato di “regole creative”. Le partite cominciano sempre nella stessa maniera: lui dispone le carte con una concentrazione tale da farmi pensare che quello, per lui, non è solo un gioco, mi spiega le regole come se non le conoscessi — e in effetti, a quanto pare, non le conosco, almeno non la versione attuale — e poi cominciamo. Per i primi due o tre giri tutto fila liscio. Poi arriva il momento in cui la situazione gli si mette contro: ha le carte sbagliate, io sto per vincere, il vento soffia nella mia direzione. Ed è lì che le regole cambiano. In modo sottile, naturale, senza dichiarazioni solenni. Con spontaneità ammirevole lui inizia una revisione continua del regolamento come se fosse sempre successo così, come se fossi io quello che non aveva capito. «Non puoi buttare questa carta, anche se è dello stesso colore», mi dice. «Ma questo prima si poteva fare.» «No, zio Leo. Te lo giuro.» E mi guarda con quegli occhi tondi e seri dietro gli occhiali celesti con un'espressione che oscilla tra la buona fede e la consapevolezza di stare dicendo una cosa inventata tre secondi prima. Ma in realtà lui non mente nel senso in cui lo intendiamo noi adulti: lui semplicemente improvvisa. Costruisce una realtà alternativa con la stessa leggerezza con cui un adulto sostituisce una lampadina, e poi la difende con una convinzione che molti avvocati si sognano. Io faccio finta di arrabbiarmi e lo assecondo, è il mio modo di stare al gioco: protesto, sollevo obiezioni, dico che non è giusto con quel tono di indignazione accennata che lui sa già non porterà da nessuna parte. E lui ride, quella risata che gli colora il viso come se non riuscisse a trattenerla, gli occhiali che si spostano, e poi torna serio e mi spiega la prossima regola nuova, come se la regola fosse sempre stata lì e fossi io quello che non l'aveva mai letta. Perdo sempre. Lo so dall'inizio che perderò. Lui lo sa che lo so. Ma andiamo avanti lo stesso, perché non è la partita che conta — è tutto il resto attorno alla partita, quell'ora in cui non esiste nient'altro, nessun pensiero, nessuna stanchezza, nessuna distanza da mantenere. Ma Cosimo non è solo le carte. Cosimo è soprattutto le storie. Le racconta con una sicurezza che mi lascia ogni volta leggermente spiazzato, perché non ha ancora capito — o forse ha capito benissimo e non gliene frega nulla — che le bugie funzionano meglio quando hanno qualche aggancio con la realtà. Le sue no. Le racconta con una precisione che non lascia spazio ad alcun dubbio sulla loro attendibilità. Personaggi, luoghi, dettagli. Tutto al posto giusto, tutto con un senso logico preciso. Una domenica sale e mi racconta che ha fatto un colloquio. Un colloquio. A sette anni. Con un signore che gestisce una scuola calcio, mi spiega, una di quelle serie, con il campo vero e le divise e tutto quanto. Il signore lo aveva valutato, gli aveva fatto fare alcuni esercizi e alla fine gli aveva proposto di iscriversi al corso. Racconta tutto questo con quella cadenza pacata di chi riferisce fatti accaduti, con la stessa naturalezza con cui mi direbbe che fuori piove. «Quindi ti sei iscritto?» gli chiedo. «Quando inizi?» Mi guarda. «Non ci vado.» «Come non ci vai? Perché?» «È della Fiorentina quello là.» Pausa. «È tifoso della Fiorentina?» «Sì.» Un “sì” talmente secco e lapidario che mette fine a qualsiasi discussione. Ho chiesto chiarimenti al padre quella stessa sera, giù nei parcheggi dove di solito ci incrociamo quando andiamo a buttare la spazzatura. «Ma se nemmeno ci è andato», mi ha detto, con quella faccia di chi ha smesso da tempo di stupirsi. «Pigro com'è, figurati se va alla scuola calcio.» Sono tornato dentro ridendo da solo. Un'altra volta vuole farmi sentire come ha imparato a leggere. Si siede come se fosse a scuola, prende il libro con le due mani, comincia. Legge bene, con quella concentrazione fisica che hanno i bambini quando ci tengono davvero, con la testa bassa, il dito che scorre sotto le parole. Il titolo è Anna è malata. Arriva a un certo punto, legge più velocemente del solito e io capisco, chissà perché: «Anna è a letto... morta.» Lui alza la testa e mi guarda con quello sguardo — quegli occhi tondi dietro gli occhiali celesti — che è un misto tra l'incredulità e qualcosa che somiglia a irritazione per essere stato interrotto durante un lavoro serio. «Che cazzo è morta!» Ho riso per cinque minuti. Lui ha aspettato che finissi, poi ha ripreso a leggere dall'inizio, più lentamente e scandendo meglio le parole, forse per evitarmi altre brutte figure. Mentre lo guardo — mentre gioca a Uno con le sue regole inventate, mentre legge con quella serietà sproporzionata e commovente, mentre se ne va abbracciando tutti in ordine prima di sparire dietro la porta — mi torna in mente mia figlia alla sua età. Non come ricordo distante. Come un'eco che ritorna nella mia mente. Anche lei aveva quel modo di raccontare le cose con una logica interna perfetta che non temeva obiezioni. Anche lei cambiava le regole dei giochi senza avvisare, convinta che la versione nuova fosse quella originale. Anche lei mi guardava con quella faccia quando dicevo qualcosa che non tornava, quella faccia che dice sei tu quello strano, non io. Con lei adesso è diverso. È cresciuta, è diventata una persona con cui parlare davvero, da pari — e questo mi piace, mi piace molto, è una cosa che non mi aspettavo di apprezzare così tanto. Ma quel registro specifico, quella leggerezza totale, quella capacità di essere completamente presi da una partita a carte come se non esistesse nient'altro — quello è andato. Non si recupera. Non si dovrebbe recuperare, è giusto che vada, è parte di come funziona il tempo. Cosimo quel tempo me lo ridà in prestito. Ogni volta che sale, torno a essere il Leo di dieci anni fa. Quello che si sedeva per terra, che inventava storie strane — ancora oggi io e mia figlia ricordiamo insieme l'assurdità di quella storia su black sheep nascosto sulla collina di fronte casa nostra —, che perdeva a Uno apposta e fingeva di essere furioso, che si lasciava sorprendere da una bugia impossibile raccontata con la faccia più seria del mondo. Non lo so se Cosimo capisce quanto mi fa bene. Probabilmente no. Ha sette anni, pensa alla scuola calcio della Fiorentina e alle regole del gioco Uno. Non pensa a cosa rappresenta per me, e sarebbe sbagliato se lo facesse. Quando se ne va — abbraccio a me, abbraccio a mia moglie, abbraccio a mia figlia, porta che si chiude — resto qualche secondo sulla soglia con quella sensazione strana che non è malinconia ma le ci assomiglia, quella consapevolezza amara che anche questo finirà, che tra qualche anno Cosimo avrà dodici anni e non salirà più ad abbracciarci, che le cose belle con i bambini hanno tutte una scadenza che non trovi scritta da nessuna parte ma che senti lo stesso, in qualche punto impreciso del petto. Lo so. Però intanto ha ancora sette anni. Intanto giochiamo a Uno. Con le sue regole, ovviamente. |
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