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Autore: Giovanni Nebuloni
Titolo: Tu vivrai
Genere Fact-Finding Writing
Lettori 913
Tu vivrai

Sulla soglia dell'ufficio in questura, - Le ombre - mormorò la giovane donna.
Davanti a lei, Livia Ferrari scosse impercettibilmente la testa. In sé sorrise, valutò irrilevanti le parole ascoltate e domandò se fosse la signora Lucrezia Bernardi.
- Sì - rispose Lucrezia. - Mio marito è Andrea Gronchi. -
- Sono le dieci - disse Livia. - Lei è puntualissima e siamo a sua disposizione. -
Notò che la signora, alta come lei, sul metro e settantacinque, era attraente e interessante. Compiaciuta, si scostò dalla porta a vetri smerigliati. Additò una poltroncina e invitò ad accomodarsi.
Lucrezia Bernardi, smarrita, guardò prima s'una mensola la pianta succulente in parte rinsecchita, poi l'ora all'appariscente orologio di metallo bianco metallico e lucido che teneva al polso destro. In ansia, impugnò i manici della borsetta di cuoio a secchiello.
Avanzò con circospezione, il capo chino sulle piastrelle grigie. Piegò e alzò il volto per osservare il giovane di là dalla scrivania e, - Commissario Ferrari... - sussurrò, timidamente.
- Signora - la corresse subito Livia - il commissario Ferrari sono io. -
Lucrezia ricambiò la stretta della mano che le era stata tesa, annuì con la testa.
Sedette e lisciò la gonna a fiori lunga al ginocchio. Portò una mano sulla profonda scollatura della floscia camicia blu con ricami arancione. Tolse il cappellino di paglia dalla falda piatta e mostrò i serici, folti e ondulati capelli castano scuro, con sfumature carminio.
Le arrivavano alle spalle e li teneva all'indietro, larghi ai lati. Evidenziavano il volto triangolare e lievemente abbronzato, la fronte alta, le sopracciglia dritte e cespugliose, le lunghe ciglia, la scarlatta bocca asimmetrica, i zigomi incavati e gli occhi pervinca, truccati e infossati.
Occhi che chiuse per qualche istante.
Li riaprì e, - Ah sì - disse, realizzando soltanto ora che il commissario era una donna.
- Quello al lavoro sul computer è il mio collaboratore - informò Livia. - Lui è il sovrintendente Matteo Garofalo. -
Matteo depose il cellulare. Smise di guardare lo schermo del computer desktop. S'alzò leggermente dalla sedia, abbozzò un inchino, riguardò il cellulare e con tono distaccato, - Presente - disse.
Lucrezia distese le gambe. Diede un'occhiata alle proprie scarpe da tennis usate, quasi logore. Vi era affezionata e ricordò che erano un regalo del marito. Sollevò sopra al naso indice e pollice. Li distanziò come per asciugare lacrime inesistenti e, - Qui non ci sono ombre - farfugliò, in apprensione.
Toccò i seni prosperosi. Spaziò con lo sguardo ovunque nella stanza, non piccola. Sostò a guardare il manifesto di un'esibizione equestre della Polizia di Stato, appeso, un poco storto, a una parete.
Risollevò le gambe e riassaporò il bacio scambiato con il consorte ieri mattina, prima che lui uscisse per andare al lavoro.
Si rianimò e, - Niente ombre - ribadì.
- Qui c'è solo luce, una luce che è naturale - valutò Livia. Guardò con interesse l'orologio del suo interlocutore. Sedette sull'altra poltroncina e si chiese perché capitassero solo a lei i casi più strani. Levò il berretto nero con visiera e fregi. L'adagiò sulla scrivania e ravviò i capelli biondo grano, non lunghi.
Accavallò le gambe nella gonna azzurra dell'impeccabile divisa ordinaria e, - Luce naturale da due finestre su due lati - continuò - Le ombre sono dunque molto relative, o assenti. -
- Fa caldo - disse Lucrezia, agitando le mani davanti al volto. - Dopo la pioggia della notte, oggi c'è il sole. -
- Non abbiamo condizionatori, neanche portatili. -
- Le ombre mi perseguitano, o ammaliano, anche di notte. Ci sono sempre ombre. -
- Le ombre sono ombre. -
- Proprio... -
- Certo - disse Livia, falsamente condiscendente.
Adocchiò Matteo e, con il volto, atteggiò un cenno d'intesa.
Il sottoposto annuì, depose la biro che s'era tenuto in mano e in sé Livia sorrise di nuovo, ma subito s'impensierì. Perché questa donna e il coniuge erano conoscenti o amici del questore, il quale l'aveva convocata appositamente per affidarle il caso, se così si poteva definire. Un caso di cui, anche lui, le era sembrato, sapesse poco o nulla. Le aveva comunque richiesto esplicitamente di trattare con ogni riguardo chi si fosse fatto vivo nel suo ufficio oggi alle dieci, e non era da lei disobbedire all'ordine d'un superiore.
Schiarì la voce con un secco colpo di tosse e, - Quali ombre? - domandò, seria.
- Lo chiedo io a lei - rispose Lucrezia - a voi due. -
- Non capisco, signora. -
- Qui non si può fumare? -
- Fumare? No, tassativamente vietato. -
Lucrezia estrasse dalla borsetta un pacchetto di sigarette non light, e un accendino a benzina ricaricabile. - Le sigarette sono rilassanti - affermò - ansiolitiche. -
- No, signora. -
- Ci sono rilevatori di fumo? -
- Non siamo in ospedale. -
Matteo mise le braccia conserte. Riguardò il suo telefonino e, - Non ancora - celiò.
- Ma fa lo stesso - ammonì Livia, con piglio.
- Mi viene da immaginare che le ombre possano essere fumo - ragionò Lucrezia, gli occhi persi su una delle finestre a vasistas dell'ufficio.
Rinfilò con malcelata tristezza pacchetto di sigarette e accendino nella borsetta. La risistemò sulle gambe e, - No, impossibile - proseguì, come ispirata, con lo sguardo alle lastre color beige forate e fessurate del controsoffitto. - Chi originerebbe il fumo che formerebbe le ombre? D'altronde, anche le ombre devono avere un'origine, ma quale può essere? -
- Signora, lei è venuta da noi per le sue ombre? -
- Perché non volete conoscere delle ombre? -
- Vorremmo sapere anche delle ombre, ma, ripeto, mi scusi, lei è da noi per delle ombre? -
- Non sono qui per le ombre. Possiamo darci del tu? Dovremmo essere coetanee. -
- Ventinove anni, io. -
- Io qualcuno di più, trentadue. -
Livia gettò lo sguardo su Matteo. - Gli stessi anni suoi - disse.
- Io sono Lucrezia. -
- Lo so, e io sono Livia. -
Le chiedevano cos'era successo?, s'angustiò Lucrezia. Strinse il crocefisso della collana girocollo d'argento. Riguardò il pavimento e informò che la ragione per cui aveva varcato il portone ad arco della questura, la ragione per cui ieri pomeriggio s'era rivolta telefonicamente al questore – l'egregio Franco Rugantino, un conoscente del quarantunenne Andrea Gronchi suo marito – era il fatto che Andrea era sparito.
Il signor questore aveva accolto la sua richiesta di recarsi di persona in questura – non in un commissariato qualsiasi – per la relativa denuncia di sparizione e come meglio non avrebbe desiderato, il questore l'aveva rassicurata. Ossia, aveva affermato che avrebbe avuto l'assistenza d'uno degli agenti di maggior spicco della polizia milanese.
Lei aveva seguito le indicazioni del questore ed eccola qua, in questa stanza nella quale si sentiva piccola, e come un pennello secco, irrecuperabile all'uso.
- Tuo marito è scomparso - si commosse Livia. - Come? Quando è scomparso? -
Come, non lo poteva conoscere, disse Lucrezia. Quando, esattamente, le era altrettanto ignoto.
L'aveva visto l'ultima volta ieri mattina, verso le sette.
Loro abitavano a Buccinasco, una cittadina a sud ovest di Milano e tutti i giorni, Andrea usciva presto da casa per andare al lavoro. La sua ditta si trovava in un'altra cittadina limitrofa di Milano, ma a nord. Il nome era Pero, come l'albero e il problema era che Andrea, ieri, non era mai arrivato al posto di lavoro. Di lui s'erano perse le tracce.
- Il suo telefonino? - domandò Livia.
- Muto - rispose Lucrezia - ossia, al momento il numero è irraggiungibile. Ho chiamato il suo smartphone, anche prima di entrare in questo palazzone della questura, ma è sempre irraggiungibile. -
- Le... ti ricordi il numero del telefonino? -
Lucrezia lo fornì.
- Sentito? - disse Livia, rivolta a Matteo, che assicurò: - Procedo! - Il sovrintendente aggiunse: - Chissà che non riusciamo a beccarlo - e iniziò a digitare sulla tastiera del computer.
Allo sguardo interrogativo di Lucrezia, Livia spiegò che alcuni modelli di telefonino, con determinati numeri di serie di vari produttori, si potevano rintracciare anche se spenti, anche se avevano rimosso la batteria.

Giovanni Nebuloni
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