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Writer Officina Blog
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Manuale di pubblicazione Amazon KDP. Sempre più autori
emergenti decidono di pubblicarse il proprio libro in Self su Amazon KDP,
ma spesso vengono intimoriti dalle possibili complicazioni tecniche. Questo
articolo offre una spiegazione semplice e dettagliata delle procedure da
seguire e permette il download di alcun file di esempio, sia per il testo
già formattato che per la copertina. |

Self Publishing. In passato è stato il sogno nascosto
di ogni autore che, allo stesso tempo, lo considerava un ripiego. Se da
un lato poteva essere finalmente la soluzione ai propri sogni artistici,
dall'altro aveva il retrogusto di un accomodamento fatto in casa, un piacere
derivante da una sorta di onanismo disperato, atto a certificare la proprie
capacità senza la necessità di un partner, identificato nella
figura di un Editore. |

Scrittori si nasce. Siamo operai della parola, oratori,
arringatori di folle, tribuni dalla parlantina sciolta, con impresso nel
DNA il dono della chiacchiera e la capacità di assumere le vesti
di ignoti raccontastorie, sbucati misteriosamente dalla foresta. Siamo figli
della dialettica, fratelli dell'ignoto, noi siamo gli agricoltori delle
favole antiche e seminiamo di sogni l'altopiano della fantasia. |
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Vento d'autunno
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Secondo romanzo della serie "Le stagioni dell'amore".
Riflessioni.
A volte mi fermo a pensare che la mia esistenza somiglia incredibilmente a quel soffio che agita gli alberi quando l'estate lascia il passo a una nuova stagione. Mi guardo indietro e vedo che la vita, proprio come il vento d'autunno, non è quasi mai una carezza costante. È forza che decide di soffiare più forte proprio quando pensavo di aver trovato il mio equilibrio. Quel vento che porta via con sé le risate, i ricordi, le promesse nate alla luce di un sole agostano, e li sparge nel tempo, come foglie che non possono più restare attaccate ai rami. È il passaggio naturale della vita. Nulla si perde davvero, tutto cambia forma. Le stagioni si alternano come le fasi dell'esistenza, insegnando che il mutamento non è una fine, bensì una trasformazione necessaria. Ho capito che non devo temere che le raffiche mi portino via qualcosa. Per molto tempo ho cercato di trattenere “foglie” ormai secche, certezze che non mi appartenevano più, versioni di me stessa ormai superate o legami che avevano già dato tutto ciò che potevano dare. Come l'albero non oppone resistenza al vento, ho imparato che lasciar andare non è una perdita, è un atto di pulizia necessario. Se il vento non soffiasse, l'albero rimarrebbe soffocato dal peso di ciò che è ormai privo di vita e non gli serve più. Il vento d'autunno fa rumore, solleva polvere e scompiglia i pensieri, ma dopo il suo passaggio, l'aria sembra più limpida, più respirabile. Questa riflessione mi insegna che il caos che sto vivendo oggi è solo il vento che sta preparando lo spazio per il silenzio dell'inverno, quel momento di calma profonda in cui potrò finalmente ascoltare il battito del mio cuore, lontano dal frastuono delle apparenze, e prepararmi a una nuova primavera. In fondo, non siamo fatti per restare sempre verdi, ma per cambiare colore, qualche volta piegarsi e cadere, per poi rialzarsi e tornare più forti.
1 - QUATTRO SCATOLONI
Bianca
Ci sono scatoloni che restano chiusi per pigrizia e altri che custodiscono una vita in pausa, in attesa di capire dove valga davvero la pena fermarsi. I miei sono ancora lì, ammassati in un angolo della stanza da letto. Li guardo ogni mattina quando mi sveglio. Sono quattro, un numero ridicolmente piccolo per contenere una vita. Uno custodisce i miei libri, un altro i vestiti che non ho ancora avuto bisogno di tirare fuori, mentre negli ultimi due è stipato tutto il resto. Fa un effetto strano, quasi alienante, vedere quattro anni della propria vita rientrare perfettamente in così poco spazio. Sono queste le considerazioni che faccio mentre aspetto che il caffè salga lentamente nella moka. «Scommetto che stai pensando ancora ai tuoi scatoloni.» Mi volto verso Martina che sta entrando in cucina, con addosso una maglietta che ha visto tempi migliori e i capelli tirati su alla rinfusa. Ha quell'aria accogliente che cancella all'istante ogni senso di colpa per avere invaso i suoi spazi. «Ci stavo solo ragionando su» mi giustifico, abbozzando un sorriso. «Ecco, questo è il tuo vero problema» sentenzia lei, sbadigliando. «Ragionare?» «Farlo prima del caffè.» Scuoto la testa. È impossibile rimproverarle qualcosa, soprattutto perché ha sempre ragione. Quasi sempre. Da quando Riccardo se n'è andato... No, da quando io me ne sono andata, i pensieri fanno molto più rumore del silenzio. Prendo due tazze dalla credenza, ci verso dentro del caffè e ne porgo una a Martina prima di sedermi al tavolo, aprendo il portatile. Ormai le mie giornate cominciano tutte nello stesso identico modo, un rito ripetitivo che si consuma tra la posta elettronica, il controllo delle graduatorie, le convocazioni e gli annunci di lavoro. Ieri si è concluso l'anno scolastico e, con il suono dell'ultima campanella, è finito anche il mio incarico. Ogni giugno mi prometto che sarà l'ultimo anno da insegnante precaria, e ogni settembre mi ritrovo a ricominciare da capo. Scorro lentamente le offerte sullo schermo. Supplenze brevi, centri estivi, ripetizioni private, qualche incarico di sostegno o contratti di poche settimane. Niente che assomigli davvero a un posto dove poter mettere radici, o almeno restare abbastanza a lungo da smettere di sentirmi sempre di passaggio. «Ancora niente?» domanda Martina, scrutando la mia espressione. Nego, ma lei insiste. «Vedrai che qualcosa troverai». Annuisco anche se non ne sono convinta. È la stessa bugia consolatoria che mi ripeto ogni volta. Dopo un paio di minuti, però, il computer emette un suono sommesso. È arrivata un'email da un Job Alert. Apro il messaggio quasi senza aspettative e mi ritrovo a leggere un annuncio decisamente insolito. Una famiglia cerca un'istitutrice per il loro bambino durante il periodo estivo. Si richiede laurea in Scienze della formazione primaria, esperienza con i bambini e disponibilità immediata, anche a seguire la famiglia durante alcuni viaggi di lavoro. Tutti requisiti che ho. Sembra troppo bello per essere vero. Rileggo il testo più volte, stringendo la tazza ormai tiepida tra le mani. «Cos'è?» mi domanda Martina, notando che ho smesso di scrollare. «Un annuncio di lavoro decisamente singolare» rispondo, ruotando il portatile verso di lei per farle leggere lo schermo. Martina si sporge a guardare, aggrottando la fronte. «Un'istitutrice? Ma esiste ancora?» «Certo che esiste, anche se oggi si preferisce usare il termine educatrice domiciliare. Però... non so. Non trovi che sia insolita come richiesta?» «Solo perché non parlano di parcheggiare il bambino davanti alla TV?» Commenta lei dopo un attimo, sollevando lo sguardo a incontrare il mio. «Cercano una figura educativa vera. Cavolo, Bianca, sembra scritto apposta per te.» «Non esageriamo adesso» sorrido, schermendomi. «No, davvero. Guarda come è formulato, non cercano una semplice babysitter.» Abbasso di nuovo lo sguardo sullo schermo e rileggo l'annuncio. Martina ha ragione, è un impiego che sembra fatto a posta per me e chi ha scritto quell'annuncio sembra sapere esattamente chi sta cercando. Mi piace perché, da quando insegno, ho imparato che i bambini non hanno bisogno di qualcuno che riempia artificialmente il loro tempo, ma di adulti capaci di essere presenti davvero. Senza pensarci troppo, apro il file del mio curriculum. Lo rileggo per l'ennesima volta, correggo una virgola e poi, ironicamente, la rimetto esattamente dov'era. Sorrido da sola. Forse Martina ha proprio ragione: penso troppo. Allego il documento e resto con il cursore sospeso sul pulsante Invia. Una parte di me vorrebbe aspettare, ricontrollare per l'ennesima volta, ma l'altra sa bene che, se continuo così, finirò per non spedire mai nulla. Premo il tasto. L'e-mail parte e io resto più del necessario a fissare lo schermo immobile, chiedendomi se ho fatto bene a inviarla. Ormai è andata, Bianca. Non ti resta che incrociare le dita e accettare quel che viene. Mi dico mentalmente. «E adesso?» mi chiede Martina, interrompendo l'ipnosi. «E adesso...» rispondo, chiudendo il portatile, «adesso aspetto.»
Tre giorni dopo mi ritrovo davanti a un elegante palazzo nel centro di Milano. Controllo per l'ennesima volta che l'indirizzo scritto sul telefono sia quello giusto. Prendo un respiro profondo, mi sistemo una ciocca di capelli dietro l'orecchio e stringo al petto la cartellina con il curriculum. A mettermi agitazione sono sempre le persone, molto più del colloquio in sé, perché ogni famiglia è un piccolo mondo a parte. E prima ancora di convincere un datore di lavoro, so che bisogna conquistare la fiducia di un bambino. Suono il campanello e, mentre aspetto che qualcuno risponda, mi accorgo che le mie dita stringono la plastica della cartellina con troppa forza. «Calmati» mi dico a mezza voce, «non stai andando a sostenere un esame». Anche se, in un certo senso, questo lo è. Quando il display del videocitofono si accende, mi sforzo di fare un sorriso ancor prima che compaia un volto.
«È andata...» mormoro tra me e me non appena il portone di quell'imponente palazzo si richiude alle mie spalle. Lascio finalmente uscire il fiato che mi sembra di aver trattenuto per un tempo infinito. Non posso sapere con certezza se sia andata bene o male, ma è andata. Mi incammino lentamente verso la fermata della metropolitana, lasciando che la mente ripercorra ogni istante del colloquio e, soprattutto, la figura di Tancredi Monteverdi. Se qualcuno stamattina mi avesse detto che avrei trovato un uomo del genere, probabilmente non ci avrei creduto. Mi ero immaginata il classico padre in carriera, troppo impegnato e distratto per accorgersi davvero di chi ha intorno. Invece ho incontrato un uomo attento, di quelli che preferiscono ascoltare prima di parlare. E poi c'è Luca. Al pensiero del bambino non posso fare a meno di sorridere. Non so ancora se sia stato lui a mettermi a mio agio o se sia stato il contrario. So solo che, quando ha iniziato a ridere ricordandosi la storia dell'ombrello che non si apriva, per qualche istante ho dimenticato persino di essere lì per un lavoro. Era una di quelle risate limpide che riempiono una stanza, di quelle che nascono di getto e non si possono fingere. Arrivo alla fermata e il telefono inizia a vibrare nella borsa. È Martina. «Allora? Com'è andata?» domanda senza nemmeno salutarmi. «Credo sia andata bene» rispondo, cercando di trattenere l'entusiasmo. «Credi?» «Sì... credo.» «Beh, questo non mi sembra affatto il tono di una che pensa di aver fatto un disastro.» «No, in effetti no.» «Quindi?» Guardo passare i vagoni della metropolitana sulla banchina, quasi senza vederli. «Domani incontrerò la mamma di Luca, Aurora.» «Ah» commenta Martina. Basta quella semplice sillaba tra noi, perché entrambe sappiamo perfettamente cosa significa. Un padre può lasciarsi convincere dalle competenze o dalla simpatia, ma una madre sta affidando a una sconosciuta il bene più prezioso che ha al mondo. «Andrà bene anche domani, vedrai» aggiunge poi la mia amica, cercando di rassicurarmi. «Lo spero davvero.»
Il colloquio con Aurora dura molto meno di quanto immaginavo. È una donna profondamente diversa da come l'avevo dipinta nella mia testa. Mi fa domande precise, ascolta le mie risposte con attenzione e mi osserva. Ho l'impressione che non cerchi la risposta perfetta da manuale. Vuole capire che tipo di persona ci sia dietro al ruolo di insegnante. Quando ci salutiamo mi rivolge un sorriso gentile, ma non abbastanza aperto da permettermi di decifrare cosa stia pensando davvero. Ed è giusto così. Esco dall'edificio con la stessa identica sensazione del giorno prima. Ho fatto tutto quello che potevo, ho mostrato chi sono. Il resto, ormai, non dipende più da me. La sera stessa, mentre aiuto Martina ad apparecchiare la tavola per la cena, il telefono vibra sul ripiano di legno. Istintivamente abbasso lo sguardo e il cuore fa un piccolo balzo nel petto quando sul display leggo il nome di Tancredi Monteverdi, per un attimo dimentico persino cosa sto facendo. Non è paura, è solo quel momento sospeso in cui capisci che, qualunque cosa sentirai tra pochi secondi, la tua vita prenderà una direzione diversa. Prendo un respiro profondo, appoggio i piatti e sfioro il tasto verde per rispondere. |
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