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Scrittori si nasce. Siamo operai della parola, oratori, arringatori di folle, tribuni dalla parlantina sciolta, con impresso nel DNA il dono della chiacchiera e la capacità di assumere le vesti di ignoti raccontastorie, sbucati misteriosamente dalla foresta. Siamo figli della dialettica, fratelli dell'ignoto, noi siamo gli agricoltori delle favole antiche e seminiamo di sogni l'altopiano della fantasia.
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Writer Officina
Autore: Mariangela Galante
Titolo: Ma tu che lavoro fai?
Genere Racconto Autobiografico
Lettori 34
Ma tu che lavoro fai?
Storia di una partita iva ironica e divertita.

Il mio primo e unico stage l'ho fatto nell'aprile del 2013. Da allora, ho perso il conto delle volte in cui mi è stato chiesto: Ma tu che lavoro fai?, con tono altisonante. Dopo svariate riflessioni, ho capito che questo è il titolo perfetto per un libro che vuole raccontare la vita di chi, armata di partita IVA, naviga tra una burocrazia ancora sconosciuta e l'illusione di essere libera. Chi sogna di lavorare 12 ore al giorno senza ferie, né malattia, rincorrendo obiettivi mensili? Chi sogna l'autonomia, direte. Quella cosa che ti fa sentire un eroe mentre ogni settimana affronti un'interminabile serie di scadenze fiscali e clienti che credono che il tuo lavoro debba essere retribuito come un cappuccino e ti paghino come se tu stessi vendendo caramelle alla sagra del paese? Sì, quella. E, naturalmente, anche per l'immensa soddisfazione di rispondere alla domanda Ma tu che lavoro fai? con un sorriso che nasconde il terrore: mi occupo di Comunicazione presso una società di consulenza che è anche una testata giornalistica. Roma, 2013.

Ai tempi del mio stage avevo 26 anni. E quando qualcuno mi chiedeva: ma tu che lavoro fai? La risposta più semplice era: niente, ma mi diverto un sacco! Per cominciare, ero un'esperta di multitasking. La gente pensa che significhi fare mille cose contemporaneamente con successo. In realtà, è quasi così. La verità è questa: il multitasking è un'abilità che consiste nel non fare nulla bene, ma farlo in contemporanea. Ero sempre occupata, in pratica, a sembrare produttiva, ma alla fine della giornata potevo vantarmi solo di aver fatto una cosa un po' male, ma molto velocemente. All'epoca ricoprivo anche il ruolo di problem solver, che in realtà si traduceva in: insegno agli altri come risolvere problemi che, nel frattempo, ho creato da sola. Poi, all'inizio, in quel di Roma, c'era anche la parte delle riunioni interminabili. In quegli anni, ho partecipato a più riunioni di quante ne possa contare. Sospetto che alcuni dei miei colleghi non abbiano mai veramente partecipato a una riunione: entrano in una stanza, si siedono, annuiscono e poi, magicamente, riescono a mantenere un'aria di competenza anche mentre sono completamente persi. La chiave è non dire mai niente di sensato, ma farlo con assoluta convinzione. Ottima osservazione, Maria! Sarebbe interessante approfondire... ed ecco fatto. La riunione può continuare a perpetuarsi, mentre io guardo l'orologio e conto i minuti fino alla fine. Io non riuscivo a fingere: se una cosa non la capisco, ce l'ho scritto in fronte. Le riunioni interminabili sono una vera e propria risorsa inestimabile per chi ha tempo da perdere, come i capi che le organizzano con la stessa dedizione di chi prepara un pranzo festivo. Del resto, perché risolvere i problemi in modo rapido ed efficiente quando si può invece allungare il brodo con discussioni che nessuno ascolta e argomenti che nessuno capisce? I collaboratori, che magari avevano piani migliori come lavorare o respirare, sono costretti a subire ore di monotone chiacchiere, in cui ogni intervento è un capolavoro di inutilità. È un po' come una tortura, ma almeno inizia con un pizzico di speranza: Oggi finirà presto, sono solo tre ore. L'unico vero risultato? Far sentire i capi importanti mentre i collaboratori si arrendono, piano piano, alla bellezza della loro inutilità. Ebbene, non è proprio esilarante come inizio ma questo fu il mio.

Roma, si sa, è una città che dà e toglie, come un parente ricco che ti promette un'eredità cospicua e alla fine ti lascia in mano solo un vecchio quadro sbiadito. Ti accoglie a braccia aperte, ti fa innamorare con il suo caos affascinante e con il suo patrimonio storico, che sembra sussurrarti: Qui ogni pietra ha una storia. Ma ben presto ti accorgi che Roma è anche un'esperta nell'arte di togliere. Il traffico? Ti regala la possibilità di esplorare ogni singola via, ma ti ruba ore di vita. La bellezza dei monumenti? Ti offre cultura a ogni angolo, ma ti prosciuga la pazienza quando provi a scattare una foto senza orde di turisti in posa. E non dimentichiamoci della sua straordinaria abilità di regalarti il caldo del deserto a gennaio, facendoti dubitare che esista davvero un inverno. Ma nonostante tutto, Roma è come una relazione complicata: ti riserva momenti indimenticabili, ma poi, quando meno te lo aspetti, ti prosciuga energia, soldi e, se non stai attento, anche la fede nell'umanità. Roma, 2013. Che tempismo incredibile per la mia prima esperienza lavorativa! Un'idea brillante, di quelle che ti fanno esclamare che fortuna, non vedo l'ora!, mentre ti prepari ad immergerti nel meraviglioso caos della burocrazia capitolina. Perché non c'è nulla di più motivante che iniziare a lavorare in una città dove il concetto di organizzazione è tanto impalpabile quanto il traffico, che sembra trasformare ogni tragitto in un percorso a ostacoli. Quante volte mi sono sentita un'eroina moderna, alle prese non solo con le sfide del lavoro, ma anche con le interminabili attese al pronto soccorso amministrativo, dove tra un timbro e l'altro hai tutto il tempo di meditare sul senso della vita. Roma ti insegna che la puntualità è un concetto flessibile e che una riunione veloce può tranquillamente protrarsi fino all'anno successivo. Perché, scusate, cosa c'è di più affascinante che annegare tra mail, fraintendimenti e scadenze che si allungano come elastici? E se qualcuno ti chiedeva di uscire un po' prima? Ma certo, non ci sono problemi... se vuoi rischiare di dover tornare a casa alle 10 di sera, certo! Perché Roma ti insegna a fare i conti con la tua pazienza e con la capacità di sorridere mentre ti arrabatti, perché tra un'imprevista interruzione e una pausa caffè che si trasforma in un'ora di chiacchiere, il tuo spirito lavorativo diventa indistruttibile. E cosa c'è di più formativo di una città che ti insegna a destreggiarti tra caos, inconvenienti e un po' di ironia? Era questo il mio destino? Ne ero fermamente convinta, ai tempi.

La reale valenza di uno stage

Lo stage. Il sogno di ogni giovane laureato che, col cuore gonfio di speranza, si tuffa nel mondo del lavoro convinto di aver trovato la chiave d'accesso alla carriera perfetta. Un po' come quei ragazzi che mettono piede in palestra per la prima volta, carichi di motivazione e determinazione, convinti di trasformarsi nei nuovi Arnold Schwarzenegger. Ma, come in ogni palestra che si rispetti, la realtà dello stage è che passi più tempo a fare stretching mentale che a sollevare pesi (e, di solito, è più la tua pazienza a sudare che i tuoi muscoli).

Immagina la scena: è il tuo primo giorno di stage, hai il sorriso entusiasta stampato in faccia, il cuore che batte a mille e il tuo completo da futura dirigente (stirato male, perché si sa... la vita da fuori sede), con tanto di tacchi, pure. Il tuo capo ti accoglie con una pacca sulla spalla che, in quel momento, ti sembra un'investitura ufficiale. Ti siedi, guardi il monitor e ti chiedi se, in fondo, non fosse meglio fare la barista, come ti avevano suggerito i tuoi amici.

Benvenuta! Allora, cosa sai fare? ti chiede, con un tono che è un mix tra l'interesse genuino e la consapevolezza che la risposta sarà inevitabilmente qualcosa di vagamente utile, come saper scrivere un'email o sapere che il caffè si prepara con l'acqua calda. Beh, so fare un po' di tutto!, rispondi con un entusiasmo che neanche un'emergente sul palco che apre il concerto di Vasco Rossi. Il capo ti guarda con occhi perplessi, probabilmente si chiede in che mondo ti abbiano preparato all'università, ma non dice nulla. Ti dà una pila di documenti da archiviare e ti dice che dovrai fare pratica con il sistema gestionale. Ti siedi, di nuovo, guardi il monitor e ti chiedi, nuovamente, se forse in fondo era meglio fare la barista come avevano suggerito i tuoi amici.

Il primo giorno di stage è come un primo appuntamento: all'inizio sembra promettente, ma basta poco per capire che la magia è un'illusione. Sì, perché dopo la fase iniziale di apprendimento (che si traduce in metti i documenti in ordine, per favore, che siamo in ritardo con la scadenza), inizia la vera esperienza da stagista: la capacità di fare il fantasma. Avete presente diventare invisibile? I tuoi colleghi, quelli che sembrano degli esperti di ogni cosa, ti guardano solo quando hai bisogno di un consiglio tecnico sulle cose più banali, ma quando si tratta di veri progetti, sei completamente invisibile.

Mi scuso, ma devo andare a una riunione. Ti prego, continua a guardare i dati mentre io mi faccio un bel briefing, ti dicono. E tu, ovviamente, obbedisci, anche se quel briefing non è altro che una riunione in cui si parla di quanto sia difficile decidere quale toner comprare per la stampante. Ma tu, lo sai, stai crescendo.

E poi c'è il grande mito: l'esperienza. Il Sacro Graal del mondo del lavoro, la ragione per cui tanti accettano di essere sottopagati senza fiatare. Imparerai tantissime cose!, ti dicono. E tu immagini di venire illuminato da conoscenze segrete, rivelazioni epocali su come funziona il mondo del lavoro... e invece finisci a sbagliare un calcolo contabile per il bilancio di tre mesi prima. Impari qualcosa, certo. Ma ciò che impari di più è come sopravvivere a una giornata in ufficio con l'unica risorsa che possiedi: la tua capacità di fingere che tutto stia andando secondo i piani. E questo è davvero un talento che pochi possiedono.

Nel frattempo, i tuoi amici con la carriera già fatta ti inviano messaggi carichi di invidia e ammirazione: stai facendo un'esperienza incredibile. Non so come fai a lavorare in una grande azienda, io sono solo un freelance che non sa nemmeno se arriverà a fine mese. E tu, in quel momento, realizzi che la loro idea di grande azienda è tutta un'illusione. Perché se per loro lavorare in una grande azienda significa avere il proprio ufficio con vista sulla città e partecipare a riunioni con slide pazzesche, per te grande azienda significa sedersi ogni giorno su una sedia scomoda a scrivere report sulle cose più insignificanti. L'unica slide che hai visto in settimana era quella che ti spiegava come aggiornare i dati nel sistema, e la vista che hai è quella di un parcheggio sotto la finestra. Preciso che nel mio caso, la vista dalla finestra era Piazzale Flaminio e, se conoscete un pochino Roma, saprete che è uno dei più bei siti della Capitale. Però, tutto il resto non cambiava.

Ma la vera perla dello stage arriva al momento del feedback. Allora, come ti sembra questo periodo? Hai imparato qualcosa di utile? La domanda è una di quelle che ti fanno sentire un po' come se fossi stato messo sotto interrogatorio, ma non hai altra scelta se non rispondere con un sorriso che grida tutto bene. Sì, direi che sto imparando tantissimo! rispondi. Perché tanto, se non impari a nascondere la tua frustrazione e a rispondere con entusiasmo a domande insensate, davvero cosa avresti imparato in questi mesi? Ti guardano soddisfatti. È tutto ok.

Alla fine, l'esperienza dello stage non è tanto un'opportunità di crescita, quanto un rito di passaggio, un percorso obbligato che tutti devono percorrere per accedere al regno dei lavori veri. Se sei fortunato, ti danno un contratto a tempo determinato e qualche altra opportunità, ma se no, ecco che si torna al punto di partenza. Ma non importa! Come ti hanno insegnato durante lo stage, l'importante non è ciò che fai, ma come sembri fare.

C'era una volta, circa vent'anni fa, una giovane donna alle prese con una delle sfide più grandi della vita moderna: il percorso accademico per chi, sulla carta d'identità, ha scritto 1985. Il suo cammino non seguiva la via delle università classiche, dei corsi standard e delle lezioni...

mattutine che iniziavano alle 9. No, per lei (e per tutti i suoi coetanei) il destino accademico era una montagna di master, esami, e viaggi intercontinentali che avrebbero sicuramente reso orgoglioso chiunque avesse una passione smodata per l'apprendimento e l'auto-realizzazione.

L'idea iniziale era semplice: studiare. Studiare tanto. Studiare il più possibile. Quindi, quando si trovò di fronte a un'università che offre una laurea triennale, qualcuno, molto probabilmente un genio dell'orientamento, suggerì che una sola laurea non sarebbe stata abbastanza. Perché fermarsi lì?, si chiese la nostra protagonista, se posso fare un master, e poi un altro, e poi un altro ancora? La cultura non è mai troppa! E così iniziò una lunga saga accademica che, ironicamente, avrebbe avuto ben poco a che fare con il suo futuro professionale. Almeno, all'inizio.

Vi racconto una storia: il viaggio delle mille lauree presso l'università degli studi della vita

L'Università. Quella di solito è la tappa iniziale del viaggio. All'inizio, sembra essere il centro nevralgico della propria esistenza, un po' come il cuore di una trama che promette mistero, emozioni e momenti di crescita. Ma la permanenza universitaria non è mai come te la raccontano. Non importa quanto le brochure ti facciano credere che tutto sarà un'esperienza formativa unica, un percorso di crescita senza pari. La verità è che la biblioteca diventa la tua migliore amica e le sale studio il rifugio perfetto quando il mondo ti sembra troppo grande e complicato. Per non parlare dell'ufficio informazioni, un luogo mitologico dove, dopo anni passati a studiare teorie per risolvere i dilemmi dell'umanità, ti ritrovi a chiedere: come faccio a passare questo esame?

Dopo tre anni (o magari di più, perché studiare a tempo pieno è così overrated) arriva finalmente la laurea. Ecco il momento in cui la tua famiglia ti guarda con gli occhi pieni di orgoglio, come se avessi conquistato una cima insormontabile. L'alma mater ti consegna il tanto agognato titolo e ti sussurra: complimenti, ora sei pronto per il mondo del lavoro. E tu, giovane intraprendente e sempre pronta a migliorarti, capisci che una sola laurea non basta. Pensi che, forse, se aggiungi un master, o meglio due, magari all'estero, le cose cambieranno. Sarà un investimento. Un altro tassello che ti permette di decifrare finalmente la complessità dell'universo e di entrare, con passi da gigante, in una carriera rispettabile.

E quindi, cominci a scrutare i cataloghi delle università straniere, che ti promettono il master perfetto in Leadership del Futuro o Innovazione per l'Economia Globale. Non che tu abbia mai avuto una passione per il management, ma un master fa curriculum, no? Quindi ti iscrivi, superi il test di ammissione e decidi che sarà un'esperienza indimenticabile. Forse imparerai qualcosa che ti aprirà la mente. E magari, sì, anche quella porta dorata che ti condurrà alla tua posizione ideale in una multinazionale.

Mentre ti prepari per il secondo (o forse il terzo?) master, realizzi che la tua vita sta cambiando, ma non nel modo che avevi immaginato. Intanto il mondo fuori, senza preavviso, ha deciso che il termine curriculum non basta più: ci vuole anche un networking impeccabile, una serie infinita di collegamenti su LinkedIn e mesi (traduzione: anni) passati a tirare fuori idee brillanti, al bar, per poi dimenticarle appena il professore chiede una relazione.

Infatti, al termine del master, finalmente realizzi che potresti passare il resto della tua vita a studiare, a perfezionare, a imparare nuove competenze, ma niente ti garantisce che troverai il lavoro da sogno. Dopo anni trascorsi tra aule e biblioteche, ti guardi allo specchio e ti chiedi se sei davvero pronta per la realtà: un ufficio grigio, una scrivania polverosa e una presentazione da preparare su un argomento che nulla ha a che fare con filosofia antica, teoria economica o gestione strategica. Ti sei laureata, hai superato esami che avrebbero piegato un uomo comune, eppure eccoti lì, a fissare un monitor con il terrore che qualcuno ti chieda: di che cosa ti occupi esattamente?

Inizia così una lunga carriera da esperto di altro, una carriera che ti vede nella tua splendida giacca da ufficio a parlare con colleghi che hanno seguito percorsi molto più concreti per quei tempi. Dopo anni, scoprirò che il mio percorso accademico guadagnerà posizioni su posizioni. Ma siamo ancora nel 2013 e la strada è lunga.

Tu, intanto, sorridi, perché sì, quella laurea ti ha dato delle competenze. Ad esempio, riconosci una buona argomentazione. Ma quando il capo ti chiede un report sulle performance aziendali del trimestre, ti sorprendi a pensare che forse un corso pratico di Excel sarebbe stato più utile di un seminario sulle implicazioni filosofiche della scelta. Ecco, il paradosso.

Dopo quindici anni di corsi, esperienze all'estero, laboratori e studi incessanti, la realtà ti ha messo di fronte alla verità: lo studio è stato fondamentale, ma non per arrivare dove avevi pensato. E ora che hai il tuo stage normale, in ufficio, con varie riunioni interminabili e numeri da analizzare, capisci che forse c'è una certa ironia in tutto ciò. Dopo una laurea triennale, una specialistica e due master professionalizzanti, ti ritrovi a rispondere a email di clienti che vogliono sapere se possono avere lo stesso prodotto con uno sconto del 10%. Sì, proprio così. Durante il mio stage, io facevo anche questo.

La morale di questa storia? Forse non c'è. O forse c'è, ma l'ho dimenticata durante l'ennesima lezione su come scrivere un buon business plan. Studiare può essere divertente, stimolante e persino esilarante. Ma quando ti ritrovi a dover scrivere una presentazione su PowerPoint (sì, siamo sempre nel 2013, AI manco sapevamo cosa fosse) riguardo le modalità di gestione di un nuovo software gestionale, forse ti chiedi se non sarebbe stato più facile fare un buon vecchio tirocinio estivo e cominciare a lavorare un po' prima. Ma va bene così. Perché la vera lezione che ho imparato in tutti questi anni di studi non riguarda tanto quello che ho letto sui libri, ma altro.

Lo stage proseguiva, Roma incalzava e io iniziavo a prenderci le misure. Ma un pensiero aleggiava sempre nei meandri del mio cervello: ah, i trent'anni! (Ne avevo ancora 27, ma ho sempre avuto un lieve problema di anticipo). Un'età magica, che promette stabilità, sicurezza. L'età in cui dovresti finalmente mettere ordine nella tua vita, fare il grande salto, diventare un adulto. Peccato che, arrivati a quel punto, molti di noi si trovano a guardarsi intorno e a chiedersi: come diavolo sono arrivato fin qui? Ma, a ben guardare, il vero quesito esistenziale non è tanto come ci siamo arrivati, ma come mai ci siamo arrivati così tardi.

E la risposta, ovviamente, la sappiamo bene. I genitori. Già, loro. Gli stessi che, con una spavalderia degna di un eroe epico, ci raccontano di come a vent'anni avessero già iniziato a lavorare, a costruire il proprio futuro, a guadagnarsi un posto nel mondo con la forza delle proprie mani e la saggezza del sudore. Eppure, questi racconti, purtroppo per noi Millennial, non sono mai finiti nel dimenticatoio. Sono diventati il nostro modello, il nostro obiettivo: a 30 anni, se non hai fatto niente, sei già un fallito.

Nel frattempo, noi, poveri figli cresciuti con la sensazione di dover essere sempre all'altezza, ci siamo ritrovati a percorrere la famosa strada dell'esperienza. Che poi, cos'è ‘sta esperienza? È una di quelle cose che ti dicono i tuoi genitori, mentre tu ti chiedi dove l'abbiano comprata, perché nel loro caso sembra esserne sempre in abbondanza. Nel nostro, invece, sembra una merce rara, quasi esotica, da cercare su LinkedIn come se fosse un tesoro sepolto, tra stage e tirocini non retribuiti. Quando i nostri genitori ci raccontano di come abbiano iniziato a lavorare a 19 anni, è come se ci stessero parlando di un altro

universo. Loro, infatti, a quell'età avevano già un lavoro fisso, e probabilmente anche un mutuo. E noi? A 19 anni, ci aggiravamo nel mondo universitario come se fosse un parco giochi, sperando che il nostro massimo impegno fosse la scrittura della tesi che, vi assicuro, sarebbe diventata la nostra compagna più fedele nei successivi dieci anni. La tesi, e il perpetuo conflitto interiore tra dedicarsi alla lettura di un testo filosofico o fare una pausa per guardare il nonno di Instagram fare la sua solita performance di danza.

Poi arriva l'epocale momento in cui finisci l'università. E il tuo pensiero è: adesso sono pronto per entrare nel mondo del lavoro! Se non altro, lo speri. Quindi invii centinaia di curriculum, tutti con l'intento di colmare il terribile vuoto che ti assilla: la mancanza di esperienza. Quell'esperienza che sembra essere l'unico passaporto per entrare nel mondo delle persone adulte che hanno capito come funziona. Ma nessuno ti dice che la prima esperienza non è mai una vera e propria esperienza. È un'iniziazione. E come ogni iniziazione che si rispetti, comporta ore infinite di stage, contratti a termine e quella sensazione perenne di essere intrappolato in una versione dell'Inferno dantesco, dove l'unica colpa è quella di essere nata in tempi non propriamente floridi come quelli dei tuoi genitori.

A quel punto, gli anni passano. E, lentamente, l'illusione di avere il controllo sulla propria vita comincia a sfumare. Ma ecco, i trent'anni all'orizzonte. Inizia a diventare una cifra da crescita per eccellenza. I tuoi genitori, che ti guardano in lontananza e ti dicono che è ora che ti prenda le tue responsabilità. La verità, però, è che non c'è ricetta universale per arrivare dove vogliamo arrivare. Non importa quanto ti abbiano raccontato che a 30 anni dovevi già essere in grado di fare miracoli con il tuo curriculum. La vita non funziona così, funziona in modo totalmente diverso.

Quando ti rendi conto che, per quanto tu abbia cercato di tenere il passo, la strada è sempre più lunga di quanto ti abbiano fatto credere, la verità diventa chiara. La vera domanda che ti devi fare non è perché sono arrivato così tardi?, ma come posso godermi finalmente il viaggio, anche se è tutto un po' più lungo di quanto mi aspettassi? Il trucco non è tanto arrivare prima. È magari, un giorno, raccontare anche tu ai tuoi figli quanto è stato difficile iniziare. Ma, almeno ce l'hai fatta. E non è poco, no?

C'è una cosa che ancora non sapete. Facciamo un salto indietro nel tempo, a quando ero ancora una giovane promessa del mondo del marketing e della comunicazione, e la mia carriera si muoveva su binari precari quanto una promessa elettorale. Era appena passato un mese dal mio ingresso in quell'azienda dove stavo facendo il mio emozionantissimo stage. Un mese. Giusto il tempo di ambientarmi, scoprire che il tasto rispondi a tutti è il più pericoloso nella storia delle email e che le riunioni non finiscono mai, ma finché ci metti una faccia abbastanza seria, chiunque ti lascerà parlare.

Poi succede qualcosa di straordinario. Un giorno, il mio ragazzo Francesco, fresco di laurea, mi dice che vorrebbe fare esperienza in un'azienda. Ovviamente, il suo curriculum era una perla di freschezza e speranza, ma con l'entusiasmo di chi non ha mai visto una scadenza per una fattura e non ha mai parlato con un capo nervoso (insomma, lo sapevo già che sarei stata la sua guida inadeguata in un percorso pieno di emozioni forti).

Così, senza pensarci troppo e con la fiducia che solo chi ha già bruciato alcune tappe con il suo contratto precario può avere, decido di prendere il mio telefono e chiamare il capo. Niente di troppo impegnativo, giusto una chiacchierata amichevole... Quindi mi sento carica e decido di fare il passo da vera leader del settore: ehi, ciao! Senti, il mio ragazzo si è appena laureato ed è super motivato. Potrebbe fare una prova con noi come stagista, che ne dici?

Ecco, se mai avessi avuto dubbi sul mio livello di audacia, quel momento li ha tutti dissolti. Come se fossi entrata nella sala riunioni e avessi chiesto c'è spazio per un'altra scrivania? Ah, sì, quella è per il mio ragazzo. Il capo, che di solito era una persona impeccabile e che aveva la pazienza di un santo, si è fatto un lungo silenzio. Ho sentito la sua mente correre più velocemente di una Ferrari, pensando probabilmente: dove trovo lo spazio per qualcuno che non ha mai messo piede in un'azienda come si deve, mentre io sono sommerso di problemi?

Ma, con la tranquillità di chi sa che, quando sei una giovane stagista con un futuro incerto, non hai niente da perdere (e nemmeno il coraggio di capire che stai chiedendo l'impossibile), lui mi ha risposto con una diplomazia che mi ha fatto quasi ridere: beh, se è motivato, possiamo organizzare una prova.

E io, sì certo! il mio ragazzo è un ragazzo brillante e pronto a dare il massimo. Ho trovato una forza, una determinazione, che nemmeno io sapevo di avere. Come se presentare un novello laureato per un tirocinio informatico a un'azienda dove ero appena entrata fosse un atto di coraggio da premiare con una medaglia d'oro. Io mi sentivo così, letteralmente.

Il bello di questa faccenda è che, alla fine, il mio capo ha accettato la proposta. Un'ora dopo, mi sono trovata a spiegare al telefono a Francesco che sembrava ancora più terrorizzato di me davanti a una riunione, che avrebbe dovuto affrontare la settimana di prova con la stessa grinta con cui lui affronta una pizza al sabato sera.

In sintesi, ho avuto la faccia tosta di fare quello che molti avrebbero definito una cavolata, ma in fondo, che cos'è la vita, se non una serie di momenti in cui pensi di fare una cosa innocente e ti ritrovi a cambiare il destino di qualcun altro e pure il tuo? O almeno, questo era il mio pensiero mentre cercavo di convincere il mio capo che non fosse una pessima idea. O magari, chissà, proprio quella faccia tosta è la chiave della felicità.

Ma poi il gusto di fare questa esperienza con Francesco? Quindi, mi raggiunge con la pergamena di laurea appena stampata, piace in ufficio (barba a parte) e sale a bordo. Un secondo stage comincia e si mixa al mio.

Passa qualche mese e le cose cambiano inevitabilmente. Avevamo iniziato da pochissimo quello che molti definiscono il periodo di prova. Lì, in quell'ufficio, ti ritrovi a fare il lavoro di supporto, il che è, come minimo, un eufemismo. Perché, se c'è un supporto che tu offri, quello è un supporto psicologico. Ti rendi conto che il termine stage è un po' come un cappello di carta: sembra prestigioso all'inizio, ma si appiccica alla testa in modo fastidioso e alla fine ti lascia una sensazione di frustrazione e un po' di sudore.

Ricordiamolo. La prima settimana è quella dell'entusiasmo. L'adrenalina è alle stelle. Finalmente puoi indossare la tua giacca nuova, mettere a frutto quella lingua straniera che hai perfezionato con anni di sacrifici (soprattutto nei weekend a guardare serie TV in lingua originale), e, ovviamente, dire quella fatidica frase che hai tanto sognato: sono la nuova stagista, sono pronta a tutto per imparare! Quella frase che ti fa sentire quasi Godzilla, il protagonista della tua personale saga professionale. È un po' come dire Io sono il prescelto in un film, ma il film è noioso, non ha effetti speciali, e il massimo della suspense è capire se riuscirai ad allineare al meglio le fotocopie che hai fatto... per tutto il santo giorno.

Passano i giorni, e arriviamo ad un altro capitolo della mia vita: lo stage noioso in un ambiente noiosissimo. Ti ritrovi a passare intere giornate a riordinare documenti che potrebbero essere tranquillamente messi a posto da una macchina, e, quando sei fortunato, a scrivere mail che sembrano non avere un senso se non quello di perdere tempo. Sei un ingranaggio, piccolissimo, in una macchina complessa. E la cosa peggiore è che nessuno ti spiega se e quando quella macchina ti considererà mai un ingranaggio indispensabile. Nessuno te lo spiega perché, lo capirò dopo, devi diventarlo tu indispensabile.

A volte sospetti che la macchina sia in realtà una macchina del tempo che ti fa tornare indietro, invece che proiettarti nel futuro. Ma non ti arrendi, perché non sei qui per fare domande. Sei qui per imparare.

Il tuo stipendio? Quello è il lato comico della situazione. Ti viene pagato come se stessi facendo un favore a qualcuno. È una specie di gesto benevolo da parte dell'azienda, un piccolo contributo alla tua formazione. Non abbastanza per comprarti il caffè quotidiano ma sufficiente per farti venire la voglia di vendere una delle tue gambe per un aumento di stipendio.

Pazienza, pensi, tutto è un investimento per il futuro. Eppure, anche nei momenti più noiosi, nei più insulsi, c'è sempre un pensiero che ti accompagna: ecco, tra un anno mi diranno che sono pronto, mi daranno un ruolo, un vero lavoro. Ma quel pensiero è come una pubblicità ingannevole. E quando arriva quel tanto atteso momento... no, nel mio caso non arriva. O almeno non in maniera canonica.

Il tragico è che, mentre il tuo stage va avanti, ti accorgi che non si parla mai di evoluzione. Evoluzione in quel contesto è un concetto tanto vago quanto una parola scritta nel cielo con un aereo che passa, che promette molto ma non arriva mai a destinazione. E il tuo capo? Beh, lui è un altro mistero. Un uomo (nel mio caso, pure simpatico e romanaccio) che ti sussurra frasi di incoraggiamento con la stessa serietà di un medico che ti dice che tutto andrà bene mentre ti fa una diagnosi che preferiresti non sentire.

La verità è che il tuo stage ha una data di scadenza, ma nessuno ti dice mai chiaramente quando e come finirà. Forse ti diranno che hai fatto un ottimo lavoro, ma che l'azienda sta attraversando un momento di transizione, come se il futuro dell'azienda dipendesse dalla tua attitudine nel fare le fotocopie. Nel frattempo, ti ritrovi a osservare i colleghi veri, quelli che sono arrivati lì prima di te, che hanno già superato la fase delle fotocopie e ora sono impegnati in riunioni infinite che sembrano non portare mai a nulla.

Ogni tanto, si fermano a guardarti con un sorriso che potrebbe essere di incoraggiamento, ma che invece sembra più una forma di pietà. Non ti preoccupare, anche noi abbiamo iniziato da stagisti, ti dicono, come se questa affermazione potesse lenire la sensazione di insignificanza che ti pervade. Ah, davvero? E che cosa facevate? Io, ad esempio, archiviavo i documenti per ore, risponde uno. E lì capisci che se il

futuro che ti aspetta è fatto di ore e ore di documenti da archiviare, il tuo cuore perde un battito. Eppure, in qualche modo, ci credi ancora.

Ogni tanto, al mattino, cercavo di infondere in me stessa una dose di energia positiva. Ti svegli con l'idea che oggi sarà il giorno in cui tutto cambierà. Sarà il giorno in cui il tuo capo noterà la tua dedizione, il tuo entusiasmo, la tua capacità di risolvere i problemi. Ma arriva l'ora di pranzo, e ti accorgi che, non solo non hai ricevuto complimenti, ma neanche un compito significativo. E il pensiero di andartene prende il sopravvento. Ma non puoi. Non puoi ancora arrenderti, perché quel dannato contratto dice che devi restare fino a una certa data. Perché il mondo là fuori è più incerto. L'incertezza è la tua compagnia fedele ormai, e ogni tanto pensi che sarebbe bello non sapere mai davvero dove ti porterà la vita. Ma sei una guerriera. Non puoi smettere adesso. Non posso smettere adesso che ancora non ho capito bene manco io che lavoro faccio.

Arriva quindi il giorno fatidico. La fine dello stage. Una fine forzata, nel mio caso, perché decido di seguire Francesco in Sicilia. Una fine che mi sorprende come una porta che sbatte senza preavviso. E quando guardai il mio capo, che mi salutò con una stretta di mano che fu sia un arrivederci che un addio, mi chiesi se davvero il tempo che ho speso in quell'ufficio mi avesse insegnato qualcosa.

La verità finale è che scopri che il lavoro non ti cambierà mai come pensavi. Sarà un incontro casuale, una nuova esperienza, un cambiamento imprevisto a farlo. Lo stage, sebbene ti abbia dato qualche piccolo passo, non ti farà mai entrare nella stanza del futuro. Ma, sicuramente, ti ha fatto capire che non è mai troppo tardi. Non importa se il periodo di stage finisce, se sei ancora una giovane donna con sogni da inseguire: la vita è sempre pronta a sorprenderci.

Carico le valigie in autobus, viaggio tutta la notte e all'alba vedo il mare. Gennaio 2014.

La mia isola che cambia, o forse sono io?

Gennaio in Sicilia: un mese che pochi immaginano davvero. Non è certo il tipo di gennaio che trovi a Torino, dove il cielo grigio ti schiaccia come una coperta troppo pesante e l'aria è un taglio sottile. No, il gennaio siciliano è un po' come una presa in giro dei mesi invernali: ti aspetti il freddo, ma arrivi e scopri che la temperatura è tale che potresti tranquillamente andare in giro con un maglioncino di cotone e magari anche un cappello di paglia, in alcune giornate.

Scesa dal traghetto, le prime cose che noto sono quelle strane contraddizioni di sempre. La terra che, sotto il sole che, sì, esiste ancora – e ti strizza l'occhio come per dirti non è finita, il mio inverno è solo un mito – è ancora in qualche modo calda, ma non abbastanza da farti pensare che sia davvero estate. Eppure, da qualche parte, tra il mare e le montagne, c'è una strana danza: la Sicilia, nella sua assurda bellezza, cerca di sussurrarti che non c'è mai una stagione giusta per apprezzarla del tutto.

Quel gennaio, con il suo cielo azzurro che sembra troppo allegro per essere gennaio, mi fa sentire un po' smarrita, come se stessi cercando un inverno che non esiste. E mi chiedo: ma è davvero l'isola che ricordavo?

La Sicilia, in quel periodo, aveva qualcosa di esagerato. Era un paesaggio che sembrava preso da una cartolina, di un artista che non ha paura di giocare con i colori e le ombre. Le montagne in lontananza sono così alte da sembrare quasi finte, come se qualcuno avesse cercato di farle sembrare più imponenti di quanto realmente siano, quasi per darti la sensazione di essere in un sogno. Ma se mi avvicino, riconosco quel paesaggio che non è né completamente aspro né morbido: la roccia e il verde si intrecciano in modo quasi seducente, come se la natura fosse un po' vanitosa.

Eppure, qualcosa mi disturba. Non è il paesaggio, è qualcosa che non riconosco. Lei mi sembra un po' diversa, ma non riesco a capire se lo è davvero o se, più semplicemente, sono io. Ora sono di nuovo qui, a sentire quel ritmo lento che mi sussurra: ricordati, qui non c'è mai fretta. A meno che non ci sia qualcosa da mangiare.

Lascio la costa catanese, nera e imponente, e mi immergo nel verde, nel mio. La mia Sicilia mi guarda con la sua solita aria, quella che ti fa sentire al contempo amato e ignorato. Ma alla fine, in qualche modo, mi fa capire che in questo gennaio non serve altro che un po' di sole, un soffio di vento e un buon piatto di pasta. E tutto mi sembrò incredibile eppure familiare, e forse è proprio questo il suo segreto invincibile.

Fermata di Caltanissetta. Scendo dal bus, intravedo mio Padre sorridente, ricambio, e penso che quel sorriso sia la cosa più bella capitatami nelle ultime settimane.

La vita è più simile a un film low-budget che a un capolavoro di Hollywood

E così sono tornata. Di nuovo in Sicilia. E no, non so ancora bene cosa faccio ogni giorno davanti il pc. Dopo anni passati fuori, spostandomi tra la Milano del Sud, la City e la Città Eterna, mi ritrovo qui, a Caltanissetta. Di nuovo. E non è nemmeno la parte più divertente.

La parte più divertente, o meglio tragica, è che a un certo punto sono finita a fare un lavoro che, onestamente, non so nemmeno io come descrivere. Eppure, eccomi qui. In Sicilia. E ci sono ritornata per caso, come se fosse destino, ma sappiamo tutti che il destino è solo una scusa che usiamo per non ammettere che a volte la vita è solo questione di scelte.

E la cosa incredibile è che, ogni volta che qualcuno mi chiede che tipo di lavoro faccio, mi ritrovo sempre a rispondere con la stessa frase: eh, lavoro in un'azienda... con... ecco... una serie di... compiti che cambiano di giorno in giorno. Sì, insomma, mi occupo di... beh, cose. Come se dicendo cose fosse sufficiente a spiegare la complessità di una posizione che, francamente, nessuno, nemmeno il mio capo, ha mai veramente cercato di delineare. Figuriamoci adesso, con uno stage ancora non propriamente finito e con una distanza di più di mille chilometri a separarci.

Com'è successo? Boh. Un giorno, stavo per caso dando un'occhiata a LinkedIn (che è una di quelle cose in cui mi cavo la coscienza quando non so cosa fare con la mia vita). E, come tutti sappiamo, LinkedIn è quel luogo misterioso dove i lavori ti sembrano una sequenza infinita di buzzwords: esperto di networking, stratega di marketing globale, specialista di soluzioni innovative.

A un certo punto, mi sono trovata a cliccare su un annuncio. Mi pareva interessante, o almeno il titolo mi sembrava interessante: Specialista di Ottimizzazione Aziendale con Focus su Processi Internazionali. Un titolo che mi fece pensare: ok, questo è il lavoro che fa chi sa cosa sta facendo. Non avevo idea di cosa volesse dire ottimizzazione aziendale, ma in quel momento era quello che avevo bisogno di sentire. Ottimizzazione suona bene, no? Ha un che di tecnico, serio, con la promessa che mi sarei occupata di cose importanti, tipo implementare nuove soluzioni che avrebbero cambiato il destino dell'azienda e forse pure del mondo.

Ma poi ho rimesso tutto al suo posto, ho spento il cervello e mi sono ricordata che io un mezzo lavoro lo avevo già, si trattava solo di crederci ancora un pochino in più.

La realtà mi ha colpito in faccia come un'arancina troppo calda. Era strano essere tornata, ma non nel modo in cui avrei immaginato. Non ero tornata a godermi il mare, o a bere un bicchiere di vino con le amiche di sempre. No, ero tornata per scelta e per portare avanti un lavoro che, a pensarci, non avevo mai realmente compreso. Non che fossi mai riuscita a capire il lavoro prima, ma almeno, quando ero fuori, avevo l'illusione che le cose avessero un senso. Ora? No, proprio no.

Il primo giorno in ufficio è stato confuso, come immaginavo, più che altro perché il setting era una scrivania per due in una piccola mansarda, quella di Francesco, non un ufficio. Prima mail del capo: ancora non sappiamo bene dove ci porterà questa nuova avventura ma cerchiamo quanto meno di ottimizzare il flusso di lavoro. Che vuol dire ottimizzare il flusso di lavoro? Non ne avevo la minima idea.

Tuttavia, quella sensazione di incompiuto, quella frustrazione che avevo dentro, è diventata in qualche modo... confortante. Non so se fosse il fatto che fossi di nuovo a casa, tra le strade familiari di una città che non avevo mai davvero apprezzato fino in fondo, o se fosse il fatto che, per la prima volta, avevo l'opportunità di fare qualcosa di assolutamente inutile senza provare rimorso.

Ho iniziato a pensare che forse, in fondo, la vera ottimizzazione fosse quella di non fare niente di veramente importante. E poi, con un bel po' di disincanto, ho capito che il mio lavoro non era tanto quello di ottimizzare l'azienda, quanto di ottimizzare la mia capacità di essere un ingranaggio invisibile in un sistema più grande, di cui, anche da lontano, facevo parte.

Quindi eccomi qui. Eccoci qui. In mansarda, per gli amici mans. Ancora a fare un lavoro che non capisco, che il mio capo non ha ben delineato, e che probabilmente non delineerà ancora per molto. Eppure, sembra che vada tutto bene. O forse no. Ma chi lo sa?
Mariangela Galante
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