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Writer Officina Blog
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Manuale di pubblicazione Amazon KDP. Sempre più autori
emergenti decidono di pubblicarse il proprio libro in Self su Amazon KDP,
ma spesso vengono intimoriti dalle possibili complicazioni tecniche. Questo
articolo offre una spiegazione semplice e dettagliata delle procedure da
seguire e permette il download di alcun file di esempio, sia per il testo
già formattato che per la copertina. |

Self Publishing. In passato è stato il sogno nascosto
di ogni autore che, allo stesso tempo, lo considerava un ripiego. Se da
un lato poteva essere finalmente la soluzione ai propri sogni artistici,
dall'altro aveva il retrogusto di un accomodamento fatto in casa, un piacere
derivante da una sorta di onanismo disperato, atto a certificare la proprie
capacità senza la necessità di un partner, identificato nella
figura di un Editore. |

Scrittori si nasce. Siamo operai della parola, oratori,
arringatori di folle, tribuni dalla parlantina sciolta, con impresso nel
DNA il dono della chiacchiera e la capacità di assumere le vesti
di ignoti raccontastorie, sbucati misteriosamente dalla foresta. Siamo figli
della dialettica, fratelli dell'ignoto, noi siamo gli agricoltori delle
favole antiche e seminiamo di sogni l'altopiano della fantasia. |
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Io sono Gesù di Nazareth
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Prima del mio ricordo. Mia madre conservava una striscia di stoffa troppo corta per ricavarne qualcosa e troppo consumata per rattoppare un vestito. L'avevo vista molte volte in fondo alla cesta, arrotolata attorno a un pezzo di spago, ma quella sera la teneva sulle ginocchia, accanto alla tunica che stava rammendando. La stoffa della tunica era ancora buona. Si era aperta lungo il fianco, dove mi impigliavo quando correvo fra le pietre dietro casa. Mia madre infilò l'ago dalla parte interna, lo fece uscire vicino allo strappo e tirò il filo finché i due lembi tornarono a toccarsi. Aveva una piccola ferita sul pollice. Ogni volta che il filo le sfiorava la pelle, rallentava appena la mano. Io sedevo per terra, con un legnetto fra le dita. Giuseppe me l'aveva dato perché provassi a levigarlo con una pietra liscia, e io avevo deciso che sarebbe diventato una barca. Il pezzo, però, era più grosso da un lato. Lo giravo e lo rigiravo, cercando di immaginare dove mettere la vela. «Posso prendere quella?» domandai. Mia madre non alzò gli occhi. «Quale?» Le indicai la striscia arrotolata. «Per la barca. È leggera.» Posò l'ago sulla tunica e la prese prima che io potessi allungare la mano. «Questa no.» «Non la romperò.» «È già rotta.» «Allora a cosa serve?» Non mi rispose subito. Sciolse lo spago, distese la stoffa sulle ginocchia, cercò con il polpastrello un punto vicino all'orlo. Era un panno comune, di un colore che non sapevo più chiamare. Aveva zone chiare dove il sole l'aveva mangiato e una macchia scura che il lavaggio non era riuscito a togliere. «Viene dal viaggio», disse. Non conoscevo molti viaggi. Per me partire voleva dire seguire Giuseppe fino a un terreno dove occorreva sistemare una porta, o accompagnare mia madre a comprare farina. Ero stato lontano da Nazaret abbastanza da capire che esistevano altri villaggi, ma non tanto da pensare che una persona potesse appartenere a un luogo che non ricordava. «Quale viaggio?» «Quello che facemmo prima della tua nascita.» La guardai. Il filo le pendeva dalla mano; non aveva ancora ripreso a cucire. «Prima di me?» «Prima che tu nascessi.» Dalla soglia arrivò il rumore di un attrezzo posato sul pavimento. Giuseppe stava riponendo le cose del lavoro. Se ne accorse anche mia madre, perché voltò appena il capo, poi tornò alla stoffa. La parola viaggio continuava a muoversi nella mia testa. Non avevo mai domandato dove fossi nato. Di me conoscevo il cortile, il sentiero fra le case, la voce di mia madre che mi chiamava dalla porta. Tutto il resto veniva dopo. Non avevo immaginato un inizio diverso. «Io non sono nato qui?» «No.» Lo disse senza prepararmi. Aveva parlato con la stessa voce che usava per dirmi di non lasciare i sandali nella polvere. «Dove, allora?» «A Betlemme.» Ripetei il nome senza suono, muovendo soltanto la bocca. Era una parola che avevo sentito nominare dagli adulti, ma per me non indicava ancora un luogo. Cercai di metterla fra le colline che conoscevo e non trovai spazio. «È lontana?» «Da qui, sì.» «Più lontana di dove va Giuseppe per il lavoro?» «Molto di più.» Le guardai il ventre, poi le mani. Mi pareva impossibile che fosse arrivata fin là portandomi dentro. Quando mia madre sollevava una cesta piena, la vedevo fermarsi un istante prima di raddrizzarsi. Avevo imparato che anche le persone grandi avevano un peso da sopportare. «Perché siete andati?» «Dovevamo partire.» «Chi ve lo aveva detto?» «Gli uomini che decidevano per gli altri.» Non capii se parlasse di qualcuno del villaggio o di uomini lontani. Mi irritò soprattutto quel dovevamo. «Spostiamola, prima che cada», mi diceva Giuseppe davanti a una trave instabile. Oppure, quando la luce calava: «Questo lavoro va finito prima del buio.» Quelli erano obblighi che si potevano vedere. Non comprendevo perché una donna vicina al parto dovesse mettersi in cammino solo perché altri lo volevano. «Non potevate restare?» «Avevamo pensato anche a questo.» «E allora?» «Tuo padre non voleva lasciarmi da sola. Io non volevo che partisse senza di me.» La risposta non bastava, ma provai a immaginarli in cammino: mia madre prima di diventare mia madre e Giuseppe senza la barba già segnata di bianco che gli conoscevo. Cercai di immaginarlo più giovane. Mi riuscì meno difficile immaginare mia madre stanca. «Avevi paura?» Passò il pollice sulla macchia del panno. «Sì.» Mia madre aveva paura dei cani che entravano nei cortili quando sentivano odore di cibo, delle febbri lunghe, degli uomini che litigavano dopo aver bevuto. Non l'avevo mai sentita parlare della propria paura come di una cosa che non occorreva spiegare. «Di cosa?» «Che tu nascessi mentre eravamo per strada.» Ripresi il legno. Era troppo corto per costruire una barca come quelle che avevo visto disegnate da un ragazzo più grande sulla terra umida. Lo tenevo solo perché avevo bisogno di fare qualcosa con le mani. Giuseppe comparve sulla soglia portando un piccolo recipiente. Aveva il bordo scheggiato e due gocce gli scivolarono lungo il polso. Appoggiò il recipiente vicino alla parete. Guardò me, poi la tunica aperta sulle ginocchia di mia madre. «Sta facendo domande su Betlemme», gli disse lei. Lui si chinò per sistemare il recipiente dove non avrei potuto urtarlo passando. «Arrivammo quando era già buio», disse. «Non vedevo quasi più la strada.» «Mi hai raccontato che si vedevano ancora le ultime case», osservò mia madre. Giuseppe fece un gesto con una mano, come se volesse allontanare una mosca. Non li avevo mai sentiti discutere sul tempo di una sera così lontana. Mia madre lasciò cadere la frase; lui uscì di nuovo. «Prima avevi detto che c'era luce», le feci notare. «Ti ho detto che ricordo le case.» «Ma se era buio?» «Si potevano vedere le luci accese.» Avevo già imparato che due persone raccontavano in modo diverso uno stesso fatto. Quando qualcuno veniva a lamentarsi di un muro o di un prezzo, Giuseppe ascoltava una versione, poi l'altra, e molte volte restava in silenzio. Ma non avevo pensato che questo potesse accadere a una storia che mi riguardava. Se mia madre e mio padre non ricordavano nello stesso modo il mio arrivo nel mondo, chi avrebbe potuto dirmi com'era andata veramente? «Dove avete dormito?» Mia madre si spostò, lasciandomi posto accanto a sé. Non mi chiamò; aspettò che scegliessi. Abbandonai la barca incompiuta e mi sedetti sul bordo della stuoia. «In un luogo che ci fu concesso», rispose. «Avevamo bisogno di ripararci. C'erano altre persone, e non eravamo gli unici ad arrivare.» «Chi ci abitava?» «Non lo so più con certezza. Ricordo una donna che mi portò dell'acqua. Aveva le braccia robuste e si muoveva in fretta. Volevo ringraziarla, ma mi disse soltanto di sedermi.» «E poi?» «Poi venne il dolore.» Stette un poco senza parlare. Io osservai la sua bocca. Non aveva l'aria triste. Sembrava piuttosto impegnata a trovare qualcosa di preciso, nascosto fra molte cose simili. «Credevo che ci sarebbe stato tempo», riprese. «Credevo che avrei fatto in tempo a preparare ogni cosa. Avevo messo da parte certi panni, ma quando arrivò il momento non ricordavo dove fossero. Continuavo a chiedere una cosa, poi un'altra. Tuo padre cercava di aiutarmi e io gli dicevo di spostarsi.» Sorrise appena. «Era arrabbiato?» «No. Questo lo ricordo bene.» «E io?» «Tu eri occupato a nascere.» Mi fece ridere. Non capivo come si potesse essere occupati in una cosa che non si era scelto di fare. «Piangevo?» «Alla fine, sì.» «Molto?» «Quanto bastava perché ti sentissero.» «Tutti?» «Non lo so. Non ero in grado di contare chi fosse vicino.» Mi guardò per la prima volta da quando aveva pronunciato il nome di Betlemme. Continuò a fissarmi, senza dire niente. «Avevi le mani chiuse», disse. «Una più dell'altra. Cercai di aprirtene una con un dito. Tu la richiudesti subito.» Abbassai gli occhi sulle mani che stringevano le ginocchia. Provai a serrarle, poi ad aprirle. Mi sembrarono le stesse di sempre, a parte un taglio guarito sul dorso e una piccola macchia vicino all'unghia. Non c'era in esse alcuna traccia di quel primo sforzo. «Me lo ricordo?» domandai. «No.» «Come fai a saperlo?» «Perché eri troppo piccolo.» «E se lo ricordassi, ma non sapessi che cosa ricordo?» «Può darsi che tu conservi qualcosa che non sai raccontare.» Pensai al profumo del pane appena tolto dal fuoco, che riconoscevo prima ancora di sapere dove si trovasse, e a una melodia che mia madre cantava mentre lavorava. Mi venne voglia di domandarle se la cantasse anche allora, ma non volevo interromperla. «Ti misi vicino a me», disse. «Faceva freddo, o forse ero io ad avere freddo. Tuo padre mi portò la stoffa. Questa.» Sollevò il panno. «Ti ci avvolse?» «Ti avvolgemmo in questo e in altri panni. Era parte di un indumento che avevo portato per il viaggio. Con il tempo ne ho tagliato via quasi tutto. È rimasto questo pezzo.» Avrei voluto toccarlo. Non osavo più chiederlo. Mi dava fastidio che una cosa così consunta avesse sfiorato il mio corpo prima di me stesso, prima del primo gesto che riuscivo a ricordare. Se l'avessi tenuta fra le dita, non avrei saputo più di quanto sapevo adesso. «Perché non me l'hai mai detto?» «Non me l'hai mai chiesto.» «Potevi dirmelo tu.» «Sì.» La semplicità di quella risposta mi fece adirare. Gli adulti decidevano molte cose senza domandare. Stabilivano quando un bambino doveva dormire, quali strade potesse percorrere, a chi fosse lecito rivolgere la parola. A volte decidevano perfino ciò che valeva la pena ricordare. Mi faceva rabbia che lei avesse potuto conservarla tutta per sé. «Anche gli altri lo sanno?» «Alcuni.» «Tutti quelli che erano là?» «Non so chi ci fosse.» «Quelli di qui, allora. Lo sanno?» Mia madre esitò e io ricordai una cosa che avevo cercato di dimenticare. Qualche giorno prima, mentre aspettavo Giuseppe vicino a una parete dove lavorava, due ragazzi si erano messi a litigare su chi fosse nato nel villaggio e chi venisse da fuori. Uno aveva fatto il mio nome. L'altro aveva detto che non ero arrivato da nessuna parte: ero stato portato. Avevano riso, non di cattiveria forse, ma abbastanza da farmi arrossire. Avevo tirato un sasso contro la parete, senza colpire nessuno, e me n'ero andato. Non avevo riferito l'episodio a casa. Finché non lo raccontavo, potevo fingere che non fosse accaduto. «Un ragazzo ha detto che mi avete portato qui», dissi. «Ti abbiamo portato qui.» «Come si porta una cosa.» Mia madre posò il panno sulle ginocchia. Non mi contraddisse subito, e io sentii crescere la vergogna. Forse esistevano bambini che venivano trovati lungo le strade, raccolti per pietà e allevati da persone che non erano loro parenti. Non ne conoscevo nessuno, ma avevo udito storie di orfani e di famiglie distrutte durante i viaggi. In quel momento tutte quelle storie mi tornarono alla mente, confuse. «Io sono figlio vostro?» chiesi. Il viso di mia madre cambiò. Non per rabbia. Lasciò l'ago, mi prese una mano e la tenne aperta fra le sue. «Sei mio figlio.» Aspettai. «E Giuseppe?» Dalla soglia entrava il rumore di qualcosa trascinato sul suolo. Mio padre era poco lontano. Mia madre non guardò da quella parte. «Giuseppe è tuo padre», disse. Volevo che lo pronunciasse senza esitazione. Lo fece. E tuttavia, proprio perché prima aveva taciuto, continuavo a sentire il bisogno di una spiegazione che non sapevo formulare. «Allora perché lo dicevano?» «I ragazzi ripetono quello che sentono, e spesso non sanno quello che dicono.» «Chi lo ha detto per primo?» «Non posso saperlo.» Mi infuriai con lei per quel non posso. Mi sembrava che potesse, ma non volesse. Ritrassi la mano. Lei non cercò di riprenderla. Continuammo a stare seduti. Un insetto urtò la parete vicino alla luce e cadde sul pavimento. Lo seguii finché non si rimise in movimento. Volevo soprattutto evitare che mia madre attribuisse le mie lacrime ai ragazzi del villaggio. Sapevo che avrebbe provato a consolarmi e quella sera non desideravo essere consolato. «C'è qualcosa che non mi dici», mormorai. Mia madre cominciò a riavvolgere la striscia di stoffa. Lo fece troppo stretta; dovette sciogliere il giro e ricominciare. «Ci sono cose che non so come dire», rispose. «Ma le sai.» «Non tutte.» Non mi bastò. La guardai con ostinazione, come facevo quando la vedevo trattenere per sé il pezzo migliore del cibo dicendo che non ne aveva voglia. Mi sembrava che stesse ancora facendo la stessa cosa: tenere una parte per me, senza dirmi che cosa le costasse. «Prima che tu nascessi», disse alla fine, «mi accadde una cosa che non avevo cercato.» Aspettai che parlasse di qualcuno venuto alla porta, di una visita, di un parente che conoscevo. Lei fissava la parete alle mie spalle. «Ero nella nostra casa. Non quella in cui viviamo adesso. Ero sola.» «Giuseppe dov'era?» «Era fuori. Non ricordo per quale ragione.» «E cosa accadde?» Mia madre girò il panno fra le dita. La ferita sul pollice si era riaperta. La nascose chiudendo la mano sul panno. «Mi furono dette delle parole.» Mi sporsi verso di lei. «Da chi?» «Da qualcuno che mi portò un annuncio.» «Un uomo?» «Un messaggero.» «Lo conoscevi?» «No.» «Entrò dalla porta?» Guardò finalmente me. «Non saprei raccontartelo nel modo in cui vorresti.» «Perché?» «Perché ricordo con esattezza come mi sentii, non tutto quello che avrei potuto vedere.» Avevo ascoltato storie raccontate da viandanti. Ognuno ricordava con precisione il luogo in cui aveva trovato acqua, ma confondeva il numero degli alberi e le distanze. Non mi stupiva che mia madre potesse aver dimenticato una porta. Mi stupiva che la persona che l'aveva attraversata le fosse rimasta tanto presente. «Che cosa ti disse?» «Che avrei avuto un figlio.» «Me.» «Te.» Mi sembrò una notizia da poco. Le donne avevano figli. Lo sapevano tutti. Mi domandai perché qualcuno avrebbe fatto tanta strada soltanto per annunciare una cosa simile. «Non lo sapevi già?» «No.» «Allora eri contenta.» «Ebbi paura.» Non replicai. Nella mia mente la paura apparteneva alle cose che stavano per andare male, non alle nascite desiderate. Se avessi avuto il coraggio, le avrei chiesto se fosse stata spaventata di me. Lei parve riconoscere la domanda prima ancora che la facessi. «Non avevo paura di te.» «Di chi, allora?» «Delle parole. Di quello che avrebbero chiesto alla mia vita.» Non capivo quel modo di parlare. Guardai la stanza: il cestino del filo, la brocca, la tunica rammendata. Non c'era niente che una parola potesse portare via. Eppure mia madre aveva stretto il panno fino a farsi sbiancare le dita. «E poi?» «Poi vennero giorni normali. L'acqua da prendere, il grano da pulire, la casa da tenere in ordine. Il giorno dopo c'era ancora tutto da fare.» Non era il seguito che desideravo. Avrei voluto conoscere il volto del messaggero, sapere se aveva mangiato, se si era fermato a riposare, se qualcuno lo aveva visto allontanarsi. Mia madre, invece, parlava di acqua e di grano. Mi domandai se stesse proteggendo me oppure quella visita dalla mia curiosità. «Lo dicesti a Giuseppe?» «Gliene parlai.» «Ti credette?» Mia madre rimase immobile. Fu un silenzio diverso dagli altri, non perché durasse di più, ma perché questa volta non tentò di riempirlo. «Abbiamo avuto bisogno di tempo», disse. Mi sembrò una frase da adulti, una di quelle che usavano per rimandare una risposta. Eppure ne compresi qualcosa. Con Giuseppe era capitato che gli portassi un oggetto rotto dicendo che era già così. Lui non mi aveva rimproverato immediatamente. L'aveva guardato, poi aveva aspettato che fossi pronto a raccontare il resto. Anch'io qualche volta avevo avuto bisogno di tempo per dire la verità. Le avevo fatto una domanda su Giuseppe e lei aveva risposto parlando del tempo. Avrei voluto insistere, ma non mi venne in mente una domanda che non suonasse come un'accusa. Il rumore del lavoro si fermò. Giuseppe tornò sulla soglia, si pulì le mani su un lembo della veste e osservò il panno che mia madre teneva ancora. Mi chiesi se avesse ascoltato. Non lo domandai. «Quel pezzo non ha più tenuto il freddo fuori dopo il viaggio», disse. «Tua madre l'ha conservato lo stesso.» Si chinò a raccogliere la barca di legno. La girò, trovò il lato troppo pesante e la rimise accanto al mio ginocchio. Poi andò a lavarsi. Per un momento sperai che tornasse a prendere il panno e finisse il racconto al posto di mia madre. Non lo fece. Mia madre ricominciò a cucire. Io guardai la sua mano, il filo che attraversava il tessuto e le dita che lo tiravano dall'altra parte. Volevo mettere i fatti nell'ordine giusto. Prima la voce del messaggero, poi il viaggio; poi la notte in una casa sconosciuta e le mie mani chiuse. Neanche loro, però, erano certi che fosse arrivato buio quando avevano trovato riparo. Giuseppe, per tagliare una tavola, tracciava sempre un segno netto: da qui. A me mancava quel segno. «Puoi farmela toccare?» chiesi. Mia madre mi porse la striscia. Era ruvida, più sottile vicino agli orli. Aveva l'odore dei panni lavati e asciugati nella casa; non quello del luogo in cui ero nato. La rigirai fra le mani con attenzione, cercando senza speranza il segno di una cosa passata. Poi la restituii. «La tieni perché ti ricorda Betlemme?» «Anche.» «Perché, allora?» «Perché eravamo in due quando partimmo. E quando tornammo eravamo in tre.» Era una risposta che potevo capire. Mi vergognai un poco del modo in cui l'avevo interrogata. Sentii il desiderio di avvicinarmi, ma restai dov'ero: ero ancora arrabbiato e non sapevo come smettere senza darle ragione su tutto. Lei mi restituì la tunica rattoppata. La cucitura tirava leggermente sul fianco. Tentai di infilare un dito sotto il punto più stretto. «Si aprirà di nuovo», dissi. «Probabilmente.» «Allora dovrai rifarla.» «Probabilmente.» Mi sorrise. Aveva ancora l'ago nella mano e il pollice ferito. Ripresi la barca. Avrei potuto chiedere del viaggio, della donna che aveva portato l'acqua, di quanto fosse lunga la strada. C'era una cosa che mi apparteneva da quando avevo imparato a rispondere, e della quale non sapevo nulla. Alzai gli occhi su mia madre. «Chi decise il mio nome?» |
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