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Autore: Marco Turco
Titolo: Ammazzalavoro
Genere Thriller allegorico
Lettori 103
Ammazzalavoro

Forse sono io quella sbagliata, ovvero "Io non sono così, è solo come mi dipingono (nel mio curriculum)"

Un buon lavoro, avevo fatto proprio un buon lavoro: e anche questa era andata! E non avevo neanche sporcato tanto, quasi non c'era sangue. Se queste fossero le memorie di un serial killer, tutti penserebbero esattamente la stessa cosa. E dico tutti perché è realmente facile per chiunque giudicare solo dalle apparenze, anche quando le apparenze non le abbiamo neanche mai viste, ma ci vengono solo raccontate (maledetto interesse morboso per i casi di cronaca nera, o anche solo per la vita altrui, forse perché nella propria non succede niente di trascendentale), a volte solo sussurrate, e quel sussurro non era neanche indirizzato a noi. In ogni caso, io pensavo solo alla pulizia nell'eliminare le persone che andavano eliminate, fatte sparire dalla faccia della terra. Questa sorta di pulizia etnica, questa soppressione di etnie sociali, come almeno poteva essere percepita dall'esterno, rappresenta per me un momento catartico molto personale, non riesco neanche a descrivere le emozioni che mi dà il fatto di "cancellare" un essere umano e in ogni caso preferisco tenermele per me, quando racconti in giro i dettagli di una cosa bella (ma anche brutta) che ti è successa, che è solo tua, finisci con lo svilirla, se i destinatari del racconto sono solo curiosi, ma non sono veramente interessati a capire. Ma non potete capire! Ed è facile chiamarmi serial killer, da fuori siete tutti bravi! Sopprimi una decina di persone e i media cominciano a chiamarti "Ammazzalavoro" (soprannome carino, legato al fatto che le mie vittime appartengono solo al mondo di chi prova a dare o cercare lavoro, coi tempi che corrono)! Diciamolo pure, il sangue era solo un effetto collaterale, o forse una conseguenza necessaria di un atto che faceva parte di un qualcosa più grande di me, che poteva essere eliminato seguendo sempre i consigli delle riviste femminili che spiegavano sistemi veloci, efficaci e semplici per eliminare il sangue da qualsiasi campo d'abbigliamento, anche se ormai secco, anche se proveniente dal ciclo mestruale (io ormai portavo sempre con me un nebulizzatore con una miscela di mia creazione con acqua ossigenata, sale e un carissimo detersivo biologico, frutto della mia passione per le sempre troppo care soluzioni ecologiche).

In questo momento ho ben altro di cui preoccuparmi, devo guardare avanti, non si può sempre pensare alla serata precedente, per quanto piacevole possa essere stata, non c'è tempo per i dolci ricordi (tra l'altro, quelli più recenti erano anche i più nitidi, di solito), non c'è tempo per adagiarsi, anche se sentivo ancora la temperatura gradevolmente tiepida della sera sulla mia pelle e l'adrenalina era tutta lì a titolo di effetto collaterale della commissione di un reato. Devo prepararmi per il colloquio di lavoro più
importante degli ultimi mesi. Tramite un link trovato in un gruppo dove si pubblicizzano referral (che praticamente sono dei link pubblicati dai dipendenti di una società, che ricevono una ricompensa in denaro, nel caso in cui tu venga assunta, se il tuo processo di selezione parte proprio da quel link; la vecchia raccomandazione o il classico passaparola sono stati sostituiti da metodi asettici per pubblicizzare un lavoro, monetizzando anche quel tipo di contatto, una volta, umano), ho inviato la mia candidatura a una grandissima multinazionale, di cui, pur volendo, suppongo di non poter fare il nome a causa di un accordo di non divulgazione firmato molto tempo prima del colloquio. Ho ora, quindi, la possibilità di entrare nella loro struttura di vendite (di prodotti molto inquinanti, almeno questo lo posso dire, così come posso rivelare di non avere percepito nemmeno l'ombra di un conflitto morale interno, nonostante le mie ferme idee ecologiste, perché nella vita si devono fare scelte, almeno per poter mangiare, no?). Il mio punto di partenza è dato dalle mie ben cinque lingue parlate nell'ambito di svariate esperienze lavorative in diverse società, più o meno grandi, più o meno multinazionali, più o meno all'estero.
Ci penso, può essere una grande occasione, la più grande occasione della mia vita (si dice pressoché sempre così per ogni nuovo abbozzo di qualsivoglia evento in qualsiasi vita) e devo arrivarci al meglio. Dunque, è arrivato il momento di prepararmi. Ho mezz'ora per essere lì, sono ancora in mutandine, tutto regolare, insomma.
Dopo dodici minuti esatti sono già in metro, lavata e vestita di tutto punto. Nel mio caso ciò significa indossare l'abito più elegante che io abbia mai avuto, il tailleur con la camicetta (roba confezionata, niente di sartoriale) della discussione della tesi di laurea. Il fatto che fosse avvenuta circa otto anni prima faceva capire perché l'adorabile giacca blu notte, lievemente gessata, cominciasse ad avere un aspetto un po' sdrucito, ma ci faccio ancora la mia porca figura, sembro ancora una giovane donna davvero rispettabile (ma il tempo trascorso per l'abito era lo stesso tempo trascorso anche per me, e infatti anch'io mi sento sdrucita, consumata dalla realtà). I capelli ricci e i tratti grossolani del mio viso mi rendono perlopiù losca o alternativamente trasandata agli occhi di qualsiasi persona che lavori nelle risorse umane in ogni parte del globo, visto che tutti sanno che la materia più importante per diventare uno specialista nella selezione del personale è senza dubbio la fisiognomica, ma in fondo chi non è stato lombrosiano1 almeno una volta nella vita al pensare "Ha un volto da persona poco affidabile. Quegli occhietti in ordine sparso sul suo viso mi fanno pensare a una sciacquetta. Quel sorriso aperto ispira proprio una grande fiducia o forse, più semplicemente, sarà una facile", e la lista di altri pensieri inespressi con cui vengo categorizzata in un batter di ciglia2 potrebbe essere interminabile. Succede a me, succede a tutti, ovvio, non ho mai fatto
la vittima, non inizierò a questo punto della mia vita, faccio solo una constatazione.
Mi capita spesso di toccarmi la testa, lo sto facendo anche ora in metro, cercando di non dare troppo nell'occhio. Suppongo che la forma del mio cranio mi suggerisca la verità sulla mia natura o, almeno, mi infonda un po' di calma. Si capisce allora come anch'io sia sempre stata profondamente lombrosiana, visto che la frenologia mi è sempre sembrata la forma più comoda di capire la natura umana senza avere bisogno di nessun appiglio scientifico. Pensare che la forma delle ossa della mia testa giustifichi quello che sono ora mi aiuta a convivere meglio con la mia situazione di vita, o almeno mi aiuta a spiegare me stessa dal punto di vista scientifico meglio di quanto riuscirebbe a fare l'oroscopo. A dire il vero, ho iniziato a credere anch'io molto decisamente alla fisiognomica, almeno in questa fase della mia vita in cui la mia più grande preoccupazione è la "ricerca di un lavoro". Dal punto di vista personale sapere che la conformazione e le espressioni dei miei muscoli facciali possano indurre la stragrande maggioranza dei recruiter, cioè degli esperti in "risorse umane", a supporre che io sia una persona poco affidabile mi fa tirare un sospiro di sollievo, mi deresponsabilizza, mi fa sentire molto meno colpevole in relazione all'ineluttabilità dei miei fallimenti nel mondo dei professionisti della domanda di lavoro.
So che l'inaffidabilità è spesso veicolata all'asimmetria del viso (che non mi è mai sembrata una reale scriminante visto che tutti i volti sono per
definizione asimmetrici, la "scoperta" pirandelliana dell'asimmetria è una pietra miliare novecentesca della ricerca di se stessi), ma il mio naso piccolo, le mie labbra sottili, i miei occhi forse un po' troppo distanti l'uno dall'altro, i miei capelli più o meno ricci e più o meno biondi (ma sto molto meglio coi capelli lisci), i miei tratti approssimativi soprattutto a causa dei miei zigomi pronunciati non indurrebbero una valutazione negativa della mia persona, se non fosse per la mia eterocromia, conosciuta meglio da tutti i responsabili di processi di selezione del personale come "Ma lei ha gli occhi come David Bowie!" (nel migliore dei casi) o anche "Ma lei ha gli occhi come gli husky!". Nell'epoca della lotta presunta a tutti i tipi di discriminazione questo tratto indeciso, il fatto di non essere neanche riuscita a "scegliere" un solo colore per i miei occhi rappresenta una vera e propria lettera scarlatta contemporanea, se non una vera e propria disabilità gratuita in materia di parvenza di credibilità quando mi ritrovo in una situazione in cui la prima cosa che dovrei dimostrare è proprio la mia affidabilità.
Sapendo di partire discriminata e sconfitta dal punto di vista estetico, devo sempre e comunque dare il mio meglio dal punto di vista dell'eventuale preparazione: è, quindi, il caso di dare un'occhiata a quello che fa la St.St. (ho deciso di dare un nome di fantasia alla multinazionale dove dovrò presentarmi come candidata, Stinky Stuff, con l'appunto mentale di evitare rigorosamente di utilizzare questa tecnica mnemonica ironica in sede di colloquio). Benedetto sia lo smartphone che mi permette di saperne di una
società per azioni quanto ne sa l'amministratore delegato nei 7 minuti di tragitto in metro, sarà più che sufficiente! Sola contro tutti, ecco come mi sento! Sono carne da macello, ma sono anche la macellaia di me stessa3!
<>.
Posso far finta di niente, ma so perfettamente chi è appena salito in metro e mi chiama pure a gran voce, me lo ricordo dai tempi dell'università, da quando la sua meritatissima media del trenta lo aveva portato più in alto di me nella graduatoria per l'Erasmus, relegandomi in una città a caso della Spagna, che non voglio ricordare come si chiami4, ma che alla fine era ovviamente diventato un posto del cuore, grazie al classico colpo di sfortuna che mi aveva portato in una città bellissima. La sfiga, col più classico dei senni di poi, non mi aveva quindi colpito (riconosco che il bistrattato meccanismo del senno di poi dà un alone di ragionevolezza alle situazioni che in un primo momento sembrano le più atroci e/o ingiuste anche a causa di un'ovvia incapacità di relativizzare le ingiustizie), ma era rimasto intatto l'odio per quel classico figlio di papà: Augusto Guidetti.
<>. La mia frase d'esordio viene articolata tramite suoni e ritmi straordinariamente cordiali (il suono della mia voce mi spaventa, mi domando perché nessuno tiri il freno d'emergenza, terrorizzato dalla promessa di distruzione che scaturisce dal mio allarmante tono di
voce), nonostante affiorassero già nella mia memoria ricordi poco edificanti, e non mi riferisco solo al fatto di avergli scritto un capitolo della tesi per 50 euro, ma anche al fatto di avere dovuto assistere al momento in cui avvenne lo scambio capitolo-denaro (non potevo proprio mancare, diciamoci la verità, se volevo ricevere veramente il compenso pattuito): come in una scena da telefilm in cui avviene uno scambio tra uno spacciatore e un tossico, Augusto apre distrattamente il capitolo, fingendo di saper leggere e comprendere quanto scritto, per verificarne la qualità e mi fa <>.

Marco Turco
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