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Autore: Emanuela Navone
Titolo: L'uomo con il berretto rosso
Genere Thriller
Lettori 205
L'uomo con il berretto rosso

22 marzo.

Il treno delle 17.37 per Arquata Scrivia era come sempre saturo di persone. Patrizio non avrebbe saputo trovare altro aggettivo per definire tutta quella gente pressata sui sedili, lungo i corridoi e davanti alle uscite.
Si mise davanti a una porta per entrare, e quando questa si aprì si aggrappò al sostegno e balzò subito dentro prima che le donne dietro di lui gli saltassero sulla schiena. Già sapeva che non avrebbe trovato posto, così si rassegnò a farsi il tragitto fino a Busalla accanto alla porta della toilette. Emozionante.
Il capotreno fischiò e la vettura si mise in moto, lenta e stridente come solo i locali di quella tratta potevano essere. Patrizio tirò fuori il cellulare dalla giacchetta di pelle e lanciò Candy Crush Saga. Quel gioco lo prendeva così tanto da dimenticarsi perfino di mangiare. Suo fratello lo criticava ogni volta, ma quand'è che Riccardo non aveva qualcosa da ridire? Il primo ricordo che aveva di lui lo vedeva sugli scogli di Recco, o forse era Camogli, intento a rimproverarlo perché Patrizio ci scorrazzava sopra senza ciabatte. E avevano solo cinque anni.
A un tratto, dopo nemmeno venti minuti, con la coda dell'occhio si accorse di essere osservato. Alzò gli occhi dal cellulare. Davanti a lui una ragazza leggeva un libro; accanto a lei un'anziana borbottava contro i maleducati che non lasciavano sedere i vecchi.
Nessuno pareva prestare attenzione a Patrizio.
La sensazione di sentirsi osservato però non lo abbandonava. Si voltò di lato. Effettivamente, appoggiato alla parete c'era un uomo. Le braccia incrociate e il viso rivolto verso di lui. Portava un berretto con la visiera rosso e un paio di occhiali da sole. Le lenti scure mostravano appena gli occhi, fissi nei suoi.
Patrizio si guardò la giacca nera per cercare eventuali macchie, poi i jeans. Si toccò i capelli. Che avesse una gomma da masticare addosso? Ogni tanto succedeva. Di buontemponi che si divertivano a fare scherzi al prossimo, i treni erano pieni. Proprio qualche settimana addietro aveva assistito a una lite tra un uomo della sua età e un gruppetto di ragazzi: chissà perché, si erano fissati a prenderlo in giro perché non indossava le scarpe. Uno scalzista, prendeva sempre il treno a Bolzaneto. E non aveva mai rotto le scatole a nessuno. Vallo a dire a dei ragazzini.
I capelli erano lisci al tatto, privi di nodi o di altri corpi estranei. E se avesse avuto qualche cosa in faccia? Impostò la modalità fotocamera anteriore sullo smartphone. Il suo volto ricambiò lo sguardo. Gli occhi nocciola guardavano perplessi la sua immagine. Le labbra erano appena schiuse. Per precauzione, Patrizio aprì la bocca. Magari aveva qualcosa tra i denti.
Si sentiva stupido. Era come quelle ragazze che spesso aveva incrociato, nella sua vita da pendolare, sempre con il cellulare in mano, a controllare occhi, labbra, pettinatura, persino le sopracciglia.
Spense lo schermo del cellulare e lo cacciò in tasca. Gli era improvvisamente passata la voglia di giocare a Candy Crush. Poi lanciò un'altra occhiata. Per fortuna nessuno prestava attenzione a lui, sennò Patrizio avrebbe fatto la figura del paranoico.
L'uomo era nella stessa posizione di prima. Immobile, le mani incrociate. Voleva fargli un gestaccio, o dirgli qualcosa, ma non era nella sua natura. Era sempre stato piuttosto riservato, poco incline a mettersi in mostra o a far parole. Preferiva rannicchiarsi nel suo cantuccio e sperare che nessuno lo infastidisse. In realtà, nessuno gli aveva mai fatto niente.
Ma era così sicuro che lo guardasse? In fondo, aveva gli occhiali. Non ne poteva essere certo al cento percento. No, lo guardava. Patrizio non si sarebbe spiegato, in caso contrario, quella sensazione spiacevole che aveva addosso. Gli partiva dalla spina dorsale e correva su per la schiena, fino all'attaccatura dei capelli. Come un asciugamano bagnato a contatto con la pelle fredda. Era arrivata all'improvviso.
In effetti, quando era salito sul vagone, Patrizio non aveva notato alcun tipo strano. Né nessuno che sembrava guardarlo. Ma l'uomo misterioso poteva essere salito qualche fermata dopo; lui era troppo preso da quel cavolo di Candy Crush e non se ne era accorto. Sì, doveva essere andata così.
L'annuncio della voce registrata, che avvisava i passeggeri dell'arrivo del treno in stazione, distolse Patrizio dai suoi pensieri. Abbottonò la giacca e si posizionò davanti alla porta, evitando di voltarsi. Sperò che l'uomo non scendesse alla sua stessa fermata. Una volta fuori dal treno e lontano qualche metro, azzardò un'occhiata dietro di sé. L'uomo non era sceso, e questo gli fece tirare un sospiro di sollievo. Che gli si strozzò immediatamente in gola quando si accorse che era ancora sul vagone, sempre rivolto verso di lui; anzi, adesso si era appoggiato alle porte, quelle non utilizzate, e sembrava rivolgergli un cenno di saluto. Ciao, ci vediamo.
Patrizio aprì la bocca e la richiuse. Alcuni passeggeri si lamentarono perché intralciava il passaggio e lui si accodò verso l'uscita. Continuava a guardarsi indietro, e fu tranquillo quando il treno ripartì, portandosi via quell'uomo con il berretto rosso.
Prese il pullman che lo avrebbe portato vicino a casa sua e continuò a guardarsi in giro. E lo fece pure una volta sceso e mentre percorreva la stradina che conduceva alla sua villetta a un piano.
Ci mancava anche quel deficiente, come se la giornata non fosse stata troppo pesante già di suo. Al ristorante Lorenzo era più incollerito del solito e non aveva smesso un secondo di disturbare lui e gli altri tre camerieri, trovando sempre qualche scusa per cazziarli. Per non parlare dei clienti dalle mille pretese: bistecca al sangue quando l'avevano chiesta ben cotta, Peroni al posto della Ichnusa, caffè macchiato al vetro con una lacrima di latte... Li avrebbe presi tutti e cacciati al Mac lì vicino, che magari avrebbero fatto meno storie.
Posò cellulare e portafogli sul tavolo e preparò il cibo per Pedro e Mora, rispettivamente un pitbull dal pelo chiaro e la lingua a penzoloni (doveva ancora capire perché) e una gatta di dieci anni con più pretese di una principessa. Poi si fece una doccia.
Si sfregò con vigore la pelle, sperando che il ricordo di quell'uomo con il berretto rosso scivolasse via insieme all'acqua e alla schiuma.

Gli schiamazzi di Gioia e Nicolò risuonarono nelle orecchie di Patrizio nel momento in cui varcò la soglia dell'abitazione di suo fratello. I due nipoti, di cinque e sette anni, gli corsero incontro.
- Ciao, zio! - esclamò Gioia, facendo svolazzare dietro di sé le lunghe trecce. Quella sinistra era mezza disfatta.
- Oggi a scuola abbiamo studiato il Medioevo! - le fece eco Nicolò, sgranando i grandi occhi celesti. - Lo sapevi che pure qui da noi c'erano tantissimi castelli? -
- Sì, i castelli erano un po' dappertutto. - Patrizio si passò una mano tra i capelli e arruffò le trecce di Gioia, che emise un lungo gemito di insoddisfazione.
- Ecco! Adesso dovrò rifarmele da capo! - borbottò, le labbra piegate all'ingiù. Si diede un'occhiata alla treccia sinistra, ormai miseramente disfatta. - Il mio elastico? - gridò con voce stridula. - Nicolò! Hai preso tu il mio elastico! - Cominciò a strattonare la maglia del fratello, che si divincolò sbuffando.
- Non sono stato io! È il mostro che abita nell'armadio. -
Gioia sgranò gli occhi. - Quale mostro? -
- Quello dell'armadio! Non l'hai mai visto? - Nicolò finse un'espressione sconcertata.
Gioia scosse la testa. - No. È cattivo? -
Nicolò drizzò la schiena e si gonfiò come un galletto americano. - Cattivissimissimo - decretò. - E ama rubare gli elastici. -
- Digli che me lo restituisca! -
- Non posso. -
- E perché? -
- Perché... - Il bambino sembrò andare in confusione. - Be'... -
- Perché dice che con i capelli sciolti stai molto meglio - tagliò corto Patrizio, che era rimasto silenziosamente ad ascoltare la conversazione dei due bambini. Si portò una mano alle tempie. Avevano preso a dolergli da quando aveva terminato la doccia e il dolore non accennava a diminuire. - Su, andiamo in cucina - li esortò, mettendo le mani sulla loro schiena e spingendoli delicatamente.
Gioia e Nicolò stavano ancora battibeccando sull'elastico sparito.
In cucina alleggiava un buon aroma di minestrone, che stentava però a coprire un altro odore, più acre, come di qualcosa di bruciato.
- Oggi Nicolò e Gioia hanno chiesto alla tata di insegnar loro a preparare un budino - disse Maria, intenta a mescolare il minestrone. Patrizio la guardò incuriosito e lei spiegò, soffocando una risata imbarazzata: - L'odore di bruciato che senti... è il tentativo poco riuscito di budino di cioccolato à la Gioia & Nicolò. -
Lui scoppiò a ridere. I due bambini erano due vere e proprie pesti. Per dirla con le parole della madre: cucciolotti di Satana. Scommetteva che la tata Franca non sarebbe giunta a fine mese. E, se se ne fosse andata via, sarebbe stata la terza nel giro di pochi mesi. I due bambini mettevano a dura prova i nervi e la pazienza di tutti. Ma, nonostante tutto, erano adorabili.
- Mio fratello dov'è? - domandò, sedendosi a tavola.
Gioia e Nicolò erano andati in bagno a lavarsi le mani. Si sentivano ancora le loro vocette, che sovrastavano l'audio della televisione accesa su L'Eredità.
- È ancora in tabacchino - rispose Maria. - Sta mettendo a posto l'ultima partita di sigarette che il corriere ha consegnato oggi. -
- Ah. -
- Hai fame? Se vuoi, puoi mangiare. - Maria fece per prendere la scodella, ma Patrizio la bloccò.
- Tranquilla. Non ho fame. -
La donna socchiuse gli occhi. - Va tutto bene? -
- Sì, perché? -
Maria scrollò le spalle. - Mi sembri strano. -
Lui liquidò la questione con un gesto della mano. - Sono solo sfinito. Oggi al lavoro è stata dura. -
In quel momento entrò Riccardo. Era visibilmente stanco: profonde occhiaie gli solcavano gli occhi, e le rughe del viso erano più evidenti. Si lisciò i capelli, che cominciavano ad avere qualche ciuffo grigio sparso qua e là.
- Oh, stai bene? - esordì, guardando Patrizio.
Lui sbuffò. - Ma sì, certo - tagliò corto.
- Non hai saputo nulla? - Riccardo sparì in camera per tornare poco dopo con indosso una t-shirt grigia.
Dietro di lui, Gioia e Nicolò si spintonavano.
- Buoni - li rimproverò Maria, mentre faceva cenno loro di sedersi. Servì un'abbondante dose di minestrone a tutti, anche a Patrizio, sebbene lui avesse ripetuto di non avere fame.
- Che cosa intendi con - non hai saputo nulla - ? - domandò Patrizio a Riccardo, seduto davanti a lui.
In sottofondo Nicolò e Gioia facevano gara a chi inghiottiva più rumorosamente i cucchiai di minestrone. Era un giochino alla lunga noioso, soprattutto per le orecchie dei poveri spettatori costretti a parteciparvi, ma almeno si riusciva a far loro ingerire il minestrone, che al contrario sarebbe rimasto nel piatto a rapprendersi.
- Non hai sentito? Mai in che mondo vivi, Patrizio? - rispose Riccardo versandosi dell'acqua. - Ah, già. Adesso hai quel giochino del cavolo. -
Patrizio ignorò l'ironia. - Appena arrivato a casa ho fatto una doccia e poi sono venuto qui. - Faceva dei cerchi col cucchiaio nel piatto ancora colmo. Suo fratello lo guardava dubbioso e lui aggiunse: - Quindi non ho saputo né letto nulla. Allora? -
- Un maniaco è stato arrestato mentre infastidiva delle ragazzine sul treno. I treni che prendi tu - spiegò Riccardo. - Me l'ha detto il signor Bottaro quando stavo uscendo dal tabacchino. -
Patrizio stava portando il cucchiaio alla bocca. Sgranò gli occhi e sussultò. La minestra cadde dal cucchiaio, finendo un po' nel piatto e un po' fuori, non risparmiando nemmeno la sua maglia bianca.
Nicolò e Gioia smisero di fare la gara a chi rumoreggiava di più e scoppiarono a ridere.
- Basta! - Maria li sgridò. - Mangiate composti o niente dolce! -
Loro si zittirono. Maria era una madre severa ed era l'unica che usasse un po' di polso.
- Chi era? - domandò Patrizio dopo essersi pulito la maglia.
- Chi era chi? - ripeté Riccardo, arcuando il sopracciglio. Prestava attenzione a una domanda che il presentatore aveva fatto a uno dei partecipanti.
- Il maniaco! -
Patrizio aveva usato un tono di voce tanto angosciato che suo fratello si preoccupò. - Ecco, è successo qualcosa, lo sapevo! - esclamò, distogliendo lo sguardo dalla televisione e fissandolo negli occhi.
Lui scosse la testa. - No, no. Però, se sapessi chi era quell'uomo arrestato... -
- Di certo a un maniaco non importano gli uomini adulti - si intromise Maria.
- No, infatti - approvò Riccardo. - Comunque, non so chi fosse. Bottaro non me l'ha detto. Sicuramente non qualcuno di qui. Certo che però non si può stare più tranquilli. Poi, in pieno giorno... - Si rivolse alla moglie: - Stai attenta quando porti i bambini al parco. -
Patrizio non stava più ascoltando. La sua mente gli aveva fatto ricordare l'uomo sul treno. Ma certo! Sicuramente era lui il maniaco che avevano arrestato. Non poteva essere altrimenti. Doveva essere per forza un maniaco. E magari si era comportato così anche con altre persone. Magari aveva fatto di peggio. Se davvero era come ipotizzava lui, allora aveva corso un bel rischio, e al diavolo il fatto che i maniaci non importunavano gli uomini adulti!
- Dov'è stato arrestato? Qui? -
Riccardo inzuppò un pezzo di pane nella minestra. - No, qualche stazione dopo la nostra. Però il treno era della linea che solitamente prendi tu. Cerca di stare attento e di non cacciarti nei guai... - Aveva assunto quel tono pedante che Patrizio detestava. Come se non avessero entrambi quarantacinque anni.
- So badare a me stesso - borbottò.
- Sì, certo. - Riccardo fece spallucce e tornò a guardare la televisione.
Nicolò e Gioia avevano terminato la pausa indotta dal rimprovero della madre ed erano tornati a rumoreggiare con le loro minestre. Patrizio si passò una mano sul viso. Lo sentiva accaldato, come se avesse qualche linea di febbre.
Che giornata del cavolo.
Desiderava soltanto coricarsi e smettere di pensare a maniaci, treni, e uomini col berretto.

3 aprile

IL RISTORANTE ERA ZEPPO di gente, come ogni domenica. Patrizio faceva la spola tra i tavoli cercando di schivare i clienti che si recavano in bagno, quelli che entravano e quelli che se ne andavano. Doveva anche destreggiarsi tra passeggini, bimbi che non ne potevano più di stare seduti e altri elementi dell'umanità schiamazzante. Poco distante da lui, la collega Sonia stava ascoltando con aria afflitta le rimostranze di una giovane coppia che aveva ordinato hamburger al pollo ma che si era vista consegnare una - comunissima svizzera di suino - , testuali parole. La donna annuiva con sguardo comprensivo, ma Patrizio sapeva che dentro ribolliva di rabbia. Di contro, a lui era toccato il gruppetto di teenager alla prima uscita senza mamma e papà. Aspettava pazientemente che decidessero cosa mangiare, e intanto si dondolava sui piedi. Pur essendo comode, le vecchie Converse nere cominciavano a dare segnali di insofferenza, trasmettendoli poi alle piante dei piedi che stavano iniziando a cantilenare una nenia.
- Tagliata o hamburger? - stava dicendo uno dei cinque ragazzi, con il menu aperto davanti a lui quasi fosse un ventaglio.
- Se magari ci facessi leggere... - rispose quello di fronte. Un lungo ciuffo gli copriva gli occhi, e forse per quello non si era accorto di avere un menu sotto il naso.
La decisione sarebbe andata per le lunghe, e lo sguardo di Patrizio si perse nel marasma di gente del centro commerciale Fiumara. Oltre Sonia, i tavoli e le persone, vedeva una parte di piazzola sulla quale si affacciavano, accanto al ristorante, anche una sala giochi, una pista da pattinaggio (aperta solo in inverno), un take-away cinese (12,90€ all you can eat!) e un Mac Donald's. In mezzo, le scale mobili portavano al multisala del piano superiore. Due piloni grigi fungevano da supporto e supplemento di arredo, e intorno a essi erano state costruite delle panchine, al momento occupate dai fanatici della domenica al centro commerciale. Giovani mamme con i figli nel passeggino, ragazzi in jeans strappati e maglie all'ultimo grido, anziani che si riposavano, uomini che parlavano al telefono...
A Patrizio piaceva osservare la gente da lontano, senza essere visto; gli piaceva immaginare le loro storie, inventare che cosa facevano nella vita, i loro progetti, le loro angosce. Aveva cominciato da piccolo con questa passione, lui la considerava tale, e non aveva ancora smesso. Per esempio, in quel momento, mentre attendeva che i giovani brufolosi decidessero se sulle patatine era meglio la maionese o la senape, stava pensando che una delle due giovani donne con il passeggino avesse appena rotto con il marito, e che si stesse sfogando con l'amica. Immaginava anche il dialogo.
- Quello stronzo! Dice di amarmi alla follia, e invece l'ho beccato con la segretaria. -
- Davvero! Non mi dire! E adesso? -
- Adesso non lo so. Per il momento sono da mia mamma. -
- Divorzierete? -
- Ma certo! E dovrà anche mantenermi! Vedrai, lo ridurrò sul lastrico, quel maledetto... -
A quel punto il marito fedifrago sarebbe arrivato con un bel mazzo di rose rosse per chiedere scusa, ma si sarebbe beccato un sonoro ceffone, e le rose sarebbero finite per terra e sull'uomo seduto accanto alle due giovani donne, che si sarebbero prodotte in mille scuse, ma l'uomo non avrebbe degnato loro di alcuna attenzione perché...
... perché la sua attenzione era rivolta altrove.
Patrizio represse un singulto, sgranando gli occhi.
Oddio.
Il berretto rosso con la visiera era sempre lo stesso, come pure gli occhiali da sole. L'abbigliamento, forse, era diverso, ma Patrizio non seppe dirlo con certezza perché sul treno non ci aveva fatto granché caso. Quel giorno, l'uomo indossava una camicia a quadretti e un paio di jeans stinti. Era seduto compostamente sulla panchina, vicino al punto in cui prima sostavano le due giovani mamme, che nel frattempo che Patrizio aveva creato mentalmente la loro storia se ne erano andate. L'uomo era solo. Le mani in grembo, sembrava un tranquillo avventore del centro commerciale.
Lo guardava, di nuovo. In linea d'aria, era seduto proprio davanti a lui. Se qualcuno avesse deciso di tracciare una retta, avrebbe unito la testa di Patrizio con quella dell'uomo senza alcun problema.
Oddio.
Non poteva essere una coincidenza, proprio no. Quel giorno sul treno fissava Patrizio, e in quel momento stava accadendo lo stesso. Non poteva essere altrimenti. Non...
- Ehi, ha capito? -
La voce di uno dei ragazzi distolse l'attenzione di Patrizio dal suo osservatore solitario. Il suo sguardo scese fino al tipo seduto di fronte a lui. Avrà avuto sedici, diciassette anni al massimo. Secco come un grissino. I capelli talmente carichi di gel da luccicare, lo sguardo arrogante di chi si sente sicuro e sa di avere il controllo del mondo. O della cerchia di amici dell'occorrenza.
- Scusami - rispose prontamente, abbozzando il sorriso di circostanza simile a quello usato da Sonia nel sentire la lamentela della coppia - no suino, sì pollo - . - Puoi ripetere? -
Il ragazzino (aveva anche un'acne terribile sulle guance, forse avrebbe dovuto prendere in considerazione l'idea di andare dal dermatologo) sbuffò e ripeté l'ordinazione sua e della combriccola che si era portato dietro. Patrizio annuì più volte, scrivendo il tutto sul block-notes che teneva in mano. Poi si voltò e si recò verso le cucine per consegnare l'ordinazione. Tavolo 19, quello della Compagnia dei Nerd Brufolosi.
Una volta terminato, suo malgrado rivolse nuovamente l'attenzione là, dove stazionava quel simpatico berretto rosso. L'uomo non si era mosso di un millimetro. Era sempre lì, immobile come un palo della luce, le mani in grembo. Non era rivolto verso Patrizio, perché lui si era spostato, ma era ugualmente una presenza spiacevole. Sembrava dirgli: - Sì, lo so. Non mi sono mosso perché non ho molto margine di manovra qui. Ma ti guardo, mio caro, ti guardo lo stesso. -
Patrizio si sforzò di continuare il proprio lavoro evitando di portare l'attenzione là, su quella maledetta panchina, ma non era facile. Di tanto in tanto lanciava un'occhiata di sottecchi, captando un colore rosso, e si irrigidiva come un toro alla Corrida. Se doveva prendere le ordinazioni ai tavoli vicini all'uscita guardava fisso davanti a sé senza farsi distrarre da altre cose, e atteggiava il viso a una maschera sorridente.
Dopo due ore, quando finalmente il locale cominciava a svuotarsi, si appoggiò al muro che separava la cucina dalla sala e sospirò. Era stanco. Ma soprattutto era indispettito. Per tutto quel tempo l'uomo dal berretto rosso era rimasto sulla panchina, sempre nella medesima posizione. Aveva sperato si stancasse e se ne andasse, ma ahimè ciò non era avvenuto.
Perché?
Perché proprio lui?
C'erano tante persone al centro commerciale. Perché quel tizio non andava da un'altra parte? Cos'aveva lui di così interessante da indurre uno sconosciuto a bivaccare per due ore su una panchina? Non lo sapeva. Di certo non era il maniaco arrestato sul treno, a meno che non fosse uscito per direttissima, ma era difficile.
Sonia si avvicinò, la coda di cavallo tutta scompigliata e l'aria più stravolta della sua.
- Giuro che ammazzo qualcuno. Qui, adesso. -
- Le domeniche sono sempre pesanti - ammise Patrizio, lo sguardo altrove.
- Già. - Sonia scrollò le spalle. Stava per allontanarsi quando lui la bloccò.
- Hai visto quel tizio là fuori, sulla panchina? -
Le parole gli uscirono talmente fulminee che non avrebbe avuto neanche il tempo di fermarle. Ma poi perché? In fondo, era una semplice e banale domanda.
- No. Ero troppo occupata a sedare risse, sorbire lamentele e odiosi amoreggiamenti di coppiette in calore - replicò lei in tono acido.
Sonia non era cattiva, anzi. Tra lei e Patrizio era da subito nata una bella amicizia tra colleghi, e lui l'aveva aiutata quando era entrata come semplice tirocinante, un anno addietro. Era simpatica, briosa, disponibile. Ma quando era di cattivo umore, faticava a trattenere battute poco carine. Patrizio non ci faceva più caso, ormai, ma la ragazza era più volte stata rimproverata dal Grande Capo Lorenzo per come aveva risposto a questo o a quel cliente.
- Comunque - continuò Sonia. - Quale uomo? Che cosa mi sono persa? -
- È seduto sulla panchina vicino alle scale mobili - spiegò Patrizio - da più di due ore. Sembra che abbia deciso che il nostro ristorante merita di essere ammirato. -
Va bene. Aveva raccontato una bugia. Ma non poteva di certo dirle che l'uomo guardava lui! O, almeno, non subito. Prima voleva conoscere il parere di Sonia.
La donna si allungò per guardare fuori dal locale. - Mmm, non c'è nessuno. Sarà andato via. -
Andato via?
Anche Patrizio si sporse. Effettivamente, la panchina era vuota. Emise un lungo fischio e si accasciò contro il muro.
- Qualcosa non va? - Sonia lo guardava preoccupata. - Hai una faccia... -
Lui si massaggiò le tempie. - No. È solo... - Cercò le parole giuste. - È solo che quel tipo mi sembrava strano. Cioè... sembrava che osservasse qualcuno, qualcuno che era qui... Non so, magari... - Ecco, si era impappinato. Che stupido.
Sonia non sembrò essersene resa conto. - Fortunato che fai il turno giornaliero! - Gli batté una mano sulle spalle. - Di sera c'è di peggio! Una volta io e Andrea ci siamo presi un bello spavento per via di due uomini che avevano lasciato un borsone proprio vicino all'entrata del ristorante. Temevamo fossero terroristi o giù di lì. Sai, con i tempi che corrono... Poi, dopo nemmeno mezz'ora, i due tizi sono ritornati indietro. Effettivamente, il borsone se l'erano dimenticato! - Scoppiò a ridere e si allontanò.
Patrizio rimase appoggiato al muro. Un po' era sollevato. Stava per terminare il turno e non sapeva come avrebbe fatto a passare davanti all'uomo sulla panchina, se fosse stato ancora lì. Però un lieve velo di timore gli si era posato sulla pelle. E se si fosse spostato da qualche altra parte? Se l'avesse incontrato nuovamente sul treno?
Uscire dal ristorante, dal centro commerciale e raggiungere le strisce pedonali fu un tormento, neanche camminasse su braci ardenti. Patrizio si guardava costantemente in giro, certo di vedere il berretto rosso da qualche parte. Cercava di nascondersi tra la folla. Per fortuna c'era tanta gente. A un certo punto vide uno svolazzo rosso e gli si fermò il cuore. Poi si accorse che era solo un ragazzino che si divertiva davanti a una vetrina con i suoi amici.
Signore, ma che ho fatto di male?
Patrizio sapeva che se fosse andata avanti così, avrebbe dovuto parlarne con qualcuno. Non poteva continuare con quella vita. D'accordo, erano solo due le volte in cui aveva incappato in quell'uomo, e poteva essere una banale coincidenza.
(non lo è)
La voce interiore era chiara. Perentoria.
E se quell'uomo avesse voluto qualcosa da lui? Magari era semplicemente interessato a conoscerlo, anche se quel tipo di corteggiamento era un po'... sui generis.
(ce l'ha con te)
Magari la prossima volta se lo sarebbe trovato davanti e lui gli avrebbe confidato di essere timido e di non aver avuto il coraggio di farsi avanti, prima.
(con te)
Avrebbero preso un caffè insieme e poi, chissà, Patrizio aveva la mentalità molto aperta da quel punto di vista. Magari Elena, la sua fidanzata, non sarebbe stata molto felice, ma pazienza!
(con te!)
- Al diavolo! - esclamò Patrizio. In quel momento si trovava al semaforo e due donne di mezza età si voltarono a guardarlo stupite. Lui fece loro un sorriso da cavallo. - Questo semaforo ci mette tantissimo a diventare verde! Perderò il treno, ne sono certo. -
Loro gli restituirono un sorriso di circostanza. Un po' tirato, in realtà. Una delle due continuò a fissarlo per qualche minuto, poi scattò il verde e Patrizio filò verso la stazione. Ci mancava poco che lo scambiassero per uno squilibrato. Lui!
Raggiunse il binario e si schiacciò contro un palo della luce. C'era poca gente, ma nessuno aveva un berretto rosso. Buon segno.
Sul treno decise che avrebbe fatto il viaggio in piedi, accanto all'uscita. E che salisse e si mettesse davanti a lui, quel maledetto! Gliene avrebbe dette quattro. Forse.

Emanuela Navone
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