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Autore: Simona Mastrangeli
Titolo: Nel cuore dell'emergenza
Genere Medical Diary
Lettori 186
Nel cuore dell'emergenza

Tutta la notte.
Ci ho pensato tutta la notte e, guardando la sveglia digitale sul comodino, mi accorgo che sono le cinque del mattino di lunedì 23 marzo 2020, quando decido di alzarmi dal letto. Avrei comunque dovuto farlo nel giro di un quarto d'ora per prepararmi ad andare in reparto.
Ho sperato per più di un mese che il Coronavirus non arrivasse fin qui, in Veneto. E, una volta arrivato, che non si spandesse a macchia d'olio per tutta la nazione.
Ora prego che questo terribile momento finisca presto e che la gente si renda conto di quello che sta accadendo.
Accendo il telefono con la paura di quello che può essere successo nella notte: l'apertura di una nuova ala dell'ospedale adibita a zona Covid-19, nuovi malati, nuovi turni da coprire sempre con lo stesso personale.
Oggi, per fortuna, nessuna novità.
Copro le occhiaie con il fondotinta e contorno gli occhi col kajal verde in tinta con la divisa della terapia intensiva, così da mettere in risalto il nocciola dell'iride.
Ammorbidisco le labbra con il burro di cacao alla vaniglia e il suo odore si fonde a quello del caffè appena uscito dalla moka.
- Amore, la colazione è pronta! -
La voce dolce del mio ragazzo mi risveglia dal torpore mattutino e infilo i vestiti di fretta per raggiungerlo a tavola. La casa si sveglia con me quando gli spazi fra le tapparelle fanno penetrare i primi raggi del sole.
Tendo la mano verso Gianmarco e gliela stringo forte. Lui l'afferra e la porta alla bocca per un bacio. La fronte è segnata da una ruga, gli occhi sono lucidi come quelli di chi ha dormito a stento per la preoccupazione. - Sta' attenta oggi. -
- Come sempre, non preoccuparti. -
Indosso la mascherina, appoggiata di fianco all'uscio ed esco. Chissà se i presidi basteranno anche per domani, se noi medici saremo sufficientemente protetti. Purtroppo, a oggi, non è per tutti così.
Ogni volta che indosso il camice temo di non averlo fatto bene, che sia rimasta una zona scoperta, che il virus possa aggredire anche me e che poi io possa trasmetterlo ai miei cari.
Questo significa essere in pandemia.
Questo significa essere costantemente a rischio.
Questo significa essere medico: combattere, non sempre ad armi pari, e avere paura perché per noi il rischio è alto. Ma il giuramento di Ippocrate m'impone di essere al servizio dei malati bisognosi e io, nonostante la paura, lo rispetto.

Capitolo 1
La vita prima del Coronavirus
Lunedì, 20 Gennaio 2020
È già passata una ventina di giorni da Capodanno e sugli scaffali dei supermercati si trovano ancora panettoni e zamponi in offerta speciale. Mi fanno tornare in mente le speranze scambiate con le persone care: auguri di un anno migliore del precedente. I miei desideri erano rivolti soprattutto alla sfera professionale e spero che si avvereranno per poterli condividere con loro. Già mi mancano.
Come al solito riempio il carrello di cose per lo più futili. Non ho la benché minima voglia di sbrigarmi: a casa mi aspetta un mucchio di roba da pulire prima di cominciare il turno di pomeriggio in terapia intensiva.
Infilo nella tasca del giubbino la mano alla ricerca del cellulare e percepisco la consistenza della carta. Estraggo un bigliettino e noto la scrittura ordinata di Gianmarco nella lista della spesa: mi conosce troppo bene.
Aggiungo nel carrello un pacco di farina e delle uova. Non che io ne capisca qualcosa di cucina, ma nelle vene di Gianmarco scorre l'arte culinaria. Mi ritengo fortunata ad aver trovato una persona capace: fosse per me andremmo avanti a insalate e prodotti precotti! Gli invio un messaggio, scattando una foto ai prodotti appena conquistati.
- Anche oggi ti sei salvato! -

Al lavoro si inizia a parlare di un'epidemia scoppiata in Cina: 2019-nCoV o SARS-CoV-2, conosciuto semplicemente come Coronavirus.
Pare che l'epicentro sia nella città di Wuhan, vicino a dove abitano i genitori di Zhelun, un mio amico ai tempi dell'università. Il primo caso di infezione risale ai primi di dicembre. Mi sembra un racconto tanto lontano, che si ferma lì, al mercato di Wuhan. Io ascolto distratta quelle notizie ma, dato che il numero dei contagiati e di morti comincia a salire, l'attenzione del mondo è puntata sulla Cina.
Mando un messaggio a Zhe, che adesso vive a Roma, per chiedergli notizie, ma già so che dovrò aspettare qualche giorno prima di ricevere risposta dato il suo difficile rapporto con il cellulare.
- La solita influenza, ne muoiono tanti anche di H1N1, da anni. Eppure non vedi nessuno agitato, nessuno che va a vaccinarsi a inizio stagione. - Dice la maggior parte di colleghi, anche quelli più esperti di me.
Già, l'H1N1, quella che per tutti ormai è la banale influenza. Ma di morti ne fa, e tanti. Ho iniziato da poco la mia specializzazione in Anestesia e Rianimazione ma, da quando ho preso servizio in Unità di Terapia Intensiva (UTI) a ottobre, ho visto già tre persone con insufficienza respiratoria grave da virus influenzale, che hanno sviluppato un quadro di ARDS (Sindrome da distress respiratorio acuto). Quadri clinici gravemente compromessi, per lo più anziani con comorbidità come la BPCO (broncopneumopatia cronico ostruttiva) che ha come principale fattore di rischio il fumo.
Quel maledetto fumo! Ma perché non smettono? Mi chiedo ogni volta che vedo qualcuno star male per colpa sua. Sono particolarmente sensibile sull'argomento anche per mio nonno, che fumava due pacchetti di sigarette al giorno, ed è morto di tumore al polmone. E prima di quello al polmone, ha avuto un carcinoma vescicale e uno alla lingua, tutti imputabili allo stesso fattore di rischio.
Ancora ricordo il giorno che ci ha abbandonati. Facevo il terzo anno di medicina, ed era questo stesso periodo, il 3 febbraio per l'esattezza, di ormai cinque anni fa. Stavo preparando l'esame di Patologia generale quando è arrivata la chiamata disperata di mia madre. Quello stesso giorno ho messo il libro e qualche panno in valigia e da Roma, dove studiavo, sono tornata al mio paese natale, Ferentino. In quel periodo solo lo studio mi ha permesso di non impazzire. Sembra assurdo a dirlo ora, ma ho studiato ancora di più per non pensare, per annullarmi. Un tempo mi ritenevo una persona eccessivamente empatica e forse è proprio per evitare sofferenza alla gente che ho deciso di diventare medico.
Parlo al passato, sì.
Questo lavoro rende cinici. Ci costringe a erigere muri sempre più alti per sopravvivere. Ogni decesso è un invasore che cerca di valicarli. A ogni morte mi rendo conto di dover aggiungere altri blocchi perché, ahimè, soprattutto quando si parla di persone giovani, non c'è muro che tenga.

Arriva il pomeriggio e la morte viene a bussare alle porte della terapia intensiva. C'è un uomo chiuso nel box 61, ha cinquant'anni. Il box appare come una camera separata dalla fila di letti antistanti le nostre postazioni, una scatola, un contenitore di corpi. Lo usiamo per dividere i pazienti con infezioni confermate o sospette, per impedire che contagino anche i loro vicini, ma oggi guardandolo mi dà l'impressione che sia una bara. Il nome del paziente rimarrà sempre impresso nella mia mente, così come in quella di tutti i miei colleghi. È nell'ospedale in cui lavoro da centoventuno giorni. Ha un arto amputato per varie complicanze sopraggiunte in seguito a una dissezione aortica anomala. Aveva tanta voglia di vivere, di riprendersi. Era riuscito a migliorare dal punto di vista ventilatorio, anche se con la tracheostomia, ma la sepsi lo stava divorando e neanche i chirurghi potevano più fare qualcosa. Tutti lottavamo, ma sapevamo quale sarebbe stata la sua fine. La si sente, la Morte, che serpeggia nell'aria, e noi medici siamo tutti Don Chisciotte che combattono contro mulini a vento, quando Lei viene a reclamare chi ha scelto.

Quando si inizia lo studio della medicina già si è predisposti ad affrontare questo tema delicato. Ci si prepara psicologicamente alla prima autopsia, si impara a maneggiare emivolti mozzati di persone che hanno donato il proprio corpo alla scienza per Anatomia II. Però rimane comunque difficile veder morire un paziente che è stato ricoverato in reparto tanto tempo. La prima volta non si scorda mai: a me è capitato quando ero una studentessa del quarto.
Non era una morte qualsiasi quella della signora del letto 38, ma era la sua morte, dopo un mese di travaglio in cui ho assistito al degrado delle condizioni cliniche e mentali. Il primo giorno era venuta per un'ascite formatasi in seguito allo scompenso dell'ipertensione polmonare, ma era vigile e pronta a combattere. Si pesava ogni giorno per quantificare la presenza di quel liquido in eccesso che dall'addome risaliva fino al torace e tendeva la cute fino a farle sentire dolore. Aspettava di uscire dall'ospedale, ogni giorno sempre più esausta, sempre più magra, consumata dai molteplici tentativi terapeutici che non riuscivano a migliorarne il quadro clinico in scadimento: l'ascite le impediva di respirare, comprimendo il diaframma. Una settimana dopo l'ingresso, una polmonite aggravò non poco la sua condizione, riservandole vari giorni in terapia intensiva cardiologica. Lei sentiva che sarebbe morta, ma era compito mio farle sperare il contrario, spronarla a non arrendersi. Inutile spiegare la delusione quando una mattina, giunta in reparto, non l'ho trovata, e lo specializzando mi ha informato del suo decesso. Ero triste, con un senso di impotenza che in parte speravo di superare approcciandomi a questa facoltà. Ho scoperto con il tempo che a volte il medico può poco, e purtroppo deve accettarlo, facendo tuttavia il possibile senza smettere di lottare insieme al paziente.

È così che ho fatto anche questo pomeriggio per il signore del box 61 e i suoi cari, sempre presenti in tutti quei centoventuno giorni di degenza. La moglie e la figlia abbracciano il malato nella sua stanza, attendono l'inevitabile. I secondi vengono scanditi dai bip del monitor che segnano la frequenza cardiaca e si allungano man mano che i battiti rallentano, fino a un suono prolungato e una linea piatta dell'elettrocardiogramma.
Li osservo piangere attraverso il vetro che ci separa e trattengo le lacrime. Mi tengo impegnata compilando le carte per la dimissione di un altro paziente. Una vita salvata, almeno.
Dopotutto, qualche battaglia siamo in grado di vincerla e tanto mi basta per svegliarmi ogni giorno con la voglia di combattere di nuovo.

Simona Mastrangeli
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