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Autore: Fabio Giorgino
Titolo: Le ragioni della follia
Genere Thriller
Lettori 282
Le ragioni della follia

La prima indagine del commissario Spiro Fusco.

Il torpore cominciò a diluirsi, lasciando posto a una lucidità frammentata. Guglielmo Lombardi sollevò le palpebre pesanti più volte prima di riuscire a tenere gli occhi aperti. Stava seduto, un bavaglio stretto sulla bocca e polsi e caviglie legati ben saldi a una vecchia sedia arrugginita. Lo spazio intorno era sfocato e liquido, un groviglio di linee flebili e grigi toni smorzati. Si sforzò di mettere a fuoco le immagini e una fitta alle tempie gli fece stridere i denti. Lentamente ogni cosa cominciò a prendere forma e colore. Un lume a gas su un tavolo da campeggio illuminava uno spazio circoscritto mettendo in risalto alcuni oggetti dai contorni indefiniti. Osservando il vetro opacizzato del lume prese coscienza del sibilo del gas che ronzava continuo nelle orecchie, mentre un rumore sordo proveniva dall'esterno con un ritmo intermittente. Si concentrò su quel suono ipnotico e rassicurante, sembrava famigliare.
La risacca... sono vicino al mare, pensò.
Sul tavolo adesso riusciva a distinguere un martello, un grosso giravite e un pacco di guanti in lattice. L'ambiente era umido e freddo, impregnato di un effluvio salmastro. Si guardò intorno, le pupille avevano cominciato ad abituarsi alla poca luce in quell'ambiente che sembrava avere confini indefiniti e tetri. Riuscì a distinguere le pareti dall'intonaco grigiastro quasi completamente scrostato, in alcune parti la malta fra gli interstizi era stata grattata via dall'azione erosiva della salsedine e dell'umidità.
La paura aumentò fino a disperdere gli ultimi segni di intorpidimento. Guglielmo si sforzò di riprendere i ricordi per ricostruire il passato recente. Non aveva idea di quanto tempo fosse trascorso, potevano essere state le nove di sera, era comodamente seduto in poltrona davanti alla tv. Il telegiornale era finito da poco e stava per iniziare il posticipo della seria A di calcio. Era accaduto tutto in pochi istanti: un colpo secco alla nuca, poi il nulla, il suo ricordo svaniva lì.
Uno schioppo sordo interruppe il flusso di pensieri, quasi all'unisono partì un secondo sibilo alle sue spalle, identico a quello del lume sul tavolino. Tentò di ruotare il collo a destra e a sinistra senza riuscire a vedere. Si divincolò più volte rischiando di ribaltarsi, alla fine cedette e chinò il capo ansimando. Si guardò i piedi: erano nudi. In quello stesso istante percepì la fredda rugosità del lastricato e sentì un brivido salire lungo la schiena, fino a solleticargli il collo. Fece scivolare lo sguardo incredulo sul proprio corpo: indossava solo mutande e maglia.
Cominciò a tremare di freddo e di paura.
Ci fu un leggero spostamento d'aria alle sue spalle, poi il caldo alito di un respiro gli sfiorò un orecchio trasformandosi in un sussurro: - Infliggerò castighi furiosi, e sapranno che io sono il Signore quando eseguirò su di loro la vendetta. -
Guglielmo Lombardi sbarrò gli occhi, cercò di parlare, ma ne uscì solo un gemito strozzato. La persona che aveva recitato il passo biblico gli sollevò la maglia da dietro rovesciandogliela sul capo. Un clangore metallico lo fece sobbalzare e una mano spinse forte sulla nuca facendolo piegare in avanti. Pochi istanti di sospensione, poi un improvviso e intenso bruciore alla spalla sinistra. La pelle sfrigolò a contatto con qualcosa di rovente rilasciando un odore acre di carne bruciata. Guglielmo Lombardi serrò i denti sul bavaglio sollevando ritmicamente le spalle in un respiro sincopato, poi sentì la vescica rilassarsi e un caldo bagnato fra le cosce.

L'urina gocciola dal piano della sedia e forma una pozza ai suoi piedi.
Sorrido.
Giro intorno per fissarlo dritto in faccia. In quegli occhi sbarrati all'inverosimile c'è terrore e incredulità, poi la sua espressione comincia a tramutare come in dissolvenza in rassegnazione. È consapevole delle proprie colpe. Come potrebbe non esserlo?
Il piano procede perfettamente.
Raccolgo martello e giravite e li impugno. Appoggio la punta del giravite sul petto e batto un colpo leggero tra i capezzoli sporgenti sotto la maglia. Il suo gemito gutturale e prolungato risuona dolce e appagante, per me è la riscossione di un credito di morte. Sollevo il martello fin sopra la testa in una traiettoria lenta e misurata, ghigno sulla sua faccia bianca come la cera e sferro un colpo deciso e potente. Sento il giravite stretto nel mio pugno penetrare lo sterno fino ad affondare nel cuore.
Lo fisso per un'ultima volta, e i suoi occhi si spengono per sempre.

La giornata in commissariato era stata estenuante, una di quelle in cui il diavolo sembra averci messo la coda. Spiridione Fusco uscì nella veranda affacciata sul giardino trasformato in frutteto e si lasciò cadere esausto nella sdraio. Per fortuna il rientro a casa era un toccasana, e nonostante la primavera tardasse a farsi sentire, lui aveva già ripreso la buona abitudine di uscire all'aria dopo cena, a contemplare la sua fetta di cielo facendosi travolgere dai pensieri. Erano perlopiù propositi per il futuro, riflessioni positive e leggere condite da immagini che facevano bene al cuore. Li lasciava fluire liberamente, aspettando che quell'onda impetuosa esaurisse la sua forza fino a diventare un tenue ronzio di sottofondo. Poi fumava due o tre sigarette, le uniche che si concedeva in tutta la giornata, e si metteva a letto a leggere fino allo sfinimento.
Era una prassi necessaria, la sua autoterapia di conversione di un temperamento che a volte sfociava in impulsi violenti.
Da dieci anni ormai era rientrato a Taranto, la sua dolce e amara città. Aveva scelto la periferia, una nuova zona residenziale con villette allineate in perfetto ordine, lontano dal trambusto. Sentiva una necessità vitale di spazi aperti, doveva poter ammirare il cielo e non avrebbe mai potuto adattarsi a vivere in una casa in centro. L'ideale sarebbe stata una villetta sulla costa a due passi dal mare, come quella del suo amico Enrico Vanoli, ma per adesso restava un sogno.
Da quando era tornato in Puglia aveva ripreso a sentirsi chiamare Spiro, anche se erano rimasti in pochi a rivolgersi a lui in quel modo. Per i tanti era il commissario Fusco, e a lui andava bene così: distacco e rispetto, un'istintiva deferenza suscitata dal modo di porsi - quasi perennemente ombroso - e dal massiccio metro e novanta di statura e i lineamenti squadrati del viso. Un'indole tenebrosa che aveva cominciato a fare capolino al passaggio dall'adolescenza all'età adulta. Suo padre ne era preoccupato e deluso. In più di un'occasione il vecchio lo aveva preso in disparte chiedendogli conto di quel comportamento quasi anaffettivo, e lui aveva sempre cercato di rassicurarlo con poche parole liquidandolo in fretta e furia.
L'ultima volta, però, lo aveva guardato dritto in faccia, e senza rispondere si era divincolato sbuffando. Mentre andava via dalla stanza a capo chino aveva percepito lo sguardo addolorato e deluso del padre. Pochi mesi dopo, nel giorno del funerale del vecchio, si era chiuso in bagno e aveva pianto lacrime disperate di rimpianto.
Nonostante tutto era convinto di non poter cambiare quel temperamento scostante. Si fidava ciecamente delle proprie sensazioni e gli veniva naturale fermarsi a un'accettazione dell'altro per ciò che ispira di primo acchito. Ed era difficile che il suo istinto sbagliasse. Lo aveva sperimentato con Angela e aveva pagato a caro prezzo l'aver voluto cedere, una volta tanto, agli impulsi del cuore, piuttosto che dare credito alla strana sensazione che lo aveva solleticato fin dal primo giorno in cui l'aveva conosciuta.
Angela era stata la delusione più grande della sua vita, un logorio latente che continuava a consumarlo da dentro, indifferente al trascorrere degli anni. Il suo abbandono era stato per entrambi atroce e liberatorio al tempo stesso, ma non per la piccola Vanessa. Angela si era dileguata affidando a poche righe una enigmatica spiegazione, lasciandolo da solo a crescere la loro figlia di appena cinque anni. Una famiglia spezzata, ridotta a metà, e forse ancora a meno della metà.
Da quel momento mille dubbi lo avevano perseguitato, e lui aveva cercato di narcotizzare il tormento dandosi interamente al lavoro: una presa di posizione coscientemente egoista quanto efficace, che però aveva compromesso il rapporto stesso con Vanessa.
Spiro alzò lo sguardo e fece due respiri lenti e profondi. Un leggero maestrale aveva asciugato la cappa di umidità su Taranto, facendo emergere il vivido contrasto fra la lucentezza delle stelle e il blu corposo del cielo. Attirato da un frullo d'ali, seguì il volo di una civetta perdersi nel buio oltre la chioma maestosa di un pino. La stella più luminosa a sud brillava su una mezzaluna d'argento.
Si soffermò a riflettere su quel disco semi illuminato: rispecchiava perfettamente il proprio essere, l'insieme di due metà, una rischiarata dal sole e visibile a tutti, l'altra nascosta e buia, una dimensione intima e tragicamente necessaria, sicuramente favorita dal suo animo cupo. A un certo punto della vita le circostanze lo avevano costretto a riflettere sull'efficacia della macchina della giustizia e sull'opportunità di seguire la via della legalità. Si erano instillati così i primi dubbi, e quei dubbi avevano dato origine a un'idea che si era fatta strada con prepotenza nella mente: talvolta, al verificarsi di determinate congiunture, poteva essere più efficace un'azione non convenzionale. Quell'idea aveva acquistato via via più consistenza, fino a diventare una certezza incrollabile e a costituire la sua metà in ombra, una metà che restava latente fino a che non veniva sollecitata a reclamare propria luce.
Un chiarore a ovest lo distolse dai pensieri: lampi im-provvisi rivelavano i contorni di nuvoloni bassi e minacciosi, l'aria cominciava a caricarsi di elettricità e profumo di pioggia. Dalla cucina arrivò lo squillo attutito del cellulare. Rientrò e lesse il nome sul display: Jenny Devita.
- Dimmi, che c'è? - chiese sbuffando.
Udì alcuni respiri affannati prima che l'altra rispondesse.
- Dottore, è stato trovato il cadavere di un uomo. - La voce era quasi sopraffatta dal suono delle sirene di un'ambulanza. - Un omicidio - si affrettò a precisare. - Siamo sulla spiaggia nei pressi di Lido Azzurro, di fronte al ristorante. -
Spiro girò lo sguardo verso l'orologio sulla cappa del camino, preoccupato che sua figlia non fosse ancora rientrata. Vanessa sarebbe tornata di lì a poco.
- Arrivo - tagliò corto.
Scrisse - mi hanno chiamato per un'urgenza - su un pezzo di carta che lasciò sul tavolo e uscì di corsa.

Fabio Giorgino
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