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Autore: Maddalena Tosi
Titolo: Il segreto del Danubio
Genere Thriller
Lettori 131
Il segreto del Danubio

- Nelle acque profonde del nostro Danubio si cela un mistero avvolto nel buio, una piccola perla di un blu evanescente farà del suo scopritore un uomo ricco e potente, da intenti malvagi per secoli nascosta a due cuori innocenti farà da scorta e vincer potrà l'amore vero cancellando il male inflitto al mondo intero. "
Due anime, due destini, due storie e due missioni. Un intreccio di misteri ed intrighi, di menzogne celate, realtà distorte e verità rubate. I ricordi, i dolori, le emozioni, gli amori del passato condizionano le scelte di Jùlia e di chi le sta accanto, sullo sfondo di un segreto senza tempo nascosto tra le onde del Danubio.

- Sono chiusa nel bagaglio della sua macchina. Mi ci è voluto del tempo ma alla fine sono riuscita. Tremo, tremo dal freddo. Anche se siamo in piena primavera le temperature qui salgono di poco oltre lo zero, quando cala la sera: cerco di scaldarmi con il mio stesso fiato, dalla mia bocca escono ventate di nebbiolina calda attraverso le quali strofino le mie mani gelate. Durante il viaggio ad alta velocità, gli spifferi d'aria esterna hanno punto la mia pelle come tanti spilli. Percepisco una fredda umidità provenire dall'esterno. L'auto ha viaggiato per molto tempo su una strada trafficata, poi i rumori si sono diradati così come le luci che hanno iniziato a filtrare sempre più fioche. La guida sportiva su un piano vellutato e asfaltato ha lasciato posto ad una conduzione nervosa su un terreno scomposto. Cerco di costringere il mio corpo ad una immobilità innaturale, ammesso che esista ancora qualcosa di naturale in questa storia. Siamo in un bosco, in aperta campagna, oppure in riva ad un fiume; non ne sono sicura. L'unica certezza è che siamo lontani dai centri abitati.

Tremo perché ho paura e non mi è mai capitato fino ad ora. Nulla mi ha mai fatto vacillare: me la sono sempre cavata, da sola. Da sola sono nata e da sola sono cresciuta. Ho imparato a difendermi. Erano gli altri ad aver paura di me: pochi stupidi hanno osato aggredirmi ed hanno finito per supplicarmi di lasciarli sparire dalla mia vista. E non era neanche necessario usare il mio potere: bastavano la mia fisicità e la mia tecnica.
Quello che provo ora è terrore, terrore allo stato puro, misto alla disperazione di non sapere dove lui sia, cose gli stia succedendo, se stia soffrendo, se stia lottando, se riesca a resistere.
Lui è tutto quel che ho. È il mio unico affetto, la mia speranza di una vita migliore, i miei sorrisi, le mie lacrime, il mio futuro. Alla fine, hanno preso anche lui, l'hanno portato via da me, dalla sua famiglia, dal suo lavoro dalla sua vita. Perché?
Lui è una persona comune, non ha doti speciali, non ha poteri straordinari. Se solo avessi dato ascolto a tutti i segnali, se solo avessi seguito gli avvertimenti, se mi fossi fidata di più, o forse no. Forse scoprirò di aver sbagliato tutto. Non mi interessa. Mi interessa solo lui.
Io lo amo. E mi è stato portato via. Potrei anche morire stasera. Non ho idea di chi sarà il mio avversario. Sarà uno, saranno di più? Potrebbero essere troppo forti, astuti, troppo scaltri e i loro poteri potrebbero essere più forti dei miei.
Sono sopravvissuta per vivere. Qualcosa di inspiegabile mi ha tenuta attaccata a questa esistenza della quale non ho mai compreso il significato. Facevo ciò che mi veniva chiesto e godevo dei pochi momenti di libertà: ma la libertà, quella vera, l'ho provata solo con Daniel. La libertà del cuore.
Ora voglio affrontare questi infami e in quell'istante che mi dividerà dalla lotta e forse dalla morte il mio potere avviserà Demeter.
Ti prego ...vieni a salvare Daniel!

Respiro. Non so se sperare che il tempo qui dentro duri per l'eternità oppure che finisca il prima possibile. Indietro non si torna e devo ingannare l'ansia senza perdere la concentrazione. Potrei raccontarvi la storia, dall'inizio...

Jùlia – L'orfanotrofio

Mi presento, il mio nome è Jùlia Péter sono nata in Ungheria nel 1988. Non ho mai conosciuto i miei genitori. So che il mio piccolo corpicino è stato trovato davanti all'orfanotrofio e che quando mi hanno soccorsa ero così infreddolita e così debilitata da dover considerare un miracolo la mia sola sopravvivenza.
Nulla ho mai saputo dei miei genitori biologici. Tra noi bambini parlavamo spesso e ognuno aveva la sua opinione rispetto alle famiglie degli altri. La sera, quando calavano le ombre e si spegnevano le luci, restavamo da soli, con le nostre nostalgie e le nostre mancanze. Allora aspettavamo che tutti i rumori della casa si quietassero e, come in rituale, scendevamo dai nostri letti scricchiolanti per sederci sul freddo pavimento, riscaldati dalla coperta che portavamo appresso. Riuscivamo a riconoscerci dalle nostre ombre. Per ingannare il tempo e i pensieri parlavamo del perché fossimo stati abbandonati ed ognuno esprimeva, come in un comizio, la propria tesi. Riguardo alla mia famiglia le opinioni prevalenti erano tre: qualcuno sosteneva che i miei genitori fossero spie del KGB scappate in Russia, altri che si fosse trattato di un atroce assassinio dal quale ero stata risparmiata per il mio pianto inconsolabile, altri ancora sostenevano semplicemente non fossi una figlia desiderata.
Nessuno poteva sapere quale fosse la realtà. Il mio inconscio, forse per difesa della vista stessa, aveva deciso di credere che mi avessero sempre voluto bene e che, solo a causa di tragiche e pericolose situazioni, nonché per la mia sicurezza, fossero stati costretti ad abbandonarmi. Quando avevo raggiunto l'età della consapevolezza però, la curiosità aveva invaso la mia mente e la mia anima. Per mesi interi il mio unico intento era stato quello di scoprire la verità. Avevo messo a soqquadro l'intero orfanotrofio, ogni stanza, ogni scantinato, il tetto e persino le stalle.
Mi ero ritrovata al punto di partenza. La rassegnazione aveva trovato rifugio nel mio cuore ed io pian piano avevo imparato a convivere con l'ignoto, eppure quella presenza scomoda, sconvolgeva il mio essere. La mia vivacità, la mia esuberanza, la mia curiosità erano oscurate, come messe a tacere, relegate in un angolo. Non ero più io, stavo diventando l'ombra di me stessa.
Solo allora Rose, la direttrice dell'Orfanotrofio mi aveva confidato di essere stata amica di mia mamma nella giovinezza e di essere certa del bene che mi volesse.
Il ricordo di quella sera è scolpito nella mia mente come fosse stato il giorno della mia seconda nascita. Eravamo tutti a cena nella grande cucina riscaldata dal vecchio camino, i muri dell'edificio erano spessi ma il freddo filtrava da ogni spiffero e per questo dovevamo tenere il fuoco vivo: quando la fiammella si rimpiccioliva, a turno ci alzavamo per andare a buttare nuova legna, con un po di sollievo ed un po' di amarezza: ogni pezzo di legno che bruciavamo era un pezzo di legno in più da tagliare il giorno successivo.
Dopo aver cenato e rassettato la cucina eravamo soliti suonare insieme qualche canzone, ma prima di coricarci Rose cantava una filastrocca popolare:

- Nelle acque profonde del nostro Danubio si cela un mistero avvolto nel buio,
una piccola perla di un blu evanescente farà del suo scopritore un uomo ricco e potente
da intenti malvagi per secoli nascosta a due cuori innocenti farà da scorta
e vincer potrà l'amore vero cancellando il male inflitto al mondo intero -

Sempre, tranne quella sera: Rose anticipò tutti; mandò a letto gli altri bambini rassicurandoli con un buon biscotto e mi portò nel suo ufficio.
All'inizio ero preoccupata, temevo volesse punirmi per qualche marachella ma a pensarci bene era davvero tanto tempo che non la facevo disperare. Passavo le giornate seduta sul prato a guardare il cielo. Doveva essere qualcosa di molto più grave.
- Siediti Jùlia - . Mi disse risoluta. - Cosa ho combinato Rose? - chiesi con voce tremula.
La stanza di Rose non era diversa da tutte le altre. Un solo vecchio armadio ed un letto un po' più lungo dei nostri: vi era una grande scrivania, strabordante di documenti di ogni genere, ed uno specchio. Rose era una giovane donna. A me, che ero una bambina, sembrava un'adulta formata e matura, ma credo avesse sì e no trent'anni.
Il suo viso era bello, ovale con gli zigomi un po' alti e due grandi occhi verdi, che non perdevano mai la loro dolcezza di fondo, neanche quando ci sgridava. I capelli, sempre raccolti dietro la nuca, erano di un color nocciola, intervallato da qualche sporadico filo bianco. Aveva una corporatura robusta, braccia possenti e protettive: quando ci abbracciava ci sentivamo custoditi in una fortezza che ci faceva sentire accolti. La stanchezza e le ristrettezze segnavano la sua immagine, anche se i suoi lineamenti erano fini e nobili, così come il portamento. Il suo passato un mistero che nessuno aveva il coraggio di indagare.
- Guardati allo specchio Jùlia. Dove è il tuo sorriso? Dove è la tua forza? Dove è la tua vitalità? Non permettere ai fantasmi del passato di cambiare la tua natura - . Abbassai lo sguardo ed una lacrima, la prima nei miei ricordi, sgorgò dai miei occhioni blu come il Danubio.
- Ti svelerò un segreto ma devi giurarmi, giurarmi Jùlia, e non sto scherzando, di non rivelarlo a nessuno, per nessuna ragione al mondo. - La guardai, asciugandomi le lacrime. - Io conoscevo tua madre - , continuò, - e so che ti voleva moltissimo bene. Ti ha sempre voluta e lasciarti le ha spezzato il cuore. Ma lo ha fatto per garantire la tua sopravvivenza stessa. Di più non posso rivelarti. Questo deve bastarti. Non posso mettere a rischio la vita degli altri bambini - .
Non so perché, ma mi bastò e piano piano la mia vita riprese a scorrere come sempre. Non parlai mai di quanto accaduto quella sera, non l'avrei mai fatto: i miei compagni erano la mia unica famiglia, e l'orfanotrofio l'unico posto dove potevo crescere, al sicuro.
Erano stati anni difficili per il nostro paese. All'inizio nessuno osava parlare di cambiamento, anche se il cambiamento era sulla bocca di tutti....
Noi bambini capivamo poco. La nostra nazione usciva da quasi un secolo di barbarie e distruzione. Nessuno degli abitanti del nostro paese sapeva cosa fosse la libertà e quando questa finalmente invase le loro vite, un'ondata di gioiosa ubriachezza conquistò gli animi e iniziò a medicare le ferite ancora sanguinanti.
Finalmente ognuno aveva la possibilità di esprimere le proprie idee, muoversi liberamente, girare il mondo. Ognuno, tranne me.
La rivelazione di Rose mi aveva riportato all'essenza della mia natura, aveva risvegliato la mia vivacità, la mia curiosità ed anche i miei doni, che parevano assopiti anch'essi nella tristezza.
Nonostante ciò, continuavo a sentirmi prigioniera in piccolo paradiso, nella mia realtà ovattata.
Ero ben conscia di dovermi considerare, nonostante tutto, fortunata. Rose era la mamma di tutti. Ci accudiva come suoi figli, coccolava, sgridava ed educava con un affetto. Immaginavo lo facesse per colmare il nostro vuoto: ma il nostro vuoto era incolmabile. Io avevo imparato a mescolarmi con lui, a farmelo amico, a immedesimarmi nella sua essenza soprattutto nei momenti in cui il dolore bruciava di più. Avevo imparato a zittirlo, a metterlo a tacere, persino a cancellarlo per un po' di tempo.
Alcune volte mi rifugiavo in cima all'albero del giardino per guardare il prato, con l'orecchio teso ad ascoltare le onde del Danubio e gli occhi persi in un vuoto senza nome. Dondolavo nel mio limbo facendomi catturare, di volta in volta, dal volo di una farfalla, dal salto di un grillo, dal ronzio di un'ape. Rose, che oramai conosceva ogni mia mossa, dopo un po' veniva a cercarmi.
Io percepivo la sua presenza a distanza di metri e ogni volta speravo di sorprenderla usando il mio potere: iniziavo a far svolazzare il grembiule che portava in vita: lo muovevo così forte da coprirle la vista e non appena lei spostava il braccio per liberare il viso, slacciavo il nodo dietro la schiena e lo attiravo sull'albero afferrandolo al volo. Quello era l'unico momento in cui potevo sperimentare il mio dono. L'unico momento in cui sapevo di essere sola con Rose. E quello era il nostro secondo segreto.
Per il resto la mia vita trascorreva serena. I miei fratelli di comunità erano bambini affettuosi e gentili. Non avevamo tempo per essere prepotenti. Ci volevamo bene e non ci mancava nulla: ognuno doveva contribuire ai compiti della casa e dell'orto.
Io però non ero mai stanca. Avrei potuto correre per ore la sera prima di coricarmi.
La mia esuberanza e la mia energia erano tali che talvolta, vinta da un'insonnia persistente, saltavo dalla finestra e mi rifugiavo sul mio ramo preferito, sperando che nessuno si accorgesse della mia mancanza.
Così, giunta all'età di dieci anni, Rose aveva stabilito un'attività nuova solo per me. E l'avrei svolta di notte, così che nessuno potesse lamentarsi.
La prima sera si presentò uno strano individuo. Ricordo fosse un bel ragazzo di circa diciotto anni. Parlava una lingua diversa dalla nostra, Rose mi disse che era inglese. Qualcosa in lui mi intimoriva; era troppo sicuro di sé e delle sue capacità. Sembrava sapesse esattamente come governare la sua vita. Questa cosa mi turbava: io mi sentivo spesso un piccolo filo d'erba in balia del vento e della pioggia o del sole troppo caldo.
Non espressi mai le mie preoccupazioni. In fondo mi sentivo troppo eccitata all'idea di imparare cose nuove, soprattutto quelle che mi proponeva James. Lui mi insegnava a parlare la sua lingua e a combattere. Inoltre, era l'unico a conoscenza dei miei segreti oltre a Rose. Mi aveva promesso che se mi fossi impegnata e se mi fossi comportata bene un giorno mi avrebbe portata con lui, in un altro paese, in una scuola speciale, dove studiavano bambini con doni speciali come il mio. Da quel giorno quello era diventato l'unico scopo della mia vita. La fuga verso la libertà.
Non mi dispiaceva affatto l'idea di lasciare l'orfanotrofio. Volevo bene a tutti, stavo bene con ognuno di loro ma non mi sentivo legata a quel posto. Era stata la mia culla, un luogo accogliente che mi aveva permesso di sopravvivere e crescere. In fondo al mio cuore sapevo però di non appartenervi, di essere destinata a qualcosa di diverso. Il mondo era lì fuori ad attendermi ed io avevo finalmente l'occasione di prendermelo.
Jamas venne ogni notte per tre lunghi anni. Non gli chiesi mai perché lo facesse. Avevo troppo timore che chiedendogli spiegazioni si risentisse e mi abbandonasse. Il nostro rapporto era limitato alla mia istruzione. Lui mi spiegava quel che dovevo fare e io lo facevo. Punto. Con la compassionevole approvazione di Rose e l'innocente ignoranza di tutti gli altri.
Finalmente venne il momento. - E' ora - , mi disse una sera. - Sei pronta. Domani partiremo. Verrò a prenderti dopo cena e ti condurrò nella tua nuova scuola, la tua nuova casa, dove troverai compagni ed insegnanti che potranno far fiorire le tue capacità. Saluta tutti con grande affetto. Lascia ad ognuno una tua lettera. Sarà l'ultima volta che li vedrai - , mi disse con un tono stranamente più dolce del solito. Fu la prima volta che riconobbi in lui un volto umano e compassionevole. Forse, in tutti quegli anni, mi ero meritata un po' del suo affetto.
Avrei dovuto, e forse avrei anche voluto, sentirmi un po' triste, un po' malinconica. In realtà il mio cuore brillava di una luce nuova. Provavo un grande senso di riconoscenza per ogni persona con la quale avevo percorso quella parte di vita, ma nulla mi tratteneva dallo scappare il più in fretta possibile verso nuovi e più ampi orizzonti. Sentivo per la prima volta che la mia esistenza stessa prendeva forma e consistenza.
Non dormii quella notte. Non volevo addormentarmi per il timore di scoprire, svegliandomi, che si era trattato solo di un sogno.
Andai a rifugiarmi sul mio ramo preferito. Guardai più volte verso la finestra di Rose. La luce restò accesa fino all'alba. Aveva una resistenza sovrumana, persino più potente della mia. Lei non si fermava mai.
Guardai la mia casa. L'orfanotrofio sorgeva alle pendici della collina di Gellert: ogni tanto camminavamo fino alla sua cima per ammirare la nostra splendida città che, nonostante i decenni di guerre e privazioni, manteneva quel fascino imperiale che la rendeva unica. Il Danubio, la vista dell'Isola Margherita, il Parlamento. La nostra era una piccola costruzione in mattoni immersa in grandi prati coltivati. Dormivamo tutti insieme in un grande stanzone e questo ci piaceva, ci aiutava a sentirci meno soli. Io dormivo da sempre vicino a Margaret. Lei era un po' più grande di me e mi aveva sempre trattata con un occhio di riguardo. Sosteneva di essere stata la prima a tenermi tra le sue braccia il giorno in cui fui ritrovata davanti all'orfanotrofio e che da quel momento aveva avvertito l'impulso di accudirmi come una vera sorella maggiore. E non aveva mai smesso: quel pizzico di femminilità che mi caratterizzava era frutto del suo impegno e del suo esempio nella cura personale e nei lavori domestici che ci erano affidati: cucire, fare il bucato, spolverare, lavare per terra, fare il bagno ai più piccolini e assicurarsi dell'igiene personale di tutti. Io dal canto mio, avrei preferito di gran lunga andare nei campi insieme al Sig. Josch. Li sarei stata libera di muovermi, di annusare il profumo dei frutti della terra, di correre dietro alle galline, di saltare sui maiali, cavalcare il nostro povero asinello Pedro. Il sig. Josch era piuttosto anziano ed ogni mattina, poco prima dell'alba si recava nei nostri campi per aiutarci e badare ai ragazzi, che avrebbero dovuto supportarlo nelle attività, ma il più delle volte lo facevano impazzire. Non sarebbe riuscito a gestire me, questo Rose lo sapeva bene. Nello studio invece ero io ad assistere Margaret. Nonostante la più giovane età avevo come la capacità di prevedere le soluzioni. Il mio cervello memorizzava molto velocemente le nozioni riportate nei libri di testo e nella mia mente prendevano forma libere associazioni che individuavano una soluzione. E la mia soluzione era sempre quella giusta.
Nei momenti di libertà correvo nei campi, spesso correvo in cima alla collina con Demeter e lì giocavamo a fare la lotta. Ricordavo la promessa e la necessità di mantenere assoluto riserbo sulle mie attività notturne, quindi, con Demeter mi sfogavo un po' ma alla fine facevo in modo che vincesse sempre lui. Demeter era un bambino molto bello: occhi chiari, i capelli castani un po' lunghi e un po' mossi, sguardo sbarazzino ma dolce, sorriso sincero. Era magro, come noi tutti, eppure la sua muscolatura era visibilmente tonica ed allungata. Erano tutti convinti che fosse innamorato di me, ma io facevo finta di nulla perché non avevo intenzione di rovinare la nostra bella amicizia. C'era anche un altro motivo, a me molto caro: non volevo dispiacere Margaret. Io ero la sola ad aver capito che avesse una cotta per lui, anche se lui sembrava non vederla. Io soffrivo nell'osservare la sua tristezza e rassegnazione: per nulla al mondo le avrei aggiunto ulteriore pena.
Quello era il nostro piccolo Mondo, non uscivamo mai: una volta sola Rose ci aveva portati in gita in città. Eravamo elettrizzati all'idea di poter fare una passeggiata fuori dai nostri - confini - , incontrare altre persone, vedere vetrine, magari comprare del pane caldo. Ci eravamo fatti tutti il bagno, lavati i capelli ed indossato vestiti puliti.
Avevamo varcato la soglia del nostro cancello pieni di entusiasmo e curiosità, ma presto la gioia tanto attesa era sfumata in triste desolazione. Al nostro passaggio le persone ci rivolgevano solo sguardi di disprezzo e ilarità. Nessun adulto aveva rivolto un saluto a Rose. La tensione diventava via via più palpabile e, per la prima volta, vidi la rabbia crescere dentro la nostra amata ed affabile direttrice.
Lo sguardo dolce e comprensivo divenne tagliente e freddo, spietato, minaccioso. Ebbi paura io stessa. Prima che accadesse l'irrecuperabile Rose ci aveva invitato a fare marcia indietro, ma non ci aveva negato la soddisfazione di entrare nella più bella pasticceria della via e scegliere una grande torta. - Abbiamo di che pagare. Le consiglio di servirci - , aveva sussurrato Rose, come fosse un avvertimento mortale. La commessa tremante aveva incartato il prezioso dolce, poi si era affrettata a incassare il denaro e ad accompagnarci alla porta.
- Non pensateci più. Quando sarete cresciuti dimostrerete al mondo il vostro valore - . Qualche tempo dopo ci aveva comprato un televisore e da lì abbiamo potuto conoscere il mondo.
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Quella sera, poco prima che il sole sorgesse entrai in casa, presi carta e penna e scrissi ad ognuno un pensiero. A Margaret e Demeter scrissi una lunga lettera. A Rose scrissi solo - Grazie di tutto - , sapevo che lei avrebbe capito.
Radunai i miei effetti personali e trascorsi la mia ultima giornata nella mia casa d'infanzia, cercando di imprimere ogni particolare di quel posto nella mia mente. La sera James venne a prendermi. I compagni mi salutarono con affetto, tranne Demeter: lui guardò per terra tutto il tempo, penso abbia contato le piastrelle del pavimento almeno un centinaio di volte. Mi dispiaceva non poterlo salutare con un forte abbraccio, ma capivo che dovevo rispettare il suo dolore.
Quando l'auto di James si avviò, mi accorsi che stava correndo lungo la strada sterrata. Corse con più fiato che poteva, corse sino alla cima della collina. Si bloccò davanti alla statua di Gellert e rimase per un po' lì, immobile con gli occhi fissi sui fari, poi alzò lo sguardo verso il Santo, come a domandare il coraggio di continuare a vivere senza di me.

Maddalena Tosi
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