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Autore: Beppe Amico
Titolo: Ovunque vai porti te stesso
Genere Romanzo rosa
Lettori 179
Ovunque vai porti te stesso

Mi erano sempre piaciute le passioni travolgenti. Ero attratto dagli amori storici dei grandi letterati, dalle storie romantiche e spesso impossibili di certi uomini illustri. Ricordavo Leopardi e la sua amata Silvia, Dante e Beatrice, Foscolo con le sue passioni tormentate, D'annunzio e le sue ammaliatrici dei sensi.
Le storie d'amore un po' tinte di giallo e che ti tengono con il fiato sospeso, avevano per me sempre avuto qualche elemento di attrazione e di interesse e quella di mio figlio sembrava non fare eccezione.
Parlo naturalmente di passioni con la - P - maiuscola, di un amore che mette le ali e vola oltre le nubi, oltre il cielo, oltre l'orizzonte visibile, alla ricerca di un mondo ideale e perfetto che certamente non esiste su questa terra, ma che è reale per gli innamorati, anche in mille traversie e difficoltà.
Ma quello non era il momento di pensare ad amori romantici e impossibili, dovevo ascoltare mio figlio, il quale nel frattempo continuava a raccontarsi.
- Non ebbi nemmeno il tempo di sedermi al tavolo quella sera – borbottò Chris asciugandosi il viso terso di lacrime – ed ecco... dal lato opposto del locale vedo uscire la sagoma di una ragazza in jeans e t-shirt bianca - .
- Mi colpì quel suo modo semplice e immediato. Ebbi la sensazione di conoscerla da sempre. Si sedette due tavoli prima del nostro. Era sola, ma dopo quattro, forse cinque minuti, la raggiunse la sorellina minore.
Osservai i suoi lineamenti freschi e genuini, studiai i suoi modi di fare, i suoi movimenti, la sua gestualità. Cercai di associare la sua fisiognomica ai moti dell'anima, ai sentimenti, alle motivazioni interiori e riflettei accuratamente su quali potessero essere stati i suoi pensieri in quel momento.
La osservai parlare, constatai la partecipazione con cui alimentava la discussione con i suoi interlocutori; da quei pochi minuti di osservazione avevo compreso che Katiuscia era un'anima eletta.
Quando udii la sua voce rimasi letteralmente affascinato. Un tono melodioso che infondeva pace, eppure pareva tanto determinata, così sicura di sé.
Compresi che oltre ad essere uno spirito superiore, di quelli che raramente si incontrano sulla strada della vita, lei era anche una persona sulla quale contare in ogni momento.
Non so come me ne resi conto, ma mi bastò poco per comprenderlo. Non capisco, nemmeno ora, a distanza di quasi un anno, come intuii quelle cose. Esse si rivelarono esatte fin nei minimi particolari.
Credo si tratti del destino misterioso di ciascuno di noi, che, per un imperscrutabile disegno, viene affiancato nel cammino della vita da chi potrà dargli una mano a portare a termine la missione alla quale è chiamato.
Non era solo la sua anima che mi attraeva, ma anche il suo corpo. Rimasi incantato dai suoi capelli lunghi, leggermente mossi, di un colore nero corvino, così intenso che pensai per un attimo che fossero tinti. Li portava qualche centimetro al di sotto della spalla. Quella sera erano trattenuti a un lato da una forcina sulla quale si posava un cuore di pezza di un rosso carminio, intenso come il fuoco.
Associai a quel simbolo il sentimento dell'amore e pensai che se avesse scelto di raccogliere i capelli con quel cuore, ci sarebbe dovuta essere certamente una ragione.
Capii in un attimo che Katiuscia possedeva certamente grandi valori, profondità e intensità di pensiero, intelligenza non comune e forte carica passionale.
Queste impressioni rimasero tali per breve tempo, perché qualche minuto dopo che le avevo formulate nella mia mente, la ragazza che l'aveva raggiunta al tavolo andò via e lei rimase nuovamente sola.
I miei amici quella sera scherzavano, parlavano di questo e di quello, cercavano di coinvolgermi nella discussione, ma io ero assente, come rapito in un'estasi.
Dopo qualche minuto, quando finì di sorbire la sua consumazione - un the al latte – la vidi alzarsi e andare verso il bancone del bar. Chiese qualcosa al cameriere e poi si girò nella nostra direzione, proprio dove ero seduto io.
I miei e i suoi occhi, di un blu intenso come il mare profondo si incontrarono per la prima volta, ma fu per un attimo. In quel momento il cuore sembrava sobbalzarmi dal petto con battiti tanto forti che pareva volesse uscire. Temetti che lei potesse sentirlo.
Credo persino di essere arrossito come uno scolaretto perché in poco meno di trenta secondi mi sentii avvampare in ogni parte del corpo.
Katia si diresse a passo svelto verso il nostro tavolo, sembrava che volesse venire da noi. In quei pochi secondi pensai che cosa avrei fatto quando me la sarei trovata di fronte; ed ecco, ora era già ad un passo da noi. I miei amici non si erano accorti di nulla e proseguivano la loro allegra conversazione.
Lei avanzò, sempre di più, sempre di più, quando, a un tratto, giunta a pochi centimetri dal nostro tavolo proseguì nella direzione della toilette femminile, aprì la porta e si infilò dentro con un gesto repentino richiudendosi dietro l'uscio.
L'estasi si dileguò e ritornai alla realtà. Ripresi la conversazione con gli amici.
- Ah, ci sei Christian – borbottò uno di loro – ma che fine avevi fatto? - .
- Dai che ce ne andiamo da questo schifo – aggiunse l'altro – non riesco proprio a reggerla questa gente - .
- Sì, d'accordo – risposi con aria alquanto distratta – andiamo mi sono rotto anch'io - .
In realtà non ero stato mai così bene e quella fu la prima volta che provai una simile emozione. Non mi era mai accaduto nulla del genere prima. Mi sentivo come a mezz'aria e mi stupii dell'intensità di quelle sensazioni.
Mentre ci alzavamo per andare sbaraccare da un'altra parte, la meravigliosa ragazza che qualche minuto prima era entrata nella toilette per le signore, uscì.
Inavvertitamente la urtai con lo zaino che portavo in spalla.
- Pardon – dissi, senza nascondere un po' di imbarazzo.
- Nulla – rispose lei con aria compita.
I nostri occhi s'incontrarono di nuovo, questa volta ci fissammo per qualche secondo in più. Ebbi l'impressione che non riuscisse a distogliere lo sguardo dal mio viso.
Mentalmente mi chiesi il perché, ma accadde tutto così in fretta che non ebbi il tempo di terminare quella riflessione.
- Ma tu sei Christian, ti conosco, sei il figlio di Luca Frassi, lo scrittore! - .
Mio figlio smise di parlare, chiuse gli occhi e rimase immobile per un po'. Io ero sorpreso e mi chiedevo come potesse conoscere mio figlio anziché me, visto che mi aveva nominato durante quella breve conversazione.
La storia si faceva piuttosto intrigante e curiosa. Chiesi a Chris di continuare.
- L'arcano si scoprì velocemente – aggiunse lui - mi disse che sulla quarta di copertina del tuo primo libro, sullo sfondo della fotografia dedicata all'autore aveva notato un quadretto porta ritratto nel quale ero raffigurato proprio io - .
Christian si interruppe, forse attendeva che dicessi qualcosa.
Io ascoltavo con attenzione e mi limitati a dire: - Si, certo, è la foto che c'è nel mio studio, proprio sulla parete dietro alla mia scrivania, ci sei anche tu... ma dimmi... come ha fatto a capire che eri mio figlio? - .
Christian tacque per qualche minuto, avevo l'impressione che stesse ricostruendo qualcosa mentalmente. Nel frattempo, squillò il telefono, cercavano proprio lui.
Una voce femminile dall'altra parte, posata, lenta, un po' affaticata mi chiese se potesse parlare con mio figlio.
Non investigai sulle generalità di quella misteriosa persona che sentivo per la prima volta. Christian prese il telefono e disse: - Pronto, chi parla? - . La voce dall'altra parte si qualificò, seguì qualche attimo di silenzio. Lui taceva e ascoltava senza dire nulla. Infine, aggiunse: - Non si preoccupi, appena posso arrivo, ma chi le ha detto che ero qui? - .
Seguì un breve silenzio e poi: - Bene, vengo subito in ospedale - .
Christian abbassò la cornetta e rimase immobile. Sembrava pensieroso. Mi avvicinai a lui e gli posai una mano sulla spalla chiedendo: - Tutto bene figliolo? - .
- Sì, sì... anzi no dannazione, hanno ricoverato Katia, era sua madre, voleva avvertirmi che stava andando in ospedale. Mi pregava di raggiungerla appena potevo e di portare con me il piccolo televisore portatile che teniamo in casa e qualche effetto personale - .

Beppe Amico
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