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Autore: Cara Valli
Titolo: Fuoco e oblio - Legami (Vol 6)
Genere Erotico Avventura
Lettori 92
Fuoco e oblio - Legami (Vol 6)

Scalcio via le scarpe e mi libero della borsa, mandandola a fare compagnia al cellulare che è già da qualche parte sul fondo di questo specchio d'acqua maleodorante.
Il terrore mi fa vedere tutto più scuro, tutto più minaccioso. La loro imbarcazione è ancora lontana ma si avvicina inesorabilmente...
È sempre più vicina.
M'immergo dopo aver riempito il più possibile i polmoni d'ossigeno, avrei dovuto iperventilare per resistere più a lungo ma ho fretta, ho paura che mi vedano.
Mi dirigo nuotando sott'acqua dalla parte opposta dello yacht. Stanno scandagliando il mare con un faro per la pesca notturna.
Ho paura di quello che mi potrebbero fare se riuscissero a prendermi.
Ho paura di quello che mi farebbe - lui - se riuscisse a mettere le mani su di me.
Come ha potuto.
Come ha potuto fargli questo.
I polmoni iniziano a bruciare e a contrarsi in cerca d'ossigeno. Riemergo per respirare e mi volto per guardare dove sono, il cuore mi balza in gola quando vedo il raggio di luce passare poco distante.
Il terrore mi riempie la pancia, il cuore e lo stomaco...
Ho voglia di vomitare e non solo per tutta la spazzatura che mi galleggia attorno ma per quello che i miei occhi hanno visto per il dolore che quello che so procurerà a lui.
Mi immergo appena in tempo per evitare il raggio di luce che illumina il mare a meno di un metro da me.
Nuoto cercando di spingermi più a fondo, ma non avendo incamerato abbastanza ossigeno devo tornare a galla dopo pochissimo tempo.
Prima di riemergere guardo la superficie in cerca dello scafo e vedo tutta la sua fiancata...
Hanno virato dalla parte sbagliata... scalcio vigorosamente per poter guadagnare il pelo dell'acqua.
Appena posso tornare a respirare mi accorgo che sto tremando... ma non per colpa del freddo.
Sono terrorizzata, anche più di quando sono stata rapita... essere braccata è spaventoso, è terrificante.
Deviano di nuovo dalla mia parte e velocemente torno sott'acqua e nuoto in direzione di un molo che ho visto poco lontano.
Il raggio di luce mi sfiora di continuo e cambio direzione più volte per evitare d'essere vista.
I polmoni bruciano e il mio corpo grida per la necessità di respirare. Affioro a pochi metri da loro e mi rituffo quando sento le loro voci.
- Punta il faro di là-
- Niente... È solo un sacchetto-
Sono vicinissimi.
Qualcosa mi sfiora una gamba e la paura d'essere morsa da un ratto in cerca di cibo si somma al terrore d'essere scoperta.
Per lo spavento, il poco e prezioso ossigeno intrappolato nei miei polmoni esce tutto assieme e mentre vedo le bolle salire veloci in superficie un grosso banco di cefali mi passa vicino.
Era solo un pesce.
So che noteranno le bolle, so che presto vedranno la traccia che così stupidamente ho lasciato.
Inizio a nuotare il più in fretta possibile, prima di rimanere di nuovo senza ossigeno.
La paura ormai ha quasi del tutto preso il sopravvento e non so più dov'è il pontile, non so più da che parte devo andare.
Aria... ho bisogno d'aria.
Emergo e loro sono lì a cercarmi, sondano la zona dove sono affiorate le bolle, ma il banco di cefali attirato dalla luce del faro li distrae abbastanza per darmi la possibilità di valutare la mia posizione e incamerare aria.
- Sono tutti pesci...- e poi li sento imprecare e parlare nella loro lingua.
Finalmente vedo una via d'uscita: sono nei pressi di un molo turistico e dopo un paio di boccate torno sott'acqua e mi dirigo verso le imbarcazioni ormeggiate.
M'infilo in mezzo a quei bestioni che cozzano uno contro l'altro, protetti solo da piccoli e insufficienti parabordi, ma purtroppo non posso fare altro o mi nascondo o alla fine mi trovano.
Cerco di stare tra le due prue per non essere schiacciata ma quando il raggio passa di nuovo vicino, sono costretta a indietreggiare. Sono costretta a mettermi tra le due alte fiancate che si stagliano attorno a me pronte a schiacciarmi.
Lo stesso yacht passando fa muovere le imbarcazioni che si avvicinano pericolosamente creando un'onda che mi riempie la bocca.
Se sopravvivo a tutto questo, come minimo mi verrà il tifo.
Sputo l'acqua che ne sa di carburante e chissà cos'altro. M'immergo tra le due imbarcazioni, li vedo superarmi e allontanarsi piano.
La speranza di riuscire a cavarmi fuori da questo incubo inizia a serpeggiare nel mio cuore che continua a battere furioso.
Torno tra le prue e riemergo.
Li guardo mentre si allontanano dal molo per cercarmi in quello successivo.
Per fortuna trovo un piccolo veliero ormeggiato di prua e mi arrampico sullo specchio di poppa.
Scendo nel pozzetto ma il boccaporto è chiuso con un robusto lucchetto.
Guardo oltre la barca ma intorno a me regna il più disarmante silenzio...
Non c'è nessuno... ma non ci sono neanche loro.
Si sentono solo i rumori delle imbarcazioni che tirano le cime con cui sono ormeggiate e il rumore dei parabordi che si comprimono tra le fiancate.
Non sapere dove siano, mi spaventa più che se vedessi lo yacht girare per i canali creati dai molteplici moli. Ho il cuore che sta scoppiando e i polmoni così in debito d'ossigeno che riesco a fare solo dei brevi e affannosi respiri.
Ho voglia di rannicchiarmi in questo pozzetto e aspettare che il sole sorga. Ma se dovessero ripercorrere il canale dietro di me, mi vedrebbero immediatamente.
Qui non c'è modo di nascondersi.
Devo riuscire ad andarmene da qui, devo riuscire ad arrivare in un posto meno isolato.
Devo chiedere aiuto.
La paura striscia nelle mie vene, mentre torno a guardare il pontile davanti alla barca a vela.
Sempre tutto deserto.
Esco dal pozzetto e percorro tutto il ponte, cammino sulla traballante passerella e appena posso faccio un balzo per guadagnare il molo.
Guardo le mie estremità e poi guardo il pavimento grezzo sotto i miei piedi, nudi e delicati...
Devo proteggerli.
Mi guardo attorno in cerca di qualcosa, frugo con gli occhi ma non vedo nulla. Percorro qualche metro e vedo un cumolo di stracci luridi e corde sfilacciate abbandonate vicino a un piccolo peschereccio.
Scelgo due pezzi di stoffa e velocemente mi avvolgo i piedi il più strettamente possibile.
In quel momento noto la pozza d'acqua che si sta allargando attorno a me, gocciolo e guardando l'imbarcazione da cui sono scesa vedo la scia che ho lasciato lungo il percorso...
Se le vedono la mia fuga è finita.
Sfilo il vestito lo strizzo per bene oltre il pontile, cerco ti togliere più acqua possibile dai miei capelli e dalla biancheria e poi lo rimetto.
Spero che basti, spero di non gocciolare per tutta la strada, lasciando dietro di me una facile traccia da seguire.
Percorro il pontile cercando di stare bassa e ascoltando attentamente i rumori che mi circondano.
Sono a metà strada quando un lampo di luce attraversa il molo a quattro o cinque metri da me.
Mi precipito dietro una colonnina di distribuzione, mentre tremo per la paura e trattengo il respiro...
Non li ho sentiti.
Com'è possibile che non stiano facendo rumore?
Cerco di capire dove sia l'imbarcazione, ma non la vedo, la mia visuale è ostacolata da tutte le barche ormeggiate ma poi lo sento... un leggero sciacquettio e un lieve ronzio.
Giro attorno alla colonnina mentre la vedo passare nel canale oltre le barche. Il proiettore rovista tra le ombre mentre mi cercano, il cono di luce mi sfiora e il cuore perde un paio di battiti, mi rannicchio su me stessa facendomi piccola, la luce si allontana e io torno a respirare. Il mio cuore torna a sussultare quando un lampo di luce mi acceca, ma è solo il riflesso della luce su un oblò.
Sgattaiolo dietro la colonnina successiva e piano piano riesco a guadagnare la fine del molo, mentre loro iniziano a scandagliare il pontile successivo.
Sulla banchina non si vede nessuno e non ci sono rifugi o nascondigli.
Presto capiranno che non sono né in acqua né su una barca e scenderanno anche loro a terra.
Devo trovare un rifugio.
Devo trovare il modo di chiamare aiuto.
Spero che i ragazzi accorrano al più presto ma nel momento in cui mi sono gettata in acqua, il cellulare è sicuramente morto e Steven non avrà avuto il tempo di rintracciare la mia posizione.
Sono sola.
L'illuminazione fioca e insufficiente avvolge tutte le strutture di un manto lugubre e minaccioso.
Un'alta recinzione d'acciaio costeggia tutta l'area, proteggendo il porticciolo dagli estranei.
Ma adesso mi sta tenendo dentro, anche se io vorrei uscire il prima possibile.
Valuto la recinzione e poi mi alzo, un brivido mi percorre gli arti e la schiena mentre il panico mi serra la gola.
Faccio il primo passo in quella direzione e poi mi guardo alle spalle...
- Posso farcela- sussurro a me stessa.
Prendo un bel respiro e faccio un altro passo allo scoperto, la mia schiena s'irrigidisce come se qualcuno mi stesse guardando, mi stesse puntando un'arma alla schiena.
Il terrore è come un ariete che mi spinge nella più completa irrazionalità.
Le gambe sono improvvisamente pesantissime e fatico a fare anche un solo piccolo passo.
Sudo ma tremo di freddo.
Davanti a me oltre le cancellate ci sono degli imponenti edifici dai muri di mattoni rossi, un agglomerato di costruzioni tutte uguali dai tetti piatti, poste una di fianco all'altra.
Sembra la terra promessa.
Vedo alcune porte aperte come se m'invitassero a raggiungerle, come se volessero dirmi che lì da loro troverei la protezione di cui ho bisogno.
Devo riuscire a oltrepassare quella barriera.
Faccio un altro passo verso la svettante recinzione, sembra elevarsi infinita verso il cielo, inoltre è sormontata da filo spinato ritorto su se stesso, per impedire che sia scavalcata.
È inviolabile e insuperabile.
Non vedo alcun punto d'ingresso...
Devo costeggiarla e sperare di trovare una porta o un accesso valicabile.
Mi guardo ancora una volta alle spalle ma non vedo nessuno e raccogliendo tutto il coraggio che ancora mi rimane, corro verso quella barriera.
Prego che in terra non ci siano vetri, evito di calpestare zone dove giacciono bottiglie di birra e altri avanzi potenzialmente pericolosi.
Con il cuore in gola arrivo alla meta.
Appoggio le mani sulle maglie di ferro e rimango paralizzata quando sento un ronzio distante, ora debole ma col passare dei secondi sempre più forte.
Ogni mio nervo si paralizza per la raggelante consapevolezza d'essere perfettamente individuabile.
Lentamente, ruoto la testa e guardo dietro di me.
Cazzo.
Lo yacht è ormai visibile, il rumore dei motori si sente sempre più forte, fino a quando squarcia l'aria tranquilla della sera come l'urlo di una belva feroce.

Cara Valli
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