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Autore: Isabel Giustiniani
Titolo: La Città dei Morti
Genere Storico
Lettori 109
La Città dei Morti

La pittrice di tombe perdute.

Un nuovo giorno

Uaset (Tebe).
Inizio decimo anno del regno del faraone Tutankhamon.
1340 a.C.


- Nimaat, Nimaat! Andiamo, svegliati: siamo in ritardo! -
Una mano mi aveva afferrato la spalla e la stava scuotendo con insistenza. La voce concitata di mia sorella mi fece emergere controvoglia dal sonno. Sollevai una palpebra quanto bastava a verificare quanta luce fosse presente nella stanza e la richiusi, girandomi su un fianco e voltando le spalle alla seccatrice.
- Lasciami dormire, Satiath - biascicai, il volto affondato nel cuscino. - Non vedi che è ancora notte? -
- No! - insistette, decisa, strappandomi il guanciale da sotto. - I raggi di Ra stanno già schiarendo a Oriente e abbiamo un sacco di cose da fare prima di andare a Malkata. Ho cambiato idea per quanto riguarda l'acconciatura: voglio che tu mi faccia quella con centinaia di trecce. Hani mi ha detto che sono di gran moda a palazzo e io voglio presentarmi al meglio davanti ai nobili e alle loro mogli! -
Mugugnai, infastidita. Era almeno la decima volta, e solo negli ultimi due giorni, che Satiath cambiava idea sugli ornamenti e sulla pettinatura che avrebbe sfoggiato al suo sposalizio. Sebbene comprendessi l'emozione e l'ansia che potevano attraversare la mente di una giovane sposa nel suo giorno più speciale, mia sorella possedeva da sempre anche una spiccata propensione al capriccio nonché la capacità di trasformare l'insistenza in ossessione.
L'ennesima sua nuova richiesta mi riscosse dal torpore non appena cominciai ad afferrare appieno le parole. E mi girai con gli occhi spalancati.
- Quella con centinaia di trecce? Ma ci vorranno delle ore! -
- Appunto! Non ti ho detto che siamo in ritardo!? - ribatté, allargando le braccia in un gesto di esasperazione che fece dondolare la lampada che sorreggeva. Detestavo quando mi guardava come se fossi stata dotata dell'acume di un mulo.
Sospirai e mi grattai la selva di capelli disordinati che mi ritrovavo, così diversi dalla morbida cascata corvina che ricopriva invece la schiena di lei.
- Ascoltami, Satiath - ripresi, tirandomi su a sedere e sperando nell'ausilio di qualche divinità che mi aiutasse a ricondurre mia sorella alla ragione. - Devo occuparmi di un sacco di cose questa mattina: non posso stare incollata alla tua testa tutto il tempo. E poi ad Hani piaci come sei e tutto ciò che desidera è averti accanto come moglie. Cosa vuoi che gli interessi come porterai i capelli o... -
- Ma tu sei zozza! - strillò quando il lenzuolo che mi faceva da coperta scivolò via, scoprendomi. Chinai la testa per seguire il suo sguardo inorridito e mi resi conto che indossavo ancora la tunica con la quale ero solita lavorare nel laboratorio di nostro padre.
- Ho fatto tardi, ieri sera, sui calchi per la nuova statua di Horus[1] - cercai di giustificarmi, battendo con una mano sul grembiule e causando il sollevarsi di piccoli sbuffi di polvere bianca.
Satiath seguì il movimento delle mie dita macchiate di tintura con un'espressione di disgusto mista a pietà.
- Lo sai che non dovresti farlo - aggiunse con un rimprovero che parve più un lamento.
- E tu lo sai che io, invece, lo voglio fare. Ne abbiamo già parlato più di una volta e sono stanca: non intendo discuterne oltre - ribattei, alzandomi. - Ora vado a lavarmi, a meno che tu non voglia delle trecce fissate con lo stucco e inaugurare così una nuova moda tra le annoiate signore di corte. -
Mi avviai all'uscita della stanza, ma la voce tagliente di mia sorella mi raggiunse alle spalle come una pugnalata, trafiggendomi.
- Sei la primogenita, d'accordo, ma nostro padre non ti lascerà mai la conduzione del laboratorio perché sei una donna! Quando ti deciderai a capirlo? Essere la figlia del grande Thutmose non basterà a cambiare lo stato delle cose o quello che pensa la gente. Per Iside[2], Nimaat, perché ti ostini a mentire a te stessa? Tu non sei Reneb! -
Nel sentire il nome del mio gemello, il cuore perse un battito, ma il montare della rabbia ricacciò indietro il dolore e strinsi i pugni.
- Io non sto mentendo a me stessa ma facendo quello per cui sono nata, sorellina. E con la benedizione di Ptah[3] - le sibilai di rimando, trattenendomi a stento. - Sono sicura che, prima o poi, nostro padre vedrà in me quello che vedeva in lui. -
Mi precipitai fuori dalla stanza, correndo. Non avevo bisogno di luce per orientarmi nei corridoi della grande casa che spesso percorrevo anche quando erano immersi nelle tenebre. Antri bui come sepolcri. Come quello in cui giaceva l'altra metà della mia anima.
Oltrepassai la stanza vuota di Reneb e il pianto sgorgò, inarrestabile.
Perché gli dei avevano voluto portarlo via?
Quando la sua tomba era stata sigillata mi ero sentita come se fossero state le mie viscere ad essere tumulate nei vasi canopi depositati all'interno.
Troppe volte in questi mesi, da quando un male oscuro l'aveva spento come la fiammella di una candela rimasta senza cera, mi ero chiesta perché fosse accaduto a lui e non a me. Eravamo sempre stati uno accanto all'altra, fin dal ventre di nostra madre, condividendo tutto. Tutto tranne l'amore di nostro padre.
Reneb, unico figlio maschio, era sempre stato il suo prediletto. A lui sarebbe spettato di portare avanti la gloriosa attività di famiglia: era il prescelto. Prescelto perfino dalla morte. Anche se lo avevo scongiurato di risparmiare la vita di mio fratello, neppure Anubis[4] aveva voluto poggiare il suo sguardo su di me.
Svoltai nella stanza dei bagni e raggiunsi l'ampia vasca che veniva alimentata dalle acque del Grande Fiume tramite un ingegnoso sistema di chiuse. Ay non aveva badato a spese quando aveva fatto costruire questa villa per il suo capo-scultore di corte, anche assecondandone la bizzarra richiesta di vivere a Uaset anziché a Malkata, con il resto dei collaboratori reali. Ma mio padre aveva sempre adorato lavorare anche con la gente comune, pur avendo realizzato tra le migliori opere scultoree che il Kemet avesse conosciuto nelle ultime decine d'anni. E questo l'aveva salvato anche alla fine del regno di Akhenaton.
Mi accucciai al bordo di candida pietra della vasca e immersi una mano nell'acqua fredda. Non male come sistemazione per una famiglia che era dovuta fuggire dalla città dell'eretico lasciando alle spalle i propri averi e il proprio passato. Ma il - grande Thutmose - e il suo talentuoso figlio meritavano questo ed altro, aveva affermato con soddisfazione il vecchio ti-atj[5] rigirando tra le mani una statuetta ritraente il giovane nuovo faraone che in realtà avevo fatto io.
Mi sfilai la tunica facendola scivolare fino ai piedi. Le ombre del giardino cominciavano a sbiadire lasciando il posto alla luminosità crescente di Ra. Presto, tra i rami delle palme gonfie di datteri, si sarebbero sentiti i richiami dei primi uccelli mattutini intenti a rincorrersi, inneggiando alla vita con i loro cinguettii.
Sole e vita. Un altro giorno di luce per me.
Un altro giorno di tenebre per Reneb, chiuso nelle profondità della terra.
Mi passai il dorso della mano sul volto per togliere le lacrime e mi avviai ai gradini della vasca, rabbrividendo al tocco gelido dell'acqua.
Amavo quel freddo addosso, sentirlo penetrare attraverso la pelle: aveva il potere di rinvigorire il corpo e schiarire i pensieri come una sferzata, scacciando via lo stordimento dato dal sonno come quello del dolore.
Mi immersi nel piacevole refrigerio fino al collo e nuotai fino al lato opposto della vasca, sistemandomi poi con la nuca e le braccia appoggiate sul bordo.
Da quando mio fratello era morto, passavo le giornate chiusa nel laboratorio, dal primo raggio di luce all'alba fino a quando non riuscivo più a tenere gli occhi aperti e il chiarore della lampada che fendeva la notte non bastava più per tenermi sveglia. Mi sfiancavo di lavoro, sperando che la stanchezza fosse in grado di concedermi l'oblio dalla bruciante mancanza di lui e dal senso di colpa per essergli sopravvissuta. Ma ogni giorno ne uscivo irrimediabilmente sconfitta. Da quando Reneb si era avviato al Tribunale dei quarantadue giudici[6], durante la scorsa stagione delle piene, non c'era stato momento che non avessi percepito la sua assenza come un vuoto palpabile nel mio essere, al pari della sensazione di un arto fantasma che il corpo si rifiuta di scordare.
Chiusi gli occhi, per permettergli ancora una volta di tornare da me.


- Vedi nessuno? -
Il ciuffo di capelli ribelli di mio fratello spuntava da dietro una giara nel cortile inondato dalla luce del tramonto.
- No - risposi, guardandomi attorno. - Sono andati via anche gli apprendisti. Dai, vieni! - Feci un cenno con la mano affinché mi seguisse e lo precedetti all'interno del laboratorio.
A poco più di sette anni non avevamo ancora l'età perché nostro padre ci permettesse di curiosare tra le sue opere in lavorazione o toccare i fragili calchi di gesso. Thutmose era consapevole che gli strumenti che custodiva nella sua officina di Primo Scultore del Dio, nonché la profusione di tinture e perle invetriate della più incredibile gamma di colori che il Kemet potesse produrre e che si trovavano custoditi in altrettanto ricchi e allettanti contenitori, esercitavano un richiamo irresistibile per gli occhi e le piccole mani inesperte dei bambini. Tuttavia io e Reneb, nonostante il preciso divieto, organizzavamo delle sortite esplorative non appena ci era possibile, soprattutto quando il severo genitore era impegnato a seguire le opere presso qualche tomba e i lavoranti approfittavano dell'assenza del suo occhio vigile per rincasare prima.
- Facciamo presto - bisbigliò alle mie spalle con voce ansiosa.
- Non ti preoccupare: voglio solo dare un'occhiata al nuovo lavoro di nostro padre. Gli apprendisti non fanno altro che dire che sia l'opera più bella che sia mai stata creata in tutto il Paese delle Due Terre! -
- Qualsiasi oggetto creato da lui non ha rivali - esclamò, orgoglioso, mio fratello prendendo un piccolo ushabti di ceramica invetriata azzurra da uno scaffale.
- Lo penso anch'io. Per questo sono proprio curiosa di vedere cosa... Reneb, guarda su quel tavolo! -
Mio fratello sgranò gli occhi e si affrettò a rimettere sulla mensola la statuetta funeraria. Ci precipitammo al grosso tavolo, macchiato di tinture e consumato dagli anni, sul quale capeggiava il busto di una donna con un alto copricapo cilindrico.
- La regina! - esclamò, riconoscendola.
Nefertiti era inconfondibile, ma quel busto che la ritraeva era davvero la cosa più bella che avessi mai visto.
Lo stucco che ricopriva la pietra calcarea era stato modellato a ritrarre le fattezze del volto e del copricapo in maniera tanto fedele e perfetta che sembrava di trovarsi davvero di fronte alla Grande Sposa Reale. Gli occhi, un intarsio di cristallo di rocca con l'iride perfettamente incisa e rivestita di nero, sembravano vivi. Perfino il colore dell'incarnato, così omogeneo e realistico, toglieva il fiato.
Io e Reneb guardammo affascinati quel volto che trasmetteva perfezione, bellezza e regalità da ogni angolazione. Facendo attenzione a non sfiorarla, mi allungai verso la statua per studiarne i colori e il modo in cui erano stati stesi, a strati progressivi, sulla base di gesso.
- È bellissima - mormorai, estasiata. - Quanto vorrei essere in grado anch'io di creare oggetti così belli. -
- Lo sarai. Anzi, lo saremo entrambi: all'arrivo della stagione del raccolto avremo l'età per iniziare l'apprendistato. Siamo fortunati ad avere come maestro il migliore del Kemet. -
Reneb scoppiò a ridere ma io distolsi lo sguardo per nascondere l'amarezza, come se mio fratello non fosse stato in grado di leggermi dentro con un solo sguardo.
- Ehi, sorellina - riprese lui. - Lo so che nostro padre ha parlato solo di me, ma ti assicuro che gli farò cambiare idea. -
- Reneb, lo sai che non mi vuole perché io... perché io... - balbettai, la gola che si stringeva in un nodo di pianto soffocato.
Mio fratello si aprì in un largo sorriso dai denti bianchissimi e dall'aria furbesca. - Se vorrà avermi con sé in officina, dovrà accettare anche te e impartirci gli stessi insegnamenti. Non m'interessa nulla: se non ci sarai tu, non ci sarò nemmeno io. E non intendo cedere. Ti fidi di me, Nimaat? -

Ti fidi di me, Nimaat?

- Nimaat... -
Trasalii nel sentir pronunciare il mio nome e spalancai gli occhi.
Le ombre della notte avevano lasciato il posto al chiarore del sole nascente e, oltre il giardino che si apriva verso il Grande Fiume, l'ultima bruma cercava rifugio tra i canneti.
Riuscii perciò a distinguere con chiarezza la figura di Satiath che si stava avvicinando, con passo esitante. Non volevo che mia sorella si accorgesse che stavo piangendo, così immersi tutta la testa sott'acqua per poi riemergere e iniziare a sfregarmi il volto con energia.
- Mi dispiace per prima - iniziò, imbarazzata. - Perdonami per quello che ti ho detto. È che oggi sono così nervosa... -
- Non ti preoccupare - sospirai, - finisco di lavarmi e poi vengo ad intrecciarti i capelli. -
- Uh, lascia stare le trecce - sbuffò, inginocchiandosi sul bordo di pietra. - Hai ragione: richiedono un sacco di tempo e poi non ne vale la pena. Se li lego con dei fili di perle sarà un'acconciatura di maggior effetto. Anzi, pensavo di mettere delle perle anche nei tuoi. -
Mi girai a guardarla, sorpresa, mentre mi afferrava una ciocca fradicia e la studiava con attenzione.
- Satiath - obiettai, - non credo affatto che i miei capelli si prestino... -
- E invece sì - insistette lei. - Come tutti i capelli: basta saperli trattare e averne cura, cosa che tu ti ostini a non fare. Guarda: ora che sono bagnati sono belli lisci come dovresti portarli sempre. Vedrai che pettinati e ammorbiditi con degli olii e zavorrati nelle punte con alcune perle, avrai una pettinatura invidiabile che ti renderà la ragazza più bella presente al banchetto. -
Sorrisi alla sua affermazione che sapevo essere dettata più da un impeto di gentilezza che da un apprezzamento reale, ma tornai a darle le spalle e lasciai che mi versasse sul capo il contenuto di un unguentario da bagno e iniziasse a frizionarmi la cute.
Era indubbio che Hathor[7] fosse stata generosa con mia sorella, donandole forme armoniose che ora, a quindici anni compiuti, sbocciavano prorompenti in una femminilità aggraziata. La dea della bellezza, al contrario, si era dimostrata alquanto parca nei miei confronti. Nonostante avessi due anni più di Satiath, conservavo un fisico asciutto e a tratti spigoloso, dai lineamenti del volto marcati che avevano giovato all'aspetto del mio gemello maschio più che al mio.
- Ti devo delle scuse - dichiarai.
Le dita di mia sorella fremettero per un istante ma non interruppero il piacevole massaggio. Quel mattino l'avrei accompagnata alla cittadella reale, dove nostro padre l'avrebbe ufficialmente affidata al suo promesso sposo, sancendo così l'unione. Questi momenti che stavamo trascorrendo assieme erano di fatto gli ultimi che avremmo condiviso sotto il tetto che ci aveva protette negli ultimi dieci anni, dalla precipitosa fuga della nostra famiglia da Akhetaton. Eppure, nonostante tutto ciò che avevamo condiviso, io e Satiath non eravamo mai state davvero vicine. Sentivo che, almeno in quest'ultima occasione di intimità, avrei dovuto aprirle il mio cuore.
- Mi dispiace non esserti stata accanto dopo la morte di nostra madre - confessai. - Solo adesso, da quando ho perduto Reneb, riesco a comprendere davvero la solitudine che devi aver provato. Quando è successo, ho pensato solo a cercare rifugio e conforto nel mio gemello. Come sempre, quando soffrivo per qualcosa. Con lui mi sentivo più forte, in grado di affrontare qualsiasi dolore: bastava che lo chiudessi fuori dal nostro rapporto esclusivo. E così è stato anche con la morte di nostra madre. La tua sofferenza e i tuoi pianti, mi avevano spaventato, facendomi allontanare da te. Potrai mai perdonarmi? -
Satiath non rispose. Non avevo avuto il coraggio di voltarmi a guardarla mentre le parlavo e sentii solo il rumore della ciotola che veniva riempita d'acqua e lo scroscio di quest'ultima sul mio capo, mentre lavava via l'unguento.
Il silenzio si protrasse per i lunghi instanti in cui lei ripeté l'operazione, accrescendo il mio disagio. Non riuscendo più ad attendere, tentai di girarmi ma Satiath mi trattenne la testa, cominciando a passarmi tra i capelli annodati un pettine d'osso.
- Mamma raccontava spesso di quanto foste legati - riprese con voce calma e distante, quasi rievocasse un sogno lontano. - Diceva che era perfino costretta a mettervi nella stessa culla in modo che le vostre mani si potessero toccare, altrimenti nessuno dei due si sarebbe addormentato. Tu e Reneb eravate uniti dal nodo speciale che lega i gemelli, qualcosa con cui io sapevo non avrei mai potuto competere... -
- Satiath... -
- ...ma ormai fa parte del passato. Né tu né io dovremmo più pensarci, perché le perdite che abbiamo subito hanno già devastato a sufficienza la nostra vita. Ora voglio pensare solo a ciò che mi riserva il futuro. E poi, Nimaat, se ti sentisse Metchetchi parlare in questo modo, si arrabbierebbe: penserebbe che tu stia dicendo che non è stata amorevole e sollecita nei nostri confronti e ti lancerebbe addosso qualche stoviglia per ricordarti del contrario. -
Un largo sorriso mi affiorò alle labbra al pensiero della nostra vecchia e adorabile nutrice. Eppure sapevo che l'ironia di Satiath non era altro che uno dei suoi modi per evitare di affrontare gli argomenti o mostrare i veri sentimenti. Ma c'era qualcosa di importante su cui non volevo più soprassedere.
- Dimmi la verità, Satiath: sei felice di sposarti con Hani? -
Questa volta mia sorella s'interruppe. Depose il pettine e si alzò in piedi.
- Ora stai davvero esagerando - ribatté, piccata. - Hani è il sehedy sesh[8] reale ed è una persona integerrima e rispettata, a corte. Tutti lo amano! -
- Tutti lo amano - celiai, con una smorfia, avviandomi ai gradini per uscire dalla vasca. - Naturalmente tra questi tutti ci sei anche tu. -
Mentre mi chinavo a raccogliere il telo per asciugarmi da una cesta, incrociai il suo sguardo ostile. Satiath serrava tremante la mandibola, non so se per impedire a se stessa di maledirmi o per trattenere il pianto.
- Naturalmente - ripeté, gelida, guardandomi mentre mi avvolgevo la stoffa attorno al corpo gocciolante.
Sospirai, chiudendo gli occhi. Mia sorella era sempre stata sulla difensiva nei miei confronti e dubitavo si sarebbe aperta ora, nemmeno in questo frangente che le nostre vite stavano per separarsi. La frivolezza nei modi e la freddezza dei sentimenti erano le maschere che indossava da troppo tempo per potersene liberare facilmente, ma era e sarebbe stata sempre la mia sorellina: tutto quello che desideravo per lei era che fosse davvero felice.
- Ascoltami - iniziai, muovendo un passo verso di lei. - Hani è un caro amico di nostro padre e frequenta questa casa da quando ho ricordi, ma tu sei più giovane del minore dei suoi figli e... -
- E allora?! - mi sbraitò contro, balzando indietro per riaffermare la distanza tra noi. - Vuoi fargliene una colpa, solo perché è rimasto vedovo? Io sono in età da marito e non c'è nulla di sbagliato in questa unione. Semmai, sei tu che ti stai facendo vecchia per il matrimonio e stai sfiorendo, mia cara sorella, sempre rinchiusa nel polveroso laboratorio di papà a preparare corredi per i morti. Parli così solo perché sei invidiosa che mi sposi e che andrò a vivere al palazzo del faraone! -
Gli occhi umidi di Satiath saettavano rabbia mentre le labbra fremevano in modo incontrollato. Abbassai lo sguardo, sconfitta. Non era così che volevo andassero le cose, ma il muro che lei aveva eretto, negli anni, era diventato più spesso di quello che suggellava un sepolcro. Non credevo affatto fosse innamorata del vecchio Hani. Chi era, tra noi, quella che davvero mentiva a se stessa?
- Mi dispiace, scusami - mi arresi, sollevando i palmi. - È solo che voglio saperti felice della tua scelta. Magari ti sarà difficile crederlo, ma ti voglio davvero bene e ci tengo a te. Non badare a quello che ho detto prima: pregherò Hathor affinché vegli su di te e ti doni la serenità e l'amore che meriti. So che Hani è un uomo buono e avrà cura di te. -
Mia sorella mi voltò le spalle, cercando di nascondere il pianto. La vidi portare più volte le dita agli occhi per togliere le lacrime con un moto di stizza, quasi provasse rabbia verso il proprio corpo che tradiva le emozioni ma, quando tornò a voltarsi, vidi la Satiath che avevo imparato a conoscere: una ragazza dal dolce sorriso incastonato in uno splendido volto dall'espressione distante e indecifrabile.
- Non ti devi preoccupare per me: io sto bene. Scusami anche tu - replicò. Poi, andando a raccogliere il pettine, aggiunse in tono forzatamente scherzoso: - Ehi, ma non eri tu che dovevi occuparti della mia acconciatura? Mi sembra che qui sto facendo tutto io. -
- E invece sono sempre io la povera stupida che deve fare ogni cosa! -
La voce di Metchetchi irruppe nell'ambiente e ci voltammo verso l'ingresso. Sulla soglia, si stagliava la robusta figura della nutrice che brandiva un mestolo, con le mani appoggiate sui fianchi e lo sguardo di rimprovero. Mi portai una mano alle labbra per nascondere il sorriso mentre la donna riprendeva a brontolare, agitando in aria lo scettro del suo regno. - Ve ne state qui a cianciare e a cospargervi di profumi mentre io sgobbo da sola in cucina con tutto quel che c'è da preparare. -
Satiath alzò gli occhi al cielo e sbuffò. - Metchetchi, andiamo a un banchetto nella cittadella del faraone e Hani si è premurato di organizzare tutto: non mancherà certo da mangiare e tu non hai bisogno di preparare proprio un bel nulla oggi! -
Gli occhi e la bocca della nutrice si dilatarono nell'udire quello che per lei era il peggiore degli affronti: il rifiuto del suo cibo. Trattenni a stento una risata.
- Senti, ragazzina - riprese la donna, puntando il mestolo contro mia sorella, - non credo affatto che qualche cuoco scialbo per gente viziata sia in grado di preparare pietanze saporite come so fare io, inoltre tuo padre ha affittato un'intera barca per portare la dote a palazzo: ci sarà pure un po' di spazio per la mia anatra in salsa di cipolla e la zuppa di farro e spezie! -
- E la portantina con i sei servitori - m'intromisi, cercando di essere seria. - Non dimenticate il noleggio della portantina bardata. Secondo me, Satiath, se terrai ferme le pentole tra le tue gambe incrociate, allungandoti con le braccia, renderai indimenticabile il tuo ingresso trionfale. -
Mimai la posizione scomoda di chi trattenesse a stento delle giare nel tentativo di non rovesciarne il contenuto, guadagnandomi un'occhiataccia da parte di entrambe.
- Oggi è il giorno più importante della mia vita e voi non mi siete per nulla di aiuto! - squittì Satiath, esasperata.
- Ma no, piccola mia - riprese Metchetchi, con tono conciliante e facendosi incontro per abbracciarla. - È solo che vorrei contribuire anch'io ai tuoi festeggiamenti con quello che posso fare. Per farti ricordare quanto ti voglio bene. -
- E come potrei dimenticarlo? - rispose lei, rispondendo all'abbraccio con energia. - Mi mancherai tantissimo. -
Le guardai stringersi, pensando che forse Satiath non avrebbe avvertito la stessa nostalgia nei miei confronti come della nutrice. Non che dubitassi provasse dell'affetto per me, ma non potevo competere con chi le era stata accanto come una seconda madre. Quel momento di intimità tra loro avrebbe forse dovuto ferirmi, ma tutto ciò che provai fu il languore nell'animo lasciatomi dall'assenza di Reneb.
- Allora, ci vogliamo preparare per questa festa al palazzo del faraone? - esclamò infine mia sorella staccandosi dall'abbraccio e tornando a volgersi a me con un sorriso radioso.

[1] Horus: Il dio Horus, figlio di Iside e Osiride, simboleggia l'energia medianica. È il signore della profezia, della musica, dell'arte e della bellezza. Horus era il dio dei cacciatori ed era rappresentato da un falco. Successivamente fu identificato con il sole, divenendo il simbolo della nobiltà, archetipo dei faraoni.

[2] Iside: o Isis o Isi, in lingua egizia Aset (traslitterato 3s.t) ossia sede, è la dea della maternità, della fertilità e della magia, è originaria di Behbet el-Hagar, nel Delta del Nilo.

[3] Ptah: ("creatore") (o Tanen, Ta-tenen, Tathenen, Peteh, Phtha, nell'Aida di Verdi: Fthà) è il dio creatore, demiurgo della città di Menfi (Men-Nefer) , patrono degli artigiani e degli architetti nonché dio del sapere e della conoscenza.

[4] Anubis: dio protettore delle necropoli e del mondo dei morti. Verso la V dinastia viene sostituito da Osiride ma il suo culto rimane nell'Alto Egitto. A Partire dal nuovo Regno Anubis viene raffigurato con il corpo di uomo e la testa di canide.

[5] Ti-atj: visir del faraone che aveva anche i nomi di Volontà del Signore, Orecchio e occhi del sovrano, Sapiente fra i sapienti. Cariche ricoperte: capo della giustizia, controllore dell'apparato burocratico, della polizia, sovrintendente ai lavori pubblici, supervisore del fisco, cancelleria, trasporti fluviali, spedizioni commerciali, presidenza del consiglio di guerra, capo dell'esercito e capo del tesoro.

[6] Tribunale dei quarantadue giudici: nel Libro dei morti viene rappresentata la pesatura del cuore durante la quale il defunto doveva prima rivolgere una dichiarazione di innocenza al dio Osiride e successivamente ad un tribunale rappresentato da quarantadue giudici, demoni o dei locali, i quali avevano il compito di denunciare e di punire una colpa o un peccato.

[7] Hathor: (dall'originale egizio: ḥwt-ḥr; che significa Casa di Horus, ellenizzato Ἅθωρ, Hathor) è la dea della gioia, dell'amore, della maternità e della bellezza. Rappresentata come una donna con la testa di giovenca.

[8] Sehedy sesh: supervisore degli scribi.

Isabel Giustiniani
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