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Autore: Isabel Giustiniani
Titolo: I Guardiani dell'Oblio
Genere Fantasy Sci-fi
Lettori 158
I Guardiani dell'Oblio

Terre dell'Ovest, lago Naran 3579 E.S.F. 16 Uryab(*)

Magister

Strofino i palmi sudati delle mani sulle brache, infastidito dal mio stesso nervosismo. Non dovrei sentirmi in questo stato, in fondo sto solo per dire addio a una donna che fa già parte del mio passato.
Invece impreco, maledicendo ancora una volta la mia debolezza.
Impreco e, allo stesso tempo, non riesco a impedirmi di sorridere dell'ostinazione con cui continuo a pensare a Sheeza come a un essere umano, alla compagna per la quale avrei rinunciato a tutto, pur di starle accanto. Nel lontano e sfiorito tempo dell'adolescenza e delle illusioni.
Il sole estivo fa brillare il lago Naran di riflessi lucenti, donando alle sue acque l'aspetto di uno smeraldo incastonato nel verde più cupo dei boschi circostanti. Uno spettacolo superbo: riesce ancora a risvegliarmi nel cuore un languore sempre più raro e che sembra prendersi gioco di me, mostrandomi quanto io sia ancora vulnerabile ai sentimenti.
Lo scaccio, con stizza.
Non voglio essere debole, tuttavia un brivido di ostinata emozione mi attraversa la schiena quando vedo il giaguaro nero uscire dalla foresta per raggiungermi con passo silenzioso e morbido. Due bimbetti nudi e ridenti spuntano dai cespugli alle sue spalle e si precipitano in una corsa goffa fin nelle acque cristalline. Li guardo spruzzarsi a vicenda in un tripudio di giochi e schiamazzi.
- Posso vederti come ti ho conosciuto? - chiedo senza staccare gli occhi dai miei figli, non appena la Custode si arresta.
Sheeza si ferma, rimanendo immobile davanti al largo sperone di roccia che si protende nel lago. Il luogo dove ci siamo incontrati e amati in quella che ora sembra un'altra vita.
- Ti prego - insisto.
Finalmente la Custode si alza sulle zampe posteriori, avanzando verso di me. Il tempo di compiere un paio di passi per completare la trasformazione ed è una ragazza quella che viene a sedersi al mio fianco.
Il cuore torna ad accelerare alla vista del suo corpo nudo dalle forme armoniose e perfette. I lunghi capelli neri, raccolti in centinaia di trecce sottili, le scendono sulla schiena liscia dalla pelle d'ebano. Nonostante siano passati più di vent'anni dal nostro primo incontro, non è invecchiata di un solo giorno, mantenendo l'aspetto cristallizzato in quell'adolescenza che a me non appartiene più da troppi anni.
Sentimenti contrastanti mi si accavallano dentro, insieme al ricordo di tutta la disperazione con cui ho cercato di strappare ai libri la conoscenza per mutare il Destino, per fermare il tempo e poterla avere sempre al mio fianco. Emozioni inutili quanto le speranze svanite: la barriera della nostra diversità ci divide con mura più solide di quanto il cuore di un ragazzo innamorato si sia mai illuso di poter abbattere.
Sheeza si abbraccia le ginocchia e osserva i giochi dei figli con una profonda tristezza nello sguardo.
- Ricordi - inizio, accennando un sorriso - quando, per poco, non caddi in acqua insieme al libro che stavo studiando, la prima volta che ti vidi? Eri proprio qui, a farti il bagno e... -
Ma lei mi ferma, sollevando il palmo della mano.
- Non farlo, Magister - replica, accentuando con scherno la pronuncia dell'appellativo con il quale, per gioco, mi ero presentato a lei la prima volta. Ma diventare un depositario della conoscenza era ciò a cui aspiravo da sempre, fin da allora. - Non ricordarmi quanto incosciente sia stata a infrangere la Legge, lasciandomi andare al desiderio di conoscerti. -
- Il nostro è stato solo amore, l'amore appassionato di due ragazzi - replico, sorvolando sul fatto che lei, a dispetto di come appare, sia ormai prossima ai cent'anni.
- È stata pura follia - ribatte, infatti, con la saggia amarezza di un anziano. - Follia ed egoismo. -
No. Non lo credo. Ma quel che penso io, ormai, non ha più importanza.
Sheeza emette un gemito e affonda le dita nell'intrico di capelli intrecciati, sorreggendosi il capo come se fosse gravato da un peso insostenibile.
- Credevo di farcela - riprende, quasi in un sussurro. - Ho sperato fino all'ultimo che le cose potessero andare bene, in qualche modo. Ho pregato la Madre, giorno e notte, ma la mia è una colpa senza possibilità di perdono né di redenzione. Una colpa che condanna i miei figli a un'esistenza infelice. -
Guardo Solomir e Solanya giocare spensierati. Sono passati dieci anni dalla nascita dei gemelli, eppure dimostrano a malapena tre anni: la lunga vita dei Custodi ha toccato anche le loro esistenze di mezzosangue.
- Sono sicuro tu sia una madre fantastica - cerco di rassicurarla. - Ed è evidente da come... -
- Tu non capisci! - sbotta, piantandomi addosso un paio d'occhi gialli dalla pupilla felina, carichi di dolore. - Loro sono per metà umani e non potranno mai essere in comunione con la Madre come i Custodi che fanno parte dei Guardiani. Ormai hanno compiuto l'età per essere presentati all'Adunanza per il Rito di Iniziazione ma, se li sottoponessi alla prova, Solomir morirebbe perché è nato senza alcun potere e anche Solanya potrebbe cedere: non ha mai voluto esercitare le sue doti, sopraffatta dalla smania di assomigliare al fratello e di non mortificarlo, facendolo sentire inferiore. -
Inferiore, già. Come un essere umano.
Torno a guardare i gemelli rincorrersi e afferrarsi l'un l'altro, gettandosi a terra in una simulazione di lotta. Sembrano due bambini come tanti, a vederli così, nessuno immaginerebbe la loro natura di metamorfi.
- Non lo fare, allora - commento, aspro. - Tutta questa storia di - riti di iniziazione - è un'assurdità, come la cieca sudditanza a una divinità invisibile. Il Sacro Fondatore ci ha insegnato che siamo padroni di noi stessi e padroni di cambiare le cose con le nostre az... -
- Non osare bestemmiare la Madre! - mi ringhia addosso, alzandosi in piedi di scatto. Sembra davvero una fiera sul punto di attaccare. - Lei è la Vita di Neiuar, non quel tuo debole umano mortale, cenere ormai da millenni! -
- Scusami, io... io non intendevo - replico, alzandomi a mia volta. La mia notevole statura mi consente di guardarla dall'alto, in un'illusoria posizione di forza, ma so che la Guardiana potrebbe uccidermi in un battito di ciglia, se lo volesse. - Ascoltami, non sono venuto qui per litigare: sto per lasciare questo posto per sempre e volevo solo poterti vedere un'ultima volta per dirti addio. -
Vorrei aggiungere ciò che lei ha significato per me, ma me lo impedisco.
- Owora mi ha suggerito che l'unico modo di salvare Solomir è portarlo lontano dai Guardiani - replica, ignorando il riferimento alla mia partenza e a noi. Si volge verso i bambini. - Dice che dovrei lasciarlo in un villaggio di contadini perché lo crescano come figlio loro e venga così dimenticato dall'Adunanza. Ma io non posso abbandonarlo in questo modo: Solomir è troppo piccolo e non è in grado di padroneggiare le sue due forme. E tu sai cosa fanno gli Uomini a coloro che considerano mostri. -
Il volto che torna a guardarmi è colmo di lacrime, riflesso di un dolore lacerante.
Congiungo entrambe le mani davanti alla bocca. So bene di cosa parla. Carrozzoni di saltimbanchi dove poveracci, nati con qualche malformazione, vengono tenuti in gabbie ed esibiti al pubblico che li sbeffeggia, non sono una rarità. Se non fosse stato ucciso subito da qualche zotico superstizioso, probabilmente il bambino avrebbe fatto quella fine: un Custode senza poteri non potrebbe che essere uno zimbello agli occhi di tutti, soprattutto di quelli umani. So cosa Sheeza sta per chiedermi, ma non posso.
- Non posso - ripeto, dando voce ai miei pensieri. - Sono stato accettato all'Accademia di Studi Medici di Rosshon: tra due giorni partirò e andrò a vivere in quella città, in un dormitorio comune. Non posso portare con me un metamorfo, né tantomeno occuparmene. -
- Quel metamorfo è tuo figlio! - sbraita la Custode, indicandolo.
I bambini, sentendo la voce alterata della madre, interrompono i loro giochi. Solomir mi guarda con grandi occhi dall'espressione interrogativa, azzurri come i miei. Il cuore torna a farmi male e stringo i denti. Ma cosa posso fare? Lui è mio figlio, è vero, ma non è del tutto umano e non posso permettere che mi sia d'intralcio proprio ora che sto finalmente coronando il mio sogno. Voglio smettere di spaccarmi la schiena tutto il giorno per lavorare in un villaggio insignificante! Quel che voglio fare, adesso, è restare sveglio la notte per studiare qualsiasi vecchio tomo che sia stato in grado di recuperare. Adesso, ho l'occasione di diventare un vero medico.
- Lo sai che non te l'avrei mai chiesto... non ti ho mai chiesto nulla... - continua Sheeza, con un soffio di voce.
- È vero. Sei stata tu a dirmi che, secondo la tua Legge, - i figli appartengono alla Custode che li partorisce - . Io non mi sono opposto. -
Taccio invece il sollievo che questa sua decisione mi aveva procurato, esonerandomi da una responsabilità che non avevo mai desiderato. Ma posso ora abbandonare mio figlio, sapendo che il mio rifiuto equivale per lui a una condanna a morte? L'ho visto solo una manciata di volte, in questi anni: non è che un estraneo. Potrei, anzi, dovrei dire che non m'importa nulla di lui, soprattutto ora che andrebbe a costituire un ostacolo alla mia carriera. Eppure, una spina mi trapassa il cuore nell'ascoltare la sua voce ridente mentre raccoglie l'acqua nelle piccole mani a coppa per spruzzare la sorella.
- D'accordo - acconsento, soffiando fuori l'aria dai polmoni e facendo appello a quel che di buono ho ancora dentro. - Ma a una condizione: vivendo con me, Solomir dovrà imparare a essere soltanto un uomo, seguire i dettami del Sacro Fondatore e dimenticare il suo legame con la Madre. -
Sheeza solleva il viso al cielo, chiude gli occhi e scuote la testa in un movimento lento accompagnato da un sordo lamento che sembra dilaniarle l'anima. Ma non può che cedere e, infine, annuisce.
- Se questo è l'unico modo per salvargli la vita, meglio che abbracci del tutto la sua natura umana. Se il suo destino non era quello di entrare a far parte dei Guardiani, sarà quello di essere un uomo. -
Si gira e si allontana da me. So che questa volta è per sempre.
- Non vuoi salutarlo? - la richiamo.
- Se solo lo abbracciassi o sentissi ancora il suo odore, non sarei più in grado di farlo. Se mai ho contato qualcosa per te, abbi cura di lui, ti prego: l'amo più di me stessa. -
Sheeza balza giù dalla roccia e atterra nella forma flessuosa di giaguaro nero, la sua vera natura.
Scendo a mia volta dallo spuntone roccioso e vado dai bambini che mi vengono incontro, felici. Dopo aver accarezzato la massa di capelli ricciuti di Solanya, prendo tra le braccia Solomir. Il piccolo mi sorride, mostrando denti bianchissimi nel volto brunito.
- Ora andiamo in un bel posto - gli annuncio, sorridendo. - Vedrai che staremo bene, insieme. -
Mi guarda senza capire, poi si volge verso la madre che, con un piccolo ruggito, ha richiamato Solanya a sé. La bambina corre verso di lei ma si arresta a un secondo verso più intenso, che sembra di rimprovero. Dopo aver rivolto una rapida occhiata al fratello, spicca un saltello e si piega sulle quattro zampe, trasformandosi in un cucciolo di giaguaro maculato.
Le guardo scomparire oltre il fogliame mentre Solomir inizia ad agitarsi, cercando di sfuggire alla mia presa. Chiama la madre con voce sempre più acuta, che si trasforma infine nel lamento del cucciolo nel quale si è trasformato.
Nonostante sia ancora così giovane, è straordinariamente forte e mi graffia, strappandomi la casacca nel tentativo di liberarsi. Raggiungo il cavallo lottando contro i morsi del piccolo giaguaro che mi ringhia e mi soffia contro. Lo stallone dà segni di nervosismo, sbuffando e pestando gli zoccoli a terra.
- Mi dispiace, figlio mio, ma dovrai imparare a essere soltanto umano, con le buone o con le cattive. Un giorno capirai e mi ringrazierai, per ora devi solo obbedire. -
Mi allungo ad afferrare la matassa di corda che tengo assicurata al pomolo della sella e inizio a legare le zampe di Solomir. I suoi occhi sbarrati mi fissano colmi di terrore e di disperazione. So che sto facendo la cosa giusta ma non riesco a guardarli. Finisco in fretta e mi sfilo il mantello per avvolgerglielo intorno, richiudendolo come un sacco.
Dopo averlo issato in sella con me, sprono il cavallo per allontanarmi da quel luogo per sempre: i miei studi di medicina e la mia nuova vita, quella che ho sempre desiderato, stanno per cominciare.
Il richiamo roco del cucciolo si perde nei singhiozzi di un bambino che implora la madre di tornare da lui.

(*) 3579 E.S.F. 16 Uryab = Anno 3579 dell'Era del Sacro Fondatore. Sedicesimo giorno del mese di Uryab.

Isabel Giustiniani
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