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Autore: Isabel Giustiniani
Titolo: Lo Straniero
Genere Fantasy Sci-fi
Lettori 172
Lo Straniero

Terre del Sud, Kalimat, palazzo dell'al-Wzyr
Anno 3631 E.S.F. 5 Uryab

Althea

L'incensiere pende sull'alcova, spandendo fragranze di fiori e di spezie. Sono odori penetranti, che impregnano l'ambiente e solleticano il naso, mescolandosi a quelli più acri di sesso e sudore.
Lo guardo, distratta, mentre faccio scorrere con dolcezza le dita sulla schiena dell'uomo che mi sovrasta, accompagnandone le spinte. Ha smesso di parlare e ora ansima con bassi grugniti, ma ormai ha già detto tutto quello che volevo sapere.
Il bastardo geme, contraendo ogni muscolo nello spasmo del piacere e io ne ho abbastanza: gli serro con forza la testa tra le braccia e trasformo l'abbraccio d'amante in una morsa senza scampo. Lui, l'al-Wzyr, non ha neppure il tempo di accorgersene. L'osso del collo emette uno schiocco sordo nel momento in cui si spezza e il corpo flaccido dell'uomo compie ancora un paio di sussulti, prima di ricadere su di me.
Mi libero della massa inerte e sudata facendola rotolare di lato, e scivolo fuori dal talamo. Indugio solo un istante sugli occhi sbarrati del cadavere che fissano il soffitto: hanno immortalata una curiosa espressione di stupore che mi fa sorridere. Il vecchio porco ha squarciato il velo del supremo dei piaceri solo per trovarvi il ghigno della Morte ad attenderlo. Se le emozioni facessero ancora parte della mia vita, mi fermerei a prenderlo a calci, a insultarlo sputandogli addosso tutto il mio odio, ma ciò che m'interessa, ora, è soltanto uscire da qui. E in fretta.
Nonostante mi faccia perdere momenti preziosi, devo fermarmi a raccogliere i capelli in una treccia perché non mi siano d'intralcio durante la fuga, ma non vedo l'ora di sbarazzarmi anche di questo fastidioso orpello di seduzione, insieme al passato. Condurre l'esistenza in funzione della vendetta mi sta svuotando e inaridendo tanto quanto il male che mi è stato fatto ed è tempo per me di dimenticare. Voglio ricominciare a vivere.
Raccolgo la veste di seta sottile fino alla trasparenza e mi rivesto in fretta: gli effetti della pozione non dureranno ancora a lungo e presto i capelli corvini e la mia pelle scura torneranno al pallore delle genti del Nord, rendendomi più riconoscibile di un corvo bianco. Come lo farebbero le cicatrici da schiava, se non fossero accuratamente nascoste sotto ai larghi bracciali. Nel sistemarli, mi ritrovo a massaggiare inconsciamente i polsi come se mi dolessero ancora per le ferite inferte dalle catene e mi chiedo se mai riuscirò a lasciarmi davvero il passato alle spalle, nonostante le fiamme abbiano divorato il Giardino della Luna da più di un anno e io abbia braccato sino alla morte tutti coloro che mi hanno violentato fin da bambina.
Completo la vestizione avvolgendomi un drappo attorno alla vita per sottolinearne la sottigliezza e mettere in risalto i seni, già ammiccanti dietro il velo d'organza: due buoni argomenti per distrarre le guardie.
Avanti, Althea, questo è l'ultimo lavoro e poi avrai denaro sufficiente per lasciare Kalimat per sempre.
Sono alla bifora che domina l'ambiente, ormai inondato della luce dorata del tramonto. Non perderò tempo prezioso nella ricerca della teca nascosta né nel trovare il modo di aprirla: il bastardo mi ha confidato come farlo. Sorrido al pensiero dell'inespugnabilità del palazzo e al numero delle guardie armate che lo sorvegliano.
Stupido. Quanto si era vantato, affermando che per violare le mura del suo palazzo non sarebbe bastato un esercito! E aveva ragione. Non sarebbe servito un esercito, ma una sola donna.
Non ci metto molto a trovare l'incavo dal quale estraggo la piccola chiave d'oro. L'oggetto brilla per un istante nel palmo della mano, come volesse salutare la mia vittoria. Il mosaico ricopre la parete opposta della stanza, uno splendido arabesco realizzato con un sorprendente numero di tessere di legno dipinto, ma rimuovo con sicurezza un preciso tassello.
Dopo lo scatto della serratura nascosta, la porticina si apre, docile davanti ai miei occhi, rivelando il prezioso contenuto.
Il tesoro di Qoryn!
Estraggo la pergamena e la nascondo all'interno della fascia stretta in vita, affrettandomi a richiudere la teca e a riporre la chiave, sperando così di ritardare il più a lungo possibile la scoperta del furto.
- Be', tesoro, non puoi certo rimproverarmi di non averti fatto godere da morire - sbeffeggio il corpo immobile che continua a guardare il soffitto.
Mi avvicino e lo rimbocco con il lenzuolo, sistemando sul letto anche alcuni cuscini damascati. Completo la messa in scena coprendomi il capo con un velo e lasciando scoperti soltanto gli occhi, accuratamente truccati. La moltitudine di ninnoli cuciti sulla stoffa tintinna a ogni movimento.
Sono pronta: è tempo di concludere la recita.
Mi avvio con passo deciso verso la porta della camera, fermandomi solo il tempo di prendere un lungo respiro e raccomandarmi al Sacro Fondatore, quindi l'apro.
Le guardie ai lati dell'ingresso si volgono repentine ma, prima che possano fare un passo o sbirciare all'interno, richiudo le ante alle mie spalle. Come una bambina che a stento trattenga il pianto, attacco quindi con voce petulante: - Mi ha ordinato di... di sparire! Capite? Spa-ri-re! Dice che è stanco di sentire la mia insopportabile voce che racconta solo sciocchezze e... e... e che ora vuole che lo lasci in pace a dormire! -
I soldati si scambiano un'occhiata complice mentre altri, in fondo al corridoio, sogghignano apertamente. Un uomo indossante la divisa da capitano delle guardie si stacca da loro per venire a sincerarsi della situazione, seguito da due uomini.
- Ma... - riprendo in tono ancora più stridulo, dopo avergli indirizzato una rapida occhiata, facendo scendere tempestive lacrime sulle guance, - mi... mi aveva promesso che mi avrebbe fatto cenare con lui a palazzo e... e... che... -
- Mia gentile signora, - m'interrompe il capitano, sfoggiando un sorriso affabile e beffardo allo stesso tempo. - Sono certo che il nobile al-Wzyr farà tutto ciò che vi ha promesso, ma a tempo debito. Ora è meglio che venga lasciato riposare, secondo i suoi desideri. Voi due, presto! Accompagnate la signora alla porta. -
L'uomo fa un cenno alle guardie alle sue spalle mentre, prodigandosi in un inchino plateale, scorre lo sguardo in modo sfacciato sulle forme che la mia veste sottile non mortifica affatto.
Fingo di protestare ma poi, con studiato cipiglio, mi volto indignata e mi avvio ancheggiando lungo il corridoio.
Quando la porta della residenza del primo ministro del midar si apre e la luce e i rumori della piazza m'investono, ho l'impressione che il cuore riprenda finalmente a battere. Ancora poco e sarò salva: i venditori stanno mettendo via le merci invendute e solo pochi ritardatari si aggirano tra i carretti e i banchi che vengono smontati, ma per fortuna c'è ancora abbastanza movimento perché possa far perdere le mie tracce.
- Adesso vai. Torna più tardi, quando finisco il turno. Qualcosa da mettere in bocca te lo offro io - sogghigna una delle guardie, congedandomi con una piccola sculacciata.
Mi giro di scatto e ringrazio il Sacro Fondatore di essere disarmata, altrimenti l'istinto mi avrebbe portato a colpire quell'uomo alla gola prima che la ragione riuscisse a impedirmelo. Raddolcisco lo sguardo, mutando il disprezzo in una strizzatina d'occhio.
Mi allontano in fretta, mescolandomi alla gente e concedendomi finalmente un sorriso di soddisfazione.
Ma ho cantato vittoria troppo presto.
Non ho ancora raggiunto le vie laterali che grida confuse mi sorprendono alle spalle. Sulle altre, sovrasta quella che sbraita annunciando la morte dell'al-Wzyr.
Non così presto, dannazione!
Il cuore perde un colpo e, nello spazio di quel battito, la calma di una tranquilla fine giornata di mercato si dissolve.
Mi ritrovo tra gente urlante che fugge in tutte le direzioni, spaventata e spintonata dai soldati che si stanno riversando fuori dal palazzo come un torrente in piena, travolgendo ogni cosa incontrata nel percorso.
- Fermate quella puttana! - sento sbraitare la voce del capitano delle guardie.
Merda!
Schizzo via dalla piazza con l'agilità di una gatta per cercare la salvezza attraverso le vie più defilate. Scarto dentro l'occhio di un portico quando mi accorgo che la strada davanti a me già brulica di armati: non posso più seguire il piano prestabilito e non mi resta che cercare vie di fuga ovunque se ne presentino.
Corro a perdifiato, cambiando spesso direzione e trovandomi infine invischiata nel labirinto della vecchia casbah. Spintono, per farmi spazio, i pochi passanti che incrocio ma, dopo una curva, finisco a terra per aver cozzato contro un uomo incappucciato dalla figura massiccia, che sembra non aver neppure accusato il colpo.
- Vogliate perdonarmi, mia signora. Vi siete fatta male? - si scusa lo sconosciuto, chinandosi e tendendomi una mano guantata. Il suo volto è seminascosto dal mantello, ma riesco a intravedere le cicatrici che gli segnano le guance.
- Lasciami! - gli strillo contro, schiaffeggiandogli il polso per allontanargli il braccio.
Avverto un dolore alla mano come se avessi colpito un oggetto di metallo, ma non ho tempo di fermarmi a riflettere sulla stranezza: le voci delle guardie sono ormai dietro l'angolo. Scatto in avanti ma la mia corsa si ferma poco dopo, davanti all'alto muro di quello che si rivela essere un vicolo cieco. Mi volto, ansimante, sperando in uno spiraglio di fuga, ma il gruppo di soldati ha già sbarrato l'unica uscita.
Merda, merda, merda!
Mi strappo il velo, gettandolo a terra, e tentenno sulle lucide sete che mi fasciano le gambe: mi è costato una dannata fortuna, questo vestito!
- Prendetela! - sento gridare alle mie spalle.
- Fottetevi. -
Afferro un lembo della gonna e squarcio la stoffa fino alla vita per liberare completamente le gambe. Una freccia mi sibila accanto al volto, accrescendo l'urgenza di togliermi da lì.
Mi getto in corsa verso l'edificio che fa angolo con la parete e, facendo leva con un piede sul bordo di una finestra, spicco un balzo verso la sommità del muro al mio fianco. Resto per qualche istante a dondolare, con le dita artigliate alla sommità del muro finché, con un deciso colpo di reni, ottengo la spinta necessaria a oltrepassarlo.
Una pioggia di frecce mi raggiunge quando ho già valicato la cima, bloccando sulla parete un lembo della gonna. Il rumore della stoffa che si lacera accompagna la mia caduta al suolo, rallentandola.
Rotolo sul tappeto d'erba di un giardino ben curato, di certo residenza di qualche nobile. Ma so che questo non fermerà i soldati dal venirmi a cercare e tra poco me li ritroverò a setacciare ogni angolo di questo posto. Devo cambiare prospettiva di fuga prima che sia troppo tardi e, ringraziando il Sacro Fondatore, il tetto delle scuderie che intravedo più avanti, mi dà la soluzione.
Mi precipito in quella direzione superando, incurante, un giovane stalliere. Lo lascio a bocca aperta, attonito nel vedersi passare davanti una ragazza seminuda che balza sulle casse poggiate contro il muro della scuderia, per poi sparire sui tetti degli edifici circostanti.
Saltando da un tetto all'altro delle costruzioni ammassate le une sulle altre e sulle terrazze, riesco ad avere la protezione necessaria per raggiungere finalmente il quartiere con la casa che è la mia meta.
Controllo di non avere addosso sguardi inopportuni e mi calo lungo il camino, arrivando al suolo in una nuvola di polvere nera e cenere dalla quale emergo tossendo.
Solomir è lì, seduto al tavolo sbilenco, unico mobilio rimasto nella casa abbandonata. Se ne sta con i gomiti appoggiati al piano di legno sudicio, davanti a una bottiglia semivuota di chissà cosa. Quell'uomo mette i brividi solo a guardarlo, scuro come i vestiti che indossa sempre. Sembra un animale feroce, una fiera acquattata pronta a scattare alla gola della sua vittima. Che oggi potrei essere io.
Nonostante il baccano che ho fatto, non mi presta attenzione e continua a stringere il bicchiere e a fissare la bottiglia. Non riesco nemmeno a leggere la sua espressione perché il cappuccio alzato gli nasconde il volto, ma so che dev'essere piuttosto in collera per la piega che hanno preso le cose. Come so che non m'importa un accidente di quel che pensa.
- Era proprio necessario ucciderlo!? - sbotta infine, rabbioso, come mi aspettavo. - Se ho assoldato te è perché volevo un lavoro pulito! Un intero esercito di mercenari avrebbe creato meno agitazione, idiota di una puttana! -
- Allora, la prossima volta, rivolgiti a un esercito di mercenari per i tuoi traffici. Ho quello che cercavi, fattelo bastare - ribatto senza scompormi, gettando la pergamena sul tavolo. - In quanto a lui... era solo un porco che ha fatto la fine che meritava - concludo con sufficienza, trasferendo l'attenzione al mio gomito e roteandolo per controllare l'entità dell'ammaccatura.
Un porco che ha smesso di andare nei bordelli per cercare bambine da frustare. Ucciderlo è stato un mio personale piacere, compreso nel prezzo.
Solomir stringe il bicchiere e si gira di scatto a guardarmi. I suoi occhi, insolitamente azzurri in quel viso dalla carnagione d'ebano, sprizzano furia a stento trattenuta. Si starà chiedendo perché non ho paura di lui, ma perché dovrei? Lui non è che uno dei tanti mostri che ho incontrato nella mia vita e contro i quali ho eretto una corazza di indifferenza. Tutto ciò che voglio, ora, è ripulirmi dalla cenere e andarmene.
Con la coda dell'occhio lo tengo sotto controllo ma rimane immobile. Gli posso leggere in faccia, in ogni lineamento contratto e nel modo in cui stringe i denti, come stia combattendo tra rabbia e desiderio. Glielo vedo nello sguardo ferino mentre scorre la mia figura di adolescente, coperta solo da un cencio strappato.
All'improvviso, scaglia con violenza il bicchiere contro la parete, causando una larga macchia che cola come sangue, e mi è subito addosso, con una velocità quasi innaturale. Mi afferra per un braccio, ma grida e passi concitati fuori dalla porta lo bloccano, mettendo entrambi in allerta e facendoci trattenere il respiro. Quando il calpestio si allontana insieme alle voci dei soldati, mi libero dalla presa con uno strattone.
- Ho fatto quello che volevi: ti ho portato le formule che ti servono per le tue schifezze di negromante, quindi la questione è chiusa - dichiaro, andando a recuperare in un angolo gli abiti di foggia maschile che ormai sono solita indossare. - Dammi quello che mi spetta, perché voglio andarmene al più presto da questa città. -
Mi guarda prendere le brache di pelle e gli stivali, soffermandosi a osservare i bracciali. L'interesse con il quale li studia m'infastidisce.
- Potresti continuare a lavorare per me, come mia assistente... speciale - propone, calcando la voce sull'ultima parola e non staccandomi gli occhi di dosso, visibilmente dispiaciuto per ogni centimetro di pelle che viene coperto man mano che mi rivesto. - Ti pagherò bene. Inoltre, posso toglierti i marchi da schiava e non avresti più bisogno d'indossare quei bracciali così dozzinali. -
Fremo in maniera impercettibile nel rendermi conto che il negromante ha intuito il mio segreto, poi piego le labbra in una smorfia amara e comincio a infilarmi la camicia. - Le cicatrici ai polsi non sono le peggiori. E quelle invisibili nessuno è in grado di curarle. -
Solomir mi si avvicina alle spalle e solleva una mano a sfiorarmi i capelli, ormai tornati a essere una massa bionda e ribelle. Le dita di lui afferrano una ciocca, penetrandola e schiacciandola in una carezza troppo rude, come l'artiglio di un predatore. Percepisco dal respiro sul collo tutta la sua tensione sessuale e mi scosto, nauseata.
- Non credevo avessi bisogno di un'assistente speciale. Pensavo ti bastasse giocare con tutti i cadaveri di cui ami circondarti. -
Solomir si avventa su di me, afferrandomi per i polsi e schiacciandomi contro il muro con il suo corpo.
- Non scherzare con me, sgualdrina. Potrei prenderti qui, contro la parete. O sbatterti sul tavolo fino a farmi passare ogni voglia. Le biondine come te mi accendono fantasie perverse. -
- Allora sbrigati - sibilo, sostenendo il suo sguardo di ghiaccio. - Mi basterà un buon bagno per lavare via la lordura che sei e tornare me stessa. Tu invece non devi dimenticare di uccidermi perché, se mi tocchi, sarà l'ultima cosa che farai. Come quelli che ti hanno preceduto. -
Il negromante scoppia in una fragorosa risata, staccandosi e lasciandomi andare.
- Uh uuh, abbiamo qui una puttana che minaccia il Primo Alchimista dell'Akai. Sto tremando di paura! - celia con la voce affettata, mimando un brivido. S'infila quindi due dita nella cintura e ne estrae delle monete d'oro che lascia cadere al suolo, ai suoi piedi. - Non temere: mi ripugna mangiare gli avanzi gettati da altri. Ora prendi il tuo compenso e sparisci. -
Afferro la bisaccia e lo oltrepasso, decisa a raggiungere la porta e andarmene. La socchiudo ma mi blocco, stringendo i pugni. Ho bisogno di quei maledetti soldi: ho rischiato la vita per guadagnarli e mi servono per ricominciare altrove, lontano da qui. Sono una cifra importante alla quale non posso permettermi di rinunciare solo per l'atteggiamento arrogante di quel bastardo. Stringo i denti e ingoio l'umiliazione che il gesto di raccoglierli da terra mi provoca.
Solomir mi guarda con aria di trionfo tornare sui miei passi e inginocchiarmi davanti a lui.
- Brava, così: prendi i soldi, perché è questo che fanno le puttane. Potrai pure farti tutti i bagni che vuoi ma il puzzo di bordello non te lo toglierai mai di dosso, perché quello che sei lo si capisce anche solo annusandoti. E fai ribrezzo. -
Recupero in fretta le ultime monete, infilandole nel tascapane, e mi getto fuori nelle ombre della sera, inseguita dalla risata beffarda di lui. Con il dorso della mano, mi asciugo con rabbia le lacrime.

Isabel Giustiniani
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