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Autore: Lucia Maria Collerone
Titolo: La lettera nascosta
Genere Detective story
Lettori 314
La lettera nascosta

L'inizio.
"Le donne sostengono la metà del cielo."
Proverbio cinese
Guardava compiaciuta quell'enorme stanza dalle alte volte decorate, con incredibili affreschi, della fine dell'Ottocento, che raffiguravano le stagioni impersonate da donne formose, bimbi paffuti e giovani uomini come fauni barbuti. Abbassò lo sguardo alle pareti bianche, accecanti alla luce del sole che entrava dell'enorme finestra a vetrata, che dava su un balconcino dalla ringhiera bombata in ferro battuto. Da lì si vedeva la striscia argentea del mare, lunga e luminescente, ai confini dei tetti antichi della città. Decise che non avrebbe messo alcuna tenda a impedire quella vista.
Spostò in basso lo sguardo sui pavimenti di cotto smaltato, con figure geometriche perfette e ripetute e scuri colori opachi che davano un tono elegante e prezioso alla stanza. Gli stucchi bianchi intorno alla volta e sull'altissima porta di legno, massiccia e scura, erano gioielli.
Quello era il suo nuovo studio. Il suo nuovo studio da avvocato associato. 
Dalia si sentiva felice ed eccitata. Girava su se stessa, ammirando ogni angolo di quel luogo lussuoso, che cantava il suo successo. Avrebbe compiuto trentun anni il terzo giorno di primavera ed era diventata socia di uno degli studi più importanti della sua città. Aveva un piccolo appartamento bomboniera in una mansarda, dalla quale si vedevano da una parte il mare e dall' altra l'ardua montagna che saliva boscosa e scura fino al cratere fumante di Mongibello. Un minuscolo appartamento da single che le assomigliava: ordinato, ricercato, creativo e un poco frivolo. 
Era ancora single, per scelta, perché era più facile fare carriera se pensava solo a sé. Aveva avuto una lunga storia con un collega universitario, ma si era interrotta quando lui le aveva chiesto di seguirlo a San Francisco, dove aveva vinto un concorso come ricercatore. Lei aveva iniziato la sua carriera nello studio di un amico di famiglia e lo aveva salutato senza troppi rimpianti. Troppo presa dalla sua carriera, non aveva neanche sofferto troppo. Poi, solo una breve storia conclusa prima di diventare qualcosa di serio, perché lui non ne valeva proprio la pena e lei non era ancora pronta. La sua carriera aveva la precedenza su tutto. Aveva lavorato sodo e ora era molto rispettata nel foro di Catania come civilista. Aveva un record: mai persa una causa negli ultimi cinque anni di carriera e le sue clienti erano solo donne in lotta contro uomini violenti, traditori, approfittatori. Non si salvava nessuno di loro e lei, esile e con l'aspetto da ragazzina, tirava fuori una ferocia e una forza da far sparire anche il più agguerrito dei suoi avversari.
Adesso doveva arredarla e in fretta quella stanza meravigliosa e iniziare al più presto la sua attività, tra quelle mura che trasudavano opulenza e bellezza. Avrebbe portato lì solo i suoi libri e qualcosa alla quale era legata in modo morboso perché parte della sua storia, ma i mobili dovevano essere tutti nuovi. Un misto tra antico e moderno, un poco di passato e un poco di futuro proprio come piaceva a lei.
Sorrise felice e decise di andare da Armando, l'amico di suo padre, che faceva il rigattiere di lusso, come si definiva lui. Non sapeva cosa avrebbe trovato lì, ma sapeva che prima di andare da qualunque altra parte, avrebbe dovuto entrate nel regno di Armando, perché in quel luogo le cose avevano storie da narrare che lei voleva ascoltare. 
Diede un'ultima occhiata a quel luogo incantato e i suoi occhi immaginarono, in un lampo, ogni particolare del mobilio che sarebbe stato incastonato in quel prezioso gioiello. Chiuse la porta e, ticchettando allegra lungo il corridoio, passò davanti alla scrivania elegante di Flora, la segretaria, e uscì sorridente alla ricerca del tesoro.

L'Acquisto
Per tutte le violenze consumate su di Lei,
per tutte le umiliazioni che ha subito,
per il suo corpo che avete sfruttato,
per la sua intelligenza che avete calpestato,
per l'ignoranza in cui l'avete lasciata,
per la libertà che le avete negato,
per la bocca che le avete tappato,
per le ali che le avete tagliato,
per tutto questo:
in piedi, Signori, davanti a una Donna.
William Shakespeare

Dalia era seduta nella sua elegante Mini, una guida sportiva, fantastica. L'aveva super opzionata e il tettuccio si poteva far scorrere per fare entrare il cielo. Si sentiva felice, se questa parola esiste nella vita, pensò.
Arrivata davanti al negozio di Armando, posteggiò, riposizionò la gonna aderente del suo tailleur preferito, sulle gambe inguantate nei collant leggeri come non averli, e si incamminò sui suoi tacchi sottili e altissimi verso l'ingresso dell'isola del tesoro, come la definiva lei. Quando entrò nell'enorme stanzone, di cui non si vedeva la fine, sentì l'odore intenso del passato che l'assalì e si sentì un poco sconcertata, sopraffatta. Il campanello della porta suonò, richiudendosi dietro di lei e subito apparve un minuscolo omino occhialuto che, appena la vide, le sorrise, spaccandosi la faccia in due parti.
"Dalia, signorina bella, che ci fai qui? Ancora mobili per il tuo appartamento, ma devi uscire tu per mettercene un altro." disse abbracciandola e baciandole le guance.
Armando era stato un collega di suo padre per tanti anni, nella stessa scuola dove suo padre faceva il Maestro, poi l'omino aveva dato le dimissioni e si era messo a coltivare la sua passione: i mobili antichi e aveva creato quel posto fatato, un negozio di antiquariato enorme, nel quale confluivano mobili antichi e preziosi da ogni dove. Andava lui stesso a cercarli e se li portava a casa. Di ognuno di loro sapeva vita, morte e miracoli e per lui ognuno di loro aveva una sua personalità e anche un suo esatto collocamento in una nuova casa, una nuova vita. Se a lui non andava un cliente, non gli vendeva neanche un soprammobile.
Quando era ragazzina, un'estate, ci era andata a lavorare. Si era divertita un sacco e aveva imparato un mucchio di cose, per non dire che aveva anche frequentato Manuel, il figlio di Armando, più grande di lei di un paio di anni, che le aveva fatto assaporare il primo bacio. Rabbrividì al pensiero. Si erano fermati a quello, perché lui era troppo impegnato a giocare a calcio con gli amici e lei andò in vacanza al mare con i suoi, proprio due giorni dopo l'evento. Sorrise tra sé e si concentrò su Armando.
"Non è per l'appartamento, ma per il mio nuovo studio come associata dello Studio avvocati G&L." disse compiaciuta e in attesa del suo assalto di sorpresa.
"Davvero, Dalia mia, come sono contento! Ci sei riuscita alla fine a prenderti il posto che ti spetta!"
"I figli dell'Avvocato sono diventati tutti e due medici e lui ha detto che io sono il bastone della sua vecchiaia e ora ho uno studio bellissimo, con il mare davanti agli occhi e il vulcano che sonnecchia alle spalle. Mi serve uno scrittoio, grande, di legno, antico e poi, quello che secondo te ci vuole in un enorme stanza con la volta affrescata con le stagioni e un pavimento in cotto, con figure geometriche smaltate, da fare girare la testa per quanto è spettacolare."
"Vieni, vienimi appresso, te ne faccio vedere uno. Unico. Aspettava te e un posto degno dove ritornare a essere utile. Seguimi." Cominciò a camminare, guardandosi ogni tanto indietro per assicurarsi che lei lo seguisse, sembrava contento, quasi saltellava come un uccellino tra i rami. Passarono in mezzo a tante cose che attirarono la sua attenzione, ma non poteva soffermarsi, lui andava veloce e lei sui tacchi e con le gambe bloccate nella gonna stretta faceva fatica a stargli appresso.
Arrivarono in un angolo e appoggiato al muro c'era uno scrittorio molto grande, maestoso, con i cassetti su entrambe le colonne, scuro, con le maniglie di metallo. Le sembrò come se lo conoscesse da sempre, doveva essere suo.
"L'ho appena preso dalla casa di un vecchio signore che è morto lasciando tutto alla figlia che vive sempre in viaggio, lontana da lui. Non andava da anni a trovarlo. Lei è venuta solo per vendere tutto, non ha voluto tenere nulla, neanche un solo spillo. Mi ha detto: "Non voglio avere niente di questa mia parte di vita, ho perso l'unica cosa che contasse e quello che resta, non mi interessa minimamente. Si prenda quello che vuole e mi paghi quello che vuole con un bonifico. Non era a nome suo, ma di una associazione per bambini abbandonati. Ho preso delle cose e questa, penso che sia per te."
Dalia guardava quell'enorme scrivania con occhi acquosi, commossi, l'accarezzò e sorrise. Fece cenno di sì, non le importava neanche il prezzo, sarebbe bastata solo quella per riempire la stanza.
"Devo solo lustrarla un poco e sarà perfetta. Guarda è piena di cassetti. Te la faccio portare domani pomeriggio, va bene?"
Certo che andava bene. La mattina l'avrebbe passata in Tribunale a fare "la tritaossa" per liberare Milena dal suo incubo, da quel bastardo che la picchiava da anni e le voleva levare anche i figli. Ma lei non glielo avrebbe permesso. Appena finiva con Armando avrebbe avuto appuntamento con lei, nel vecchio studio, per gli ultimi accordi, prima del giorno della vittoria. Si sentiva potente, forte e sicura e il masochista non avrebbe retto sotto i suoi colpi feroci.
"Va benissimo, domani porteranno anche la libreria e qualche altro pezzo che non voglio proprio lasciare nel vecchio studio, i miei libri, i quadri e le foto, il resto lo lascio lì, per il nuovo collega che prenderà il mio posto." disse Dalia sfiorando entusiasta un piccolissimo scrittoio con un'alzata di minuscoli cassetti, che si immaginò all'angolo vicino alle poltrone per le chiacchiere meno formali con le sue clienti. "Prendo anche questo." disse entusiasta come una bambina.
"L'ho preso nella stessa casa. La figlia non vedeva l'ora che me lo prendessi. Mi ricorda lui al lavoro e non è un bel ricordo, ha detto."
Scelsero altre cose: lampade, due poltrone di velluto raso di un brillante color rosso anni '70 con quattro sottilissimi piedini ad angolo, un tavolinetto da the cinese con una meravigliosa fenice rosso fuoco e il grifo e una teiera con le tazze con i disegni di vecchio blu minerale di ferro con il paesaggio rustico che spiccava sulla ceramica lucida bianca. Si ricordò di sua madre, lei adorava quel genere di ceramica e le mancò immensamente. Si distolse da quel pensiero per non permettere alle lacrime di sbucare fuori dai suoi occhi neri e profondi.
"Come sta Manuel?" chiese con voce noncurante, mentre s' impegnava nello scrivere l'assegno. Aveva speso una fortuna e quasi prosciugati i suoi risparmi, ma si sentiva soddisfatta. Avrebbe comprato ancora qualcosa, ma per ora, quello che aveva, le sembrava sufficiente.
"Bene, direi aspetta il suo secondo bambino, stavolta una femmina. Lavora con il suocero, non ha mai avuto voglia di stare in mezzo a queste cose e io non ce lo voglio qui. Non sa provare emozioni, quando le guarda."
Diede l'indirizzo ad Armando, lo baciò e corse via. Era tardi e Milena sarebbe presto arrivata, piccola come uno scricciolo e tremante come l'aveva sempre vista. Le cose sarebbe cambiate grazie a lei e al suo impegno, alla sua forza e al suo coraggio.
S' infilò nella Mini e, rispettando le regole del codice stradale, arrivò nella vecchia palazzina dove c'era il suo studio, dove avrebbe lavorato per l'ultima volta. Quel pensiero la rese oltre modo allegra.

La scoperta
La vita non è uno scherzo.
Prendila sul serio
come fa lo scoiattolo, a esempio,
senza aspettarti nulla
dal di fuori o nell'aldilà.
Non avrai altro da fare che vivere.
"Alla vita" di Nazim Hikmet

La giornata era andata proprio bene. Era soddisfatta. Il masochista era stato sbaragliato su tutti i fronti. Milena avrebbe tenuto la casa, i figli e lui aveva un ordine restrittivo, non avrebbe mai più potuto avvicinarsi a lei o ai bambini. Si era sentita potente e quando Milena l'aveva abbracciata si era commossa. Avrebbe avuto una vita nuova insieme ai suoi piccoli. Aveva accettato di farsi seguire dal centro anti violenza e questo era un bene. 
Adesso era nel suo nuovo ufficio, non aveva neanche pranzato. Era corsa lì in attesa di Armando che arrivò puntuale, durante l'orario di chiusura dello studio.  L'omino arrivò trafelato, la salutò, si pose nel centro della stanza e cominciò a roteare con il naso all'insù.
"Che bellezza Dalia! Adesso sì che sei un super avvocato? Ma tuo padre l'ha visto?"
"Non ancora, voglio che sia tutto al suo posto. Ti piace Armando?" 
Lui fece cenno di sì con la testa e aggiunse: "I ragazzi ti salgono tutto e tu dici loro dove vuoi che vengano messe le cose. Io corro al negozio, perché ho pensato a un paio di cose che non possono mancare qui dentro...una te la regalo io e una te la regala tuo padre, che ha chiesto a me di scegliere per lui." La baciò lieve su una guancia e volò fuori.
I ragazzi erano due corpulenti energumeni. Uno dei due era giovane e davvero bello.  Dalia non poté fare a meno di soffermarsi su di lui. Aveva un corpo snello e statuario e un buffo ciuffo di capelli scuri e morbidi che gli coprivano il viso rasato, dalla mascella forte. Lo squadrava da capo a piede fermandosi nei posti critici. Il sedere sodo che sbucava da un paio di jeans sbiaditi e laceri si poggiava su due gambe forti e muscolose.  A un certo punto il ragazzo si girò e le puntò gli occhi addosso. L'avvocato li abbassò subito, proibendosi di arrossire, e si allontanò verso la finestrona. Lui non smetteva di guardarla e Dalia si odiò per avere innescato quel meccanismo. Non aveva tempo per queste cose, ora. Voleva mettere in ordine lo studio, entro il fine settimana, e non aveva tempo da perdere, né pensieri da dedicare. La scrivania pesantissima li aveva lasciati senza fiato, ma non si erano fermati, in poco tempo tutto ciò che aveva acquistato era al suo posto nella stanza e la faceva sembrare ancora più grande. Quando stavano per finire arrivò Armando, parlò con loro sottovoce e i due ridiscesero veloci. Armando girava di qua e di là, posizionava meglio una cosa, ne spostava un'altra e si fermava a guardare pensieroso, poi, dava un tocco e, alla fine, sembrava soddisfatto.Quando arrivarono i due, uno portava un grosso tappeto arrotolato, l'altro un lampadario di gocce scintillanti che spargeva bagliori in tutte le direzioni.
"Ecco ora è perfetto. Il tappeto è il mio regalo e il lampadario quello di papà. Adesso puoi farlo venire qui." disse l'omino, aprendo le braccia, quando il tappeto fu posto sotto la scrivania e il lampadario incominciò a penzolare dal centro dello stucco rotondo, in mezzo al soffitto.
"Sì, davvero tutto perfetto. Più tardi arriveranno gli oggetti e i libri dal vecchio studio e lunedì incomincio a lavorare qui."
 Dalia guardava il mare e non riuscì ad allontanare un moto di tristezza che le chiuse il cuore."
"Mamma, guarda come è bello qui. Proprio come lo descrivevi tu quando mi raccontavi come sarebbe stato il mio castello." pensò e il suo cuore s'intenerì.
La distolsero dai suoi pensieri le parole di saluto dei due energumeni e Dalia lanciò un ultimo sguardo al dorso robusto e dritto del giovane che sentendo il suo sguardo si girò e le sorrise. Dalia arrossì, che era l'unica cosa che non avrebbe voluto fare, come se fosse una ragazzina. In realtà arrossì perché era certa che lui avesse sentito i pensieri, non proprio puri, che lei aveva ricamato su di lui.
 Si sedette alla scrivania e cominciò ad aprire i cassetti. Armando le aveva detto che il vecchio proprietario era un ricco notaio calabrese, molto famoso nel suo paese, di nobile casato. Aveva una sola figlia e nemmeno un nipote. La moglie era morta anni prima e lui era morto solo. La storia era davvero triste, ma chissà cosa aveva custodito quella scrivania? Uno dei cassetti le sembrò molto pesante, più del gemello sul lato destro. Era vuoto, però, anche quello. Effettivamente era più pesante dell'altro, come se contenesse qualcosa. Guardò meglio e, infilando la mano all'interno, arrivò tastando con i polpastrelli, fino alla parete di fondo. Sentì che c'era uno spazio tra la base e la parete del cassetto. Lo estrasse quasi completamente e vide che la base del cassetto aveva come un altro spazio sotto. Aprì quello nella parte opposta e notò che effettivamente era più profondo. Insinuò le dita nella fessura e sollevò la base verso l'alto, un poco a fatica, ma alla fine questa si sollevò e spuntò un vano, con un libro dalla copertina bianca ingiallita dal tempo e dall'uso, si capiva che era stato sfogliato tante volte.
Nazim Hikmet, Poesie d'amore. 
Aprì la prima pagina.
A Dora. 
A metà del libro c'era qualcosa. Una lettera perfettamente chiusa. Una scrittura minuta, sottile e leggera. 
Per Adriano. La tua mamma. 
In Dalia si insinuò uno stato d'agitazione fortissimo. Cercò la prima poesia del libro.

Il più bello dei mari
è quello che non navigammo.
Il più bello dei nostri figli
non è ancora cresciuto.
I più belli dei nostri giorni
non li abbiamo ancora vissuti.
E quello
che vorrei dirti di più bello
non te l'ho ancora detto.

La verità
Amico, portati via quello che vuoi,
affonda il tuo sguardo negli angoli,
e se vuoi ti darò tutta l'anima
coi suoi bianchi viali e le sue canzoni.
Pablo Neruda

Teneva tra le mani la lettera girandola e rigirandola. Molte domande si affollavano nella sua mente. Perché nascondere una lettera in un libro e un libro in un nascondiglio, così accuratamente celato?
Chi era Adriano? E sua madre? Dora era la figlia del notaio? Doveva aprirla o no?
In realtà era molto agitata e non sapeva neanche bene il perché. Era curiosa, ma sentiva d'istinto che essa nascondeva qualcosa che non era mai stata svelata e che forse bisognava tenere racchiuso nel suo segreto. Una voce squillante la richiamò alla realtà. La riconobbe subito. Rebecca la sua migliore amica, la peste, la parte pazza della sua esistenza, la spudorata e adorabile Becca.
"Santo cielo Dalia, ma che cavolo di posto è questo...fantastico!" disse con la sua voce gioiosa e corse ad abbracciarla. "Sore, ma è un sogno!" Si staccò da lei e cominciò a toccare tutto, a commentare ogni cosa con una espressione di meraviglia. Alla fine, la raggiunse, saltellando sulle sue immancabili Dr. Martens e la baciò avvolgendola con un abbraccio strizzante.
Dalia non era riuscita a dire neanche una parola travolta, come sempre, dall'entusiasmo inarrestabile della sua amica del cuore.
"Amore mio, sono così felice per te." la liberò dall'abbraccio e aggiunse pensierosa "ci vuole un tocco di meno vecchio però. Ti regalo un paio di fotografie mie e anche uno dei quadri di Manlio, quelli che piacciono solo a te, così mi libero qualche muro."
"Li accetto di cuore." riuscì a dire Dalia tra quel fiume di parole.
"Ma cosa hai in mano? " le girò la mano per vedere "Un libro di poesie d'amore...Tu? Nel tuo studio. Cosa mi sono persa?"
"Niente. L'ho trovato in un doppio fondo di uno dei cassetti di questa scrivania, che ho comprato da Armando. Dentro c'era questa." Allungò la lettera all'amica senza dire una parola.
Becca la prese, la guardò, poi alzò lo sguardo su di lei con un punto di domanda enorme.
"Perché non l'hai aperta?"
"Non so se è giusto."
"Che dici? Conosci il proprietario?"
"No."
"E allora?"
"Non so..."
Il campanello suonò e Dalia, presa la lettera, si precipitò all'ingresso.
Ritornò con due uomii che trasportavano una libreria. Dalia vide che Becca era seduta sulla poltrona rossa e leggeva il libro. Lei si mise a seguire i due uomini e li dirigeva gentilmente. Quando portarono gli scatoloni cominciò a sistemare i libri e gli oggetti che trovava.
"Mi dai una mano? Così magari ci sbrighiamo entro un orario decente e andiamo a cena insieme, visto che non ho neanche pranzato."
Becca si alzò e posò il libro sulla scrivania.
"Il libro ha una dedica, hai visto? A Dora. Sai chi è?" Chiese con una voce curiosa e intrisa di mistero.
"So che la scrivania era di un nobile notaio calabrese, morto da solo. Aveva solo una figlia che ha venduto tutto e che non ha neanche voluto soldi, ha donato tutti i guadagni della vendita a un'associazione. Non so altro. Il libro era lì in quel cassetto."
"Dobbiamo leggere la lettera." la voce di Becca le disse con chiarezza che sarebbe andata proprio così. Lei lo sapeva bene. Se si metteva in testa una cosa non c'era verso di dissuaderla.
"Va bene. L'apriremo a cena. Andiamo da Mimmo ti va? Festeggiamo" disse rassegnata.
"Ok, festeggiamo e apriamo la lettera." puntualizzò.
"Certo. Ma ora datti da fare."
Anche Dalia in realtà era curiosa. Non aveva tempo ora. Doveva concentrarsi e mettere tutto in ordine. Il giorno dopo avrebbe portato suo padre lì e voleva che fosse tutto pronto. A lui toccava appendere i quadri.

Lucia Maria Collerone
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