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Autore: Simona Festa
Titolo: Un limone in mezzo al mare
Genere Crescita Personale
Lettori 101
Un limone in mezzo al mare

"Quando cambia il punto di vista cambia la percezione"
Ringrazio con tutto il cuore il mio compagno Leonardo per avermi sostenuto nella realizzazione del mio libro e per avermi sempre spinto a dare il meglio di me anche in situazioni difficili e tristi in questi ultimi dieci anni della mia vita.
Questo libro è dedicato ai miei adorati figli Stefano e Samuele.
Sono loro le mie prime "gocce" di speranza e di forza in questo "mare" che noi chiamiamo semplicemente vita.
Mio caro lettore, il mio ultimo ringraziamento è per te per avermi donato parte del tuo tempo, e ricorda:" sii sempre come il mare che infrangendosi contro gli scogli, trova sempre la forza di riprovarci - Jim Morrison -"


1. LA VALIGIA

Tante volte nella vita mi sono ritrovata con la valigia in mano, per studio, per piacere o per... amore, passando e vivendo per un po' da un Paese all'altro in varie parti dell'Europa: Inghilterra, Francia, Belgio.
In questi anni ho conosciuto diverse realtà e altrettanti modi di pensare e di vivere. Ho affrontato sfide personali molto difficili e ho capito che prima di allora avevo vissuto con una benda intorno agli occhi, con i tappi alle orecchie e con uno spirito non mio.
Avevo sempre creduto di vivere appieno la mia vita quando invece col tempo mi ero accorta che sarebbe bastato pormi delle semplici domande che mi avrebbero fatto sicuramente risparmiare un sacco di tempo e di delusioni.
Spesso non sappiamo dove vogliamo andare, cosa vogliamo fare e con chi percorrere il viaggio della nostra vita nel miglior modo possibile; eppure siamo sempre pronti a lamentarci e a dare la colpa al "sistema" senza muovere un dito e senza trovare una soluzione. Viviamo con il pilota automatico inserito tutti i giorni e non ce ne accorgiamo. Ma, se imparassimo ad ascoltare e a vedere dentro noi stessi, ci accorgeremmo che in ognuno di noi c'è già pronta una - valigia - che possiamo utilizzare per partire e andare ovunque vogliamo. È quella stessa valigia che riempiamo di ricordi ed esperienze, sia belle che brutte, e che ogni tanto, a distanza di tempo, apriamo per scrutarne il contenuto con nostalgia, rabbia o con una fragorosa risata.
Io continuo a riempirla di esperienze e non me ne separo mai. La Mia valigia è semplice, di stoffa color fucsia, con qualche adesivo anni degli anni Ottanta e una targhetta di metallo sottile con inciso, a caratteri cubitali, il mio nome: Limone.
In più di quarant'anni ho visto tante valigie, alcune un po' logore, altre nuove e all'ultimo grido, altre, invece, tanto semplici da passare inosservate, ma qualunque sia la nostra valigia, dentro di essa troveremo sempre una grande parte di noi stessi. Anche la tua valigia è sempre lì al tuo fianco, fedele amica e compagna di vita.
A tal proposito... la tua com'è? Riesci a descriverla? Che forma ha? Quanto è grande? Ha qualche segno distintivo? E di che colore è? Bene, adesso che l'hai visualizzata e che è lì accanto a te... prendila, saluta i tuoi amici e parenti e preparati a partire perché oggi sarai il mio compagno di viaggio. Conosceremo persone, faremo delle fermate improvvise, supereremo ogni tipo di ostacolo, rivivrai i miei sbagli e le mie avventure, faremo viaggi nel tempo e acquisiremo insieme la consapevolezza e le basi per una vita migliore.
Non ti preoccupare per il biglietto del viaggio perché per arrivare nel luogo dove stiamo andando, uscirai completamente dal quel mondo ordinario che conosci ed entrerai in quello speciale e straordinario, fatto di rivelazioni e di realtà parallele.

Sei pronto? Si parte!


2. SI PARTE!


- il tuo presente nasce dal tuo passato -

L'odore caldo e sensuale del primo caffè del mattino entrò prepotente nelle mie narici ubriache di Chanel n°5, mentre il profumo dolciastro dei muffin al cioccolato appena sfornati solleticò quella fame sinistra e improvvisa che, nonostante i miei buoni propositi, non riuscii a mandare via. Insoddisfatta dalla mia debolezza nel cacciare quella forte tentazione, cercai con il portafoglio griffato, ravanando selvaggiamente in quel vortice confuso ed enorme che avevo il coraggio di chiamare - borsa - . Dopo cinque minuti di affannosa ricerca afferrai il mio bottino e, come un automa dalla batteria scarica, mi alzai dalla sedia metallica dell'aeroporto iniziando a percorrere i cento metri più lunghi della mia vita. Se fossi stata fresca e riposata, avrei impiegato pochi secondi a percorrere quel tragitto che mi avrebbe portato verso quella golosa colazione e al meritato ristoro; invece, non mi sentivo granché in forma. Una strana sensazione iniziò a percorrere i miei tendini fino a farmi venire un brivido freddo che salì lungo tutta la schiena fino ad arrivare al collo, racchiuso da un filo di perle perfette nella loro imperfezione. Ma non avevo tempo per capire cosa fosse. Il caffè mi stava chiamando con la sua mano invisibile simile a quella di un fantasma, mentre il mio stomaco iniziava a brontolare intonando un - blurppp - dalla voce forte e prepotente.
Fame, io avevo fame!
Nella mia testa c'era solo spazio per quell'immagine lussuriosa e cioccolatosa che, da lì a due minuti, si sarebbe materializzata ami miei occhi e alle mie papille gustative, che non vedevano l'ora di mettere sotto i denti un bel muffin caldo e un buon caffè amaro.
Presa da quell'euforia, percorsi gli ultimi dieci metri in un nano secondo. Appoggiai le mani sul bancone legnoso e lucido e, con voce bassa e gentile, feci la mia ordinazione.
Il giovane barista fece un leggero sorriso e si mise subito al lavoro, mentre il mio sguardo rubava quell'informazione appuntata sul suo petto che mi comunicò quale nome i suoi genitori avessero deciso di stampagli per il resto della sua vita: Andrea.
Andrea era un giovane apprendista dalla barba rasata e dai capelli lunghi e lisci raccolti da un cordino nero, legato con cura e attenzione. La sua figura era snella e slanciata, i suoi fianchi erano sottili e le sue braccia lunghe e veloci. Le mani, dalle dita affusolate come quelle di un pianista, si muovevano in quella danza affascinante che ero solita osservare ogni volta che un barista preparava il caffè: il modo in cui svuotava il portafiltro e lo liberava dai residui della polvere precedente, lo scatto ripetuto che faceva nel riempirlo e nel pressarlo con cura, il borbottio della macchinetta e poi l'arrivo di quel rivolo dall'aroma magico dato dall'unione tra l'acqua e la miscela, che con il suo profumo era in grado di far rivivere i momenti passati di una vita talvolta dimenticata o distaccata.
E poi arrivava il primo sorso.
Silenzio.
In un attimo il grande aeroporto si trasformò in una cittadina di provincia degli anni Ottanta, dai colori gialli offuscati, dalle camicie a quadrettoni e dai ciuffi enormi circondati dai capelli cotonati e laccati, lucidi e duri come sottili fili di nylon.
In lontananza, una giovane donna avvolta in un paltò di camoscio marrone scuro stava accompagnando le sue due figlie a scuola, come tutti i giorni.
La più piccola, diligente e composta, teneva la mano di sua madre mentre guardava attenta la strada e ascoltava le raccomandazioni giornaliere che le venivano sciorinate come un rosario.
La seconda, più grande di quasi un anno, camminava al suo fianco: era una bimba di poco più di sette anni, nata nei primi anni Settanta. I suoi capelli castano chiaro erano raccolti in una coda di cavallo che, a ogni suo passo, si muoveva buffamente a destra e a sinistra proprio come un pendolo. Il viso cicciottello e roseo era rivolto verso l'alto capeggiato da un nasino a punta sempre e perennemente all'insù. Era chiusa nel suo mondo: non aveva molta voglia di andare a scuola, anzi, voleva solo contare i graziosi passerotti che le passavano sopra la testa, nulla di più. Ma qualcosa continuava a disturbarla, in lontananza sentiva il ronzio di una voce familiare che le parlava, anche se lei non era minimamente interessata; sapeva di dover dire qualcosa o fare anche un cenno con la testa, quindi, stanca di quel brusio continuo, fece uscire distrattamente dalla bocca un verso incomprensibile di approvazione alle richieste di attenzione della madre che, armata di santa pazienza, le prese la mano e la condusse verso la meta mattutina.
Il tragitto della giovane signora era breve e per niente entusiasmante. Attraversava sempre un lungo marciapiede, passando per la casa dai muri verdi del prete che, con i suoi riccioli scuri e il candido sorriso, faceva sospirare le signore del quartiere, dispiaciute dal fatto che avesse deciso di scegliere l'ordine clericale piuttosto che accasarsi con una bella ragazza del paese. Subito dopo c'era un vecchio negozio di Kodak, da poco inaugurato. Per anni il locale era rimasto sfitto e abbandonato poi, dall'oggi al domani, l'improvvisa apertura aveva portato una ventata di aria fresca e di novità grazie alle sue stampe giganti piene di coppiette felici nel giorno del loro - SÌ - . I colori della vetrina costituivano il punto più allegro di quel vialone grigio e rumoroso, dove difficilmente le persone rallentavano la loro consueta e pazza corsa di vita lavorativa. Superato il semaforo che precedeva il cavalcavia, il grigiore del vialone lasciava spazio alle dozzine di cartelle scolastiche modaiole, ai grembiulini bianchi e neri e ai gruppetti gremiti di mamme tutte intente a spettegolare o a creare un gruppo di poche - elette - , destinate a vedersi in tarda mattinata per un tè e una dimostrazione di prodotti Avon.
Erano quasi le otto e dieci del mattino. Le voci sempre più incalzanti dei bambini si mischiarono allo squillo assordante della prima campanella che li richiamò all'ordine.
Una Ritmo dal colore blu sbiadito iniziò a vomitare a raffica un flusso di pargoli superattivi e urlanti, mentre dall'altro lato quattro mamme - assordanti - erano intente a riempire a più non posso gli zaini dei loro figli di ogni ben di Dio mangereccio.
Un altro giorno di scuola stava cominciando e, come ogni mattina, quella sensazione di ansia mista ai forti mal di pancia, contorceva lo stomaco della piccola bimba con la coda di cavallo. Lei non voleva recarsi in quel posto tutti i giorni, la routine e le costrizioni che continuava a subire le facevano paura, la facevano stare male, anzi la terrorizzavano.
Quella bambina ero io.

Dal lunedì al sabato dovevo alzarmi presto e guardare il sole sorgere nel suo splendido e luccicante arancione, mentre mia madre Anna, in cucina, preparava la colazione per me e la mia sorellina. Subito dopo ci dedicavamo alla cura personale, ai vestiti e al rito della strettissima coda di cavallo che, col passare degli anni, mi aveva lasciato in eredità un continuo e giornaliero mal di testa.
Io vivevo nel mio mondo, un mondo fatto di uccellini simpatici, di aria fresca del mattino e di voglia di giocare con qualsiasi bambino, un mondo confinato in quei dieci minuti di cammino che c'erano tra il portone di casa mia e quello della scuola elementare.

Simona Festa
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