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Autore: Tecla Rinaldi
Titolo: La rosa di cartapesta
Genere Romanzo introspettivo
Lettori 184
La rosa di cartapesta

La speranza è l'ultima a morire

Ho letto da qualche parte che la speranza non è la certezza che qualcosa abbia un buon esito, bensì la convinzione che quel qualcosa abbia un senso.
Non avevo mai pensato a questa cosa.
Quando mio padre si ammalò, da un giorno con l'altro, speravo in cuor mio che la sua malattia si risolvesse nel miglior modo possibile, non di certo che essa avesse un senso!
Si concluse invece con la sua morte. Gli era bastato avere un malore, correre in pronto soccorso e scoprire che una parte nel suo corpo era cambiata.
Io avevo intuito fosse grave, ma lui no. Quando lo andai a trovare in ospedale, il giorno dopo l' intervento a cui era stato sottoposto d'urgenza, lessi nei suoi occhi tranquillità e rilassatezza. Era convinto si trattasse di un malessere passeggero e che tutto si sarebbe sistemato nel giro di qualche giorno.
Forse la sua non era convinzione, forse era speranza? Me lo sono chiesta tante volte.
Possibile non avesse paura? Non aveva capito? O non voleva credere che era arrivato il momento che noi tutti temiamo?
Eh già! Fa parte della vita, si nasce e si muore, un inizio e una fine, da accettare, inevitabilmente, anche se spaventa e lo vorremmo evitare.
Dopo essere stata convocata insieme a mia madre dal primario di chirurgia, un uomo alto e rude, per discutere della situazione di mio padre, ebbi i miei effetti psicosomatici: mal di pancia e nausea. Una botta: - Il papà morirà! L'unica cosa che potete fare è pregare, se siete credenti, e sperare in un miracolo! -
Ricordo ancora la mia reazione come se fosse ieri. La mia faccia aveva cambiato completamente espressione e forse anche colore, mentre mia madre aveva perso i sensi, soccorsa dall'infermiera che l'aveva poi fatta sdraiare su un lettino. Le lacrime mi strozzavano la gola, senza uscire fuori, e continuando a sostenere lo sguardo del medico, che mi guardava quasi con sfida, mi ripetevo nella testa: - Non piangere! Devi essere forte! -
Ogni volta che stavo con mio papà, fingevo di essere serena e poco preoccupata, e lui, probabilmente, faceva lo stesso, seppur in seguito fu messo al corrente della sua malattia. Ma il suo corpo non mentiva: appariva sempre più stanco e magro ma con una forza da leone. Era tenace, il mio papà! Finché, un giorno di fine estate, mi disse:
- Non ce la faccio più. Aspetto il Natale e poi me ne vado! -
- Ma dove te ne vai papà? - gli risposi quella volta.
Lui aveva sempre avuto un gran senso dell'umorismo, gli piaceva scherzare parlandomi di cose sciocche, talvolta banalizzando la complessità e gravità del problema. In quella situazione era il suo modo di combattere, di sopravvivere.
Fu un periodo difficile per tutti. Mio padre se ne stava andando e io mi sentivo smarrita. Avevo paura di non essere in grado di sostenere questa grande perdita, di non saper gestire il vuoto che mi avrebbe lasciato.
Scoprii che la mia speranza era stata, più di tutto, desiderare che mio padre non soffrisse troppo. Quello per cui pregavo era questo.
Ma mio padre ha sofferto lo stesso e molto.
Ad oggi, penso che poteva andare anche peggio, dopotutto il dolore si cura con potenti anestetici, quello fisico almeno, quello morale non saprei.. con l'amore forse?
Papà ti sono stata vicina abbastanza?

Giornali, colla di farina

In quel periodo studiavo all'Università a Milano, Scienze della Formazione Primaria. Volevo diventare insegnante d' asilo.
Una volta si diceva così. Ora - asilo - ,dopo aver cambiato in - scuola materna - , è diventata - scuola dell'infanzia - . Ci sta tutta una riflessione pedagogica dietro questi cambiamenti. L'idea di bambino che diventa protagonista attivo e non più passivo dell'esperienza di apprendimento. Roba seria. Un cambiamento di prospettiva decisamente all'avanguardia.
Guadagnavo qualche soldo facendo ripetizioni di matematica al mio vicino di casa e a qualche bambino del paese, in modo saltuario. Non sono mai state le mie materie favorite, la matematica e la geometria. Se arrivavo a prendere sette al Liceo era già il mio massimo.
In più, lavoravo come educatrice per una cooperativa qualche ora a settimana. Tutto quello che guadagnavo era a malapena sufficiente per pagarmi le tasse, i libri, il viaggio in treno che, ovviamente, non facevo tutti i giorni.
Avevo ventisette anni suonati. Non ero vecchia per l'Università, semplicemente avevo iniziato a studiare qualche anno dopo l'uscita dal Liceo. Non volevo gravare economicamente sui miei genitori e desideravo raggiungere da sola i miei obiettivi, quindi, dopo qualche anno di lavoro in cui avevo accumulato dei risparmi, decisi di iscrivermi in Facoltà.
Quando comunicai la decisione ai miei genitori, mia madre ne fu subito entusiasta. Mio padre invece, seduto sulla sua poltrona con aria impassibile, non disse nulla. Lui non era quasi mai contro le mie scelte, anzi, mi assecondava: - Se piace a te, fallo! -
Ma, in quella occasione, non mi aveva nemmeno incentivata perché preoccupato del fatto che avrei dovuto studiare e lavorare insieme e, questo, avrebbe gravato sulla mia salute.
Un giorno una docente universitaria, durante un incontro di laboratorio, fece a me ad altre ragazze lavoratrici (alcune nemmeno più tanto giovani) un bel discorso: - Questa Università non è fatta per voi che lavorate e studiate allo stesso tempo! -
Un'élite per pochi praticamente.
Brutta stronza!
Infatti, per chi non frequentava, c'era sempre un sacco di lavoro in più da fare: almeno un paio di libri extra per ogni esame, laboratori extra, incontri extra con i professori, relazioni extra, ricerche e tanto altro in più! Volevano renderci difficile la già ardua impresa di diventare insegnanti. Perché? Perché eravamo troppe per pochi posti.

Marco, soprannominato Calogero per via della pelle olivastra e i tratti mediterranei tipici del Sud d'Italia, è il mio miglior amico.
Ci conosciamo da una vita.
Quando dico che è il mio - miglior - amico è perché lo è davvero, anche se volte ho avuto il sospetto che provasse qualcosa di più profondo per me, ma non me lo ha mai confessato.
Una volta, mi aiutò a cercare mio fratello che se ne era andato di casa dopo l'ennesima litigata con mia madre.
Thomas, allora diciottenne, soleva rincasare molto tardi la notte, spesso così ubriaco da scambiare la porta della mia camera con la sua, o da addormentarsi nella vasca da bagno piuttosto che sul pianerottolo fuori casa. Quel giorno, ripresosi dalla sbornia nel pomeriggio della domenica, aveva arraffato il suo zaino mezzo bucato e ci aveva infilato dentro mutande, calzini, rasoio e, sbattendo la porta furiosamente, si era allontanato a piedi, urlando come un forsennato in mezzo alla strada che era stanco delle solite paternali e che se ne andava via da quella maledetta famiglia.
Ero allibita dalla sua reazione, a dir poco eccessiva, e poco dopo provai a contattarlo sul telefonino che era spento. Chiamai in rassegna alcuni dei suoi amici di cui avevo il numero. Nessuno sapeva nulla di lui.
Mio padre, che era all'estero per lavoro (faceva il geometra per una impresa edile), non venne avvisato dell'accaduto. Mia madre invece, già disperata dopo qualche ora, si presentò dai carabinieri per sporgere denuncia. In base alle procedure di polizia, le ricerche sarebbero partite solo dopo ventiquattro ore dalla presunta scomparsa.
Arrivò la sera, erano le venti circa e di mio fratello non si sapeva ancora niente.
Io ero decisamente molto preoccupata. Pensavo al peggio. Marco, che era costantemente in contatto con me, si presentò inaspettatamente sotto casa mia, mi disse di scendere e che insieme l'avremmo cercato. Passammo in rassegna i ponti, le stazioni, i parcheggi, i posti isolati. Di Thomas nemmeno l'ombra.
In macchina continuavo a ringraziare Marco per l'aiuto che mi stava dando. Non avrei mai pensato che qualcuno potesse fare così tanto per me e per la mia famiglia.
Verso le ventitré tornammo a casa, decidendo di riprendere le ricerche il giorno seguente.
Thomas rincasò alle cinque del mattino seguente. Mi chiamò sul cellulare per farsi aprire la porta d'ingresso come se nulla fosse. Mia madre, appena lo vide, si mise a piangere.
Io ero arrabbiatissima. Non avevo chiuso occhio pensando a dove potesse essere finito! Lui invece non proferì parola e, senza nemmeno guardarci in faccia, si chiuse in camera sua, rimandando a mai più, la discussione su ciò che aveva fatto. Non raccontammo mai a mio padre di questo fatto.

Una sera di metà ottobre, il mio migliore amico mi invitò a festeggiare il suo trentesimo compleanno in un locale di periferia: un piccolo bistrot che produceva anche pane, pizze, focacce con impasti particolari, farine nobili e lievito madre. Una delizia per gli occhi e per il naso!
Non ero dell'umore giusto per uscire. Mio papà stava molto male. Lui stesso, nei momenti di lucidità, mi diceva che era - più di là che di qua - .
Mi dispiaceva vederlo così. Volevo stare con lui e provare a sostenergli il morale parlandogli di qualcosa che lo distraesse ma mi rendevo conto che non potevo fare molto. Mia madre, infatti, insistette per farmi uscire di casa: - Letizia, un po' di compagnia ti farà bene. Ti distrai. Ci sono io con papà. -
Così, andai all'appuntamento, presentandomi con più di quaranta minuti di ritardo.
Marco mi aveva cercata più volte sul cellulare. Trovai le sue chiamate quando, ormai, avevo parcheggiato l'auto fuori dal locale.
Entrai con un sorriso smagliante porgendo al mio amico un sacchetto di carta rigida con dentro il mio regalo per lui, un maglione. L'avevo preso in galleria Vittorio Emanuele, in Piazza Duomo a Milano, in un pomeriggio di fine settembre in compagnia della mia amica Sonia. L'avevo visto in vetrina e subito avevo pensato a lui!
Cercai posto al lungo tavolo imbandito di ogni ben di Dio, e mi diressi verso l'unica sedia rimasta libera, in mezzo a due ragazzi che, vedendomi arrivare, si spostarono per farmi passare.
Conoscevo pochissime persone, di vista tra l'altro. Gli amici soliti con cui uscivamo io e Marco non erano presenti perché avevano organizzato una gita in montagna a coppie. Già, perché fino a qualche mese fa Marco era fidanzato, e pure io lo ero! Una relazione durata sei anni, la mia con Stefano, finita senza troppi rimpianti. Ci eravamo resi conto entrambi di avere obiettivi diversi: lui la carriera da architetto, io quella di una famiglia con bimbi da crescere. Non avevo sofferto per la rottura del nostro rapporto. Eravamo diventati più amici che amanti.
La situazione di Marco era invece più complessa ma aveva cercato di rifarsi una vita sociale uscendo con una nuova compagnia. Io, più solitaria e concentrata sullo studio, con mio padre malato, non avevo la testa per distrazioni e divertimento.
Mentre prendevo posto alla sedia libera, nel casino del locale, dentro un totale imbarazzo sia per il ritardo, sia perché tutti mi guardavano, un ragazzo, dal lato opposto al mio, si alzò in piedi e si presentò allungandomi la mano:
- Piacere, Luca! Tu dovresti essere Letizia giusto? Marco mi ha parlato di te - .
Rimasi imbambolata per qualche istante, fissando lo sconosciuto dinnanzi a me. La polo che indossava, aderente, lasciava intuire muscoli e petto ben scolpiti. Gli occhi e i capelli chiari, le mascelle quadrate gli conferivano i tratti tipici di un nordico. Un bel ragazzo, pensai, senza ombra di dubbio.
- Ah si?! E che cosa ti ha detto? - chiesi curiosa.
- Che sei una sua cara amica e ogni tanto uscite insieme. -
- Ci siamo conosciuti anni fa ai tornei di calcetto. - Continuò, vedendo la mia espressione sempre più sorpresa.
Non ero a conoscenza di tali frequentazioni da parte del mio migliore amico né che in passato facesse qualche sport. Quanti segreti ancora aleggiavano intorno alla persona di Marco di cui io non ero al corrente? Soprattutto se si trattava di amici così belli.
Durante la serata, io e Luca, che non mi staccava gli occhi di dosso e che continuava a fare battutine stupide per farmi ridere, parlammo del più e del meno e fu l'occasione per conoscerci meglio. Alternava la sua disinvoltura e ironia con atteggiamenti più seri e contenuti. Ero colpita dal suo modo di fare. Sembrava un tipo alla buona, estroverso, simpatico ma allo stesso tempo riservato e anche molto intelligente. Emanava fascino e mistero allo stesso tempo.
Ad un certo punto, mi raccontò del suo lavoro, di come puntava in alto nell'azienda e della opportunità che gli si era da poco presentata. Quel giorno stesso il suo capo lo aveva convocato per un nuovo impiego.
- Nell'azienda dove lavoro mi occupato di disegni elettrici. -
- Vale a dire? -
- Vado in campo a rilevare gli impianti elettrici a livello industriale, impianti di processo o di distribuzione forza motrice o di illuminazione. -
Feci una lieve smorfia con la bocca.
- In pratica, disegni gli impianti dei capannoni? -
- Esattamente. Ma il mio capo ha bisogno di una nuova figura per l'azienda. Serve qualcuno che si occupi di tutta la commessa, ovvero di trattare con i clienti. -
- E ha pensato a te! -
- Sono l'unico che può farlo per il momento. Dopo un periodo di prova come project manager diventerò tecnico commerciale e mi occuperò di tutta la gestione e amministrazione del settore di vendita. -
Si capiva che voleva fare il figo con quei paroloni, e magari se la tirava anche un po', ma lo lasciai fare. Non chiesi nemmeno nessuna spiegazioni sul significato di ciò che stava narrando con tanto tecnicismo, sia perché non volevo fare la figura dell'ignorante, sia perché, per il momento, non attirava il mio interesse.
Le nostre successive conversazioni furono interrotte svariate volte dai brindisi alla salute di Marco, cantando coretti da stadio e canzoni storpiate. Io ero ormai all'ennesimo bicchiere di prosecco, che alternavo a sorsi d' acqua per diluirlo nel mio stomaco, e a pezzi di pizza farcita, grissini con pancetta, e leccornie varie.
Ad un certo punto, la musica nel locale si alzò di colpo, diventando assordante per oltre un minuto durante il quale persi, quasi del tutto, il senso dell'orientamento. Mi tappai le orecchie guardandomi in giro per capire cosa stesse accadendo. Un forte boato si dipanò dal retro del bancone del bar seguito da scintille e fumo. Marco, che era seduto a capotavola ed era il più vicino all'incendio che stava divampando, mi fece cenno di uscire. Saltarono le luci lasciandoci tutti al buio. Partì anche il dispositivo antincendio che erogò una doccia di acqua fredda e mi bagnò gli occhiali da vista impedendomi di vedere. Sentii qualcuno spingermi forte dietro la schiena, persi l'equilibrio e, non sapendo dove aggrapparmi perché non vedevo niente, caddi su qualcosa di duro e appuntito, battendo la testa.

Tecla Rinaldi
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