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Autore: Marialuisa Moro
Titolo: Un passato scomodo
Genere Thriller
Lettori 257
Un passato scomodo

- Ti reputavo più intelligente. Avevi le dritte per trovarmi molto prima, ma il tuo cervellino ha fatto cilecca. -
Sono già pentita di aver accettato di fare questo viaggio nella contea di Nordland con Ruth, ma è così insistente, quando ci si mette.
- Se fosse stato per te, sarei bruciato là dentro! -
Un paesaggio splendido scorre dietro il finestrino, una natura quasi incontaminata: le montagne, il mare e i prati fioriti brillano sotto il sole di maggio. Eppure, tutto mi lascia indifferente: il mio animo è cupo, irrequieto.
- Per una persona di normale intelligenza, non era difficile capirlo. Ma non ci sei arrivata. La solita donnetta limitata. -
Le ultime parole di Stig Olsen, risalenti a più di due mesi prima, mi feriscono, acute e pungenti come lance. Oh, no, non me ne posso liberare! Sono infelice da morire e se ne accorgono tutti, tutti! Io vorrei tenere tutto per me, e invece...
Se quella sera, anziché bere e sbronzarmi con Ruth, in una sorta di stupido rito consolatorio da donne limitate che annegano così le delusioni d'amore... ecco, sto usando le parole di Stig... aveva ragione, dunque! Se, quella sera, avessi mantenuto la mente lucida, come un poliziotto dovrebbe fare, avrei capito dove si era cacciato Stig senza dirmi niente e sarei arrivata in tempo a salvarlo dalle ustioni, forse anche a catturare vivo il pazzo omicida. L'ho lasciato solo, eppure è riuscito a cavarsela anche senza di me. Lui sì, è in gamba! Eppure, le indagini le avevamo fatte insieme; avrei dovuto arrivarci. Se penso che, a causa della mia superficialità, avrebbe potuto anche morire! No, non avrei retto.
- Per una persona di normale intelligenza, non era difficile capirlo. Ma non ci sei arrivata. La solita donnetta limitata. -
Stig in quel letto di ospedale, reparto ustionati, sofferente. A causa mia. Mi guarda con disprezzo.
- E tu sei un maledetto maschilista, prepotente e prevaricatore. Continua così, e resterai sempre solo! Nessuna donna ti sopporterà, sappilo! -
Reagisco come una furia ed esco dalla stanza, ma sono annientata in tutti i sensi: come amante e come poliziotta, perché so di meritare quel disprezzo.
Quella scena mi tormenta senza sosta.
Ruth, intenta alla guida della Nissan, mi lancia occhiate furtive.
- Sempre di cattivo umore? -
- No, no, - mento - stavo solo pensando. -
- Dai, ragazza, non me la racconti giusta. Sono due mesi che ti vedo in questo stato. Nessun uomo merita tanto. -
- Tu non capisci - ruggisco, con la voglia di prenderla a schiaffi - Non si tratta di quello, c'è molto altro, e molto più grave. Mi sento uno schifo come poliziotta. Un'incapace. E tu sai quanto ci tenga, al mio lavoro. -
- Quante storie! Quella sera eri depressa, come lo ero io, e abbiamo bevuto un po'. A chi non capita un momento di debolezza? Smettila di condannarti e anche di pensare a quel maschilista borioso di Stig Olsen, accidenti a te! Un vero stronzo; posso dirlo chiaro, o ti offendi? Meno male che se n'è andato a Oslo, fuori dai piedi! -
- Se cambiassi lavoro? -
- Oh, bella! Questa è la più grande cazzata mai sentita! Tu sei nata poliziotto, quale altro mestiere potresti fare? -
Non rispondo, so che ha ragione, ma il senso di inadeguatezza non mi abbandona.
- Domani facciamo un giro in barca e prendiamo il sole, ti va? -
Non me ne importa niente, ma annuisco per cortesia.
- Non so in che condizioni troveremo la casa. I miei sono stati poco bene e non ci vanno da un anno. Non spaventarti. Però il posto è stupendo, vedrai. -

Mina si svegliò con un sobbalzo e il sogno si interruppe altrettanto bruscamente con le parole di Ruth, che ora dormiva nel letto accanto. Udì il suo respiro pesante e ricordò che si trovava nella contea di Nordland, a casa dell'amica; tentò di dissipare il malumore lasciato dal sogno, ma non ebbe successo. Decise allora di alzarsi e preparare la colazione; mise fuori una mano per scostare la trapunta e la sentì bagnata.
Si alzò a sedere sul letto; stava per accendere la lampada del comodino, ma un sesto senso la trattenne. Alla pallida luce che le tende pesanti lasciavano filtrare nella stanza, vide che i due letti erano immersi nell'acqua. Doveva essere alta parecchi centimetri, se era arrivata a lambire le trapunte.
- Ruth! -
L'amica rantolò un mugugno irritato - Cosa vuoi? -
- Svegliati, accidenti, la casa è allagata! -
Ruth sobbalzò e si guardò intorno, gli occhi roteanti.
- Eh?! -
In pigiama, guadarono nell'acqua gelida fino alla porta di casa.
- Santo cielo, si saranno rotte le tubature! Che disastro! Ecco cosa significa, lasciare le case abbandonate per tanto tempo! -
Tornarono indietro a recuperare i cellulari sui comodini, ancora asciutti, mentre gli zaini, lasciati per terra col loro contenuto, erano intrisi. Li trascinarono fuori, imprecando. L'aria del primo mattino era fredda e infierì malevola sulle parti bagnate dei loro corpi.
Per fortuna non ho portato il laptop, pensò Mina, altrimenti sarebbe stato da buttare. Nella foga di staccare da tutto e da tutti per quei pochi giorni, l'aveva lasciato a casa, e aveva fatto bene.
Mentre Ruth andava a chiudere la manopola generale dell'acqua, per quel che potesse servire, Mina girò intorno alla casa per constatare l'accaduto.
Ci mancava solo questa.
Che idiozia, lasciarsi convincere ad andare nel Nordland, nella casa dei genitori di Ruth! Le intenzioni dell'amica erano lodevoli, ma il risultato infame. L'umore di Mina stava peggiorando, come se fosse possibile. Imprecò tra sé.
Il suo sguardo fu catturato da qualcosa che brillava accanto alla parete esterna della casa. Un oggetto semi coperto dal fango, reso visibile da un tenue luccichio. Incuriosita, si chinò e lo raccolse. Lo ripulì alla meglio con le dita e lo posò sul palmo della mano: un piccolo anello in apparenza d'oro, su cui era montata una pietra azzurra di forma rotonda con delle venature più scure.
Non certo di molto valore, pensò.
Istintivamente, chiamò Ruth.
- Hai perso un anello? -
- No, io non ne porto mai - rispose l'altra, da lontano. - Perché? -
- Niente, dicevo per dire... -
Si bloccò e lo osservò meglio. Era fatto per un dito sottile, non certo per le mani robuste di una ragazzona sovrappeso come la sua amica; neppure poteva appartenere alla madre di lei, visto che aveva la stessa stazza. Ne ebbe la conferma osservandone l'interno, dove era incisa una G maiuscola in gotico, iniziale estranea ai nomi di loro due.
G come Grete. Mia madre si chiamava così, ma non può essere suo. Mia madre è morta 25 anni fa e non è mai venuta qui. Almeno, non che io sappia.
Lo infilò in tasca.







2


- Ciao Axel, sei stato gentile a chiamare. -
- Volevo sapere come stai e se possiamo andarcene a pesca, uno di questi giorni. Un gesto puramente egoistico da parte mia, visto che non ho nessun altro che mi accompagni! - Rise sonoramente, come usava fare lui. Una risata che metteva allegria.
- In realtà ti devo deludere, amico mio. I dolori si fanno sempre sentire e mi muovo con una certa difficoltà. Il medico dice... -
- Sì, lo so. Dice che stare fermi al freddo non giova; ma il clima è più mite, ora; se passi qualche ora seduto al sole con la canna in mano, non ti farà male, anzi gioverà alle tue ossa. -
- Dai, vediamo; tu sai essere sempre molto persuasivo. Se si scalda un altro po' ci ripenso, va bene? -
- Ti farebbe bene distrarti. Non ti viene la malinconia, a stare sempre in casa? -
- Beh... l'avanzare degli anni non aiuta. -
- A chi lo dici! Io mi invento di tutto pur di rimanere occupato, altrimenti cado in depressione. Quando arrivi a un età in cui il futuro non esiste o meglio, ti rifiuti di guardarlo perché non è per niente allettante, ti rifugi nel passato e ti tuffi nei ricordi. Ricordare troppo fa male. -
- Non mi racconti niente di nuovo. Il futuro, alla nostra età, significa solo un peggioramento della situazione: decadenza, malattia. Una schifezza, insomma. -
- Almeno tu hai Mina, la tua adorata figlia. -
- Sì, ma la sua vita è altrove, lassù a Tromso, e la vedo pochissimo. D'altra parte, è giusto così. -
- Beh, io non ho né moglie né figli; non ho mai voluto impegni, ma non me ne pento. Ognuno fa le sue scelte. Sono vissuto da uomo libero e ora mi trovo anziano e solo; pazienza, ogni medaglia ha il suo rovescio. -
- Sei una persona razionale. -
- Ci provo. Tornando a te, cosa dicono i medici dei tuoi dolori? -
- Reumatismi, volgarissimi reumatismi, ma comunque fastidiosi. -
- C'è di peggio; mai abbattersi. Pensa a chi ha delle malattie neoplastiche. -
- Oh, sì, in questo mondo bisogna sempre consolarsi pensando a chi sta peggio. Ti pare giusto? -
- Ti prego, non cominciare con le filosofie, perché non fanno per me. Non c'è niente di giusto in questa vita, questo lo sappiamo già. -
- Io mi chiedo: se esiste un dio, perché permette questo? -
- Non lo so, preferisco non pensarci, come alla vita oltre la vita. Sono argomenti che mi mandano in confusione. Preferisco vivere alla giornata. -
- Beato te, se ci riesci. Io mi tormento all'infinito con questi dubbi senza venirne a capo. -
- Tu stai troppo in casa, te lo dico io! Vieni con me a pesca e ti sentirai meglio. Devi distrarti. Scommettiamo che, se ti racconto un po' delle mie scemenze, fai due risate e ti tiri su? -
- D'accordo, mi hai quasi convinto. Ci risentiamo presto, va bene? -
- Ci conto. -
Alfred Halvorsen posò il telefono e, come spesso accadeva, fu assalito dai ricordi. Aveva avuto una vita attiva e interessante, un lavoro che lo stimolava, anche se non aveva fatto carriera. Fare il poliziotto era la sua passione e sua figlia aveva preso da lui, forse anche condizionata dall'educazione ricevuta, visto che l'aveva cresciuta da solo dall'età di cinque anni e le aveva insegnato a fare le indagini fin da bambina.
Però il terreno era fertile, pensò con una punta di soddisfazione.
Cinque anni. Aveva solo cinque anni...
Sospirò, pungolato da pensieri meno gradevoli. Si sentiva stanco, stanco di tante cose, più nello spirito che nel fisico.
Poi, dato che anima e corpo sono tutt'uno, anche il fisico ne risente.
A volte si chiedeva se i suoi dolori non avessero una base psicosomatica. In quel caso aveva ragione Axel.
Proverò a seguire il suo consiglio, si disse, andando in cucina a scaldare la zuppa. L'aveva preparata il giorno prima e la faceva durare due giorni. Non amava cucinare e vi si adattava solo per sopravvivere.
Mentre la pentola era sul fuoco, contemplò costernato il disordine che regnava intorno. I soldi non bastavano mai. Per tagliare le spese, aveva licenziato la signora Krum e la casa si era rapidamente trasformata in un porcile. Si era ben guardato dal dirlo a sua figlia, che si preoccupava tanto che ci fosse qualcuno a dargli una mano. Forse si sentiva in colpa per la sua lontananza.
Pensò con disappunto che se ne sarebbe accorta da sola la prima volta che fosse venuta a trovarlo, a meno che non gli venisse l'ispirazione e decidesse di rimboccarsi le maniche per mettere tutto a posto.
Vide che il contenuto della pentola bolliva e spense il fuoco. Mise sul tavolo un piatto e lo riempì. Tagliò due fette di pane di segale e cominciò a mangiare svogliatamente.
Fuori c'era ancora luce; le fronde di una betulla del minuscolo giardino accarezzavano i vetri della finestra, mossi da una brezza leggera. Avrebbe dovuto decidersi a potarla, ma non si decideva mai perché gli costava fatica salire sulla scala e non poteva permettersi un giardiniere.
Sono diventato un inetto. Chi l'avrebbe detto, quando correvo dietro ai delinquenti?
Forse non era la stagione adatta per tagliare i rami. Ci avrebbe pensato il giorno seguente.
Però quello scricchiolio gli dava fastidio. Lo innervosiva.

Marialuisa Moro
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