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Autore: Franco Filiberto
Titolo: Le ali sulla pelle
Genere Thriller
Lettori 339
Le ali sulla pelle

Premessa

Quella storia della farfalla gli era venuta all'orecchio più di una volta anche se non ricordava bene le circostanze.
Si era incuriosito ed a e aveva letto qualcosa sulle teorie collegate, si era persino spinto a dare una scorsa alle prime pagine del racconto - Rumore di tuono - di Bradbury, una cosa fantascientifica su improbabili safari temporali per turisti del futuro e aveva dato un'occhiata, su internet, ai grafici a forma di farfalla generati dagli attrattori di Lorenz, ma per il commissario Pandolfi il fatto che il battito d'ali di una farfalla a Pechino potesse far piovere o addirittura scatenare una tempesta a New York, rimaneva un fatto piuttosto criptico, improbabile, una questione squisitamente filosofica, una teoria cervellotica, una dotta e inconcludente disquisizione sul sesso degli angeli.
Non che non comprendesse le interazioni possibili fra avvenimenti che accadono in luoghi diversi, anche lontani fra loro, né ignorava che, in un'epoca caratterizzata da una incipiente globalizzazione e da una sfrenata smania di comunicazione, fatti diversi e lontani fra loro potessero essere connessi, ma per lui che, per carattere, non era affatto incline a superflui voli di fantasia e che del pragmatismo aveva fatto la sua arma vincente, rimaneva una gigantesca cazzata.
Certo non avrebbe mai immaginato di poter essere catapultato in una tempesta che non solo era stata generata da eventi che, per rimanere in tema, potevano essere paragonati al battito d'ali della farfalla pechinese, ma che, oltre ad e a essere molto distanti nello spazio, erano avvenuti in un tempo molto lontano.


Il telefono squillò con insistenza aprendo con qualche minuto di anticipo la giornata di lavoro del commissario Pandolfi.
- Pronto. Chi parla? -
- Sono GiorgiGuido, buongiorno. -
- Buongiorno, tua moglie ti ha buttato giù dal letto? -
- Non è stato necessario. Ho avuto una nottataccia e la mattinata si annuncia peggiore. -
- GuidoGiorgio, sembri intenzionato a peggiorare anche la mia, che c'è? -
- C'è che ho qui un cadavere che dovresti vedere. -
- GuidoGiorgio, se fai il medico legale può capitare di avere a che fare con qualche cadavere ogni tanto. Questo cos'ha che non possa essere rimandato a più tardi, ha tentato di scappare? -
- C'è poco da scherzare. -
Il dottore cominciò a snocciolare la sua tiritera.
- È un maschio, bianco, di circa sessanta sessantacinque anni circa, capelli e occhi chiari, un metro e settantacinque, settanta chili scarsi, ha il corpo coperto di cicatrici, troppe e piuttosto anomale per essere esiti di operazioni e del resto la tecnica di sutura non è certo quella di un chirurgo. Porta una barba ben curata e la dentatura presenta alcune protesi fisse, ma la cosa che mi lascia maggiormente perplesso è la ferita al petto...
- Arma da fuoco? -
- No, sicuramente no. -
- Coltello? -
- In un certo senso... ma credo sarebbe meglio che tu la vedessi... -
- Ma insomma GuidoGiorgio, gli indovinelli rimandiamoli a più tardi! Vuoi dirmi come cazzo è morto? -
- Beh, la causa potrebbe anche essere naturale anzi, quasi certamente lo è... -
- Con una ferita sul petto? Un Vuoi dire un incidente? -
- A meno che non si sia scontrato con un'affettatrice, non credo proprio. Per ora posso dirti che la ferita al petto è stata sicuramente inferta post mortem, ma credo sarebbe meglio che tu venissi a dare un'occhiata... -
- Arrivo. -

Dopo un caffè frettoloso e qualche sosta forzata nel traffico, il commissario Pandolfi entrò nell'obitorio fumando la prima sigaretta della giornata.
- Allora, cosa sono tutti questi misteri? -
- Qui non si può fumare... -
- Lo so - disse Pandolfi aspirando una lunga boccata, - i tuoi pazienti sono molto attenti al fumo passivo! -
- Paolo, lo sai, Le le regole sono regole... -
- Insomma, mi hai chiamato all'alba per farmi la predica o c'è qualche motivo più valido? -
- Vieni. -
Il dottor Avenzi si avvicinò ad u a uno dei tavoli seguito dal commissario, poi, con un gesto che a Pandolfi sembrò vagamente teatrale, scoprì il cadavere ed a e attese la reazione.
- Cazzo, gli hanno portato via la pelle del petto! Scuoiato... e non sappiamo la causa... -
- Per ora ho solo fatto un esame esterno e come vedi c'è molto da dire. La morte risale a circa due o tre ore fa, o forse meno, ma sarò più preciso nel mio rapporto. -
- Hai qualche idea sulla causa di tutte quelle cicatrici? -
- Come ti ho detto, non ancora. So solo che le suture sono opera di un medico scarsamente preparato o, addirittura, di un dilettante. Non vorrei sbilanciarmi troppo, ma credo che quest'uomo abbia subito delle torture. Vedi queste lesioni circolari? Hanno un aspetto piuttosto sospetto. Sembrano bruciature di sigaretta e anche queste altre sul dorso... - aggiunse, girando su un lato il cadavere. - In ogni caso, dopo l'autopsia potrò... -
- ... essere più preciso - completò il commissario.
- Fammi sapere - disse aggiunse, avviandosi verso l'uscita.
Sulla porta si girò. - A proposito, chi lo ha trovato? -
- Uno spazzino addetto alle pulizie dietro la cappella del parco. Per quanto ne so, sono andati Antonelli e Dilani. -
- Documenti? -
Il dottore scosse la testa.
- Ho inviato le impronte con una nota a Fabozzi e stavo giusto prendendo il calco dei denti. Vediamo cosa ne viene fuori. -
- Fammi sapere - ripeté Pandolfi prima di scomparire.

Quattro ore prima

Ivan Rasko non ha mai suonato alcuno strumento e la musica non è fra i suoi principali interessi. Nonostante questo, nell'ambiente è conosciuto come - il violinista - per l'uso creativo e poco convenzionale che fa di una corda di violino.
A giudicare dall'aspetto e dall'atteggiamento potrebbe essere un militare.
Capelli biondo chiaro tagliati molto corti, occhi azzurri, mascella quadrata, struttura muscolare non vistosa ma tonica.
Ivan vende armi, e non solo quelle, al miglior offerente. Per lui, ribelli, terroristi, bande giovanili, delinquenza organizzata, mafie non sono altro che clienti. Fine della storia.
Dai Balcani alla Somalia, dall'Iraq all'Afghanistan cerca e trova sempre qualcuno disposto a pagare per le sue armi e spesso per i suoi - servigi - .
Di padre russo e madre italiana, ha imparato dal primo a muoversi nell'intricato ambiente che ruota intorno a quel mondo oscuro e sfuggente dei fuorusciti dell'ex Grande Armata Rossa, dei Servizi Segreti, di faccendieri e mafiosi, dalla seconda ha ereditato quella fantasia e quell'arte di arrangiarsi tipica del Bel Paese che era venuta spesso in suo aiuto nei momenti più difficili.
La vita di Ivan si basa su poche regole e quelle poche hanno un unico denominatore comune: il profitto; il suo codice morale ha un punto fermo: - Mai tradire un amico - , codice che osserva senza troppi sforzi perché Ivan non ha amici.
Il suo cellulare squillò proprio mentre stava per rilanciare.
Con la mano destra prese il telefono e lo portò all'orecchio senza dire niente mentre, con la sinistra, spingeva una pila di fiches al centro del tavolo.
- È arrivato - disse la voce al telefono. - È sceso al Royal. Ora è in camera. La 369. -
- Bene - rispose Ivan con un sibilo e chiuse il telefono.
- Doppia al cappa... -
- Doppia all'asso... -
Ivan posò sul tavolo il suo colore e attese.
- Buono per me - dichiarò il quarto giocatore alla sua destra.
Ivan raccolse il piatto alzandosi.
- È stato un piacere - disse, dopo aver finito il suo drink e dopo aver sconsigliato, con uno sguardo, ogni tipo di rimostranza per il suo abbandono prematuro del tavolo.
Si fermò al bar, cambiò le fiches e lasciò sul bancone, davanti alla barista, due banconote. Giunto sulla porta, fece un cenno di saluto al ceffo che stava di guardia, poi alzò il bavero della giacca e s'incamminò verso la sua auto.
Dopo la sua, un'auto scura si staccò dal marciapiede e iniziò a seguirlo a distanza; Ivan controllava ogni tanto nello specchietto retrovisore, guidando lentamente verso casa nel traffico scorrevole della notte.
Giunto a casa, accese la luce del salotto e si sedette sul divano.
Attese alcuni minuti ed a e accese la luce del bagno, poi tornò in salotto.
Dopo dieci minuti accese la luce in camera da letto, spense quella del bagno e del salotto, poi si sedette al buio sul divano e accese una sigaretta.
Sapeva di essere osservato e quel gioco di luci avrebbe suggerito ai suoi controllori che potevano rilassarsi e attendere con calma.
Per lui invece il tempo dell'attesa si stava concludendo. S
Sembrava proprio che fosse arrivato il suo momento, quel momento che aveva atteso preparato a lungo e, che gli era costato molto, e per il quale aveva messo in gioco la sua stessa vita.
Ora doveva stare attento a non sbagliare, una sola sbavatura poteva compromettere tutto.

Spense con cura la cicca nel portacenere, tolse dalla tasca il cellulare e lo appoggiò sul tavolinetto di fronte a lui, ne prese dal tavolo uno del tipo - usa e getta - e lo mise in tasca, poi con calma si diresse all'armadio della camera e fece scorrere i vestiti comprimendoli da un lato per liberare il più possibile il pannello di fondo, poi, facendo leva su due piccole molle, lo fece scorrere di lato fino a scoprire un'apertura che in passato era stata il vano di una porta e che ora era chiuso da una libreria.
Ripeté l'operazione sulla libreria liberando un passaggio.
Dopo essere entrato nell'appartamento attiguo, rimise a posto i vestiti, il pannello dell'armadio e la libreria.
Dette uno sguardo alla stanza per sincerarsi che tutto fosse a posto, percorse il corridoio fino alla porta d'ingresso e uscì sul pianerottolo, poi scese a piedi le scale e uscì in un cortile interno.
Si fermò, protetto dall'ombra, a controllare che nessuno fosse affacciato alle finestre, attraversò il cortile e uscì in una strada laterale.
Percorse a piedi qualche centinaio di metri fino ad u a un cancello, lo aprì ed entrò in un cortile ingombro di cataste di pancali di legno, vecchi pneumatici ed elettrodomestici arrugginiti.
La luce era scarsa, ma Ivan sapeva come muoversi.
Tolse il telo da sopra la sua macchina - da lavoro - , aprì il bagagliaio e controllò che fosse tutto in ordine, poi si sedette alla guida e partì.
Percorse ad andatura moderata alcune strade secondarie fino ad i a immettersi sul lungofiume, attraversò un ponte e continuò sul lungofiume opposto fino al parco.
Fermò l'auto in un parcheggio a pagamento lungo la strada e inserì nel parchimetro tutte le monete che aveva nel portaoggetti.
Aprì il bagagliaio, prese la sua borsa, la mise a tracolla ed entrò nel parco.

Percorse senza fretta il vialetto che portava alla fontana. Su una panchina, una vecchia dava da mangiare a dei piccioni che si affollavano ai suoi piedi. Poco distante, un uomo raccoglieva con una ramazza piccoli cumuli di immondizia riversandoli poi in un bidone montato su un triciclo a pedali.
La scarsa presenza di persone nel parco, a quell'ora del mattino, lo faceva sentire un po' allo scoperto; non rispose neppure al cenno di saluto dello spazzino, fingendo di essere attratto da due tortore che giocavano a nascondino nelle aiole vicine.
Raggiunse la fontana e prese a destra un sentiero di ghiaia fino ad u a un ponticello che superò, costeggiò per un breve tratto il laghetto e giunse in vista di una piccola costruzione fra gli alberi che tutti chiamavano - la cappella - . In realtà si trattava di una vecchia cisterna per l'acqua che aveva assunto quel nome per un piccolo tabernacolo esterno dedicato alla Madonna, raffigurata in un mosaico di tessere dalle varie tonalità di azzurro.
Si fermò a circa cento metri dietro una siepe di alloro, consultò l'orologio e si mise in attesa avendo cura di tenere d'occhio le due possibili vie di avvicinamento alla cappella.
Alcuni scoiattoli correvano veloci sull'erba ancora umida della rugiada della notte, in cerca di cibo, altri rovistavano con mosse furtive nei cestini dei rifiuti.
Gli seccava ammetterlo ma non si sentiva tranquillo.
Il luogo dell'appuntamento non lo convinceva, ma non aveva avuto scelta e questo non faceva che aumentare la netta sensazione di aver commesso un errore di cui avrebbe potuto pentirsi.
Il cielo si stava rapidamente schiarendo e Ivan consultò di nuovo l'orologio.

Franco Filiberto
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