Writer Officina Magazine
Home
Magazine
Writer Officina
Autore: Salvatore Scalisi
Titolo: L'uomo dei piccioni
Genere Narrativa Contemporanea
Lettori 255
L'uomo dei piccioni

Si respira aria di fine settimana nella fabbrica di ebanisteria Germana. Stefano, quarantadue anni, al suo banco di lavoro è intento a incassare delle cerniere in un'anta di un armadio. Il suo collega, Mario, poco distante sta sistemando la cassettiera nel medesimo armadio.
- Hai visto ieri sera il film giallo in TV su Rete Uno? - chiede Mario.
- Sì - risponde Stefano. E prima che possa inoltrarsi sull'argomento, è anticipato dall'ostentata sicurezza dell'amico.
- Bello, vero? -
- Non male. -
- Non male? Sono anni che non vedevo un film così! -
- Sono contento per te - risponde con sottile ironia Stefano.
- Cosa fai, te ne esci così? Dici di essere appassionato di film, di cinema, e te ne esci con una battuta così stupida? -
- Cosa vuoi che ti risponda, che è stato eccezionale, fantastico! Vuoi questo? -
- Scusa, hai ragione, ma ti vedo stanco da un po' di tempo, con la testa fra le nuvole, volevo, se fosse possibile, tirarti su di morale. Tutto qui. -
- Non è successo niente, non era nelle mie intenzioni offenderti - risponde con benevolenza Stefano. L'amico annuisce.

***

- Non vedevo l'ora che finisse questa giornata di lavoro - confessa Mario all'interno dello spogliatoio. - È stata una di quelle settimane in cui non ti va di fare niente. -
- Capita – gli risponde evasivo Stefano.
Quali sono i tuoi programmi per il week-end? -
-... niente di particolare. -
- Se vuoi possiamo organizzare qualcosa! -
-... ti farò sapere. -
-... già. A volte Anna ed io ci domandiamo se abbiamo sbagliato, e dove con te. -
- Sei fuori strada. Niente di tutto questo. Sto passando dei momenti difficili. Capita un po' a tutti, no? -
- Sì, è vero. È capitato pure a me alcuni anni fa. Ricordo che non mi andava di vedere nessuno, tanto meno me stesso allo specchio. Poi pian piano mi sono ripreso – due loro colleghi vanno via salutando. - Ma è stata dura. Questo sì, te lo posso assicurare. Senti, mi è rimasta un po' di aranciata, la vuoi? -
- No, grazie. -
- Be', è poca, la berrò io, non mi va di riportarmela a casa - Mario scola la bottiglia. - Scrivi ancora? -
- Cosa? Ah, sì, di tanto in tanto. Mi rilassa. -
- Sei fortunato. Io non so proprio come ammazzare il tempo. -
- Che significa? E la tua passione per il calcio? I tuoi splenditi canarini che fine hanno fatto? -
- È un momentaccio per la mia squadra, lo sai - replica l'uomo. - I canarini li sto regalando tutti. Sono una perdita di tempo, credimi. -
I due amici si lasciano andare ad un ammiccante sorriso.
- Sto pensando di sostituire la mia auto - dice Mario. - Fa un rumore tremendo, e ogni qualvolta sono al volante ho l'angoscia che debba fermarsi da un momento all'altro. -
- È una buona idea. -
- Il problema è che non voglio sostituirla con una qualsiasi, ma con una di quelle simili a un carro armato, capaci di arrampicarsi in cima al mondo. -
- Vuoi dire un fuoristrada? -
- Sì. Lo so che ti sembrerò andato fuori di testa, ma la sogno anche di notte. -
Stefano accoglie la confessione dell'amico con simpatica solidarietà - Beh, i sogni vanno realizzati. -
- Anna lavora da due anni. Il suo stipendio è quasi il doppio del mio - sostiene l'uomo. - Abbiamo messo un po' di soldi da parte, questo è vero, ma ci sono altrettante spese da coprire... -
- La vita è dura per tutti, ma non bisogna arrendersi mai. -
- È quello che pensa anche Anna. Io non ho molto coraggio per queste cose, mi conosci bene. -
-... direi proprio di sì. -
- I sogni vanno realizzati, giusto? -
- Giusto. Vanno realizzati. -
- Come va Giorgio a scuola? -
-... non è il primo della classe, ma se la cava. Simona? -
- La stessa cosa. Nei giorni scorsi ha avuto le tonsille infiammate. Ormai è diventato per lei un continuo tormento. Con Anna abbiamo deciso di farla operare, appena finirà la scuola. -
- Finalmente! Era ora che vi decidevate. -
- La colpa è mia. Sono lento a carburare. -
- Confermo la diagnosi - ammette con simpatica ironia Stefano, mentre richiude lo sportello dell'armadietto e si appresta a uscire dallo spogliatoio, lasciando il suo amico in uno stato di evidente difficoltà con la cerniera lampo dei pantaloni. - Pensi di farcela? -
- Mi vorresti dare una mano? Certo che ce la faccio! -
-... ci sentiamo. -
-... se non altro ci spero. È la seconda cerniera che va a farsi fottere nel giro di un mese. Senti, se non dovessi farcela ti chiamerò al cellulare... - il povero uomo, incurvato nel tentativo di risolvere l'arduo problema, non si accorge nemmeno di essere rimasto solo. - È un periodo nero, capitano tutte a me... –

***

Lasciato alle spalle una settimana di duro lavoro, Stefano rientra in casa con la speranza di potersi ricaricare durante il week-end. Ma solo l'arrivo di una risposta positiva sui suoi scritti, potrebbe davvero renderlo felice.
Finita la cena, Stefano riordina la cucina insieme alla moglie Sara.
- È arrivata posta per me? - domanda Stefano.
- Se ti riferisci ai tuoi racconti, la risposta è no! Lo so che non ti è facile, ma devi abituarti anche all'idea che non tutto può andare secondo i tuoi desideri. -
- L'hai detto, non è facile. -
- È puro autolesionismo, non credi?
- In un certo senso, sono d'accordo con te. -
- Stupendo! - replica con sarcasmo Sara. - La tua sfrenata fame ti porterà a diventare qualcuno. La famiglia ne sarà orgogliosa! -
- Speriamo bene - commenta Stefano senza patemi d'animo. - Mario mi ha proposto se volevamo organizzare qualcosa in questo fine settimana. -
- Cosa gli hai risposto? -
- Che ci avrei pensato. -
- Cosa hai pensato? -
-... dovremmo essere in due a decidere. -
- Affermazione giusta. C'è solo un particolare a mio avviso non trascurabile, ed è la tua poca voglia di uscire, di fare qualcosa. In ogni caso siamo in tre a dover decidere, non in due. -
L'uomo, in silenzio, impegnato a sistemare i piatti negli appositi spazi del componibile della cucina, ingoia il boccone amaro offertogli senza mezzi termini dalla moglie.
- Sembra che oggi l'abbiate tutti con me. -
- È questo ti fa sentire colpevolizzato? -
-... non ne traggo piacere. -
- È già qualcosa - pungente, ma sempre con garbo, replica la donna.
- Stasera siamo ai ferri corti. -
- Normali divergenze coniugali. -
- Potremmo uscire domani... -
- Ma non ti senti in vena, vorresti aggiungere. -
-... non sarei una buona compagnia. -
-... ho del lavoro in casa da ultimare. Devo consegnare la prossima settimana il vestito a Giusy, prima che entri in chiesa per assistere al fatidico sì del fratello alla sua futura moglie. Questo week-end mi sarà utile - ammette la donna, evitando saggiamente ulteriori considerazioni sullo stato d'animo di Stefano.
- Me l'ero già dimenticato. Come sta lei? -
- Come tutte le donne sposate con figli. Mi ha confessato di attraversare un momento felice - dice Sara, mentre apre il frigo per rimettervi dentro due piccoli contenitori per alimenti e richiuderlo.
- Non le credi? -
- Be', cosa vuoi che ti dica. Conosco molto bene il suo compagno, e ti assicuro che a lui la felicità piace condividerla con molte donne separatamente. Non so cosa ci trovino. -
- A me sembra un bel tipo. -
La donna lo richiama con uno sguardo severo.
-... sto scherzando. -
Versa due dita di cognac in un bicchiere. Sara, seduta, poggia la bottiglia sul tavolo. Dopo aver sorseggiato passa la bevanda alcolica a Stefano.
- Come va al lavoro? -
- Al solito -
- Da tempo non ti vedo scrivere. Crisi d'ispirazione? -
L'uomo, in piedi appoggiato al piano della cucina, assaggia il cognac. – No, non credo. Forse sto attraversando un periodo di scarsa autostima. Un po' di riposo mi farà bene. È inutile forzare. -
-... passerà. Gli ultimi tuoi scritti non mi hai chiesto di leggerli. -
- Non li ho letti neanche io. -
- Cosa significa? -
- Li ho scritti. E basta! -
-... allora è una cosa seria - dice la donna. Stefano la osserva per percepirne il tono.
- Qualcosa di simile. La sera, Giorgio, sta andando a letto presto. -
- Certamente non per dormire. Tanto meno per studiare. È assorbito dai videogiochi quasi per l'intera giornata. -
-... A me racconta che ci gioca pochissimo. -
- È un bugiardo impenitente, dovresti saperlo. -
- Me ne dimentico con facilità. Probabilmente è dovuto alla forte somiglianza con me – ammette compiaciuto Stefano, mentre dà il bicchiere alla moglie.
- Più che plausibile - l'ultimo sorso prima di alzarsi. - Vado a struccarmi. –

***

L'abat-jour emana una tenue luce. Lo studio è piccolo e dà quel piacevole senso di raccoglimento tanto desiderato da Stefano nei suoi momenti d'ispirazione. Il mouse scivola quasi impercettibile sulla scrivania cambiando di volta in volta la finestra sul monitor del computer. L'uomo osserva la casella di posta elettronica. Due e-mail in arrivo. Niente. Niente di veramente interessante. Ora l'indicatore a forma di freccetta si sposta da un punto all'altro chiudendo ed aprendo freneticamente le schermate in una sorta di delirio, sino al suo inevitabile esaurimento. Improvvisamente è buio. La notte è padrona.

***

Con le grandi ali distese l'uccello dal piumaggio bianco plana dolcemente sull'acqua. È una splendida giornata, verrebbe da dire Stefano, in piedi sul promontorio più alto, i pensieri in bilico tra la vita e la morte, mentre affonda il suo sguardo nel mare schiumoso. Il calore dei raggi del sole si fa sempre più intenso; l'uomo, stanco, confuso, si siede sul masso in atteggiamento di resa.

***

Mani esperte si posano sull'abito scuro da cerimonia indosso a un manichino per verificarne eventuali accorgimenti. La donna mette due spilli ai fianchi per segnare delle sicure modifiche da apporre.
- Meraviglioso! -
-... sì, piace anche a me. Saprà valorizzare la figura armoniosa di Giusy. -
-... giusto merito anche alla sarta. Non credi? - afferma Stefano.
- Mio caro, niente di eccezionale, per uno che fa il mio lavoro. È più ingannevole di quanto appare. -
- ... l'hai finito? -
- Sembrerebbe di Sì. Ma in realtà ci sono ancora alcune cose da sistemare. Per domani, o al massimo lunedì, dovrei farcela - replica Sara. - Hai un buon colorito. Sembri essere stato al mare, sdraiato sotto i raggi del sole. -
-... ho camminato parecchio a piedi. Sono stato da un vecchio collega di lavoro. -
- Chi è? -
- Non credo te lo ricordi. Ha lavorato da noi per poco tempo. -
- Chi è? -
-... Dario. Si chiama Dario. -
-... no. Hai ragione, non mi ricordo. Ecco fatto! - esclama Sara ultimando il suo lavoro. - Dovrebbe starle bene. Giusy verrà a provarlo tre giorni prima che si sposi il fratello - dice la donna. - Avete parlato di lavoro? -
-... cosa? Sì. È stato uno dei tanti argomenti che abbiamo discusso. -
- Tanti? In queste occasioni ci si lascia andare. -
- Già, capita, quando è da molto tempo che non ci si vede - dice Stefano, per passare immediatamente a qualcosa di più leggero. - Giusy, in quel giorno di festa, sarà l'ammirazione e l'invidia di tutti gli invitati. Un vero schianto. -
Sara si allontana dal manichino per osservare attentamente il frutto del suo lavoro.
- In questo momento è come se lo vedessi indosso a te - ammette l'uomo, con lo sguardo di chi è stato appena sedotto. - Una stupenda magia. -
- Oh, ti prego, mi fai diventare rossa. –




***


- Papà, nel pomeriggio vorrei andare a fare i compiti a casa di Marco, mi accompagni? -
-... sì, certo. Mangiala tutta la pasta, non lasciarla come le altre volte. Pensavo li avessi fatto i compiti. L'hai avvisato Marco? - chiede Stefano, seduto a tavola insieme ai suoi familiari per il pranzo domenicale.
- No, papà. Lo farò dopo - risponde Giorgio.
- Di solito ci si programma prima... -
- Ci ho pensato adesso. E poi volevo sapere se tu eri disposto ad accompagnarmi. -
Sara si lascia andare a un cenno di solidarietà nei confronti del figlio.
- Cosa vi prende? L'ho sempre fatto. Volete dell'insalata? - Stefano è consapevole che si tratta di un pretesto, di un argomento molto più articolato che non ha nessuna intenzione di intraprendere.
-... volevo soltanto dire che Marco magari non sarà disponibile perché impegnato con la sua famiglia. Niente di strano mi sembra. -
- Sì, a me sembra tutto chiaro - sostiene Sara, con sottile ironia. - Ho dimenticato di dirti che ieri ha chiamato Anna. Abbiamo parlato un po'. È dolcissima - la donna osserva compiaciuta il suo ragazzo. - Tesoro, come ti sembra lo stufato? -
- Molto gustoso, mamma. -
- Sono contenta che ti piace. -
- Di cosa avete parlato con Anna? - chiede Stefano.
- Segreti di noi donne - replica scherzosamente Sara. - Avresti dovuto essere del gentil sesso per capire i suoi fastidiosi dolori addominali e tutto il resto. Non gli andava di spostarsi da casa, così mi ha chiesto se oggi volevamo andare a pranzo da loro -
- Perché non me ne hai parlato prima? Cosa le hai risposto? -
- La verità. -
- Che tipo di verità? -
- Ne abbiamo già discusso ricordi? Devo lavorare sul vestito di Giusy e consegnarlo in tempo per il matrimonio del fratello. È quello che ho risposto ad Anna. Non pensavo che la cosa ti desse dispiacere. -
-... si poteva fare una capatina -
- Si trattava di un invito a pranzo. -
- Credi se la sia presa a male? -
-... no. Ho avuto la sensazione che se lo aspettasse. -
-... è davvero squisito questo stufato. Complimenti! - ammette Stefano.
-... grazie. Il merito non è tutto mio. Mi sono semplicemente avvalsa dei suggerimenti di una cliente, appassionata di cucina. -
-... una vera fortuna - dice l'uomo, mentre assapora il decantato stufato. - In futuro potrebbe rivelarsi utile. -
- È una buona idea. Potrei anche confessarle la tua ammirazione e chiederle di invitarci a pranzo a casa sua. Le farà senz'altro piacere - dice Sara, aggiungendoci di suo un po' di pepe, in un momento che vuole essere di gradita spensieratezza.
- Vuoi incastrarmi. È una di quelle vecchie zitelle in cerca di stimoli giovanili. Lo sento. -
- Non pretenderai che te lo dica. Dovrai scoprirlo, per amore della buona cucina. -
- Mi sa di ricatto, vero e proprio. -
- Papà, la mamma ha ragione. -
- Voi due andate sempre d'amore e d'accordo, non è così? -
- Non sarai mica geloso? - Dice Sara. - Il prossimo week-end potremmo farli venire in casa nostra - La donna attende un accenno dal marito, che non arriva. - Sto parlando di Anna, di quel simpaticone di Mario e di Simona. -
-... ne discutiamo più avanti, ti spiace? Ragazzo, come te la cavi a scuola? -
- Papà, lo sai, vado bene. -
- Vorrai dire benino. -
- Visto, che lo sai. -
La sua mamma, reiterata complice, non nasconde il gradito compiacimento di tanta spigliatezza. Il viso sorridente di Stefano è il segnale dell'avvenuto contagio.
- Siamo davvero un'allegra famiglia. -
- Fa ben sperare per il futuro - aggiunge Sara.
- Posso bere un po' di vino? – chiede il bambino.
- Certamente. Importante è che non ti ubriachi - gli risponde Stefano.
Giorgio si versa due dita di rosso in un bicchiere, e lo sorseggia:
- È ottimo! - approva come un provetto degustatore, sotto lo sguardo amorevole dei suoi genitori.




***


Sara entra quasi in punta di piedi e s'infila dentro il letto distendendosi di fianco. L'uomo è immerso nei suoi pensieri.
- Hai fatto tardi. -
- Sono stato davanti al computer. -
- Hai scritto? -
- No. Ho dato un'occhiata qua e là. -
- Hai scritto tanto in passato. Neanche uno scrittore a tempo pieno sarebbe stato capace di fare di più. -
-... può darsi. -
- Sei di poche parole. Non mi sembri di buonumore. La notte, a mio parere, dovrebbe essere riconciliatrice. -
Il chiarore della luna che entra dalla finestra crea nella stanza un'atmosfera di profonda intimità. Sara, accanto in posizione supina, indecisa allunga la sua mano, lo accarezza, si avvicina e gli bacia le spalle, lo stringe a sé, fino a venirne lui stesso trascinato e coinvolto dall'irresistibile richiamo sessuale.
Al ritorno dall'Olimpo di Eros, la coppia si rilassa.
- È stato bello. Forse dovremmo farlo più spesso, prima che si invecchi - ammette Sara.
- Mi sembra un po' presto per iniziare a pensarci. -
- Sì, è vero. Ma io parlavo di te. -
-... sei carina a ricordarmelo. -
- Siamo marito e moglie, se non ci si aiuta a vicenda. -
- Mi metti in difficoltà. -
- Non volevo arrivare a questo. -
Attimi di silenzio è il preludio di qualcosa di più serio.
-... domani andrò via - dice Stefano.
- Cosa significa? - chiede sbigottita Sara. - Stai scherzando? -
- No. Mi allontanerò per un po'. -
-... quanto per un po'? Dove andrai? -
- Non lo so. Non è questo che conta. -
-... perdonami - Sara si stringe al suo uomo. - Negli ultimi tempi non sono stata troppo benevola nei tuoi confronti. -
- Tu non c'entri, lo sai. -
- Altre volte hai pensato di farlo. Io credo che tu sia un po' stanco, un po' depresso. I momenti di crisi li attraversiamo tutti. Un periodo di riposo ti farà bene. -
-... un periodo di riposo, dici? -
- Non mollare, lotta, lotta con tutte le tue forze. Se pensi di non farcela, potresti farti aiutare da uno psicologo, sembra che sia di moda. -
- Certo, magari un bel lavaggio del cervello e tutto ritorna a posto. -
- Non è questo che volevo dire. Ti prego, non andare via, non lasciarci soli. -
- Non ce la faccio più, non voglio farmi vedere in queste condizioni; per quanto riguarda lo strizzacervelli, non ci penso neanche. È una questione mia, personale, non condivisibile con quegli avvoltoi. -
- Credi di risolvere i tuoi problemi andando via? -
-... no. Non lo so. Forse non sarà la decisione giusta, ma non riesco a frenare il mio disagio, quel senso di perenne insoddisfazione - dice Stefano. - Ogni tentativo di continuare la vita di tutti i giorni, nell'avvilente attesa si frantuma con la chiara consapevolezza di non raggiungere ciò che veramente desidero. Sara, la mia vita è un inferno, e sto per trascinare dentro anche voi. Mi sento come un soldato senza armi che non riesce a difendersi. Ho bisogno di starmene un po' da solo. Di capire. -
- Non possiedi le armi? Io e il bambino, cosa siamo? -
- Non è così semplice come sembra. -
-... la scrittura, la tua benedetta passione per la scrittura. -
- Paranoia. Chiamala pure paranoia, se vuoi. Non l'ho scelta io. È nata insieme a me. -
- Nessuno ti vieta di scrivere. Puoi continuare a farlo ogni qualvolta lo desideri. -
- Magnifico! Custodire le mie paranoie in un buio, ignoto cassetto, nella remota speranza che qualcuno lo apra. -
- Potrebbe anche succedere; quanto meno te lo aspetti. -
-... sono stanco di aspettare. -
- Il tuo lavoro? Hai pensato al tuo lavoro? -
- Be', gli telefonerò. Dirò che ho problemi di salute, poi si vedrà. In fondo non sarebbe una bugia. Magari, non ho ancora chiaro i tempi di recupero... - cerca di sdrammatizzare Stefano.
- Ho paura di quello che ti può succedere. Mi sento in colpa per non aver fatto abbastanza ad aiutarti. -
- Non devi sentirti in colpa, ma ferita. Sono stato io a ferirti, la mia ostinazione a non adattarmi alla vita di tutti i giorni, a rassegnarmi ad una vita che non mi appartiene. Sono cambiato, Sara, non sono più quello che hai conosciuto tanti anni fa; ora so cosa voglio e niente, dico niente, può togliermelo dalla mente. A costo della vita stessa. -
-... non è solo la tua vita che metti in gioco. Anch'io avrei voluto fare qualcosa di importante. Aprirmi un atelier, per esempio, il mio sogno da sempre fin da quando ero ragazzina. E invece, la mia presunta, grande capacità sartoriale è finita al servizio in un laboratorio per piccole riparazioni. È andata così. Forse è tutto scritto, cioè non dipende esclusivamente dalle nostre volontà. Bisogna accettarlo. Io sono serena perché l'ho accettato. Perché ho te e Giorgio – Sara guarda con occhi decisi e trepidanti il marito che è sempre più convinto della sua ardua e sofferta scelta. - No. Non sei cambiato. Hai solo ritrovato te stesso. Lo so, non ritornerai più indietro dalla decisione che hai preso - Ammette la donna. - Ti prego di mettercela tutta, di fare in fretta ... questa è la tua casa. Siamo la tua famiglia. -
-... mi spiace. Ti amo. -
-... non ho mai avuto dubbi. Non accetto che tu non sia felice. Fa ciò che il tuo cuore comanda, non farò niente per impedirtelo. Sarebbe semplicemente inutile - dice la donna. - Voglio chiudere gli occhi e al mio risveglio sperare di aver fatto un brutto sogno... –

***

Si respira un'aria di triste commiato mentre le schermate sul computer si susseguono lentamente sino a raggiungere la velocità della luce prima di essere spento. Il cassetto del mobile dello studio si apre, Stefano tira fuori quattro quadernoni di fogli dattiloscritti rilegati a spirale. L'uomo, risedutosi dietro alla scrivania ne sfoglia uno, il primo, senza soffermarsi più di tanto, poi lo depone dentro un borsone. La stessa cosa fa con il secondo quadernone. Gli altri due vengono rimessi nel cassetto. Gli si avvicina Sara.
- Deciso?
- Sì. -
-... cosa dirai a Giorgio? -
-... che andrò fuori per lavoro. Gli dirò di stare tranquillo, perché non mancherò molto. È in gamba, capirà. -
- Già. La solita, banale scusa - Dice sconsolata Sara. - È un bambino. Non è abituato alla tua assenza. -
- Ti viene in mente qualcos'altro? -
- No. Banale, ma sempre valida, comunque. -
-... penso sia bene non peggiorare la situazione. -
- Sì. Da oggi mi darò alla pazza gioia, uscirò con le mie migliori amiche, organizzerò feste... -
- Ti prego! -
-... cosa farai? Dove mangerai? Dove dormirai? Dannazione! Non puoi pretendere che io me ne stia tranquilla. Non ce la faccio. Impazzirò! -
- Ritornerò presto. Te lo prometto. È una cosa che devo fare, ricordi, l'hai detto tu stessa. Ce la farò. -
-... oh, mio Dio! Cosa ce la farai? Forse stiamo sbagliando entrambi. -
- Non voglio vederti così. Mi allontano solo per un breve periodo di tempo. -
- Quanto breve? -
- Diciamo che mi sto concedendo una vacanza. Da solo. Ne ho bisogno. Nient'altro. Vado a prepararmi... -
Un gesto istintivo della donna tende a bloccare Stefano con una ferrea morsa della mano al braccio. Un intenso, reciproco sguardo ne dissolve l'input nervoso.

***

Qualche ora più tardi nella mattinata davanti alla porta d'ingresso della sua abitazione, Stefano, con accanto un borsone da viaggio appoggiato per terra, si appresta a salutare la sua famiglia. Giorgio, undici anni, si alza più che può sulle punte dei piedi per abbracciare calorosamente suo padre.
- Papà, torna presto! -
- Sicuro. Fai il bravo ragazzo, anche se so che non hai bisogno delle mie raccomandazioni. Sarò a casa quanto prima. -
- Tesoro, vai a vedere sul comodino se papà ha dimenticato qualcosa? - chiede la donna col pretesto di rimanere un attimo da sola con Stefano.
- Hai con te un po' di soldi? - chiede Sara.
- Quelli del viaggio e qualcosa in più. Mi basteranno - risponde Stefano.
- La carta di credito te la stai portando? -
- No. Non c'è molto da prelevare; e poi, non ho nessuna intenzione di prosciugare del tutto le nostre residue risorse. -
- Come farai senza soldi? Ti potranno servire. Io ho il mio lavoro, non avremo problemi di questo tipo. -
- Stai tranquilla, me la caverò. -
- Dacci notizie. Ti aspettiamo. Sappi che ti vogliamo bene - replica Sara, quasi con le lacrime agli occhi.
-... anch'io. Tanto.
- Come ti senti?
-... come in preda a convulsioni mentali, in un continuo aggrovigliarsi di pensieri - confessa l'uomo, con tono sufficientemente sereno. – Credo sia normale. Non potrei pretendere diversamente. Ma ti assicuro che sono ancora in grado di intendere e di volere. -
-... va bene - annuisce Sara con un dolce sorriso. - Che questa tua vacanza sia breve. Me l'hai promesso. -
- Promesso! -
- Mamma, non c'era niente sul comodino di papà - Sara elargisce un'affettuosa carezza sulla sua testolina.
- Dimentichi niente? –
- No. Mi sono portato poca roba. Lo stretto necessario - dice Stefano. - Non ho in mente di trascinarmi altro peso. -
Dopo essersi salutati, stando attenti quasi a non manifestare le proprie commozioni, l'uomo si allontana lasciando alle sue spalle due anime e un mondo che non è riuscito ad amare come avrebbe voluto e va incontro a un destino di cui non conosce la vera identità.




***


L' "Intercity" entra lentamente nella stazione ferroviaria.
Centinaia di - maschere - si muovono freneticamente, una voce femminile, suadente, raggiunge le orecchie più distratte avvisando degli arrivi e delle partenze dei treni. Stefano sembra non avere molta fretta, s'incammina, guardandosi intorno, verso l'uscita della stazione. Girovaga per la città quando si trova dinanzi ad un uomo, età indecifrabile, trasandato, seduto per terra, il capo lasciato cadere all'ingiù come fosse appesantito da chissà quanti pensieri. Accanto, un piccolo sottovaso di plastica con all'interno pochi spiccioli. Stefano, osserva per alcuni attimi quel povero uomo, privato di tutto, anche della propria dignità, alla fine sente il dovere di liberarlo dalla sua invadenza, mette due monete di un euro nel sottovaso e si avvia a proseguire il suo cammino.
Perché non vanno a lavorare? - Mormora un passante. - È facile chiedere clemenza a chi fatica dalla mattina alla sera. Sono giovani e forti, che si rimbocchino le maniche anche loro - L'uomo sembra aver avuto una carica di adrenalina, e cerca in tal modo di mortificare Stefano. - La colpa è nostra, non dovremmo dargli nemmeno un centesimo, così capiranno. –

***

Si parla, si fanno battute più o meno spiritose, tuttavia, però, si coglie la strana sensazione come se la vita per tutti loro fosse già arrivata al capolinea. In una mensa dei poveri, una fila di persone di entrambi i sessi, anche se in verità gli uomini sono in gran numero superiore, con chiara espressione abulica, un vassoio in mano, scorrono con flemma per poter essere serviti del modesto pranzo quotidiano. La processione per il cibo, lenta ma costante, è improvvisamente bloccata da un giovane con la bocca e occhi socchiusi, ginocchia leggermente piegate, causa evidente una dose di eroina, il quale non percepisce neppure le sollecitazioni del volontario nel ritirare la sua porzione di pietanza. Stefano è seduto ad un tavolo insieme con altri tre commensali; uno di questi, cinquantenne, dall'aspetto sufficientemente curato, gli chiede:
- Sei nuovo? -
- Dici a me? - risponde distrattamente Stefano, intento a contemplare le vivande sul suo vassoio.
- Scusami della mia invadenza, ma ti vedo così attento, scrupoloso nel guardarti intorno, quasi con stupore, che mi sono detto: questo è un nuovo arrivato - ammette l'uomo. - Il cibo non è male, proporzionabile al luogo. -
- Cosa fai, la conta di quelli che arrivano e di quelli che vanno via? -
- Be', non è proprio così. Diciamo che non passi inosservato. Il mio nome è Giulio. -
- Stefano. -
- È la prima volta che entri in un posto simile? -
- Sì. Passavo da qui, quando sono stato invitato da questa brava gente a non lasciarmi sfuggire l'opportunità di gustare il delizioso menu della mensa. -
- Sono stato troppo buono – tiene a precisare l'uomo. - Questi maccheroni non si ha il piacere di masticarli che si sciolgono in bocca. -
- Così si digeriscono più rapidamente. -
- Sì, hai ragione. Potrebbe essere un valido motivo. -
Gli altri due ospiti seduti nello stesso tavolo non aprono bocca se non per mangiare. La sala pranzo è piena in ogni ordine di posto, costringendo i ritardatari di pazientare in sala d'attesa. Stefano, tra un boccone e l'altro, continua la sua irrefrenabile curiosità in un clima di accettabile compostezza.
-... sì è in parecchi. -
- Ti sorprende?
- Immaginavo uno sparuto numero. -
- Cosa te lo faceva capire? –
-... non saprei. -
- Siamo una comunità importante, non adeguatamente considerata dalla società. Oltre a questa, in città ci sono altre tre mense. In ogni angolo del mondo ci sono mense stracolme di poveri. Fai un calcolo approssimativo di tutte le città della nostra nazione, del mondo intero, è tutto ti sarà più chiaro. -
- Mica tanto. Non sono mai stato un genio in matematica. -
- Mi rincresce. Benarrivato! -
-... sei un bel tipo. Scommetto, che devo ritenermi fortunato di essere capitato da queste parti. -
- Giudicherai tu, nel tempo, se rimarrai con noi. -
-... cos'è, stufato? -
-... più o meno. Non pensarci nemmeno a confrontarlo con quello che hai mangiato nella tua vita passata. -
-... hai detto bene - concorda Stefano. - Aspetto le buone notizie. -
- Non spetta a me dartele. Non quelli che tu cerchi. Mi spiace, ma devi trovartele da solo. Stefano, sei entrato in un altro mondo. Un mondo di emarginati, alcolisti, dementi e drogati, come hai potuto osservare. All'inizio ti sembrerà di sognare, di avere degli incubi, ma alla fine ti abituerai. -
- Bel compito il tuo, quello d'iniziazione per i nuovi arrivati. Se pensavi di mettermi paura, beh, ci sei riuscito. -
- È solo l'inizio. Chi entra in questa grande famiglia, difficilmente ne esce. Vieni da lontano?
- Dodici ore di treno. -
- Tante. -
- Già. -
- Pensi di fermarti qui? - chiede Giulio.
-... perché no? L'accoglienza è ottima. Mi sembra un bel posticino - risponde con amara ironia Stefano.
- Sì, è un bel posticino. Se non sei troppo esigente, non ti deluderà. -
- ... ho trovato un amico. -
- È così. Scommetto che stai pensando dove andare a dormire stanotte? -
- Indovinato! -
- Bene, gli amici servono anche per questo. Da stasera considerati mio ospite. -
- Già! Oggi è il mio giorno fortunato. –

***

Si è fatta sera inoltrata. Mezza dozzina di uomini si preparano a dormire sotto un ponte; come letto hanno dei cartoni e una coperta per coprirsi.
- Non è il massimo, ma dovrai accontentarti - dice Giulio. Ci avviciniamo alla bella stagione. - Trascorrere la notte sotto un tetto di stelle, dopo un complicato approccio potrebbe rivelarsi una gradevole esperienza. In inverno sì, sarà dura. Spero che tu non sia costretto ad arrivarci. -
- Esperienza! Hai detto bene. Esperienza, e niente più. -
- Non devi sentirti obbligato a far sapere alla gente quanto sarà lungo il tuo soggiorno. Inizia a godertelo. E basta! -
Dopo una veloce presentazione con i suoi coinquilini, Stefano, borsone in mano, nel guardarsi attorno avverte come una fitta al cuore: la sua nuova realtà inizia a prendere forma. Alla fine, impacciato nei movimenti, l'uomo si distende sopra un cartone, il borsone come cuscino e la coperta addosso datagli da Giulio, in attesa di essere vinto dal sonno per chiudere al più presto una giornata pesante.
- Dal tuo silenzio presumo che ti aspettassi di meglio. Mi spiace - dice l'uomo, sdraiatosi accanto a Stefano. - Posso dirti che se non hai un tetto dove dormire, un posto vale l'altro. Qui nessuno ci darà fastidio. Sei in buona compagnia. -
- Non sono stato mai molto esigente. -
- Meglio così, ti sarà tutto più facile. -
- Com'è il giorno dopo? -
- Né più bello né più brutto di quello precedente. -
- Sai, devo dirti la verità. Non credo che rimarrò per molto. Mi sono preso una vacanza. Una breve vacanza. Ho promesso ai miei che sarei ritornato presto a casa. -
- Questa sì, che è una buona notizia. -
- E non è neanche vero che non sono molto esigente. -
-... dai, sentiamola. -
- Chi prepara il caffè domattina? - chiede Stefano. - È la mia dolce abitudine fin dall'inizio dell'età matura. Non saprei come rinunciarvi. -
- Una cosa alla volta. Ti consiglio di provare a dormire - dice Giulio. - Domani si penserà per il caffè. -
- D'accordo! Qui sei tu l'esperto. –

***

Il sole si affaccia all'orizzonte. Giulio apre gli occhi, il suo sguardo si incrocia con quello immobile e stanco di Stefano.
- Già! Non hai dormito. Sarà così per un po' di tempo, poi crollerai e ti lascerai vincere dal sonno; un momento bellissimo, da ricordare. Per te la prima soddisfazione. Non ce ne saranno molte altre, sino alla fine della tua breve vacanza. -
-... ti ringrazio per il sostegno che mi dai. -
- Mi sei simpatico. -
- Ehi, lo sai che non me l'ha detto mai nessuno. Non avrai intenzioni di legarti a me? -
- Non ci penso nemmeno. Il fatto di essere simpatico, non significa che sei il mio tipo. -
Qualcuno degli ospiti si alza per lasciare l'albergo.
- Dove vanno così presto? -
- Non credo che non te ne sia accorto; dormiamo sotto un monumento cittadino, e non possiamo affatto considerarci parte integrante della sua architettura - risponde Giulio. - Quelli del luogo e i turisti potrebbero avere da ridire, perciò è il momento di prendere la nostra roba e sparire. -
- Non riuscirò a rimanere a lungo in piedi senza aver bevuto un buon caffè - dice Stefano.
-... ti capisco. Purtroppo la colazione non rientra nel servizio in camera. Andiamo, ti offro un caffè in un bar. Domani tocca a te. Non dimenticarlo, potrei rimanerci male. –

***

La piazza è grande, ombreggiata da alberi secolari. Nel mezzo una fontana di pietra, stile moderno, viene quasi ignorata dalle persone presenti. Un uomo, sessantenne, barba lunga e grigia, vestito alla meglio, seduto su una panchina, accanto uno zaino, con un piatto di plastica in mano butta per terra del cibo che è beccato da una miriade di piccioni. Nella panchina di fronte, Stefano e Giulio, osservano.
- Questo benedetto cibo che ci danno alla mensa a volte non lo mangiano neanche i piccioni - dice tra sé e sé l'uomo.
Stefano accenna un sorriso.
- È il nostro luogo di ritrovo obbligato, nel senso che ci possiamo sedere, sdraiarci se vogliamo, è sufficientemente ampio e non è distante dalla mensa. Siamo persone pigre - confida Giulio - ed è anche il motivo per il quale cerco di venirci il meno possibile. -
- Cosa ci si fa qui tutto il giorno? -
- Niente. Te l'ho detto, ci si sta comodi. Forse troppo. -
L'uomo dei piccioni accoglie il nuovo arrivato con un impercettibile sguardo, sotto lo svolazzare festoso dei volatili.
- Calma, piccioncini, un po' di riguardo per il signore, potreste infastidirlo - Niente di peggio che essere bersaglio di un escremento liquido piovuto dal cielo. - ... è quello che temevo. Finirete per allontanare dalla piazza tutta la brava gente - dice l'uomo, quasi con senso di colpa nei confronti del suo dirimpettaio. - Se si ripeterà, sarò costretto a non darvi più da mangiare. -
Stefano, da parte sua, non ha in mente di rovinarsi la giornata, così tenta di cancellare il problema pulendosi la giacca con un fazzolettino di carta.
-... si dice che porta bene - sostiene Giulio, tentando di confortare l'amico.
- Se potessi farlo, mi divertirei a tiro al bersaglio - confessa con tono pacato Stefano.
- Se ci tieni a non farti nemico il filosofo, faresti bene ad andarci cauto con certe affermazioni. È un terreno minato. Capisci? -
- Certo. Penso, però, che a questi insopportabili pennuti potrebbe insegnargli le buone maniere. Comunque, in ogni caso non mi sono simpatici. -
-... l'ho capito. O pensi che sia rimbambito - afferma con determinazione l'uomo. - Le buone maniere, dici, mi sembra un'impresa ardua, se proprio ci tieni a conoscere il mio parere. Lo senti questo brontolio? Niente paura, è la sveglia del mio stomaco che reclama di essere riempito. Dai, alziamo le chiappe da qui, non vorrei arrivare alla mensa a festa conclusa. –




***


- Maccheroni al pesto. A guardarli sembrano una delizia - osserva Stefano.
- Ehi, vacci piano con facili entusiasmi - suggerisce Giulio. - Qui, più di ogni altro posto, non bisogna fidarsi delle apparenze, perciò direi di affidare il sacro giudizio al nostro palato.
- Sono ottimi - commenta un loro vicino di tavolo. - Ve lo dice uno che di cucina se ne intende. Ho lavorato per una vita dietro i fornelli. -
Stefano, con una chiara espressione del suo volto, condivide pienamente.
-... bene, allora siamo tutti d'accordo - interviene Giulio. - Un plauso meritato al cuoco per i suoi maccheroni al pesto. -
-... con la speranza che non smarrisca la buona vena - aggiunge Stefano.
- Ben detto! Non ti ho ancora chiesto cosa ne pensi del giorno dopo. -
- Né più bello né più brutto di quello precedente. Sei bravo. Non ne sbagli una. -
- Esperienza sul campo, ricordi, l'hai detto tu. Quattro anni non sono pochi. -
- Quattro anni sono un'eternità. -
- Lo possono sembrare. Probabilmente lo sono davvero. Si finisce a non farci caso al tempo che passa. Qui dentro qualcuno ha già spento da un bel po' la candelina del decimo anno di permanenza all'interno della famiglia. Il filosofo è più veterano di me - dice Giulio, indicando con lo sguardo l'uomo dei piccioni seduto in un tavolo poco distante.

***

Nell'albergo sotto il ponte, Stefano e Giulio, sotto le proprie coperte attendono che le palpebre si abbassino, quando ad un tratto vedono un loro collega che si allontana per pochi metri, deposita un pezzettino di formaggio in un angolino e ritorna sul suo letto di cartone.
- Che cosa ha fatto? - chiede Stefano.
- Ora vedrai - risponde Giulio.
Dopo un po' un minuscolo topolino si avvicina al pezzettino di formaggio e, dopo averlo divorato con relativa tranquillità, se ne scappa via come una saetta, regalando all'umore malinconico di Stefano un tenue sorriso.
- È la nostra mascotte - dice Giulio. - Abbiamo fatto conoscenza un mese fa e da allora è stato un appuntamento pressoché quotidiano. -
- Grazioso. Beh, potrebbe rimanere con noi, invece di ritornare nel suo rifugio - replica Stefano.
- Già, hai ragione. Non ci avevo mai pensato. Il suo comportamento non mi sembra affatto riconoscente. Pensi che riuscirai a dormire questa notte? -
-... mi sento stanco. Me lo auguro. -
- Cominci a sentire nostalgia delle comodità di casa tua che tristemente hai abbandonato. È dura, ti capisco. -
-... cerco di non pensarci. Ti confesso che non è facile. -
- Perché, pensavi che lo sarebbe stato? Cerca di dormire, vedrai che domattina ti sentirai un leone. Buona notte. -
-... non ho abbandonato la mia casa, né tanto meno la mia famiglia. Mi sono preso una vacanza. L'hai dimenticato? -
- Scusami, hai ragione. Il fatto è che in molti in questo ambiente all'inizio dicono la stessa cosa. Anch'io mi ero allontanato per una breve vacanza. -
- Amo la mia casa, la mia famiglia, i miei amici. Non ho litigato con nessuno. -
- Capisco. Hai litigato con te stesso. La sostanza non cambia di molto. -
- Cristo! Non esiste un barlume di speranza in questo benedetto ambiente. -
- Se sei venuto a cercarla qui, hai sbagliato indirizzo. Non è il momento di complicarci l'esistenza. Dormiamo. -
-... notte. –

***

Le strade di ognuno di loro conducono, ogni giorno, alla stessa ora, alla mensa. Seduto ad un tavolo, intento ad ultimare il pranzo, Stefano scorge l'uomo dei piccioni mentre avvolge il piatto di plastica con gli avanzi in un sacchetto della spesa e lo sistema dentro lo zaino.
Stefano vorrebbe dargli ciò che è rimasto del suo cibo, ma la distanza fra i due richiederebbe un'operazione disagevole.
- A volte non mangia lui per portaglielo ai suoi piccioni - dice Giulio.
- Non ci trovo niente di male. È solo. Sono la sua unica compagnia. -
- Ehi, dicevi che ti sono antipatici. -
- A me sì, tanto. Per lui è diverso. Forse un giorno, senza ricevere un preciso preavviso, la mano di San Francesco si poserà su di me. -
L'amico l'osserva sbigottito. - Non dirai sul serio? -
-... sì -
- Be', io non ho niente contro quei volatili, ma spero tanto che non succeda a me. -
- Cosa farai dopo? - chiede Stefano.
- Più tardi mi devo incontrare con un amico che è da parecchio che non vedo. Se vuoi, puoi farmi compagnia. -
- No, non me la sento. Ci vediamo stasera. -
- Tu cosa farai nel pomeriggio? -
-... niente. Me ne starò seduto comodamente sulla panchina. -
- Già! Impari in fretta. –

***

La routine giornaliera prosegue con la tappa in piazza, con gesti ripetuti sotto lo svolazzare dei piccioni.
- Piccioncini, purtroppo oggi ve ne ho portato di meno. Devo mangiare anch'io e oggi non era male, non era decisamente male. Non è d'accordo? - dice l'uomo, indirizzando il suo sguardo verso Stefano, seduto da solo sulla panchina di fronte.
- Sì, era decisamente migliore - risponde Stefano, mentre punta la sua attenzione a trecentosessanta gradi, visionando tutta la piazza, quasi totalmente occupata da colleghi. Alla sua sinistra seduti su una panchina, ci sono un uomo e una donna con una bottiglia di birra ciascuno in mano, mentre alla sua destra seduto su un'altra panchina, c'è un uomo maturo con il volto marmoreo, impassibile, con accanto una grande radio che trasmette ad alto volume musica moderna, trascinante, per nulla compatibile con la figura stessa che l'ha scelta. La musica penetra nella mente di Stefano, stimolando il suo mondo visionario, fatto di sequenze - azioni, tanto care e preziose per la scrittura, ma anche immagini che lo rattristano, che vorrebbe allontanare: Sua moglie e suo figlio.
- Mi dai una sigaretta? -
Stefano, colto di sorpresa, ha un attimo di confusione prima di rispondere.
-... mi spiace, non fumo. -
-... ti trovi qualche euro da darmi? - continua sfiduciato il giovane, un simpatico biondino con un pesante zaino sulle spalle.
Dalla tasca Stefano tira fuori un euro e glielo dà.
Il giovane prende la moneta con l'espressione di chi ritiene non adeguata l'offerta alle proprie esigenze.
-... sai, per comprarmi un pacchetto di sigarette, questi non bastano. -
-... sì, hai ragione. Ma sappi che siamo colleghi. Capisci cosa voglio dire ... - ammette serafico Stefano.
Sì, il giovane l'aveva già capito. Non necessita nessun'altra spiegazione. Si ha fiuto per queste cose. Il biondino accenna un sorriso, da collega, e si allontana in cerca di migliore fortuna.
L'uomo dei piccioni si lascia andare in un'espressione divertita. - Il giovanotto trascorre le giornate chiedendo soldi e sigarette a tutti. È il suo unico passatempo. È capitato male - dice fra sé e sé e al suo vicino che sembra apprezzare l'inusuale approccio. - Tempo fa gli feci notare perché mai buttasse la sigaretta accesa per terra, senza averne fumato neanche la metà, per poi immediatamente accenderne un'altra - continua l'uomo dei piccioni. - Ricordo, mi rispose, faccio così perché il fumo fa male. Fai bene, mi sentì di replicare. Se non si è solidali tra di noi... - tiene a precisare l'uomo, rivolgendo lo sguardo a Stefano, il quale non si fa cogliere distratto dall'oratore, mostrandosi attento come sa essere uno studente modello.
La coppia di colleghi appare straniata da tutto ciò che li circonda, sebbene i loro sguardi si posino ovunque. Quei sorsi di birra, sono forse l'unico interesse di vita rimastogli. I piccioni, ingurgitato il cibo, si alzano tutti sparpagliandosi in volo svolazzando fra un albero e l'altro, accompagnati da un brano musicale rock diffuso dalla grande radio.




***


Un noto imprenditore cinematografico si rigira sulla sua comoda poltrona in pelle scura mentre parla al telefono. Entra nell'ufficio una donna con in mano dei quadernoni di fogli dattiloscritti rilegati a spirale.
- Cosa c'è? - chiede appena chiusa la conversazione.
- Ho visionato questi tre soggetti - dice la donna, sedutasi dinanzi. - Sono dei lunghi racconti in realtà, con una chiara impronta cinematografica. L'ultimo in ordine di tempo ci è pervenuto quasi un anno fa, scritti tutti dalla stessa persona. Li trovo interessanti. -
- Quanto interessanti? -
- Le storie sono robuste, scrittura strettamente cinematografica capace di creare forti emozioni, di far sognare... la vera magia del cinema. -
È da tempo che non ti vedevo così entusiasta, e questa... è vera magia! Dimentichi il nostro programma di impegni, almeno di tre anni. Ultimamente siamo stati costretti a rifiutare lavori di sceneggiatori importanti - Osserva l'uomo. - Alla fine bisogna fare delle scelte, augurandosi di azzeccarci. Darò un'occhiata a questi capolavori appena tirerò il fiato. -
- Vaffanculo gli impegni! I soldi li cacciamo noi, abbiamo l'opportunità di alzare il livello della nostra produzione, il che significa anche più incassi. La verità è che non hai mai avuto abbastanza coraggio. Contattiamo l'autore, questo ti chiedo! -
- Coraggio, dici. Produco film da venti anni con passione ed enormi sacrifici e continuo a farlo. Lo sai quanti altri coraggiosi hanno dovuto chiudere bottega? No, non lo sai! I soldi li tiro io, e sarò sempre io a decidere, nel bene e nel male. -
- Come sempre, naturalmente - replica la donna con velato sarcasmo alzatasi dalla poltrona. - Sei tu il padrone - aggiunge, avviandosi all'uscita dell'ufficio lasciando i quadernoni sulla scrivania.
- Li leggerò! -
- Fai con comodo. –

***

Nell'albergo sotto il ponte c'è più movimento del solito; cartoni di vino riversi per terra, bicchieri che sembrano non svuotarsi mai.
Stefano rientra in compagnia del suo borsone.
- Vieni Stefano, bevi un bicchiere di vino - dice Giulio, mentre si avvicina con il bicchiere in mano e il suo nuovo look: i capelli cortissimi.
- No, non mi va, davvero! - risponde Stefano.
- Dai, solo un bicchiere. -
-... e va bene, solo un bicchiere. Cosa ti è successo ai capelli? - chiede Stefano, sedutosi su un grosso masso. Altrettanto fa il suo amico.
-... si è sparsa la voce che ci sono ospiti indesiderati. Meglio cautelarsi. Facci un pensierino anche tu. Sei stato in piazza? -
- Sì. -
- Farai bene a non prendere l'abitudine. Devi muoverti, sgranchirti le gambe. -
Stefano sorseggia il suo vino - Tu cosa hai fatto? -
- Ho visto quell'amico di cui ti ho parlato. Cammino, mi do da fare. -
- Cosa vuoi dire? -
- Vado a procurarmi vestiario pulito, spiccioli per tirare la giornata. -
-... spiccioli? Chi sarebbero i benefattori?
- Chiunque abbia un animo gentile, o semplicemente voglia di sbarazzarsi di gente come noi. Se tu non hai un conto in banca aperto, vedrai che molto presto farai la loro conoscenza - rivela Giulio. - Già! Dimentico sempre la tua rispettabile breve vacanza. -
- C'è un rimedio a tutto, non è così? -
- In un certo senso, è così. Non possiamo lamentarci. Siamo organizzati. Certo, non abbiamo un fondo pensione... -
- A cosa servirebbe! - ironizza Stefano, mentre si prepara il posto per dormire. - Ho un sonno del diavolo. Credo che stanotte niente e nessuno potrà svegliarmi. -
- Prima o poi ce l'avresti fatta. Sono contento per te. -
- Ho passato queste notti osservandovi, mentre dormivate come ghiri. -
- E hai provato invidia. -
- Mi chiedevo quando sarei crollato. È anche un problema strettamente personale - ammette Stefano quasi con una punta di debolezza. - Non sono mai riuscito ad avere un approccio felice con un letto o un luogo che non fosse di mia conoscenza. Perché questo accada devo necessariamente familiarizzare. -
-... è più complicato di quanto mi sembrasse. Io fortunatamente non ho mai avuto di questi problemi. Riesco ad addormentarmi ovunque, purché lo desideri. -
-... è meraviglioso! -
- Sì, è una cosa meravigliosa. È ciò che mi sta succedendo. Fra poco sentirai solo il mio russare, perciò ti consiglio di provare a chiudere gli occhi. -
- Li ho chiusi da un bel pezzo. Intravedo Morfeo, circondato da una fitta nebbia con le braccia aperte pronte ad accogliermi... –

***

L'indomani nei bagni della mensa, Stefano si fa una doccia ristoratrice, si fa tagliare i capelli quasi a zero da un collega per pochi soldi e, infine, si rade la barba incolta.

Il nuovo look di Stefano sembra incantare l'uomo dei piccioni, seduto sulla panchina.
- Bellino! -
- Grazie! - risponde Stefano con un'espressione sorridente, di buonumore, rinvigorito anche dalla musica che gli offre la radio del suo collega seduto sulla panchina accanto.
A un tratto sente il bisogno di dare un'occhiata ai suoi racconti; li tira fuori dal borsone.
- Lettura interessante? - chiede l'uomo dei piccioni.
-... dipende dai punti di vista. Sono racconti scritti da me; beh, l'intenzione era quella di scrivere delle storie cinematografiche, voglio dire, per essere filmate. -
- Sei uno scrittore? -
- Lo considero un termine troppo impegnativo perché io possa appropriarmene. -
- Posso dare un'occhiata? -
Stefano prende il borsone, si alza dalla sua panchina e va a sedersi in quella dell'uomo dei piccioni.
- Io sono Carlo -
- Stefano -
-... il tuo angelo custode? -
- A lui non piace stare qui. -
- Devo ammettere di esserne a conoscenza. Il nostro amico ci snobba. Allora, vediamo questi capolavori. -
Stefano, compiaciuto come un ragazzino che ha appena ricevuto un regalo, si ritrova in castigo appena volge lo sguardo sulla sua panchina, rubatagli, come un fulmine, da un collega, del tutto impassibile come una statua.
Ogni panchina può ospitare tre, quattro persone. Ma la maggioranza dei colleghi preferisce, se possibile, starsene da soli. Così, per legittimare la proprietà è sufficiente occupare i posti liberi poggiando borsoni, zaini o tutto quello che si ha a disposizione.
Carlo dà una sbirciatina ai racconti. Stefano si guarda intorno, non pago di curiosità verso quegli strani individui simili a caricature di fumetti.
Una macchina della polizia si ferma ai margini della piazza, scendono due poliziotti. I colleghi sdraiati sulle panchine si drizzano sul busto e rimangono seduti, altri decidono di andare via. I due giovani poliziotti, con passo lento, si avvicinano alla panchina di Carlo e Stefano tra lo svolazzare dei piccioni.
- Signori, documenti. -
- Me li ha chiesti tre giorni fa, e ancora prima la scorsa settimana; osservo che ha un gusto maniacale per questo gioco - risponde l'uomo dei piccioni.
- Professore dei miei stivali, ti piaccia o no, il gioco lo conduco io, e non è ancora finito. Non voglio più vederti qui e neanche dare da mangiare ai piccioni; mi auguro che tu abbia il buon senso di sparire. Cosa sei venuto a fare in questa città? - domanda il poliziotto, rivolgendosi a Stefano, dopo aver guardato la sua carta d'identità.
-... turismo. Mi sono preso una vacanza. -
-... sei un turista? -
- Sì. Mi spiace se il mio viso stanco non le dà questa impressione. Sa, mi ero un po' annoiato dalla solita vita, così ho voluto staccare la spina - ammette con aria sorniona Stefano. - Mi ci vorrà del tempo prima che mi integri in questa nuova realtà. -
- Fate una bella coppia. Credo che mi divertirò, e parecchio - conclude con un sorriso cinico il poliziotto.
I due tutori dell'ordine voltano le spalle per allontanarsi, quando si fermano e osservano l'uomo con la grande radio e un collega dallo sguardo stralunato seduto non distante; l'espressione cinica del poliziotto si fa più marcata.
- Guardali, sono uomini liberi; Liberi da cosa ... -
- Lasciali stare. Andiamo - dice il suo collega, non propenso a infierire sulla povera gente.
- Perché ce l'ha con te? - chiede Stefano.
- Divergenze di opinioni. Si considera un moralista. -
- Non può permettersi di trattarti così. -
- Lo fa con tutti quelli che considera - anime da salvare - . Posso tenerli? Appena li leggerò te li restituisco. -
- Si, va bene. Non credo siano eccezionali. -
- Disprezzi i tuoi lavori? Perché scrivi, allora? -
-... volevo dire, che sono scritti da un dilettante - replica Stefano.
- La tua è una risposta comune. Per questo poco credibile. Hai paura delle critiche, non è così? -
- Abbiamo paura tutti delle critiche. -
- Sì. Probabilmente hai ragione. Comunque, non sono un critico letterario. Il mio giudizio varrà come quello di ogni altra persona. E il mondo è popolato di miliardi di persone. Dovresti conoscere l'opinione di tutti, il che è impossibile. -
L'uomo tira fuori dallo zaino due barrette di cioccolata. Una la porge al suo nuovo amico.
- È dell'ottima cioccolata fondente. -
Stefano accetta volentieri. Strappa l'involucro e dà il primo morso. - È una delizia. -
Carlo, compiaciuto, scioglie in bocca il prelibato alimento. - Non ne sono mai stato ghiotto. Probabilmente la vita mi sembrava talmente dolce da non averne desiderio - ammette l'uomo, scherzandoci sopra. - Hai la faccia da bravo ragazzo. Non significa con questo che tu sia ingenuo. Dove alloggia il nostro turista? -
- Nell'albergo sotto il ponte. -
- Un lusso in pochi a permetterselo. -
- Sono stato fortunato. Ho trovato un amico. -
- Ci credo. Va sempre così. Il posto è un po' ventilato, ma in estate è una goduria. -
- E tu? Tu dove alloggi? -
- Condivido insieme ad altre persone un modesto appartamento preso in prestito. -
- Un appartamento preso in prestito? -
- Sì, esattamente. Mi sembra il termine giusto. Ti piacciono i miei amici pennuti? -
-... beh, sembrano carini. -
- Osservandoti in questi giorni da come li guardavi, avrei pensato il contrario. È proprio vero, a volte l'apparenza ci inganna. -
Stefano affida all'espressione del suo volto la tiepida ammissione, subendo l'occhiataccia di un piccione che gli si avvicina sotto i piedi.
- È inutile nasconderlo, danno la sensazione di essere degli stupidi pennuti - dice Carlo. - Magari non lo sono. Forse neanche io appaio eccezionale ai loro occhi. Ci accettiamo così, senza reciproci approfondimenti. -
-... creano un po' di movimento, che non guasta affatto. -
-... giusta osservazione - commenta Carlo, mentre scruta quella faccia da bravo ragazzo. Mi piace. –

***

Nell'albergo sotto il ponte, il vino continua a scorrere a fiumi; Stefano, seduto su un masso, osserva preoccupato.
- La sera, siete abbastanza euforici. -
- Non badiamo alla qualità del nettare d'uva, se ci tieni a saperlo. Bevi un sorso - dice Giulio.
- No, grazie. Non voglio abituarmi. -
- Va bene, non insisto. Sei stato nella solita piazza? -
- Sì. -
Giulio porta il bicchiere di plastica alle labbra e sorseggia il suo vino.
-... cerca di non abituarti, se ti riesce. Quella piazza è il luogo della perdizione. -
- Ho fatto nuove amicizie - confessa Stefano.
- Bene. Provo a indovinare: il filosofo. -
-... sì. -
- Ti ha ammaliato. -
- È piacevole la sua compagnia. -
- Be', è un uomo di cultura, un bravo oratore. Ricordo che per un po' di tempo ci siamo frequentati. Poi, qualcosa si è inceppato nel rapporto, così le nostre strade si sono separate. Ed è finita, come succede in tutte le grandi storie. -
- Gli ho dato da leggere i miei racconti. -
- I tuoi racconti? Scrivi racconti? -
-... è un po' la mia passione. -
- Ecco spiegato il feeling fra te e il filosofo. Lui è un letterato, a cui piace molto scrivere. Ti studierà attraverso i tuoi scritti; alla fine conoscerai il suo giudizio. È molto preparato, qualsiasi esso sia, prendilo per buono. -
-... ho notato che nemmeno vi salutate. -
- Ha poca importanza. Siamo ottimi amici. Che cosa racconti nelle tue storie? -
- Un po' di tutto. -
- Cosa significa un po' di tutto? -
-... voglio dire, non scrivo un genere ben specifico, ma una sorta di minestrone. Capisci? Non mi è facile spiegarlo. -
-... una sorta di minestrone? -
- Esatto. -
- Interessante! Comincio a sentire l'acquolina in bocca. Non sono mai stato un gran lettore, ma ho desiderio di assaporare il tuo minestrone. -
- Sì, lo farai - dice Stefano. - Potrebbe risultare indigesto. -
- Non preoccuparti amico, il mio stomaco è abituato a ogni tipo di schifezza. Sicuramente il tuo minestrone non rientra in questa categoria. So, a cosa stai pensando. Vorresti sapere di cosa mi occupavo prima di finire in questo posto... -
- È una cosa che viene spontanea. -
- Già! Ero titolare di una piccola ditta di costruzioni. Tutto andava a meraviglia. Fino al tracollo finanziario con conseguenze burrascose nell'ambito familiare e rapida scesa all'inferno - rivela Giulio. - Basta parlare delle cose brutte del passato - dice l'uomo, non propenso a procedere a ritroso su questo argomento. - Bevi anche tu un sorso, ci aiuterà a dimenticare. -
Giulio versa un po' di vino in un bicchiere di plastica e lo porge all'amico.
-... un modo semplice ed efficace per dimenticare – dice con sarcasmo Stefano.
- Non possiamo permettercene altri - è il parere dell'esperto in materia, alquanto attento, nell'attuale circostanza, che il suo bicchiere di rosso non rimanga mai vuoto.
Fra gli ospiti dell'albergo sotto il ponte si avverte un certo nervosismo. Uno di loro si aggira imprecando contro tutti e tutto.
- Stasera si respira una brutta aria - ammette Stefano.
- Stai tranquillo - rassicura l'amico. - È l'effetto che il nettare d'uva provoca in alcuni individui. Tra un po' vedrai che crollerà dal sonno. -
- Mi chiedo se faccio bene a chiudere gli occhi con questi individui a un passo dal mio respiro. -
- Hai paura di non svegliarti più. Di non godere più della bellezza della vita... -
-... non è proprio così. Sarebbe il modo di andarmene che non riesco a mandare giù. -
- È lo stesso rischio che si ha convivendo all'interno di una qualsiasi buona famiglia. -
- Mi sei sempre di conforto. Non riesco a immaginare di fare a meno della tua preziosa presenza. -
- Vuoi dire che mi seguiresti ovunque? -
- Stai pensando di allontanarti? -
- Ricordi l'altro giorno quando ti ho detto che dovevo rivedere un amico? -
- Sì, lo ricordo. -
- Era davvero da un bel pezzo che non ci vedevamo - dice Giulio. - Fa parte della nostra grande famiglia. Mi ha chiesto se il prossimo inverno me la sentivo di svernare dalle sue parti. Lì il freddo non è così rigido come da noi. -
- Lo conosci il posto? -
- Ci sono stato altre volte. Non è male. -
- Cosa gli hai risposto? -
- Che ci avrei pensato su. Non sarebbe una cattiva idea - l'uomo rivolge il suo sguardo fraterno all'amico Stefano. - Non voglio abbandonarti. So che stai attraversando un momento delicato della tua vita. Cercherò, per quanto mi è possibile, di rendermi utile dandoti i miei modesti consigli. -
- Dalle mie parti il freddo non è così pungente. Non ne sono abituato. Non sopporterei dover morire congelato - ammette Stefano.
- Ci troviamo perfettamente d'accordo. E il tuo ritorno a casa? -
- Ci penso tutti i giorni. Verrà il momento. Ne sono certo. -
- Voglio crederti. Per il tuo bene. -
Improvvisamente, il collega di prima in balia del malessere si anima furiosamente puntando la sua ira contro Giulio.
- Figlio di puttana, hai rubato la mia coperta. -
- Ti si è guastato il cervello? Questa è mia! -
- Brutto bastardo, ti ammazzo! -
L'uomo, in preda all'alcol, tira fuori un lungo coltello a serramanico, si avventa contro Giulio e lo colpisce ripetutamente all'addome. Tutti scappano, compreso l'assassino. Stefano va in soccorso del suo amico, il cui corpo sembra una fontana che schizza sangue dappertutto.
-... vado a chiamare qualcuno, resisti... resisti, ti prego! -
Più tardi, i fari e i lampeggianti dell'ambulanza e delle macchine della polizia illuminano a giorno l'albergo sotto il ponte. Per Giulio non c'è più niente da fare. Lo portano via all'interno di una bara, tra lo sconforto di Stefano. L'uomo, viene portato in questura per i primi accertamenti.

***

L'indomani, negli uffici della polizia si consumano gli interrogatori di rito. Stefano s'incammina nello spiazzo interno della caserma, quando incontra il poliziotto conosciuto in piazza.
- La vacanza a quanto pare si complica - dice l'uomo. Stefano lo guarda con aria di disprezzo, con tanta voglia di rompergli il muso.
- Ritorna a casa fin quando sei in tempo. Qui troverai solo guai, e nient'altro. -
- Perché se la prende con la povera gente? -
- Ti sbagli di grosso. Diciamo che sono una spina nel vostro culo che cerca di stimolarvi. E ne avete bisogno. -
- Il suo modo di stimolarci, lo chiamerei semplicemente arroganza. -
- Non perderti in chiacchiere, ascoltami, ritorna nella tua dolce casa, perché quando deciderai di farlo potrebbe essere già troppo tardi. Mi sembri intelligente per non capirlo. -
- E se avessi in mente di prolungare il mio soggiorno? -
La conversazione dai toni accesi si interrompe un attimo al passaggio di un altro poliziotto.
-... siamo liberi di sceglierci il nostro destino. Nel bene e nel male. E tu, credimi, hai intrapreso una brutta strada. Nella malaugurata ipotesi decidessi di rimanere, farai la stessa fine ingloriosa dei tuoi amici. -
Una situazione simile a quella precedente frena nuovamente la discussione.
-... non ho nient'altro da aggiungere. Spero che il mio spreco di fiato sia servito. Non mi pagano extra per farvi la predica. –

***

La cruenta scomparsa di Giulio non sembra aver intaccato le abitudini dei colleghi all'interno del loro microcosmo, gremito in ogni ordine di posto, complice la bellissima giornata.
- Brutto affare - dice Carlo.
- Già. -
- Ho letto i tuoi racconti – l'uomo restituisce il quadernone a Stefano. - A uno scrittore consumato, forse gli verrebbe di storcere il naso. Io li ho trovati interessanti. Una ventata d'aria nuova. -
- Davvero? -
- Sì. È una scrittura semplice e scorrevole, ma ricca di emozioni, avvolgente, che non annoia. Credimi, non è poco. -
- Grazie per gli elogi. -
- Be', prima di intraprendere il nuovo percorso di vita, oltre che insegnare filosofia, mi dilettavo a scrivere saggi, ma anche racconti, romanzi brevi - confessa l'uomo. - Perché ti trovi qui? -
-... non lo so. -
- Qualsiasi motivo ti abbia spinto fin qui, c'è una certezza, ed è quella di continuare a scrivere. -
- Non ci riesco da tempo. -
- È una cosa seria, allora - constata Carlo. - Non scontrarti con la tua natura, è lei che ti comanda e desidera semplicemente che tu non le crei troppi problemi. Rilassati, scrivi. Magari l'esperienza che stai vivendo, perché no! Non ti mancheranno gli argomenti – l'uomo sminuzza una fetta di pane ai suoi piccioni. - Ti chiedo solo un favore: una migliore considerazione al mio personaggio. -
- Tu cosa fai? Voglio dire, oltre a dare da mangiare ai tuoi piccioni. -
- Ho vissuto un'esistenza piena di sfarzo a soddisfare gli istinti materiali... -
Stefano ascolta incredulo.
-... non farti ingannare dalle apparenze - tiene a precisare Carlo. - Così ho deciso di ritirarmi in solitudine, alla ricerca della spiritualità. -
- I tuoi piccioni ne sono entusiasti. -
- Non crederai che io sia la luce dei loro occhi. Quelli pensano solo a ingozzarsi, te lo assicuro. Di cosa ti occupi nella vita, a parte essere un eccellente scrittore? -
- Lavoro, o forse è meglio dire lavoravo in una fabbrica di ebanisteria. -
- Costruisci mobili. -
- Proprio così. -
- È un bel lavoro. -
- Sì. -
- Ti piace? -
- Quando non lo faccio, non ne sento la mancanza. -
- Prima che mi fosse assegnata la cattedra di insegnante, ho fatto tanti di quei lavori, da non ricordarmeli nemmeno tutti. Probabilmente anche il tuo - asserisce Carlo. - Alla fine credo di aver fatto quello che veramente desideravo, stare accanto ai giovani, essere ascoltato come un momento di verità. E devo dire che lo facevano con ammirevole dedizione. Ne ero orgoglioso. -
Un piccione plana lentamente fino a posarsi in terra vicino ai due uomini. L'uccello si accovaccia come a voler assistere alla conversazione.
-... questa piazza è la mia nuova aula, e i piccioni, i miei indisciplinati studenti. –

***

Rimasto senza alloggio e senza il suo amico Giulio, Stefano si lascia convincere, a dire il vero senza porre troppa resistenza, da Carlo, il quale lo invita nella sua dimora: un piccolo locale di una stanza, abbandonato, senza illuminazione, occupato da altre tre persone.
- È un po' decrepito, ma meglio che dormire fuori. Lui è Paolo, Teresa, quello che dorme già, è nonno Alfredo. Difficilmente lo s'incontra sveglio, la sera arriva prima di tutti noi e si addormenta quasi subito. Alle prime luci dell'alba si alza e va via. -
Dopo la sommaria, dovuta presentazione di Carlo, Stefano si sistema in una parte del locale. Seduto sopra il solito cartone appoggiato per terra, spalle alla parete, circondato dal buio, privato del fascino del mistero dal russare di nonno Alfredo e dai colpi di tosse di Carlo, l'uomo si affanna a riflettere e si domanda se sia la sua volontà a incidere sul suo destino, o se invece è lo stesso che lo trascina, infischiandosene impietosamente, in un vortice inquietante. Il dolce sorriso di Teresa lo distoglie dai tristi pensieri.

***

Si susseguono giorni, settimane e mesi senza rendersi quasi conto del tempo che passa. Un caldo appiccicoso anomalo di fine estate compromette quanto di buono aveva fatto vedere in tutta l'intera stagione. I piccioni trovano refrigerio nella fontana della piazza, mentre i colleghi, secondo le loro preferenze, svuotano bottiglie di acqua, di birra e cartoni di vino. L'uomo con la grande radio sempre accesa, a volume alzato, rimane muto. Non soffre il caldo. Non beve.
Improvvisamente una mountain bike sfreccia sotto lo sguardo divertito di Carlo, tallonata da un'altra di un colore rosso smagliante. I due ragazzi si rincorrono nei vialetti della piazza offrendo agli astanti l'imprevisto spettacolo.
- Ti andrebbe di fare una gara? - chiede Carlo al suo amico.
- Una gara? -
- Esatto. Proprio così. -
- In che cosa dovrei sfidarti. -
- In bici. Una corsa in bici. -
- Non dirai sul serio? -
- Certo. Da giovane ero un campioncino - confessa Carlo.
- Da giovane... -
- Sì. Sono un po' fuori allenamento e ho qualche anno in più, ma ti assicuro che una volta salitoci sopra, sembrerò un indemoniato - l'uomo beve dell'acqua da una bottiglia di plastica. - Non avrai mica paura di un vecchio arrugginito come me? -
- Sto pensando se sono mai salito su una bici - dice Stefano. Ho paura di non riuscire a rimanere in sella il tempo necessario per iniziare a pedalare. -
Sotto la loro impassibile maschera, ognuno dei colleghi seduti nella piazza sceglie il ragazzo per cui tifare. Dopo una corsa estenuante avviene il sorpasso.
- Avrei scommesso che ce l'avrebbe fatta - sostiene Carlo.
- Ma hai visto, è stato tremendamente scorretto. -
- Quanto stupido e ingenuo è stato il tuo prescelto. -
I ragazzi lasciano l'inusuale pista beccandosi a vicenda sull'epilogo della gara appena conclusasi. Letteralmente si può dire la stessa cosa per i piccioni i quali, animati da forte impeto, si scontrano nella fontana per chi deve fare la rinfrescante doccia.
- Vuoi far parte della loro disputa? -
- Non ti nascondo che un pensierino con questo caldo, lo sto facendo anch'io. -
- Abbassa la testa - dice Carlo.
Stefano percepisce le intenzioni dell'amico tanto da prestarsi ben volentieri al getto d'acqua fresca della bottiglia.
- Te ne sono profondamente grato. Ma ti prego, risparmiane un po' per dissetarci. –

Salvatore Scalisi
Biblioteca
Acquista
Contatto