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Autore: Salvatore Scalisi
Titolo: John Parker il detective
Genere Thriller
Lettori 126
John Parker il detective

Luglio, sud-ovest della California.
La sfera di fuoco nel lento scivolare sembra consumare le sue forze, la tenue luce riflette nell'infinito mare.


***


La città stanca, nel buio della sera si gode la quiete. David Scott, quarant'anni, vive in un appartamento al secondo di un edificio di sei piani con la moglie Jude e le figlie Mollie e Diana, rispettivamente di cinque e sette anni.
L'uomo ha appena finito di cenare e si appresta ad andare a lavorare, non prima però di aver bevuto una bella tazza di caffè caldo.
- Farai tardi anche questa sera - dice la donna, seduta al tavolo della cucina dinanzi al marito.
- Credo che non sarà la fine del mondo dopo tanti anni di lavoro - risponde David, con indosso la sua uniforme da vigilantes. - Sono stanco... stanco di girare la notte in strada, di dover fare un lavoro che odio, di lasciarti sola con le bambine. -
- Non me ne hai mai parlato. -
- Sarebbe stato inutile, non voglio che ti preoccupi, si creerebbero ansie difficili da gestire. Meglio accontentarsi, almeno per il momento. -
- Non mi sembri molto entusiasta. -
- Te l'ho detto che la situazione non mi piace, ma cosa vuoi che faccia? Me ne sto a casa e non vado a lavorare? Cosa risolvo? Nulla! -
- La soluzione è un nuovo lavoro. -
- Già! -
- Bisogna pensarci seriamente, allora - afferma Jude.
David annuisce. - Ci puoi giurare. Scommetto che non si sarà placato il freddo di questi giorni. –
- Al tuo ritorno, ti farò trovare il letto riscaldato - dice la donna con velata malizia.
- Come sempre, il tuo conforto ha il dono di rendermi la vita meno amara. -
- Non vorrei che ti adagiassi troppo; questo ti impedirebbe di lottare per le nuove mete che ti prefiggi di raggiungere. -
- Semmai, ti garantisco, è il contrario. Sei l'unica ragione della mia vita. -
- L'unica, ne sei convinto? -
David accenna ad un sorriso, trovando di facile interpretazione le parole della donna che lo conducono, prima mentalmente poi fisicamente, nella stanza delle figlie, che dormono come due angioletti nei loro lettini. L'uomo le osserva per qualche attimo e la sua espressione si ammorbidisce in un tenero sorriso, fiero di quelle due creature.

***

Fuori fa un freddo da far accapponare la pelle. David, uscendo dallo stabile, si alza il bavero del giubbotto in pelle nera e si avvia verso l'automobile parcheggiata dall'altro lato della strada. Apre lo sportello e si siede sul sedile; quindi accende il quadro e si irrigidisce con un'espressione vuota del volto. Dopo pochi istanti, gira la chiave dell'accensione e parte.
Le strade sono deserte e silenziose e danno alla città un'atmosfera arcana, ed affascinante, tanto da infondere nell'animo umano quella sorta di timore primordiale mai sopito
A un tratto, sul marciapiede di una via scarsamente illuminata, David scorge tre individui chinati dinanzi alla saracinesca di un negozio. Rallentando passa loro accanto; rallenta sempre di più, fino a pigiare del tutto il pedale del freno. Guarda nello specchietto retrovisore, innesta la retromarcia, si avvicina a quei tre uomini e li osserva per alcuni secondi: sono ben vestiti, intenti a guardare per terra come se stessero cercando un oggetto smarrito. Risoluto scende dalla macchina.
- Avete perso qualcosa? -
Uno dei tre alza lentamente la testa ornata da una folta chioma di capelli che gli scendono fin sopra le spalle, lo guarda in faccia e dice:
- Si! Il mio amico ha perso l'anello cui teneva molto... sembra svanito nel nulla. -
- Certo, non sarà facile trovarlo con questo buio - risponde David, mentre, sceso dalla macchina, con una torcia in mano, cerca di essere d'aiuto. Dopo qualche minuto, passato in silenzio alla ricerca dell'anello, la voce robusta dell'uomo dai capelli lunghi rimbomba nella quiete della notte.
- Oh, Eccolo! L'ho trovato! -
- Dov'è? - dice David, voltandosi in direzione dell'uomo.
- Eccolo qui! - esclama il capellone, mentre all'improvviso gli conficca un lungo coltello a serramanico nell'addome.
David, con gli occhi sbarrati, immobile, sorretto ai fianchi dagli altri due uomini, emette, con il filo di fiato che gli è rimasto, un flebile e rauco lamento. Il suo carnefice, imperturbabile, lo fissa negli occhi e con immensa ferocia estrae la lama sanguinante e la conficca nuovamente nell'addome, scuotendo, come ultimo segno di vita, il corpo martoriato di David, che cade esanime per terra. L'assassino si abbassa piegandosi sulle ginocchia, estrae il revolver dalla fondina di David e il coltello dall'addome, l'arma dell'efferato delitto, e insieme ai suoi compari si allontana tranquillamente.

***

Il robusto sacco di cuoio con dentro della sabbia assorbe con generosità i colpi sferrati dall'uomo, con potenti calci e pugni. John Parker, media statura, capelli lisci castani, occhi grandi, neri e lucenti, esperto in arti marziali, è sopra l'addetta pedana in una stanza all'interno del suo ufficio, adibita a palestra. Indossa una canottiera color viola, pantaloni ginnici neri, e si allena come di consuetudine a piedi scalzi: l'uomo è un investigatore privato.
Finito l'allenamento, va a farsi una doccia. L'acqua che gli - piove - addosso, dopo una prima sensazione benefica, rilassante, pian piano sembra trasformarsi in un vortice, fino a diventare una forma di transito nel tempo passato. Ritornano, attraverso immagini sfocate, momenti della sua vita che non riesce a dimenticare, o forse che non vuole dimenticare: - immerso nelle acque ostili del mare, Parker dimena freneticamente le sue forti braccia sul letto ondeggiante di schiuma; una lotta contro il tempo, contro la sua impotenza. -

***

Il detective, con indosso il suo vestito preferito color caffelatte, camicia celeste, colletto sbottonato e senza cravatta, esce dal suo ufficio e si avvia con la macchina, percorrendo la solita strada, verso l'abitazione della madre dove, ad attenderlo, c'è la figlioletta Kate. La giornata è calda, la strada assomiglia a un lungo serpente infuocato e tutto l'insieme circostante sembra un meraviglioso dipinto paesaggistico.
La vista del mare, le magnifiche onde che s'infrangono sugli scogli, trasformandosi in candida schiuma, lasciano del tutto freddo Parker che, mascherato dietro i suoi occhiali scuri, dà la sensazione di non degnare di un pur minimo sguardo tutto ciò che gli sta intorno.
La tranquilla cittadina accoglie in silenzio quasi rispettoso il detective. L'uomo parcheggia l'auto davanti ad una fila di case unifamiliari, tutte con una piccola terrazza sul retro. Entrato in uno di questi appartamenti, va in cucina, dove c'è una donna, sulla sessantina di anni, intenta a cucinare.
- Ciao, mamma. -
- Ciao, John! -
- Che buon profumino... - Parker si avvicina alla madre, le ruba un involtino di carne e lo mette in bocca gustandolo lentamente. Ha appena il tempo di voltarsi che improvvisamente gli salta addosso un piccolo volpino bianco.
- Doll! Sei la solita peste ... ti trovo in ottima forma. -
- L'altro giorno l'ho portato dal veterinario – dice la madre. - Sai, il dottor Smith non c'è più, è andato in pensione; è arrivato uno nuovo ... mi sembra che si chiami Wesley. Doll, all'inizio si è mostrato irrequieto, poi il dottore gli ha dato un dolcetto; credo che siano diventati ottimi amici. Ha assicurato che non è niente di preoccupante, si tratta di una leggera infezione allo stomaco, occorre una ferrea dieta e ritornerà più vivace di prima. -
- Una ferrea dieta? Conoscendo Doll, mi sembra difficile, il dottor Smith di sicuro non l'avrebbe detto. Dov'è Kate? -
- Come tutte le donne, si è annoiata ad aspettare il suo uomo, così si è trovata un'amica, la nostra nuova vicina di casa, che le insegna pure a suonare il pianoforte. -
- Scusami, conosci come sono, quando sto lì per finire un lavoro non riesco a pensare ad altro... -
A un tratto, si sente squillare il campanello di casa.
- Oh, sarà di sicuro lei, avrà molta fame per venire in anticipo... ha invitato a pranzo l'amica. - afferma la signora Parker, mentre il detective va ad aprire la porta.
Kate appena vede il padre ha un sussulto e lo abbraccia fortemente esclamando piena di gioia.
- Papà, sono felice di vederti! -
Kate è una graziosa bambina di dieci anni dagli occhi che sembrano due finestre aperte sul cielo limpido e splendente, con i capelli lunghi e lisci di colore castano chiaro.
- Anch'io, piccola. Mi sei mancata in questi giorni. -
- Papà, questa è Mary, la nostra nuova vicina di casa... mi sta insegnando a suonare il pianoforte. Sai, è molto brava. -
Parker stringe la mano a Mary, fissandola teneramente nei suoi occhi verdi, come due smeraldi incastonati sul dolce viso leggermente truccato. I suoi capelli sono lunghi, neri e raccolti dietro la nuca; indossa un paio di blue-jeans e una camicetta bianca: non avrà più di venticinque anni.

***

Di lì a poco, si ritrovano seduti attorno al tavolo circolare nell'ampia cucina a gustare il delizioso pranzo. La stanza è sufficientemente illuminata dalla luce del giorno, che la rende naturale, reale. Il detective e Mary si lanciano sguardi di reciproco compiacimento.
Dopo aver finito di pranzare, la famiglia Parker e la loro ospite si accomodano nel soggiorno, dove c'è un salottino tappezzato di stoffa color beige. Il detective, un bicchiere con due dita di Martini in mano, è seduto sul divano assieme a Kate, mentre sulla poltrona a destra è seduta Mary, alla sua sinistra la signora Parker.
- Suono il piano in un locale, mi pagano bene, per il momento mi sta bene così; e poi, credo che non mi mancheranno in futuro altre opportunità - dice Mary, volgendo il suo sguardo all'indirizzo di Kate, quasi a voler mascherare la sua apparente timidezza. La bambina, con infantile dolcezza, la rassicura con un sorriso.
- La musica è come l'aria che respiriamo, non possiamo proprio farne a meno – afferma Parker, volendosi dimostrare alquanto ottimista riguardo il desiderio espresso dalla giovane donna. - Possibilità di lavoro non dovrebbero mancarle di sicuro se lei, come immagino, è una brava musicista. –
- Papà, certo che è brava! –
- Piccola, ne sono convinto. –
- Non sono un genio, ma, me la cavo benino – ammette simpaticamente Mary.
- Mi sembra di percepire una falsa modestia, per altro sempre gradita in simili situazioni – replica l'uomo.
- Lei, capisce di musica? –
- Non sono un grande intenditore, ma mi piace ascoltarla. –
- Come tutti, d'altronde. –
- Esatto! –
- Siete i miei più grandi estimatori – replica con ironia la giovane, alquanto compiaciuta dell'espressione sorridente del detective.
- L'ho capito subito che sei una brava ragazza, mi basta guardare le persone una sola volta per poter dire con certezza di che pasta sono fatte - interviene la signora Parker con tono deciso.
Kate, intanto, tenta di stimolare suo padre:
- Se voglio diventare brava, dovrò esercitarmi di più ... -
- Non aggiungere altro, credo di aver capito – afferma l'uomo. - Vorresti un pianoforte tutto tuo; hai ragione, non c'è meglio che averlo a portata di mano ogni qualvolta si desidera sfiorarne la tastiera. -
- Ricordo la mamma quando suonava la chitarra di nascosto, quasi si vergognava, diceva che non aveva talento, che lo faceva quando era nervosa per rilassarsi ... a me piaceva tanto ... credo invece che era molto brava. -
Per alcuni secondi un gelido silenzio invade la stanza. Parker posa il bicchiere sul tavolinetto.
- Sì, era molto brava. -
- Io devo proprio andare - quasi sussurra Mary, mentre si alza dalla poltrona. Parker, seguito dall'anziana madre e dalla figlioletta, l'accompagnano sino alla porta d'ingresso.
- È stato un piacere conoscerla – dice la giovane, rivolgendosi al detective - Signora Parker... -
- Ciao Mary, fatti vedere spesso. -
- Ok. –
- Ci vediamo domani - dice Kate.
- Ti aspetto! -
La giovane donna esce dall'abitazione, s'incammina verso casa, mentre da dietro la finestra la segue lo sguardo marmoreo di Parker.
- Cosa te ne sembra? – gli chiede la madre.
- A cosa ti riferisci? –
- A lei, naturalmente, alla maestra di musica di Kate. –
- Se intendi come maestra, dovrei vederla all'opera; e come persona non me la sento di dare un giudizio preciso se prima non la frequento un po', non sono lungimirante come te, dovresti saperlo. –
- Un detective che non è lungimirante? Mi sembra una cosa talmente assurda da non crederci. –
- Può darsi che sia assurdo, ma voi donne siete un mistero impenetrabile. Dov'è andata Kate? –
- Immagino di sopra, nella sua stanza, perché? –
-... no, niente, chiedevo solamente. –
- Quanto tempo ci onorerai della tua presenza? – chiede, con amara ironia, la donna.
- Mi spiace, il lavoro... –
- Lo so che il tuo lavoro ti impegna tantissimo e che non puoi farci niente se alla fine il tempo che ti rimane da dedicare alla famiglia è veramente ristretto. –
- Andrò via stasera, dopo cena. –
- Non dormi qui? –
- Meglio di no, domattina voglio essere presto in ufficio... –
- Certo. –
- Verranno momenti migliori, te lo assicuro. –
La donna annuisce. - Lo dico per Kate. –
- Sì, lo so. –
- Cresce rapidamente, e in questo momento ha bisogno di te. –
- Lo prometto, verranno momenti migliori, molto presto, ne sono convinto. –
-... ok. –
L'uomo osserva dalla finestra la giovane musicista entrare nel suo appartamento.
L'identico sguardo, seduto su una comoda poltrona rivestita di pelle nera, Parker lo rivolge a una foto incorniciata, poggiata sulla scrivania di noce chiaro del suo ufficio, che lo ritrae assieme alla moglie; e ancora, in un altro momento di relax, sdraiato sul divano, con il volto sfiorato dai raggi di luna, mentre sorseggia una birra.

***

Il giorno dopo, all'interno di un supermercato, il detective si aggira fra gli scaffali strapieni di merce, per fermarsi dove vi sono esposti varie marche di birra, la sua inseparabile bevanda: ne prende alcune lattine che depone all'interno del carrello, per poi proseguire e aggiungere agli acquisti delle conserve, dopodiché, si avvia verso la cassa, mettendosi pazientemente in fila dietro altri tre clienti, aspettando che arrivi il suo turno.
- Ciao, John - lo saluta la bella cassiera.
- Ciao, Elsa. -
- La solita birra ... -
- Già! -
- Come sta Kate? -
- Bene! Cresce. -
- È una bella bambina, da grande farà girare la testa a molti uomini ... questo ti impegnerà, dovrai fare dello straordinario. -
- Spiritosa! Vorrai dire bella come te, immagino ... -
- Sembra strano che sia proprio tu a dirlo – afferma la donna. - Da' un grosso bacione a Kate da parte mia. -
- Ok, lo farò ... stammi bene. -
- Anche tu. Non dimenticarti... –
- Cosa? –
- Di pensarmi. –
- Pensi che potrei? – replica il detective, regalandole, mentre si allontana, un dolce sorriso.

***

Nell'ampio ingresso adibito a sala d'attesa, Jennie, la bionda e giovane segretaria di Parker, è seduta dietro una grande scrivania angolare; sul tavolo trovano posto tutti gli oggetti necessari al suo lavoro: il telefono e il fax, un computer...
Nell'altra ala della sala, contraddistinta da un arco in legno noce chiaro, con parete a giorno lavorata a rete e ornata da alcune piante rampicanti plastificate, c'è una donna seduta sul divanetto, settantacinquenne, di piccola statura, capelli ricciolini grigi. Attraverso gli spazi della parete, l'anziana donna osserva con curiosità Jennie, quando dalla porta d'ingresso entra Parker con in mano il sacchetto del supermercato. La segretaria lo saluta con un cenno.
- Questo è per Paul – dice il detective, tirando fuori dal sacchetto della spesa un pacchettino di patatine fritte.
- Robert dice che lo stai viziando, e credo che abbia proprio ragione - replica la donna. - Paul chiede tutti i giorni di te, sarò costretta a portarlo qui... mi sembra che ultimamente abbia combinato abbastanza guai – continua Jennie.
- Già, questo è vero; credo che dovrò pensarci su e valutare la situazione con più calma – conclude ironicamente Parker, mentre si accinge a entrare nel suo studio.
- Ha telefonato Cellier, mi è sembrato agitato... desidera avere la relazione per fine settimana. -
- Desidera... imbecille; prima si fa fregare dal suo direttore, uomo di massima fiducia, così diceva, ora non sta più nella pelle. Ted? -
- Ci sta lavorando sopra, ha bisogno di alcuni giorni. -
- Cellier aspetterà! - e senza aggiungere altro, l'uomo chiude la porta del suo studio.
Jennie riprende il suo lavoro, quando a un tratto sente dei colpi di tosse provenire dalla sala d'attesa. La segretaria alza gli occhi dalla scrivania e scorge dai fori della parete l'anziana donna seduta sul divanetto.
- Oh... mi perdoni - dice la giovane visibilmente imbarazzata, mentre si alza dalla scrivania. - È rimasta per parecchio tempo in silenzio che mi sono persino dimenticata di lei ... prego! –
Bussa alla porta dello studio di Parker.
- Si? -
La segretaria apre la porta.
- La signora Bacon... è da parecchio che aspetta. –
-... si accomodi. -
Jennie richiude la porta lasciandoli soli.
- Prego, si sieda. -
La donna si accomoda sulla poltrona rivestita in pelle nera, osservando con occhi incuriositi tutt'intorno.
- In cosa posso esserle utile – le chiede il detective.
-... il mio nome è Bacon, Anna Bacon. Provo una strana sensazione, e come se mi trovassi in uno studio legale, o in una stanza dove si discute di marketing, anche se non ci sono mai stata. -
- Mi dispiace se l'ho delusa. -
- Oh, no! È solo colpa dei miei ricordi, sono molto affezionata ai film di una volta... che sciocca che sono, immaginare che mi sarei trovata in un ufficio investigativo di molti anni fa, magari con il suo disordine, il suo fascino... mi perdoni non volevo divagare. -
Parker osserva la donna in silenzio, con simpatia, attratto dalle sue parole.
- È stato ucciso un uomo tre mesi fa, si chiamava David Scott, lavorava come vigilantes... ecco, vorrei che si scoprisse chi è stato ad ucciderlo. -
Dalla borsetta la donna tira fuori una busta grande, del tipo di quelle che si usano per la corrispondenza, e la poggia sulla scrivania.
- Dentro ci sono quindicimila dollari, tutti in biglietti di grosso taglio, altri quindicimila li riceverà alla fine del lavoro... sono i risparmi di una vita. -
- È una bella somma! – esclama Parker. - Purtroppo non li posso accettare; voglio dire, mi occupo d'altro, da qualche anno non faccio più questo tipo di lavoro. -
- Mi hanno parlato bene di lei, ma, non è nel mio carattere insistere. Credo che sarà difficile che io vada da un altro investigatore. -
Delusa, la donna si alza dalla poltrona e rimette la busta con i soldi dentro la borsetta.
- Mi perdoni per il disturbo... - Si avvia verso l'uscita, quando...
- Signora Bacon... -
- Si? -
Il detective abbassa lo sguardo, sembra esitare come a mostrare un atteggiamento di arrendevolezza, poi fissa la signora Bacon in viso e le chiede:
- Chi era esattamente per lei, David Scott? -
- Un amico! –
- Si risieda, la prego. –
- Ci ha ripensato? –
-... può darsi. –
- Spero, che non le avrò suscitato compassione. –
L'uomo ammicca ad un sorriso. - Niente di simile, semmai un'irresistibile simpatia. –
-... grazie. Non vorrei, però, che per colpa mia scompigliasse la sua normale routine di lavoro. –
- Sarebbe come ritornare alle origini. –
- Se la sente? –
- Prima o poi sono convinto che l'avrei fatto – ammette l'uomo. - Già, è inevitabile, sarebbe stato solo una questione di tempo. –
- Trasportato dalla vocazione. –
- Qualcosa di simile. –
- È commovente l'amore che un uomo provi per la propria professione – replica la signora Bacon.
- Come l'affetto che la legava al suo amico che è stato ucciso. –
-... era un brav'uomo, non meritava di andarsene così. Chi è stato a spezzare la sua giovane vita, deve pagare... –
- Ci sono gli organi di polizia che adempiono a questo compito e lo fanno anche bene... –
- Forse, i troppi impegni castigano il risultato del loro lavoro – replica sorniona la donna.
- Già. Forse... –

***

Quattro tocchi alla porta in una stanza d'albergo spezzano l'attesa: un uomo di grossa corporatura va ad aprire. Bill Russo, con i suoi due scagnozzi, uno dei quali tiene in mano una valigetta 24 ore, entrano nella stanza; ad accoglierli c'è un uomo ben vestito in piedi accanto al letto, sopra il quale c'è un'altra valigia un po' più grande.
- Tutto OK? -
- Tutto OK! - risponde Russo.
- Bene! -
L'uomo apre la valigia: all'interno, sistemati scrupolosamente occupando tutto lo spazio disponibile, ci sono sacchetti trasparenti di cellophane pieni di polvere bianca.
Lo scagnozzo di Russo poggia la 24 ore che tiene in mano sull'altra sponda del letto, la apre, mostrando il magico colore verde di centinaia migliaia di dollari sistemati in ordinate mazzette.
Dopo un sommario controllo della merce di scambio e soddisfatti dell'affare, richiudono le valigette; Bill Russo con i suoi due uomini si avvia verso la porta:
- Ci vediamo? –
- Perché no, quando si va d'amore e d'accordo è bello potersi incontrare – dice l'uomo, ben vestito.
- Già. -
- Alla prossima, magari andremo a berci un bicchiere. –
- Paghi tu? – replica con tono ironico Russo.
- Sicuro. –

***

Le due dita di whisky vengono mandate giù in un solo sorso, costringendo la donna a un'espressione brutta come se avesse ingoiato solfato di magnesio, dopodiché, dà una sciacquata al bicchiere e lo poggia sul piano di marmo della cucina. I giorni e i mesi passano lentamente, la povera signora Scott, sedutasi sul divano a guardare la TV, fa fatica a rassegnarsi alla scomparsa del marito e cerca con tutte le sue forze, per amore delle figlie, impegnate a giocare nelle loro stanze, a non sprofondare nella depressione.
- Mamma, Diana ha preso la mia bambola e non vuole darmela. -
- Diana, restituisci la bambola a tua sorella. -
- Mamma, non è vero, è bugiarda. -
Suonano alla porta: la donna si alza e va ad aprire. Quel po' di spazio visivo limitato dalla catenella che blocca l'apertura della porta basta alla donna per vedere nello sconosciuto un uomo dall'aria pulita.
- Signora Scott? -
- Si! -
L'uomo le mostra una tessera di riconoscimento.
- Il mio nome è John Parker, sono un investigatore privato... sto indagando sulla morte di suo marito... vorrei farle alcune domande. –
- Un investigatore privato? –
- Sì. -
La donna, dopo qualche attimo di esitazione, toglie la catenella e fa entrare Parker.
- Qualcosa da bere... del caffè? - e intanto spegne la TV.
- Caffè, grazie! -
La signora Scott si siede sul divano, mentre Parker seduto sulla poltrona sorseggia la bevanda calda. -
- Ho già detto tutto quello che sapevo ai suoi colleghi... non credo di avere altro d'aggiungere. -
- Io non sono della polizia... -
- Non capisco, cosa cambia? -
- Semplice, c'è chi non crede alle affermazioni della polizia, ed è disposto a tutto pur di arrivare alla verità, così è venuto dritto nel mio ufficio con un'arma convincente chiusa all'interno di una busta per corrispondenza, poggiandola con cura sulla scrivania. Signora Scott le prometto che farò di tutto per scoprire chi ha ucciso suo marito... ho bisogno della sua collaborazione. Mi creda, non è facile neanche per me... –
- In che modo potrei esserle d'aiuto? –
- Ricorda se suo marito le sembrava preoccupato per qualcosa... se aveva dei nemici... -
-... no, nessuno poteva avercela con lui. Era semplicemente un po' stanco, non stava mai fermo, a volte lavorava anche di giorno per arrotondare lo stipendio, non andava nemmeno a riposarsi... dei balordi, sono stati dei semplici balordi a togliergli la vita. David, era un uomo buono, non meritava una fine così atroce - la donna istintivamente ferma con le dita della mano sinistra alcune lacrime che le scendono sul viso già provato dal dolore.
- Mi dispiace - dice il detective. - Anche lei, quindi, pensa che non ci sia nulla di premeditato, che l'uccisione di suo marito sia frutto di un gesto occasionale. –
- Io, non so più cosa pensare, e poi, a cosa potrà servire... –
- A fare giustizia. Non crede che suo marito da lassù sia il primo a volerlo? –
- Lei ci crede? –
- Non conosco i dettagli dell'intera vicenda – risponde Parker. - Saprò essere esauriente più avanti. Posso garantirle che non lascerò nulla di intentato, è il mio lavoro e lo faccio bene. Nessuno sinora si è lamentato, se non quelli che ho mandato al fresco, o al creatore. -
- Mi dica cosa devo fare. –
- Riposarsi, pensare che la vita le appartiene, il resto verrà da sé – l'uomo, con garbo, si alza dalla poltrona, tira fuori dalla tasca esterna della giacca un biglietto da visita. - Per qualsiasi cosa, non esiti a chiamarmi. -
La donna prende il biglietto e annuisce con un semplice movimento del capo.
Parker si avvia verso l'uscita, quando improvvisamente il suo sguardo cade su una foto incorniciata poggiata su un mobiletto: sono ritratte quattro persone vestite in modo leggero e con colori vivaci, nei pressi di una piscina, mentre una quinta persona è in acqua.
- Lì eravamo a Villa Garner: la signora al centro è Amanda Garner, cugina di David, morta anche lei, circa un anno fa, in modo orribile; quel giovane accanto è il figlio Roger, l'uomo in acqua è George Giacchetti, il marito. -
Parker rimane inchiodato per qualche attimo a fissare la foto, poi rivolge una domanda alla donna prima di congedarsi:
- Suo marito durante il giro notturno era sempre da solo? Voglio dire, non c'era nessun collega che gli faceva compagnia? –
- All'inizio erano in due che uscivano, poi pian piano il lavoro è andato a incrementarsi, mentre il personale è rimasto immutato, con l'inevitabile conseguenza di fare straordinari e di perdere gradualmente la piacevole e opportuna presenza di un collega a fianco. –
-... capisco. Buona giornata – dice il detective.
- Anche a lei. –

***

- Omicidio? –
- Sì, cosa ci trovi di strano? – dice il detective, seduto dietro la sua scrivania.
- Assolutamente nulla ... pensavo che non dovessimo più avere a che fare con indagini di questo tipo – replica Jennie, accomodata dinanzi. –
- Dovresti sapere che non tutto rimane immutato.
- Non è che io ci rimanga male, anzi... – replica con velato sorriso la segretaria.
- Bene! Rimettiamoci al lavoro. –
- Priorità assoluta? –
- Come sempre! –
Jennie si alza dalla sedia. - Chiamerò Ted, per comunicargli la lieta notizia, e dirò al bar che ci porti dei dolci e una bottiglia di champagne. –
- Non pensi di esagerare? –
- Perché! Per quanto riguarda i dolci, hai delle preferenze? –


***

- La notte è ancora lunga. David Scott, con indosso la sua uniforme, percorre in auto la solita strada e, come fa sempre, passa davanti a Villa Garner. Ad un tratto, alzando lo sguardo verso il piano superiore dell'edificio, vede una luce intermittente provenire dalle finestre della stanza da letto.
David prosegue lentamente, oltrepassa la villa, esegue una manovra e ferma l'auto in prossimità di un incrocio in modo da poter osservare l'edificio senza essere visto. Spegne il motore e le luci, fissa la finestra, che ora è rimasta al buio.
Dopo aver atteso alcuni minuti, vede uscire dalla stradina privata attigua alla villa un'auto a luci spente, che si allontana silenziosamente. -

***

Delle scintille e del fumo fuoriescono da un tostapane. John Parker, seduto al tavolo della cucina, armato di cacciavite, molla rapidamente l'elettrodomestico. Entra Kate:
- Ciao, papà! -
- Ciao, Kate! Come sta il mio piccolo genio? -
- Bene! Sto andando da Mary... –
- Come vanno le lezioni? –
- Bene, sono sempre più brava. –
- Ne sono convinto. Ci vai tutti i giorni da lei? –
- Quasi, tutte le volte che voglio. –
- È una fortuna che la tua amica sia sempre disponibile. –
- Lavora la sera e il giorno è libera. –
- Capisco, libera da impegni lavorativi, ma ne esistono altri di varia natura, a cui spesso non ci si può sottrarre. –
- Lei, forse ci riesce. –
-... beh, evidentemente è così. -
Segue qualche attimo di silenzio in cui sembra che la bambina voglia imparare l'arte del - fai da te - , osservando il padre alle prese col tostapane.
- Papà... -
- Si? -
-... ieri, quando sono andata da Mary... ho suonato alla porta, ma lei si trovava in bagno, così, ho dovuto aspettare più delle altre volte prima che mi aprisse; appena ho sentito che stava per arrivare mi è venuta in mente la mamma che a volte mi lasciava dietro la porta per diversi minuti, per via della radio accesa a volume alzato. Ho pensato, che forse avevo fatto un lungo, brutto sogno... ho sperato che ad aprire la porta fosse la mamma. -
Parker rimane come pietrificato:
- Credo che sia normale, è stata la nostra casa per tanti anni. Se credi, puoi non andarci più, sino a quando non avrai il tuo pianoforte. Sarà lei a venire qua. -
- No, voglio andarci; so che la mamma non c'è, che non tornerà mai più... ma sarà sempre dentro di me.
- Sarà sempre nei nostri cuori. –
- Papà, io vado, ci vediamo più tardi. -
Kate esce da casa e va da Mary.
Parker sente dentro di sé l'angoscia, il tormento che lo perseguita; l'uomo beve tutto d'un fiato la solita birra, come a voler scacciare quei mostri, mentre nell'aria echeggiano le note di un pianoforte.

***

Le piccole mani si posano sulla tastiera quasi titubanti per poi, guidate dalla piacevole melodia, lasciarsi andare in movimenti sempre più sciolti, sotto lo sguardo lusinghiero di Mary, accomodata nella poltrona.
La stessa melodia sembra essere stata trasportata dal vento in un locale notturno.
Al suo interno, il pubblico seduto ai tavolini, vestito con eleganza, dialoga intimamente con l'inebriante musica come sottofondo, la quale, assieme alle luci soffuse del locale, crea un'atmosfera di raffinatezza. Parker, con indosso un vestito scuro, camicia azzurra e cravatta, si guarda intorno, quando scorge Mary seduta al pianoforte, con accanto un sassofonista.
- Prego! - dice il capo cameriere. Parker è invitato ad accomodarsi ad un tavolino. Immerso nella magica atmosfera, il detective si rilassa sorseggiando un Martini.
È notte inoltrata, la sala, come in uno strano sortilegio, diventa vuota, fredda. Parker è rimasto seduto, quando dalla penombra vede avvicinarsi Mary, elegantemente vestita, con pantaloni e giacca blu e una camicia bianca con il colletto sbottonato, i capelli sciolti sulle spalle, il viso leggermente truccato, luminoso, nonostante la stanchezza.
- Brava! Molto brava, davvero! -
- Signor Parker, è una sorpresa vederla qui. -
- Spero sia gradita -
- Si! Mi auguro non sia venuto solo per verificare le mie capacità e, quindi, se sono una buona maestra per Kate - dice la donna con simpatica ironia, mentre si siede di fronte al detective.
- Volevo ascoltare dell'ottima musica; e poi, avevo nostalgia di questo locale. Sa che non è stato facile entrare, ho dovuto mostrare il mio tesserino... mi hanno preso per un poliziotto. -
- Mi dispiace per l'inconveniente, il locale non era aperto al pubblico, è stata una serata riservata ai soci.
- Non lo sapevo. Una volta venivo spesso qui; beh, certo, non era così elegante, ma un locale per studenti, si veniva a far baldoria, quattro salti... ormai, fa parte dei ricordi, come tutte le cose della vita. -
- I ricordi fanno parte della nostra esistenza, a volte è difficile dimenticare – replica Mary.
Parker la osserva, come se volesse scrutare nei suoi pensieri, è affascinato dalla sua figura apparentemente così fragile, un po' introversa e misteriosa.
- Sì, ha ragione, a volte è difficile che si possa dimenticare. –
- Non voglio che questo diventi un momento di tristezza – dice la donna.
- Non è nelle mie intenzioni. –
- È quali sarebbero? –
- Gliel'ho detto, sono venuto per ascoltare dell'ottima musica, accompagnata da un Martini fresco... e per ammirarla. È uno schianto! –
- Grazie, anche se penso che il suo complimento vada soprattutto al mio tailleur. -
- Mary, andiamo? - dice il sassofonista sopraggiunto all'improvviso.
- Non so, se il signor Parker... - risponde la donna, mentre rivolge lo sguardo al detective.
- L'accompagno io! - dice Parker.
- Tony, ci vediamo domani - dice Mary, all'amico musicista.

***

L'auto, con dentro Parker e Mary, percorre strade buie e silenziose, quando si ferma dinanzi all'abitazione della donna.
- Si è fatto tardi per lei. –
- Crede che appena rientro a casa, la mamma mi sculacci? – dice il detective.
Mary si lascia andare in un simpatico sorriso. - Non volevo dire questo. –
- Ho trascorso una bella serata. –
- Significa che ci ritornerà? –
- È probabile. –
- Appena la vedrò in sala, mi unirò idealmente a lei, in modo che non si senta troppo solo. –
- Un pensiero gentile da parte sua. –
- Non mi costerà nessuna fatica. –
-... già. -
- Beh, grazie per il passaggio. -
- Sono arrivato anch'io -
- Già! Allora, buonanotte! -
- Buonanotte. –

***

Nella sua sobria stanza da letto, Mary, con gesto stanco si libera del vestito e, mentre si toglie la delicata lingerie bianca, segue le movenze riflesse nello specchio del comò, per poi, alla fine, lasciarsi cadere sul letto. Il suo corpo slanciato sembra attraversato da un impeto irrefrenabile, le mani si poggiano sulle vellutate cosce, queste scivolano lentamente, toccando, con un'espressione compiaciuta, le parti più intime.

***

Stappa la solita lattina di birra dopo aver chiuso il frigorifero, sorseggiandola camminando in direzione della stanza di Kate. Parker schiude l'uscio, sino a quando scorge il suo angioletto distesa di fianco nel lettino, dormire profondamente. L'uomo, avverte un senso di leggerezza che non provava da tempo, dovuto non solo alla visione della sua bambina, ma di sicuro a un processo di cambiamento che sta maturando dentro di sé. Si tratta ancora di una sensazione del tutto marginale, sembrerebbe pensare il detective sotto le lenzuola del suo letto a una piazza e mezza, ma è pur sempre uno stato di piacevolezza, e chissà che la signora Bacon e Mary non siano state la molla scatenante...

***

La mattina seguente, Parker entra nel suo ufficio.
- Ciao, Jennie. -
- Ciao, John. È' stato qui Ted, ha lasciato la documentazione tanto attesa da Cellier. –
-... sarei curioso di vedere la sua faccia. Ted? -
- Avresti dovuto vedere la sua, gonfia da mettere paura: è dovuto andare dal dentista. -
- Non si farà vedere finché non gli passerà il gonfiore - dice il detective con un lieve sorriso. Parker, con il fascicolo dei documenti in mano, datogli da Jennie, entra nel suo studio, si siede dietro la scrivania ed inizia a sfogliare ed a osservare la relazione, quando ad un tratto sente bussare alla porta.
- Sì? - Nessuno risponde, la maniglia si abbassa quasi con fatica, non quanto basta, tuttavia, ad aprire la porta.
Parker, con un'espressione dubbiosa, si alza dalla poltrona e si avvicina lentamente all'uscio. Qualche attimo di silenzio, poi con gesto repentino abbassa la maniglia.
- Ciao, zio John. -
- Ciao, Paul... non ti ho visto quando sono entrato, dov'eri? -
- In bagno, a fare pipì -
- Capisco... –
- Come stai? – gli chiede il bambino.
- Io... bene. Tu? –
- Bene. –
- Si vede che sei in ottima forma. –
- Sei contento che sono venuto a farti visita? –
- Sicuro! –
- Non dirai una bugia? La mamma mi ha raccontato che sei arrabbiato con me. –
Il detective alza lo sguardo sorridente all'indirizzo di Jennie. - Avrà esagerato, come suo solito - L'uomo appoggia la mano sulla piccola spalla di Paul e con fare serio gli dice:
- Entra Paul, non perdiamo tempo, ci aspetta un duro lavoro. –

***

Era da parecchio tempo che non entrava in questa zona residenziale della città. Si apre il grande cancello automatico esterno, sulla cui inferriata in alto primeggia la scritta color oro: Villa Garner. Il detective entra e parcheggia l'auto nello spiazzo antistante l'edificio in stile Liberty, composto da un piano terra e da uno superiore, costruito su un livello del terreno sovrastante a quello della strada. L'uomo sale quei pochi gradini che immettono nel corridoio esterno dell'edificio e suona il campanello della porta d'ingresso: questa si apre e, con grande sorpresa, vede davanti a sé la signora Anna Bacon.
- Entri pure, Signor Parker. -
Il detective rimane senza parole, la segue come un'ombra fin quando arrivano in un elegante e luminoso soggiorno.
- Si accomodi qui signor Parker - dice la signora Bacon, mentre si allontana con naturalezza, lasciando dietro di sé un'atmosfera di mistero.
Dalle acque della piscina emerge un uomo; con poche decise bracciate si avvicina e sale la piccola scala metallica fissata alla parete; esce, prende l'accappatoio poggiato su una sedia e si dirige ad una sdraio dove c'è una giovane e bella donna, si china su di lei e la bacia sulle labbra. La scena è seguita con attenzione da Parker attraverso la vetrata del soggiorno. A un tratto, il detective sente qualcosa che gli gira freneticamente attorno, distogliendolo. Seguendone il movimento con la sua percezione, all'improvviso scaraventa nell'aria, all'altezza del suo viso, un fulmineo colpo con il dorso della mano destra. Il suo sguardo cade su una mosca agonizzante sul pavimento, sulla quale scende l'ombra inquietante di una pantofola numero quarantaquattro con tutto il suo peso di ottanta chili.
- Sono mortificato di averla fatta aspettare, per nulla al mondo rinuncio alle mie venti vasche quotidiane, mi fa sentire meglio... signor? -
- Parker! John Parker! Sono un investigatore privato... -
- Già! John Parker... eppure, non è un nome che si possa dimenticare facilmente... George, è inutile che tenti di nasconderlo, stai invecchiando – dice, ironicamente, George Giacchetti, cinquantacinquenne, alto, fisico atletico, capelli corti brizzolati.
- Del Martini con ghiaccio? -
- Grazie! -
L'uomo prepara il Martini, mentre Parker è intento a osservare una grande foto appesa alla parete, nella quale si vede Giacchetti da giovane in costume da bagno, in piedi sul podio più alto, con a fianco altri due atleti, sullo sfondo una piscina da competizione.
- È stata la mia ultima gara; ricordo, che neanche volevo parteciparvi... sono stato grande - ammette Giacchetti, mentre porge il Martini al suo ospite.
- Da ragazzo, seguivo le sue imprese – confessa il detective.
- Davvero? Se le ricorda ancora? –
- Sì, certo; è passato tanto tempo... –
- Già, sembra una vita. –
- È rimasto nella storia. –
- Non posso negarlo – replica Giacchetti. Lei come se la cava? –
Parker l'osserva attonito, come di chi non ha afferrato il discorso.
- In acqua, naturalmente. –
- Già, mi scusi... – il detective rimane alcuni attimi in silenzio, assorto nei suoi pensieri. - Non sono un campione, non lo sono affatto... –
- Lo sarà nella sua professione, immagino. –
- È il mio mestiere, non faccio a gara con nessuno – dice con velato umorismo il detective.
- Lei, signor Parker, ha il carisma del campione di razza. –
- Lo dice uno che se ne intende, non è così? –
- Certe cose si capiscono a volo – afferma Giacchetti. - Prego, si accomodi – i due uomini si siedono nelle comode poltrone del salotto. - Meglio non prolungarci in discorsi non attinenti alla sua presenza, si rischia di sembrare patetici... – l'uomo sorseggia il suo Martini. - E lei, non è il tipo al quale piace sprecare del tempo. –
- I preliminari sono sempre bene accetti. – replica Parker.
- Le fa onore che la pensi così. David, era un bravo ragazzo, veniva spesso qui, a volte assieme alla sua famiglia... come lei già saprà, David era cugino di mia moglie. –
- Sì, per questo mi trovo qua. –
-... già, ha ragione. -
- Com'è morta sua moglie? –
- Di questo non ne è al corrente? –
- Non conosco i particolari. -
-... era da sola in casa; io, come tutte le sere, mi trovavo nel nostro ristorante; Anna, la governante, era dovuta andare dalla sorella che si sentiva poco bene. Beh, da quello che è stato ricostruito dagli inquirenti, sembra che i ladri siano entrati in casa appena dopo la mezzanotte. Amanda, mia moglie, probabilmente dormiva quando viene svegliata da strani rumori... purtroppo, quando i criminali erano già nella in stanza da letto... lei cercò di reagire... questi sono i fatti presumibili di quello che è successo quella notte. –
- E tutto ciò corrisponde al suo pensiero? –
- Cosa vuole che le dica, di sicuro, a mia moglie non sono venuti a farle visita degli angioletti. –
- Questo è sicuro! – replica il detective. - Come proseguono le indagini degli inquirenti? –
- Lei non lo sa? –
- Non mi sono ancora documentato... –
- Mi scusi il termine, ma che razza di investigatore è? –
- Un investigatore privato, gliel'ho detto. –
- Immagino, molto impegnato. –
- Sicuro! Ma le garantisco che una volta che inizio un lavoro, non chiudo occhio pensando solo a quello.
- C'è da essere ottimisti, allora? –
Parker beve il suo Martini, per poi porre il bicchiere sul tavolinetto basso di vetro. - Non vorrei sembrarle arrogante, ma di solito la giustizia in mia presenza si sente sollevata. –
Giacchetti accenna ad un sorriso.
- Consapevolezza delle proprie capacità – dice l'uomo. - Anch'io ero come lei; certo, in ambito sportivo, ma la sostanza credo non cambi. -
- Già. –
-... e per questo non ero ben visto dai miei antagonisti. –
- È così, per chiunque persegue la propria strada – replica il detective. - Personalmente, non ne faccio un problema. –
-... dell'altro Martini? – dice Giacchetti, alzandosi dalla poltrona.
- No, grazie. –
- Beh, io ne prenderò un altro goccio. Non starà indagando anche sul delitto di mia moglie? –
- No. Nessuno me l'ha chiesto. –
- Già, lei lavora su ordinazione. È un libero professionista. –
- È così! – annuisce Parker. - Cos'ha da dirmi riguardo David? -
- Nulla, che non sia sotto gli occhi di tutti. Non è stata fatta ancora giustizia, ma devo riconoscere, però, che la polizia si è prodigata parecchio, purtroppo senza esiti positivi. A volte, penso che è più difficile incastrare dei balordi, che gente del mestiere, che sa il fatto suo – sostiene l'uomo, risedutosi nella poltrona.
- Dopo la morte della moglie, David è più venuto a casa sua? -
- Certo! Perché non avrebbe dovuto. Forse non come prima, ma quando c'erano dei lavoretti da fare in casa, lui era sempre presente... sembrava un mago, riusciva a riparare qualsiasi cosa... lo pagavo! Lui all'inizio non voleva, ma con una famiglia sulle spalle, due bambine in tenera età, alla fine ha dovuto desistere. Signor Parker, lei ha detto, se non ho capito male, di essere un investigatore... -
- Sì, l'ho detto! -
- Mi sembra strano, cosa c'è sotto, un intrigo internazionale? Io sono del parere che bisognerebbe dare più fiducia alle istituzioni pubbliche; la polizia, in questo caso, credo che faccia il suo dovere. Non è colpa loro se i balordi si trovano in ogni angolo della città. -
- Sì, può anche darsi - commenta Parker, con il bicchiere di Martini in mano mentre guarda attraverso la vetrata la bella donna seduta in poltrona accanto alla piscina.
- Posso sapere chi paga il suo onorario? –
- Segreto professionale. Dovrebbe essere a conoscenza di come vanno queste cose. –
- Già! Sono stato uno stupido a chiederglielo – ammette Giacchetti. - Non immagino minimamente di chi possa trattarsi, ma chiunque sia gli avrà voluto un gran bene. Non penso, possa essere Jude... -
Il detective scruta negli occhi l'uomo.
-... semplicemente, perché presumo non sia in grado di pagarla, signor Parker. Spero tanto che il misterioso benefattore abbia avuto il giusto intuito. Vorrei tanto potermi aggregare... voglio dire, alle spese. –
- Dimentica la fiducia alle istituzioni pubbliche – replica il detective. - Non vorrà passare come un cittadino scoraggiato. -
- No di certo. –
- Riservi un po' di fiducia anche per me, e le prometto che farò di tutto per non deluderla. –
- Ci può contare! –

***

Un'espressione di ironia si disegna sul viso dell'uomo, mentre si avvicina al tavolino in fondo alla sala del bar. - Parker, cosa fai nella mia zona? –
-... salve. Non dirai sul serio? –
- Certo. È da parecchio che non ti vedevo girare da queste parti, hai perso la bussola? – Replica il tenente di polizia Golden.
- Sarò distratto, per non essermene accorto... – dice il detective, dopo aver sorseggiato la sua birra. - Siediti, la violazione mi costerà offrirti da bere. –
- In fondo, te ne esci con poco – osserva l'uomo accomodatosi al tavolino, con indosso un completo di giacca e pantaloni di colore grigio. - Come te la passi? –
- Non male. Tu? –
- Bene... – il tenente si tocca il collo, lasciandosi andare in una smorfia di dolore.
- Cos'hai? –
-... niente, a parte un fastidioso problema alla cervicale. –
- Avrai preso un colpo d'aria, o fatto un movimento brusco. –
- Può darsi. So che ci convivo ormai da quattro giorni, senza che decide di andarsene – si avvicina il cameriere, l'uomo ordina una birra. - Non hai risposto alla mia domanda. -
- Te l'ho detto, sono distratto. –
Il tenente Golden scuote la testa. - Ti conosco bene perché mi lasci ingannare. È possibile che ancora non ti fidi di me? Pensi davvero che di soppiatto possa intralciare il tuo lavoro? Sono un impiegato, faccio tutto quello che mi si dice e nient'altro di più. –
- Sei sempre un piedipiatti, non c'è da fidarsi troppo. Questo lo sai. –
- Certo. Quando però hai bisogno di sapere qualcosa, sai sempre a chi rivolgerti. -
- Non sempre. –
- Già, è bene avere un'alternativa a portata di mano – afferma con un sorriso il tenente, mentre il cameriere poggia il boccale di birra sul tavolino.
- Cosa sei, geloso? –
L'uomo sorseggia la fresca bevanda. - Con te non si può parlare mai seriamente. –
- Non sarebbe opportuno, quando si è in compagnia di una bionda – Parker beve tutta di un sorso la sua birra. - E poi, di quale lavoro parli? Indagine finanziarie, soci in malafede, fidanzati, o coniugi sospettosi?
- Vuoi dire che non sei sceso sul sentiero di guerra? –
- Perché dovrei? La vita, comoda e sicura, mi piace. –
- Qualcosa mi dice che non è così. –
- Davvero? Se dovessi cambiare idea, ti prometto che sarai il primo a esserne informato – il detective si alza dalla sedia. - Beh, devo andare. Ti pago un'altra birra, ok? –
- Dove vai, a pedinare un marito infedele? –
- Indovinato! –

***

È sera, le strade pullulano di gente, di colori, di luci. John Parker cammina per le vie della città, circondato da varie - maschere - umane, quando si ferma dinanzi ad un negozio, nella cui vetrina sono esposti eleganti vestiti da donna; l'uomo accenna ad un sorriso, ma ad un tratto sente di essere osservato, così volge lentamente lo sguardo alla sua sinistra, incrociando quello perplesso di un'anziana donna. Il detective fa finta di niente, si allontana a testa bassa, voltandosi per l'ultima volta a guardare la - curiosona - rimasta immobile a fissarlo.
Superata questa strana ma simpatica situazione, Parker riprende a camminare per poi sostare a osservare e ad ascoltare tre giovani donne che si guadagnano da vivere ballando, suonando la chitarra elettrica e il sassofono. L'uomo, visibilmente compiaciuto, pone la sua attenzione sulla ragazza che suona la chitarra, fino a restringersi sul solo strumento musicale, le cui corde nel vibrare regalano magiche sensazioni, mentre l'amica balla con movimenti seducenti girando attorno al detective.

***

I pugni affondano veloci e potenti, scuotendo il robusto sacco di cuoio, seguiti da una serie di calci frontali e laterali, per finire con uno all'indietro a semicerchio. Sopraffatto dalla stanchezza, Parker si ritrova abbracciato al sacco, lasciandosi lentamente scivolare a pancia in su sulla pedana. L'uomo, con gli occhi chiusi, inizia un esercizio di autocontrollo del respiro, che lo porta a una condizione di quasi dormiveglia, preda dai suoi incubi:
- Appena risalito a galla, il detective è assalito da convulsioni respiratorie e, senza aspettare la necessaria ossigenazione, si immerge nuovamente nelle acque del mare come un segugio tormentato. -

Salvatore Scalisi
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