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Autore: Anna Scelzo
Titolo: Legami con il cibo
Genere Saggio
Lettori 249
Legami con il cibo

"Una, nessuna, centomila diagnosi di disturbi del comportamento alimentare e dell'immagine corporea."

Il peso del dolore.

Ovvero
il bisogno di alleggerirsi per non - sentire' - troppo
In uno shuttle ... destinazione ignota
Un tempo sospeso, quello passato alla fine di una storia importante, quello che viene rinchiuso in una bolla, una sorta di cappella mortuaria dove il tempo non c'è e dove soprattutto non ci sono emozioni, né pericoli di incontri, ma dove il tempo è scandito solo dai morsi, almeno all'inizio, solo dall'ossessione per quei morsi che si daranno al cibo non pericoloso, a quello che non può fare cambiare, che non può cambiare le consistenze. E così inizia il countdown, chiusa in una sorta di navicella spaziale, in attesa di raggiungere l'irraggiungibile: meno uno, meno due, meno tre... ecco siamo a 58, 56, 54... è meglio togliere ancora un po', ecco sì 52, 52 mi sembra perfetto... no... e se poi mangio e ingrasso? È meglio togliere ancora un po': a 50 mi sentirò più sicura , lì non può accadere nulla... La navicella sta per partire, anzi è già partita verso una destinazione che è diventata ignota. Dapprima doveva portarmi in un'isola felice, quella dove stare significava vedere gli sguardi degli altri piacevolmente posarsi sul mio corpo e godere di quel momento di gloria in cui i miei fianchi non parlano, sono quasi assenti da quanto sono silenti. E il ventre poi... quello è così piatto che non può destare sospetto alcuno che io abbia mangiato troppo... Ma non c'è problema sul controllo. Tutti dicono che è un gioco pericoloso, ma io invece lo so quanto posso rischiare, quanto posso lanciare questa navicella nello spazio e non perdermi. Io so dove voglio arrivare... Ma poi qualcosa è andato storto... Non volevo questo... non volevo perdere i miei capelli... non volevo che la mia pelle, che tutto il mio corpo si coprisse di peli neri, tanto da sembrare quasi una scimmia... Non volevo, non intendevo, non credevo che sarei potuta arrivare a non sentire più la fame... Ho freddo, ho paura, mi sento sola in questa navicella.

All'inizio era proprio quello che volevo: non soffrire più, non sentire più il male che mi ha fatto lasciandomi, tradendomi, trascurandomi, dicendomi delle cose così cattive su di me, sul mio sedere, sulla mia faccia, sui miei gusti, sulle mie risate, sui miei scherzi... Era tutto così sbagliato. Ero sbagliata! Ed ora cosa sono? Non lo so più. So solo che è tanto difficile tornare indietro ma ho anche tanta paura di non riuscirci, di non riuscire più ad uscire da questa dannata navicella. Mi sento persa nello spazio. E i comandi non rispondono più. La gravità è completamente assente. All'inizio era divertente. Non sentivo il peso di nulla... Niente era pesante, niente, nemmeno io, sempre più leggera. E con gli altri era facile... vincevo sempre il confronto anche se a volte non ero sicura. Maledetta navicella. Va troppo veloce... 38, 37, 36, 35, forse ora dovrei fermarmi. O forse no... Ho paura. Ho paura di tornare a vivere, ho paura di tornare indietro perché so che mi chiederanno di andare avanti. Ma io non lo so dove devo andare, chi devo essere, come mi devo comportare. Invidio tutti, sembra che nessuno soffra come soffro io. Sembra che tutti sappiano cosa devono fare, io invece sono eternamente indecisa. Non so se mangiare un cracker o un grissino, per me non sono più ciò che sono, per me sono grassi, carboidrati, calorie, chili, chili di troppo, maledetti chili. Potessi non pesare, potessi non pesarmi più. Ma come fa quella a mangiare così tranquillamente, come fa a non preoccuparsi della sua pancia. Oh Dio, se dovessi mangiare quanto mangia mia madre o mia sorella... non oso pensarlo... A volte però mi capita, sì ultimamente sempre di più... la navicella ogni tanto sento che lascia passare qualcosa da una crepa, biscotti, valanghe di biscotti, ma non restano a lungo nel mio stomaco, poi butto, meglio vomito, sì vomito tutto nel cesso. E non penso più. Ah così non devo più pensare... è meraviglioso, mangiare, mangiare, mangiare e poi liberarsene, posso, sì ho il controllo... Ma ora sono stanca. Sono sempre più debilitata. Anche questo gioco mi sta stancando, lacerando dentro. Ecco sì, mi sento come la rete rotta di un pescatore che fa passare tutto, che non trattiene più niente, che non riesce più a tenere perché è logora, lisa, completamente lisa: non c'è più niente da prendere. Quasi quasi lascio andare i comandi... no, non posso. Cosa farò poi?
Non sono più abituata a vivere una vita normale, una vita dove esistono le ore, gli impegni, gli altri. Io so vivere una vita dove ci sono solo io, i miei pensieri, i miei morsi di fame.
Così non ho l'energia di pensare più a niente altro. Vorrei tornare. Mamma, mi prenderesti un po' in braccio. Vorrei essere una bambina, ancora per un po', vorrei tanto che mi prendessi in braccio e mi cullassi. Così senza parlare. Ti prego abbracciami anche se ti scaccio, anche se ti dico brutte parole, in realtà non voglio. Lo so sono cattiva, ma non lo so più cosa è giusto. Tutti dicono che ormai sono grande, che devo prendere le mie decisioni. In realtà ora non mi dicono più niente, mi lasciano stare. Sono tutti preoccupati del mio peso... Ma la mia anima, la mia vita, i miei sentimenti, le mie emozioni... dove sono andate a finire? Perché ho permesso che se ne andassero? Perché deve essere tutto così dannatamente difficile. Mi sento sempre più una corda in attesa che si spezzi...
Quanto lucido dolore in queste parole, in questo dialogo che è frutto di una elaborazione che contiene il pensiero di tutte le persone che ho seguito nel corso del tempo. Immagini di un viaggio pericoloso, di un naufragio nello spazio, in un luogo dove l'incontro non avviene con l'altro, bensì con i numeri. Ed è a questo argomento che voglio dedicare ora l'attenzione, ovvero all'uso di quell'oggetto che nonostante non parli, diventa una sorta di giudice severo o di aguzzino che emette una sentenza mortale, quando il numero non è quello previsto, quello ritenuto perfetto, la temibile bilancia che è in grado di modificare l'umore della persona e il modo in cui si relazionerà con se stessa e con gli altri.

§ La bilancia: strumento e simbolo di un cambiamento
È stato per me molto interessante inoltrarmi nel mondo della conoscenza della bilancia, perché tale strumento non rimanda solo a qualcosa di fisico, al peso in chilogrammi delle persone, bensì anche a qualcosa che ha che fare con l'anima e con le relazioni. Come dice G. Roversi, - Pesare come misurare, è quasi superfluo rilevarlo, sono espressioni di cultura in cui si riverbera un sistema di relazioni interpersonali già complesse e articolate e che denotano un chiaro salto di qualità nella vita di un aggregato di individui. L'uso della bilancia segna pertanto il punto di passaggio da una società primitiva – dove non vi è certezza di rapporti, dove manca un potere organizzato e dove l'uomo, ancora - asociale - , vive allo stato di natura – a una cultura più evoluta e diramata in senso socio-politico ed economico, con un proprio ordinamento, benché embrionale, e con una complessità di bisogni già prefigurati dall'introduzione della moneta e dall'avvio di un'attività di scambio dei beni che va lentamente staccandosi dalla primordiale pratica del baratto - (G. Roversi, p. 3).
La bilancia nasce dunque per attribuire un valore certo, non arbitrario, ad un materiale per uno scopo commerciale.
Il termine bilancia deriva dal latino bilanx e significa due piatti perché costruita originariamente dal bilanciamento appunto di due piatti. Ed è proprio questa immagine che ha fatto scaturire una serie di associazioni allegoriche che hanno portato a parlare di bilancia anche per trattare temi come il giudizio, la giustizia, l'equilibrio oppure del dubbio o dell'alternativa, quando il piatto pende solo da una parte, e perfino dell'ipocrisia (rif. Dante, Inferno XXIII, 102).
Appare anche in alcune raffigurazioni religiose come quella dell'arcangelo Michele, che rappresenta, - più che la figura tardo medioevale del pesatore di anime, l'equilibrio tra tutti gli opposti: bene e male, terra e cielo, maschile e femminile, natura e raziocinio in modo da raggiungere l'equilibrio necessario a percorrere la via del cuore - (Mario Barbagallo, p. 24). Egli è ricordato comunque come giustiziere di angeli ribelli, ma anche per pesare le anime dei defunti sottoposti al giudizio supremo.
Sull' invenzione della bilancia sono nate molte leggende.
Molti ne fanno risalire l'invenzione all'intervento di divinità o personaggi mitici: per gli Egizi l'inventore era il Dio Thot, per i Cinesi il filosofo Lyng-Lung (2638 a.C.), per gli Ebrei Caino e Mosè, per i Greci Ermes e per i Romani Mercurio.
La bilancia apparve per la prima volta probabilmente in civiltà come la Mesopotamia e l'Egitto (5000 a.C.): scavi archeologici hanno riportato alla luce esemplari che erano sostenuti con le mani o appesi a un sostegno o fissati ad un muro o una colonna. La bilancia a bracci primitiva era costituita da un gioco orizzontale, inizialmente di legno ma anche di osso o marmo e poi metallo, con un perno centrale e due piatti alle estremità.
Al Museo Archeologico Nazionale di Napoli è possibile vederne delle raffigurazioni così come al Museo della Bilancia di Campogalliano in provincia di Modena.
In epoca primitiva lo scambio tra individui avveniva tramite baratto e probabilmente con l'aumentare della complessità dei rapporti umani, nacque l'esigenza di creare un modo più efficiente ed - equo - di scambiarsi i prodotti. Ciò dunque testimonia l'evoluzione delle comunità anche in senso socio-politico ed economico. L'introduzione della bilancia dunque fa presupporre che gli individui avessero raggiunto una conoscenza tecnica tale da permettere loro di poter contare e misurare in maniera certamente più complessa. Probabilmente l'idea della bilancia nacque dalla pratica del trasporto e quindi dal giogo.
Tra le rovine di palazzi e tempi Babilonesi sono stati ritrovati molti pesi ma non strumenti da pesa, dei quali in effetti non vi è esemplare né disegno. Ci sono invece molti documenti che parlano di operazioni di pesatura soprattutto rinvenuti nei palazzi reali di Ninive e Babilonia, nei quali si trovano atti di vendita, acquisto, affitto, ecc. In Egitto invece si sono ritrovati disegni che mostrano la costruzione e l'uso di bilance a bracci uguali di cui le migliori rappresentazioni si hanno in diversi papiri funerari, risalenti a circa 2000 a.C. e specialmente nel papiro del 1350 a.C. conosciuto con il nome di - Rituale dei morti - , conservato nel Museo britannico. Ciò si deve al fatto che, secondo le credenze religiose dell'antico Egitto e specialmente nella dottrina di Osiride, il valore dell'anima umana, al momento della morte, venisse determinato per mezzo della bilancia e pertanto tale giudizio era rappresentato frequentemente nei papiri mortuari trovati nelle fasce delle mummie.
La bilancia presso gli Egizi aveva anche una parte importante nel pagamento delle imposte degli antichi re. Presso di loro esistevano funzionari preposti alla verifica delle bilance, detti - guardiani della bilancia - .
Non posso qui approfondire ulteriormente la storia della bilancia presso le varie civiltà per cui rimando a testi indicati nella bibliografia, ma mi premeva qui far riferimento a questo strumento, alla sua probabile nascita e diffusione, in quanto esso è così presente nella vita quotidiana di tutti noi ma soprattutto in quella delle ragazze, dei ragazzi, degli uomini e delle donne che hanno demandato il loro benessere psico-fisico al numero che essa mostra sul suo display.
La bilancia è dunque uno strumento che ha sempre accompagnato l'evolversi della civiltà umana, anche nei suoi aspetti negativi in quanto già nella Bibbia si fa menzione della possibilità di frode che offre questo strumento.
Con la bilancia infatti, va di pari passo la necessità di avere una corrispondenza sul piano reale della loro esattezza e precisione allo scopo di evitare frodi e illeciti guadagni.
- Una conferma della delicatezza e della straordinaria rilevanza assunta da tale problema fin dai primordi della civiltà è offerta dalla Bibbia con ammonimenti severi come: - Sia giusta la tua bilancia e il peso, giusta l'efa e l'hin - (Levitico, XIX, 36) oppure - Avrai un peso giusto e vero, un'efa esatta e vera - (Deuteronomio, XXV, 14). E quando altrove (Proverbi, XI, 1) sancisce che - la falsa bilancia è in abominio al Signore mentre il giusto peso è di suo gradimento - essa dà all'operazione di pesatura un alone di sacralità. Un valore, questo, presente del resto in quasi tutte le antiche culture come attesta anche il fatto che i prototipi di peso erano custoditi nei templi. [...] Inoltre, a causa anche del loro diretto collegamento con le monete, i pesi vennero a trovarsi ben presto al centro dell'attenzione e della tutela dello stato che esercitò la sua autorità sia attraverso i controlli sulle bilance e sui pesi, sia con provvedimenti di riforma, unificazione e fissazione di valori standard che portarono alla formazione di sistemi ponderali complessi, offrendo una base di certezza al cittadino nei rapporti di scambio - . (cit. Roversi, p. 12).
Furono emanate anche leggi ed ordinanze per reprimere eventuali frodi riguardo a pesature - azzardate - .
Insomma più ci si addentra nello studio della bilancia e più ci si rende conto della complessità che ha caratterizzato questo strumen­to e soprattutto della strada compiuta perché fosse - giusta - . Ma in nessun modo e da nessuna parte si legge della bilancia utilizzata per pesare le persone. La si menziona per scopi medici, per misurare ad es. il quantitativo di piante somministrate per scopi curativi ma che in certe quantità potevano avere un effetto nocivo.
Dunque, se la bilancia nasce per una necessità di scambiare in ma­niera equa merci o per il pagamento di tasse e se per gli Egizi era un modo per quantificare il valore dell'anima, perché e quando si è cominciato ad usarla per pesare le persone? E come mai si è comin­ciato a parlare di BMI, ovvero di Body Mass Index o IMC (Indice di Massa Corporea) per decidere che un corpo sia sano se sta dentro ad un parametro numerico derivato dal rapporto tra altezza e peso? Come mai la capacità di equilibrare il modo in cui ci si sente nel proprio corpo è stata destituita a favore di formule matematiche? E inoltre, perché è così importante sapere quanto grasso, massa ma­gra, acqua extracellulare etc, ho nel mio corpo? A cosa mi serve sa­perlo quando devo affrontare prove importanti come la ricerca di un lavoro o la perdita di una persona cara o ancora il trasferimento in un altro Paese?
La formula della Body Mass Index (BMI) fu inventata da Lambert Adolphe Quételet (1796-1874). Questi era uno scienziato che aiutò a diffondere la statistica. Fu tra i primi a volerla applicare alle scienze sociali, cercando di creare ciò che lui chiamò - social physics - ovvero una fisica sociale.
Tra il 1830 e il 1850 scrisse - Sur l'homme e le développement de ses facultés, ou Essai de Physique Sociale - , dove Quételet espose il progetto di una fisica sociale e descrisse il concetto di - omo medio - , giungendo all'invenzione del calcolo della BMI, in quanto uno dei suoi obiettivi era ottenere con una semplice operazione una classificazione del peso della popolazione utilizzando un valore ideale di peso rispetto all'altezza dell'individuo.
Dunque, il BMI fu creato nel diciannovesimo secolo per una ragione puramente statistica ma si usa ancora oggi come parametro medico! Attraverso qualche ricerca, sono giunta a sapere che in un articolo pubblicato nell'edizione di luglio 1972 nel Journal of Chronic Di­seases Ancel Keys (il fisiologo americano che contribuì al riconosci­mento e alla diffusione della nostra Dieta Mediterranea), dichiarò che il BMI era il mezzo migliore per determinare la percentuale di grasso nel rapporto peso altezza e nello studiare il problema dell'o­besità nelle prosperose società Occidentali. Il BMI fu esplicitamen­te citato da Keys come uno strumento appropriato per studi sulla popolazione, e non appropriato per fare delle diagnosi. Ma vista la semplicità del calcolo, si è continuato a usarlo proprio a tale scopo!
Dunque a tutt'oggi è il BMI che decreta e sentenzia se una persona è sottopeso, magra, sovrappeso, obesa o gravemente obesa.
Un calcolo numerico che non era assolutamente pensato a tale scopo e che non tiene conto di tante altre variabili. Per fortuna per molti operatori oggi l'uso del BMI non è più così ritenuto attendibile per fare diagnosi. Se stessimo solo a tale valore ci sarebbero molte più persone cui verrebbe diagnosticato di essere anoressiche, perché molto sottopeso, mentre questo sappiamo si verifica nei casi in cui vi sono costituzioni particolarmente minute.
Non è mia intenzione portare una critica distruttiva su questo mezzo di misurazione come il BMI, desidero però portare qualche elemento di riflessione che permetta alla persona comune di conoscere gli strumenti stessi che vengono talvolta utilizzati per fare diagnosi e per apprezzarne le potenzialità ma anche riconoscerne i limiti. La formula del BMI ha cominciato ad essere usata negli Stati Uniti dagli inizi degli anni Ottanta, proprio per decretare se una persona era affetta da Anoressia Nervosa potendo con il calcolo vedere immediatamente il grave sottopeso. Ma come abbiamo detto non tiene conto di altri fattori come la costituzione, il tessuto muscolare, l'acqua nei tessuti, la cartilagine etc. Per tale motivo oggi si usa l'esame empedenziomentrico. Insomma ad ogni problema la scienza e la tecnologia offrono soluzioni certamente valide dal punto di vista dell'informazione, ma che ne è dell'impatto emotivo che tali informazioni hanno sulla persona?
Si può presumere che l'utilizzo del calcolo del BMI si diffuse negli Stati Uniti proprio per poter decidere il margine, il valore da utilizzare per fare diagnosi affinché le assicurazioni potessero pagare le spese mediche per le persone affette da grave stato di malnutrizione. Sono ormai note le limitazioni dovute all'utilizzo del BMI che si riferiscono soprattutto al fatto che dal momento che questo calcalo dipende dal peso e dal quadrato dell'altezza, esso ignori le leggi basilari che prevedono che la massa aumenti fino al terzo grado della dimensione lineare. Così persone più robuste, anche se hanno la stessa forma del corpo e relativi componenti, hanno sempre un BMI superiore. Le sue assunzioni riguardo alla distribuzione tra massa magra e tessuto adiposo non sono esatte. Il BMI generalmente sopravvaluta l'adiposità su coloro che hanno più massa magra (ad esempio gli atleti) e sottovaluta l'eccesso di adiposità che si può trovare in coloro che sono più magri. Uno studio del Giugno 2008 fatto da Romero-Corral et al. ha esaminato 13.601 soggetti presi da un'intervista fatta negli USA (United States third National Health and Nutrition Examination Survey (NHANES III) e trovò che l'obesità riscontrata secondo i calcoli del BMI (BMI >30) era presente nel 21% degli uomini e il 31% delle donne. Tuttavia usando le percentuali del grasso corporeo, l'obesità fu riscontrata nel 50% degli uomini e nel 62% delle donne. Dunque di certo il BMI mostra un alto grado di specificità ma non di sensitività (che può essere riferita ad un dato più qualitativo).
Il matematico Keith Devlin sostiene che l'utilizzo del BMI possa portare ad errori di valutazione nel concetto di salute e con Eric Oliver, professore dell'Università di Chicago, sostengono che debba essere rivisto. Uno studio pubblicato sul Journal of the American Association (JAMA) del 2005 mostrò che le persone in sovrappeso avevano un rischio di mortalità simile alle persone normopeso così come definite usando il parametro del BMI, mentre le persone sottopeso e le persone obese avevano un rischio maggiore. Senza parlare del fatto che il calcolo matematico in sé non tiene conto della costituzione della persona.
Insomma di certo da tutto ciò si evince che l'opinione che ho della bilancia è per me per molti versi negativa in quanto di essa se ne fa un uso improprio, non utile e altamente pericoloso soprattutto per i ragazzi che ad essa affidano, come detto la propria autostima.
Sappiamo infatti che le variazioni che essa registra di giorno in giorno sono del tutto arbitrarie, essendo dovute a liquidi in eccesso, variazioni ormonali etc. Ma saperlo non serve dal momento che poi in realtà la si utilizza per controllare che il peso scenda sempre di più, e venga decisa una diretta diabolica corrispondenza tra quanto si mangia e si beve e il numero mostrato dalla bilancia! Come se il cibo non venisse utilizzato come carburante, come se questo non subisse un processo di trasformazione, ma andasse a depositarsi così com'è sul proprio corpo in maniera implacabile ed indelebile!
Chissà forse l'inconscio si rivolge in realtà alla bilancia un po' come i Greci facevano nei confronti dell'Oracolo di Delfi, come emanatore di una sentenza di giustizia. Del resto la bilancia, soprattutto quella a bracci, è uno dei più tradizionali simboli di giustizia. Si trovano spesso statue di donne che la sorreggono, personificando in tal modo la Giustizia, secondo una simbologia comune di origine greco-romana. Ci sono però cose che la bilancia non potrà dire, pesi che non potrà mai misurare, cifre di dolore che non sarà mai in grado di tradurre.
In molti ricorderanno un film di qualche tempo fa dal titolo - 21 grammi - . In esso si racconta di un esperimento che il dottor Duncan MacDougall aveva iniziato intorno agli inizi del Novecento e che consisteva nel pesare le persone prossime alla morte nel tentativo di scoprire l'esistenza dell'anima. Scoprì che in effetti vi era un calo di peso corporeo di qualche grammo, 21 appunto.
Togliere al proprio corpo il piacere del cibo e con esso tutte le sue valenze emotive ed affettive, in un certo qual senso equivale ad operare un - taglio - con tutto ciò che può portare un godimento. E dunque, cos'è che ci permette di sentire il godimento, il piacere della vita: l'anima, la mente, il corpo? O abbiamo bisogno in realtà di un movimento sincrono in cui tutte queste componenti possano coesistere nutrendo l'un l'altra?
Roberto Assagioli, il padre della Psicosintesi scrisse: - C'è una naturale propensione ad evolvere. Però questo processo implica grandi rivolgimenti e molti, per paura, lo bloccano. Ciò provoca irrigidimento e quindi involuzione. Si potrebbe dire che ogni patologia è un processo di crescita andato a male - (Roberto Assagioli, in Ferrucci, op. cit. pag. 102).
Una riflessione importante questa che riporta noi tutti al significato insito nella crescita, al processo che l'evoluzione richiede, e che implica un continuo spostamento dell'asse interno che è in ognuno di noi, del proprio baricentro, e che fa della ricerca dell'equilibrio una continua mutazione, un movimento perpetuo che tanto ci ricorda la ruota di cui parlano gli indù (ma anche quella della tradizione sciamanica) e che rappresenta il ciclo della vita, della morte e della rinascita. Un cerchio dunque, in cui la vita viene rappresentata in tutti i suoi aspetti, dove la logica del numero non entra come sbarramento bensì come ponte, come simbolo di transizione, non come giudizio, ma come valutazione.

Anna Scelzo
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