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Autore: Franco Filiberto
Titolo: La mossa del gambero
Genere Thriller
Lettori 148
La mossa del gambero

Era sempre così, verso sera, sul finire dell'estate.
Nasceva da qualche parte fra le montagne e calava, leggera, verso la valle superando le colline e le case sparse, intrufolandosi nei granai e nei fienili. Poi la striscia di bosco, dove giocava con i rami degli alberi e con i cespugli di mortella e di corbezzoli, fino agli spazi aperti, ai vigneti, ai campi coltivati, dove disegnava ritrose e onde che si rincorrevano senza sosta per andare a svanire lontano, sulla superficie di quel mare verde.
Qui, la brezza s'incanalava fra le sponde del fiume e prendeva vigore, facendo rabbrividire i canneti e dondolare le barche legate alle boe, passando indisturbata fra le maglie delle reti, fra i cavi tesi, le cime gocciolanti e i pali incatramati dei pontili.
Leggero come un sospiro, il vento lambiva l'acqua del fiume e la increspava nel senso inverso alla corrente, come a trattenerla, come se non accettasse di vederla andare a perdersi nel mare.
Più avanti, la periferia della città con i palazzoni di mattoni rossi, i terrazzini impilati in bell'ordine, i giardinetti e le siepi d'alloro, il ponte della ferrovia con le massicciate piene di graffiti colorati e la vecchia torre di guardia.
Ora, alle rive erbose si erano sostituite le sponde in muratura e i palazzi del centro si rispecchiavano tremuli nel fiume che disegnava una grande ansa verso occidente.
La brezza passava attraverso le luci dei ponti, si divideva nei vicoli stretti e nelle piazze, nelle strade e nei giardini nascosti.
Jada alzò il muso e fiutò l'aria.
Era sempre così, verso sera, sul finire dell'estate, ma non quella volta, non per Jada.
Fra gli odori di fiori e d'erba, di letame, di terra, di fumo e di acqua ferma, percepì qualcosa che le fece emettere un latrato sommesso, roco, quasi un lamento: era l'inconfondibile odore della morte.

Per Martina, le giornate d'estate, le belle giornate, iniziavano con una robusta tazza di caffè nero che beveva, a piccoli sorsi, rannicchiata su una sedia di vimini, in giardino.
Quella mattina, Jada non andò, come faceva sempre, a farle le feste e ad accucciarsi vicino a lei.
Fu lei a chiamarla con la voce ancora assonnata: - Buongiorno! Vieni. -
Il cane accennò uno scodinzolio e le andò vicino.
- Che c'è, Jada? È tutta la notte che non trovi pace! - chiese Martina, scompigliando il pelo sulla testa del cane.
Jada tornò verso il cancello.
- Vuoi uscire? Va bene, fammi finire il caffè e andiamo. -
Il cane annusava l'aria e, a tratti, strusciava la zampa sul cancello.
- Ho capito! Fammi vestire! -
Martina s'infilò una tuta da ginnastica, prese il guinzaglio e uscì in giardino.
Jada non si abbandonò alle consuete manifestazioni di entusiasmo, limitandosi a un dimesso scodinzolio.
Appena il cancello si aprì, il cane cominciò a tirare e Martina dovette più volte contenere il suo entusiasmo, con decisi strattoni al guinzaglio.
- Cos'hai, stamattina? T'ha morso una tarantola? -
Jada ignorò i giardinetti, meta abituale delle sue uscite, e puntò verso il fiume con Martina che la seguiva, cercando di moderare la sua irruenza con continue esortazioni: - Piano, vai piano! -
Passarono il ponte e, in vista della vecchia costruzione che un tempo era servita da stazione di controllo delle piene del fiume, Jada cominciò a lanciare guaiti, sordi come colpi di tosse, e a tirare il guinzaglio con maggior vigore.
Martina, che raramente l'aveva vista in uno stato d'eccitazione simile, assecondò l'andatura del cane, che la indusse ad allungare il passo, quasi fino a correre.
Arrivate alla stazione di controllo, Jada, sempre più eccitata, annusò intorno e cominciò a graffiare con le unghie la vecchia porta, chiusa da una pesante catena arrugginita.
- Cos'hai sentito? Non c'è niente qui - diceva Martina con voce suadente.
Jada sembrava non ascoltare la voce pacata della padrona che cercava di calmare la frenesia che, in un continuo crescendo, si era impossessata del grosso cane lupo che andava da una parte all'altra della facciata dell'edificio per poi tornare sui suoi passi. Quando il cane si alzò sulle zampe posteriori e riprese a graffiare la vecchia porta scrostata, Martina iniziò a preoccuparsi.
- Cos'hai sentito? - ripeté a bassa voce, e la domanda non era rivolta solo a Jada.
- Aspetta - disse, mentre a fatica cercava di spostare due grosse bozze da muratura davanti alla porta.
Salì in piedi sul rialzo improvvisato e quando appoggiò l'occhio a una delle fessure della porta, il cuore le balzò in gola, lo stomaco le si strinse in uno spasmo improvviso e violento e il caffè le uscì di getto dalla bocca.
Poi le si annebbiò la vista e perse i sensi.



II

- Signorina, cosa è successo? -
Martina sentì la voce provenire da qualche parte alla sua sinistra e, contemporaneamente, la lingua di Jada che le leccava il viso.
L'uomo si avvicinò guardingo, tenendo d'occhio le mosse del grosso cane.
Martina non riuscì a dire una parola, si limitò a indicare la porta.
L'uomo si avvicinò ancora: - Non morde mica? - chiese.
Martina si mise a sedere e lo rassicurò, poi con un filo di voce: - Chiami la polizia. C'è un morto, lì dentro! - disse volgendo lo sguardo verso la porta.
L'uomo prese il suo cellulare e compose il 113: - Pronto, venite, c'è qui una signorina che dice che c'è un morto! -
- Chi parla? Dica il suo nome e cognome - rispose la voce dall'altra parte.
- Sandro Orsini, ma non sono io che ho trovato il cadavere. -
- Chi lo avrebbe trovato, questo cadavere? -
- Non lo so, cioè non so come si chiama. È una signorina che era a terra svenuta... -
- Stia calmo e mi faccia capire. Ci sarebbe una signorina svenuta che ha trovato un cadavere. Dove sarebbe questo cadavere? -
- Non lo so, io non l'ho visto. È la signorina che l'ha visto. -
- Quindi la signorina svenuta ha visto il cadavere che poi se ne è andato prima che arrivasse lei! -
- No, cioè sì. Era svenuta, e quando si è ripresa mi ha detto di aver visto un morto, ma io non l'ho visto. -
- Signore, questo è un numero per le emergenze. Non mi faccia perdere tempo: questo cadavere c'è o non c'è? -
Martina, che nel frattempo si era ripresa, fece cenno all'uomo di passargli il telefono.
- Pronto, mi chiamo Martina Pardini. C'è un cadavere all'interno della vecchia stazione di controllo sul fiume. Venite, vi aspetto qui. Il signore con cui ha parlato è un passante che mi ha soccorso. Ero svenuta. -
- Signorina, è sicura di ciò che ha visto? Forse, svenendo... -
- Sono più che sicura! - lo interruppe Martina. - Vi aspetto qui. -

L'auto della polizia arrivò dopo una decina di minuti. Due uomini scesero e, con calma, si diressero verso Martina: - È suo quel cane? - poi, senza attendere la risposta - Lo tenga al guinzaglio. -
- Lo sto facendo - assicurò Martina, che spostò la mano con cui teneva il guinzaglio più vicina al collare.
- È lei che ci ha chiamato? -
- Sì, sono stata io. -
Il poliziotto si accorse subito che l'ipotesi del centralinista che li aveva allertati non corrispondeva a realtà. La ragazza non aveva l'aspetto di una tossica e, a parte il pallore, sembrava a posto.
- Sono l'ispettore Dilani, e questo è l'ispettore Serra. -
- Martina Pardini. -
- Dov'è questo cadavere, signorina? -
Martina si girò e indicando la porta: - Lì dentro. Il cane l'ha sentito e mi ha trascinata sin qui. -
I due si avvicinarono alla porta, poi uno dei due si voltò verso Martina che non si era mossa - È chiusa. Come ha fatto... -
- Guardate dalla fessura - lo interruppe Martina.
Il poliziotto accostò l'occhio alla fessura come aveva fatto Martina e si ritrasse subito, come se la porta scottasse: - Accidenti, accidenti! Serra, chiama la centrale, lì dentro c'è un... macello! -
Serra avvicinò l'occhio alla fessura, e si pentì subito di non aver trattenuto il respiro. Si scostò dalla porta di qualche passo, prese il telefono e chiamò il commissario Pandolfi.

Varcare quella soglia fu come fare un balzo indietro nel tempo, non tanto per i vecchi muri scrostati e gli alti soffitti a volta, era piuttosto la scena centrale che rimandava agli anni bui del medioevo: al centro del pavimento era fissato, in verticale, un palo di metallo. La sommità del palo era conficcata tra le gambe di un uomo, nudo, ne attraversava completamente il corpo e usciva da sopra la clavicola sinistra. Le caviglie dell'uomo erano fissate con delle funi a dei pesi, le braccia erano legate all'altezza dei gomiti con una fune che le teneva verso l'alto, in una posa surreale. La corda che legava i gomiti girava intorno a una carrucola, fissata con un gancio al soffitto, per finire a un bidone di plastica blu, sospeso a mezz'aria. Nonostante la porta fosse stata spalancata e le due finestrelle non avessero più vetri, il fetore ristagnava, forte e nauseante. Il pavimento, di vecchie mezzane in cotto, pendeva verso il fondo della stanza dove si era formata una macchia incredibilmente ampia di sangue rappreso. Il dottor Avenzi, il medico legale, era in piedi vicino all'ingresso e guardava incredulo la scena.
- Buongiorno, dottore. -
- Commissario! Se è un buon giorno, non ne ha davvero l'aspetto! -
Pandolfi guardò la vittima illuminata a tratti dai flash della scientifica che era già al lavoro. Dopo i rilievi fotografici, sarebbe stato possibile tirare giù il corpo e, forse, capire qualcosa in più.
- Usciamo - disse Pandolfi, rivolto al dottore. - Qui non si respira! - aggiunse spostando di lato il telo che proteggeva la scena dalla vista di curiosi assiepati oltre i nastri di delimitazione.
Pandolfi accese una sigaretta e Avenzi, a bassa voce: - Paolo, per ora posso dirti solo che difficilmente si tratta di suicidio! -
Il tentativo di sdrammatizzare del dottore non fu colto da Pandolfi: - In vita mia non ho mai visto niente di simile! È stato impalato, ti rendi conto! Nel terzo millennio! -
- Neanch'io ho mai visto niente di simile. Sarà un lavoro duro, più per te che per me! -

Franco Filiberto
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