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Autore: Davide Buzzi
Titolo: Antonio Scalonesi
Genere Thriller Noir
Lettori 173
Antonio Scalonesi

Memoriale di un anomalo omicida seriale (Il lato inesplorato).

Il primo uomo.

Il primo uomo che ho ammazzato non lo dimenticherò mai. Tutti gli altri sono solo dei numeri, dei casi della vita o degli aneddoti semmai, ma il primo no. Quello mi rimarrà per sempre impresso. Un po' come il primo amore, la prima scopata, la prima sigaretta, la prima automobile; sono ricordi che ti seguono per il resto della vita.
Nessuno me l'aveva commissionato. Per dirla tutta, me lo ero commissionato da solo. Era, in poche parole, un regolamento di conti, una cosa tra me e lui.
Vede signor procuratore, non che sia poi così importante ciò che successe prima, le basti sapere che fu un suo sgarbo nei miei confronti a costargli la vita. Una sera lui mi aveva insultato in pubblico, mi aveva calpestato con le parole cercando di farmi apparire viscido e traditore davanti a tutte quelle persone. Lo avevo guardato senza rispondere, in preda a una collera controllata, ma nelle tasche del cappotto i miei pugni si erano stretti così forte che l'impronta delle unghie mi era rimasta impressa nelle palme delle mani.
Così gliel'avevo giuratà e più tardi gliel'avevo pure detto: - Comincia a contare i giorni, perché questa te la faccio pagare! - .
Lui, in tutta risposta, mi aveva riso in faccia scuotendo il capo. Lo rivedo con quel suo ghigno strafottente in quel suo testone rotondo di uno che nella vita non ha mai avuto un giorno senza pane.
Avevo lasciato passare tre mesi senza muovere una foglia, senza più tornare sull'incidente con nessuno. Poi discretamente iniziai a seguirlo.
Durante la settimana, in giorni diversi e mai consecutivi, mi appostavo sotto casa sua il mattino presto. Raggiungevo quel luogo a piedi senza troppi rumori e abbastanza anonimamente, visto che stava a soli cinquecento metri dalla mia abitazione. Nascosto dietro il muro della vecchia filanda, chiusa ormai da qualche anno, attendevo che uscisse per andare in ufficio, cosa che faceva tutte le mattine alle 6.30 - tranne la domenica - regolare e preciso come un orologio.
Uscito dalla porta di casa, che stava dirimpetto alla strada, si guardava a sinistra e a destra e poi attraversava. Giunto sull'altro lato prendeva a sinistra seguendo il muro della filanda e infine mi passava accanto senz'accorgersi della mia presenza. Aspettavo che si distanziasse un poco e poi prendevo a seguirlo discretamente, annotandomi tutti i suoi orari e le sue abitudini.
Il posto era isolato e a quell'ora non passava quasi mai nessuno. Così non mi era difficile restare nascosto e osservare senza essere notato da alcuno.
La sera la passava quasi sempre nello stesso bar, con la moglie che penso non lo aspettasse nemmeno più per cena. Qualche volta se ne andava via, all'estero credo. Lo lasciavo andare e aspettavo tranquillo il suo ritorno, seguendo la mia routine quotidiana.
Quando ricompariva dai suoi viaggi ricominciavo a seguirlo. Arrivai a conoscerlo così bene che avrei potuto confondermi con lui, se non fosse che il mio aspetto fisico era lontano anni luce da quella specie di barile ambulante.
Lui non si accorse mai di essere seguito, così spocchioso e sicuro della sua invulnerabilità. Ogni tanto capitava che decidessi di incrociare il suo cammino, così, con indifferenza. Ci guardavamo un istante senza parlare, mentre il suo viso si accendeva di un sorriso beffardo e cattivo, poi ognuno proseguiva per la sua strada.
E giorno dopo giorno passarono altri tre mesi. Sei lunghi mesi ad aspettare e a seguirlo con attenzione per imparare a conoscerlo e forse anche perché, in fondo, non ero per nulla sicuro di avere il coraggio di portare l'opera a compimento.
Ma più passava il tempo e più la mia determinazione aumentava, tanto che un giorno capii che era giunta l'ora di arrivare a una conclusione.
Preparai tutto bene, curando i minimi particolari. Ma mi serviva un'arma, questo era indubbio!
Alla morte di mio padre mi ritrovai a dover sgombrare l'appartamento nel quale per oltre vent'anni aveva vissuto solo, dopo che mia madre era venuta a mancare. Dentro una scatola per scarpe, che stava imboscata in fondo a un armadio sotto una pila di vecchi abiti dismessi, avevo ritrovato la sua pistola SIG Sauer P220 calibro 9. L'aveva comprata negli anni '70, quando era stato assunto da una società di sicurezza che si occupava della scorta armata di furgoni porta valori. All'epoca io ero appena un bambino, ma me la ricordavo bene quella grossa pistola che pendeva in una fondina di cuoio che stava appesa sul fianco dei calzoni da lavoro del mio vecchio. Lavorò per alcuni anni per quella ditta poi, quando improvvisamente mia madre si ammalò e in pochi mesi se ne andò, senza che nessun dottore fosse riuscito a capire bene cosa l'aveva consumata fino alla morte, mio padre lasciò quell'impiego per dedicarsi di più a me e se ne andò a lavorare in una bottega di frutta e verdura. Ma a un certo punto la pistola era sparita e mi ricordavo che mio padre aveva inoltrato una denuncia di smarrimento per quell'arma, che comunque non era mai stata ritrovata, fino a quando non era miracolosamente ricomparsa in fondo a quell'armadio. Non so bene per quale motivo, ma comunque non feci parola con nessuno di quel ritrovamento. Semplicemente mi recai in polizia e chiesi conto di quella denuncia di smarrimento. All'agente di servizio spiegai che, data la morte del mio genitore, volevo sapere se quella famosa pistola scomparsa era stata per caso ritrovata o se fosse sempre irrintracciabile.
L'agente mi fece compilare un formulario e qualche giorno più tardi ricevetti una raccomandata da parte della Procura pubblica che purtroppo confermava il mancato ritrovamento dell'arma e che ormai, visto il tempo passato dalla scomparsa, questa poteva essere considerata definitivamente smarrita. In ogni caso, qualora in merito ci fossero state delle novità, quale erede del denunciante, sarei stato immediatamente informato.
Adesso, caro procuratore, non mi venga a chiedere il perché e il percome quella pistola scomparsa in effetti non fosse tale ma se ne stesse in pensione in fondo a quell'armadio. Non sono un veggente e non ho il potere di colloquiare con i morti. Pertanto si accontenti di quanto le ho potuto dire in merito, che in effetti corrisponde in toto a quanto ne so io. Né più e né meno!
Come mai non denunciai il ritrovamento dell'arma ma me la tenni per me? Non glielo so proprio dire, caro procuratore. Forse fu per istinto o magari solo per incoscienza. E che ne so? Sta di fatto che la pistola rimase nella sua bella scatola per scarpe, limitandosi a passare da un armadio all'altro, ovvero in quello di camera mia. E lì rimase inoperosa pensionata fino a quando..., aspetti, andiamo con ordine! Va bene?
Quindi, mi serviva un'arma, che a tutti gli effetti possedevo senza però saperla usare. Così pensai bene di andarmi a procurare una pistola uguale a quella del mio vecchio. Comprai perciò una nuovissima pistola SIG Sauer P220 regolarmente registrata, e relative munizioni, in un'armeria di Lugano. Per farlo dovetti presentare il mio estratto del casellario giudiziale e riempire un po' di carte. Essendo incensurato e non avendo alcuna pendenza legale in corso, il permesso d'acquisto mi venne rilasciato senza problemi e la pistola prese la strada di Orbello. Fatto questo, mi iscrissi alla società Liberi Tiratori di Faggetto e iniziai a frequentare lo stand di tiro per imparare a usare il mio nuovo giocattolo.
Quando finalmente fui sicuro di saper impugnare correttamente l'arma e di essere in grado di colpire una lattina di birra a 10 metri di distanza, iniziai a elaborare il piano.
Una volta che ebbi deciso come agire, pensai fosse finalmente giunto il momento di provare l'arma del mio vecchio e a questo scopo una notte andai in una cava di marmo abbandonata nei pressi di Peccia dove, lontano da occhi e orecchie indiscreti, sparai qualche colpo di prova. La vecchia SIG funzionava ancora che era una meraviglia.
Adesso non restava che procedere con il resto del piano. Qualche giorno più tardi attraverso Internet ordinai una confezione di guanti di gomma da veterinario. Arrivavano fino al gomito, li usavano per le inseminazioni degli animali. Poi mi procurai un sacchetto in tela di cotone grigia, grande poco più di un guanto, e munito di chiusura con lacci sull'estremità aperta.
Era inverno e il buio, si sa, rimane costante e cupo fino a dopo le sette.
Quella mattina mi vestii tutto di nero, mi infilai sul braccio destro il guanto da veterinario, indossai un cappotto, anche quello nero, e impugnai la pistola del mio vecchio. Ricoprii il tutto con un sacchetto di plastica per surgelati, sopra ci infilai il sacchetto di tela e tirai i lacci con i denti fino a chiudermelo al polso.
Poi, come avevo fatto altre infinite volte durante l'anno appena trascorso, ero andato a piedi fino a casa sua e come d'abitudine ero rimasto ad aspettarlo sull'altro ciglio della strada, appena nascosto dietro il muro della filanda in disuso.
Alle 6.30, regolare come sempre, il Coglione era uscito di casa, aveva guardato a sinistra e poi a destra e aveva attraversato. Giunto sull'altro lato della carreggiata aveva preso a sinistra e si era avviato verso l'ufficio, seguendo come sempre il muro della vecchia filanda in fondo al quale io lo stavo aspettando con la mia pistola.
Avevo lo stomaco in subbuglio e il cuore mi batteva all'impazzata. Dentro sentivo però una forza innaturale e mai provata. Così appena lui mi passò accanto gli sbucai alle spalle, tenendo la pistola - nascosta nel sacco di tela - sollevata all'altezza della sua testa, e lo chiamai per nome. Lui si girò di scatto e mi guardò con i suoi occhi porcini e il viso dipinto di sorpresa. Credo che non si fosse reso conto di ciò che volevo fare, visto che la pistola non si vedeva.
Fino a quel momento non sapevo ancora se veramente sarei stato capace di uccidere un uomo e fino all'ultimo istante rimasi convinto che non l'avrei fatto.
Lui poi alzò la sua mano davanti al viso, quasi come a proteggerselo o forse per guardarmi meglio, e fece un passo nella mia direzione...

Davide Buzzi
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