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Writer Officina
Autore: Massimiliano Fusai
Titolo: E
Genere Mistery
Lettori 102
E

Era un'estate molto calda e la notte era afosa.
Una strana atmosfera si respirava quel giorno.
Un silenzio senza precedenti, le stelle impazzite che sembrava mordessero per quanto luccicavano nel cielo nero e sterminato che contornava le piccole e deliziose figlie del sole e della luna.
Lui era appena stato svegliato da Oliver Hardy e Stan Lorel che dal poster sopra il letto lo chiamavano concitati.
- ehi sveglia! I sogni sono già tutti sui tetti - lo rimproverava Olio.
- Uh sbrigati, sbrigati o farai tardi - piagnucolava Stanlio.
Angelo se ne stava ancora stravaccato sul letto con le lenzuola ai piedi e il cuscino sulla faccia, non poteva credere che tutto ciò stava accadendo a lui.
- ok, ok, va bene, ora vado - rispose al poster con i due comici che saltellavano e si agitavano.
- Ohhh.
- Uihhh.
Angelo cadde letteralmente dal letto, si rialzò barcollando e si infilò i calzoni mentre John Belushi lo guardava di traverso, con il suo tipico sopraccilio sollevato, da un altro poster sulla parete della sua stanza che era piena di poster.
Nonostante i quarant'anni Angelo non rinunciava a idolatrare i suoi miti.
Da una parte i quattro baronetti di Liverpool si divertivano da matti a guardarlo barcollare mentre si vestiva e suonavano a little help from my friends.
Con il loro solito sorriso smagliante, come da contratto, Paul, John, George e Ringo se la spassavano davanti a quella scena.
Elvis, sempre impegnato nel suo pelvico movimento, aveva un'espressione grave e sembrava sinceramene preoccupato per Angelo e il suo spaesamento.
- Ora vado, ora vado. - brontolava agitato Angelo.
Finalmente riuscì a vestirsi, ma erano le due di notte e quando aprì la finestra si rese conto dell'ora buia. c'erano comunque tante stelle in cielo e una luna pacioccona rischiarava la stretta via sotto la finestra e il paese.
Era una notte elettrica.
Angelo salì sul davanzale e si gettò nel vuoto.

Il pomeriggio estivo a Sarsina era davvero torrido, ma grazie agli Appennini che la proteggevano da vicino qualche ombra di sollievo la si trovava sempre.
Giacinto quel giorno era in casa di una dolcissima famiglia a fare ciò che per lui era una missione: tenere compagnia ai divani casalinghi quando i loro padroni stavano fuori casa.
Erano fantastici i divani, sapevano raccontare un sacco di cose interessanti sui loro proprietari.
Nello specifico, il divano sul quale si trovava seduto quel giorno, era pulitissimo e sembrava non lasciare alcun indizio sulla famiglia che lo possedeva.
In realtà bastava sedervici sopra per capire tante cose.
Il divano aveva i cuscini duri, sembrava praticamente nuovo, niente macchie, niente molliche, niente capelli o altro.
Era chiaro che non veniva usato molto.
La sera la famigliola non si riuniva davanti alla tivù, lui e lei non azzardavano esplosioni di passione sessuale improvvisa di quelle che sul letto proprio non ci arrivi.
Nemmeno la loro graziosissima bimba giocava su quello che può essere considerato il miglior parco giochi per piccoli mostriciattoli desiderosi di bucherellare le federe e paciugare con merendine appiccicose i cuscini e lo schienale del malcapitato sofà.
Quella famiglia che agli occhi della gente sembrava perfetta in realtà nascondeva un'apatia e una mancanza di calore e comunicazione enormi.
Era molto probabile che i coniugi dormissero pure in letti separati, in crisi sin dai primi giorni di convivenza, lei sicuramente rimasta incinta prima del matrimonio, costretta a sposarsi per buon costume, perché in provincia ancora si usa così.
Lui preso dal panico delle responsabilità che forse ancora non era pronto a prendere, ma di buona famiglia e con una carriera di avvocato avviata, persona rispettabile doveva fare buon viso a cattivo gioco. La bimba inquadrata quasi più per odio che per impartirle una rigida educazione. Rancore per avere bloccato e condizionato le loro vite, certo un rancore celato nel subconscio, Un rancore misto ad amore, ma non c'è cosa peggiore e più distruttiva del rancore misto all'amore.
E' un contrasto che ti consuma dentro, ti logora.
Giacinto se ne stava lì a consolare quel meraviglioso divano.
Lo faceva gratuitamente e la gente lo lasciava in casa da solo perché si fidava di lui. Era una brava persona, un ottimo restauratore di mobili e tappezziere raffinato, solo un po' particolare e in fondo alle persone faceva piacere che restasse per qualche ora nelle loro case perchè diventava anche un buon antifurto.
Le sue giornate si alternavano tra questa attività e quella vera di antiquario, ma non aveva orari.
Il suo lavoro era la sua vita, la sua passione.
Non lo stancava e non lo preoccupava.
I mobili erano intrisi di umanità, raccontavano storie incredibili che nessun libro avrebbe mai raccontato così dettagliatamente.
- Caro Giacinto sapessi che desolazione qui dai Fazi, in questa stanza sempre vuota e silenziosa.
Mai un dialogo, un litigio magari, niente.
Solo tutto il giorno e quando tornano a casa quasi non si parlano.
La tivù in ogni camera e ognuno a guardarsi il proprio programma.
Il divano raccontava tutto triste e Giacinto ascoltava e provava pena per quella inanimata, per tutti, ma non per lui, creatura desolata.
Il pomeriggio mordeva col sole, ma la stanza era fresca e Giacinto ne assaporava il silenzio rotto solo dal frinire incessante delle cicale che arrivava dai campi e dai boschi fuori dal paese.

Giacinto uscì dalla casa dei Fazi verso le tre del pomeriggio.
Tolse la chiave dalla toppa della serratura dopo averla girata più volte per chiudere la porta e la nascose sotto un mattone come gli aveva detto di fare Gianluca Fazi, il capofamiglia.
Si avviò al suo laboratorio e con tristezza, ripensando ancora a quel povero divano, cominciò il proprio lavoro con solerzia e concentrazione come sempre.
Fu la sera, al ritorno dal lavoro, che successe qualcosa di davvero strano.
Di solito Giacinto si attardava in bottega, nemmeno si accorgeva del tempo che passava e a casa nessuno lo attendeva.
Solo quando si sentiva davvero stanco doveva forzatamente staccare.
Erano quasi le undici di sera, Giacinto percorse lentamente e con passo leggero via Guerin Cappello per tornare a casa. Abitava in un edificio particolare che a Sarsina tutti chiamavano "la casa di Plauto" in quanto si presumeva vi fosse nato e vissuto il famoso commediografo dell'antica Roma. Da una parte la cosa gli faceva piacere, dall'altra lo infastidiva un po' perchè spesso e volentieri comitive di turisti si fermavano a fotografare l'edificio. Una volta arrivato si apprestò a salire le scale che portavano al pianerottolo di ingresso, ma ad un tratto ebbe la strana sensazione di scorgere Eleonora girare l'angolo della via.
Eleonora aveva undici anni e non era normale si trovasse fuori di casa sola a quell'ora, avrebbe dovuto essere in casa con i suoi genitori.
La chiamò, ma non ebbe risposta, sentì un ronzio stranissimo, si diresse anche lui nel punto dove l'aveva scorta di spalle, silenziosa, quasi come fosse un fantasma, intanto il ronzio svanì lentamente, come qualcosa che si allontanava.
Giacinto girò l'angolo, ma di Eleonora nessuna traccia.
La cosa lo tranquilizzò, se c'era davvero una bambina non poteva essere scomparsa così nel nulla, non c'erano traverse o passaggi che incrociassero il viale dove potersi nascondere o deviare, se c'era qualcuno doveva per forza essere lì.
Pensò di avere avuto un' allucinazione, con tutto quel lavoro e certo non poteva non prendere in considerazione il fatto che lui parlasse con i mobili.
Forse davvero aveva visto un fantasma.
Non ci fece caso più di tanto.
Poi, una volta sul pianerottolo, gli cadde l'occhio sul tetto della casa di fronte alla sua e gli parve di vedere un uomo sospeso sul tetto, in aria, come un angelo. Guardò meglio, ma non vide più nulla.
Pensò davvero di essere così stanco da avere le allucinazioni.
Doveva riposare.
Ma non sapeva che quella notte gli avrebbe cambiato la vita per sempre.



Il mattino stava alle porte.
Angelo si svegliò sereno e riposato, cosa che gli accadeva già da un po': da quando usciva tutte le notti gettandosi dalla finestra svegliato dai suoi poster che la mattina puntualmente tacevano e tornavano ad essere pallide foto giganti appese da tempo immemore alle pareti della sua stanza.
Erano le sei e Angelo doveva alzarsi e prepararsi per andare al lavoro.
Lavorava in un'azienda agricola un po' atipica.
Si coltivavano erbe officinali che venivano poi trasformate in rimedi erboristici e il suo compito era quello di etichettare le bottiglie che uscivano dal laboratorio.
Poteva sembrare un lavoro noioso rispetto a chi lavorava nei campi o alla trasformazione, ma Angelo ne era contento.
In fondo meglio di lui per quel lavoro non c'era nessuno: era veloce e preciso e accettava di buon grado quel ruolo.
Lui era un sognatore e quel tipo di attività lo lasciava libero di poter spaziare con i pensieri e volare con la fantasia.
Tuttavia d'estate veniva impiegato anche per raccogliere le erbe nei campi dando supporto ai colleghi che si occupavano dei lavori agricoli.
Il fatto che la mattina si svegliasse riposato gli dava la convinzione che quelle alzatacce notturne, dove veniva incitato dai poster ad uscire dalla finestra della sua stanza che si trovava al quarto piano di un vecchio palazzo in via Cesio Sabino, altro non fossero che un sogno, vivido, ma solo un sogno.
Dopo essersi preparato uscì e scendendo le scale vide Elisa, la sua vicina di appartamento, scendere di fretta le scale, come se scappasse da qualcosa.
Angelo sapeva da cosa fuggiva.
Da un po' di tempo suo marito Renato la maltrattava, almeno così si diceva in giro.
Del resto lui stesso li aveva sentiti litigare violentemente perchè la porta di ingresso del loro appartamento era proprio di fronte alla sua e dal pianerottolo si sentivano molto distintamente grida e botte.
Elisa era un donna meravigliosa: bella e gentile, sempre pronta a regalare un sorriso a chi la incontrasse.
Anche se ultimamente la si incontrava davvero poco visto che non usciva mai.
Angelo ne era innamorato e avrebbe tanto voluto aiutarla.
Sognando ad occhi aperti immaginava di intervenire durante una lite violenta con il marito, di assestargli un cazzottone alla Tex Willer e ricevere da Elisa un bacio di riconoscenza.
Fantasie da bambino, ma nonostante i quarant'anni Angelo un po' bambino lo era rimasto.
Lo testimoniavano i poster appesi in camera sua e il sogno strano che ogni notte puntualmente faceva quando Olio e Stalio lo svegliavano concitati convincendolo ad uscire di casa direttamente dalla finestra.
Avrebbe voluto raggiungere Elisa e chiederle se le andava di prendere insieme un caffè.
Ma era cosa impossibile e lui lo sapeva.
Suo marito la controllava sempre.
Renato faceva i turni in fabbrica e lei poteva uscire soltanto quando lui era a casa e aveva la possibilità di tenerla d'occhio.
Mentre usciva Renato la guardava dalla finestra dietro le tendine fino a quando lei non svoltava l'angolo.
Poi scendeva e la spiava da lontano, senza farsi vedere.
Era un pazzo e Angelo temeva per Elisa e temeva che prima o poi lui stesso lo avrebbe dovuto affrontare.



Giacinto uscì di casa di buon grado, aveva un bel mobile dell'ottocento da restaurate e non vedeva l'ora di ascoltarne la storia.
Appena uscito di casa notò sulla via, davanti la porta dei vicini una camionetta dei carabinieri.
Non vi diede molto peso: a Sarsina non succedeva mai un granchè, probabilmente erano lì per qualche trascurabile denuncia o chissà quale tipo di controllo.
Non erano fatti suoi e non amava farsi i fatti degli altri sebbene spesso ne era costretto.
Amava la discrezione e l'unica cosa che lo portava ad entrare nelle case degli altri era la passione per i divani e i mobili da restaurare.
Certo il fatto che ne leggesse la storia lo portava a conoscere molte cose delle persone che lo chiamavano per lavoro o accettavano la bizzarra attività di divano sitter, ma sapeva deontologicamente farsi scivolare addosso ogni cosa, ogni notizia, ogni pettegolezzo che i mobili chiacchieroni gli raccontavano.
Insomma era un tipo silenzioso e affidabile.
Si incamminò verso la bottega che stava a pochi passi da casa sua, mentre una comitiva di giapponesi lo fotografava forse pensando fosse il fantasma di Plauto uscito dalla sua casa di buon ora. Sarsina era una antica testimonianza della potenza dell'Impero romano. Una cittadina di circa tremila abitanti che vantava un bel museo di reperti dell'epoca e una chiesa meravigliosa risalente al decimo secolo.
La chiesa era una presenza forte e rassicurante.
Sorvegliava da sempre la piazza intitolata proprio a Plauto e silenziosa accompagnava, con la sua discreta ombra, le attività dei sarsinati che lì avevano il loro luogo di ritrovo, nei bar o semplicemente seduti sul muretto della cattedrale stessa.
Sembrava che nessuno facesse caso a quell'imponente e massiccia figura, ma era chiaro che Sarsina, senza la sua chiesa, non sarebbe stata la stessa e che se un giorno, improvvisamente, la cattedralle fosse scomparsa tutti ne avrebbero sentito, in maniera pesante, la mancanza. La chiesa era Famosa anche per il suo santo patrono: San Vicinio che cacciava il demonio dalle anime possedute con il collare di ferro che il santo portava al collo quando era in vita .
Ogni tanto arrivavano personaggi esagitati che a fatica venivano condotti in chiesa ed esorcizzati.
Argomento questo sul quale molti cercavano di dare una spiegazione facendo risaltare il fatto che molti di questi sventurati potevano soffrire della sindrome di Tourette o semplicemente di schizofrenia, ma i fedeli credevano fermamente al potere del collare miracoloso e la chiesa era meta di pellegrinaggi continui per ricevere la benedizione e cacciare via il male dalla propria anima.
Una volta in bottega, che stava proprio di fronte alla piazza, Giacinto si mise subito al lavoro sul bel mobile ottocentesco. Si capiva la sua collocazione temporale grazie alla forma tondeggiante e agli inserti nel piano di radica di noce fatti con avorio e faggio che rappresentavano dei putti in un giardino paradisiaco, ma soprattutto si capiva dalla serratura dei due cassettoni che era esterna, cioè non comperta da una calotta di metallo, dove si poteva notare che il meccanismo di apertura e chiusura non era costruito, ribattuto e assemblato a mano con inserti di metallo morbido, ma la lavorazione era avvenuta con metodi industriali, così come le viti che, ad un attento esame, mostravano una filettatura eseguita con una trafilatrice, cosa che in epoche precedenti non era possibile. Il piano era segnato da tracce biancastre di vasi, soprammobili e tazze. Nelle rifiniture sedimentava polvere, ma anche fuliggine e cenere.
Doveva essere stato in una casa con un camino.
Certamente era stato in più di una casa, c'erano tracce di una sostanza ormai indurita che poteva essere qualsiasi cosa, talmente indurita che non era più possibile toglierla solo con acqua e straccio. Le guide dei cassetti erano consumatissime e alcune parti di legno si erano scollate e stavano venendo via.
Ma in generale il mobile era ancora solido.
Anche se alcune muffe dimostravano che era stato in un luogo umido e freddo per parecchio tempo le mani sapienti di Giacinto lo avrebbero fatto tornare il gioiello che era un tempo.
- Ora ti darò una bella passata di diclorometano di modo che qualsiasi schifezza ti abbiano dato in superfice anni fa si dilegui mentre ti spazzolo bene e vedrai che il tuo colore originale tornerà in superficie. Poi ti renderò più solido. Vedrai, tornerai splendido.
Giacinto si aspettava una risposta dal comò, ma il mobile tacque.
Ciò lo inquietò un po'
- Che succede? Non ti fidi di me?
Nessuna risposta arrivò.
Era la prima volta che Giacinto si trovava spiazzato di fronte a un mobile antico.
Di solito erano molto loquaci, spesso logorroici, questo taceva, stava zitto, non parlava.
Mostrava solo le ferite infertegli dal tempo e dall'usura.
Poi, d'un tratto, qualcosa ruppe il silenzio, qualcosa di strano e ambiguo, coome un grido, una richiesta di aiuto ermetica.
In un cassettino superiore c'era qualcosa di ammuffito, non si riusciva a capire cos'era, ma era disgustosa.
Intorno alla muffa c'erano molliche microscopiche.
La cosa avrebbe dovuto sembrare normale: Tutti i vecchi mobili nascondono schifezze al loro interno, ma Giacinto sapeva capire quando un mobile piangeva e soffriva.
Il suo odore cambiava e la superficie si inumidiva come se rilasciasse lacrime di dolore.
Quel mobile aveva visto qualcosa di orribile e quella muffa ne era la testimonianza.
Già, ma cos'era? Forse Giacinto si stava lasciando suggestionare da quel comò così pieno di storia, ma così silenzioso, forse era solo una delle tante schifezze che albergano negli antri inesplorati della mobilia di ogni casa.

La notizia fece il giro del paese in pochissimo tempo, come è normale che sia in un paese di provincia.
Eleonora era scomparsa.

Massimiliano Fusai
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