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Autore: Alessio Moa
Titolo: L'estate interrotta
Genere Young Adult
Lettori 112
L'estate interrotta

Prologo

Quel mese compiva gli anni: quattordici, un numero magnifico. La scuola, già finita. Dimenticata, sepolta. L'esame di Terza media superato brillantemente; davanti a lui la prospettiva di una meravigliosa, interminabile estate. C'era di che essere felici. Se poi i suoi avessero davvero tenuto fede alla loro promessa, se veramente fosse saltato fuori anche il suo scooter... Aveva già scelto il colore: rosso, come il fuoco. Rosso come immaginava dovesse essere il colore della libertà, delle spiagge assolate, della sua estate. Se l'era guadagnata. Era sua. Come lo scooter, il suo mustang, il cavallo selvaggio che lo avrebbe trasportato oltre l'orizzonte del suo quartiere, d'improvviso così limitato, chiuso dentro, sbarrato.

Il futuro era una promessa da cogliere al volo; un sogno, una vaga inquietudine, un videoclip insolito ma suggestivo, senza una sceneggiatura definita, da vivere in prima persona. E adesso era alla sua portata. Sì, il futuro tremava già nelle sue mani. Bisognava solo raggiungerlo. Lui era pronto. Il mondo era pronto per accogliere i suoi sogni? C'era un unico ostacolo. Qualcosa di brutto venuto non si sa da dove, come una nebbia troppo fitta che non si diradava e portava angoscia. Un tormento improvviso si era fatto largo nella sua esistenza, caricandola d'incertezza.

Suo padre stava male.

Era successo tutto in pochi mesi. Una debolezza inspiegabile, un esame banale, responsi sussurrati in stanze buie. Il pianto di sua madre. Forse bisognava solo attendere e tutto si sarebbe sistemato. Rimandare i suoi progetti di poche settimane. La bella stagione sarebbe arrivata in ritardo per permettere a suo padre di guarire. Luglio avrebbe atteso ancora. Serviva solo un po' di tempo per recuperare energie e ottimismo. Un po' di tempo e poi...

L'estate venne comunque e fu puntuale. Si portò via il suo ottimismo e una manciata di sogni. E mai niente fu come prima.


La ragazza dai capelli ardenti


Sia lode alla Fanciulla dai capelli lucenti,
detentrice della chiave d'infiniti mondi,
creatrice della vita in forma di elica,
sorgente delle Tre Virtù, la bella.


Il medico era stato chiaro: le probabilità di una guarigione completa erano poche. La malattia di suo padre era a uno stadio avanzato; sebbene il suo organismo sembrasse reagire positivamente alle prime cure, non era possibile farsi troppe illusioni. Bisognava prepararsi al peggio senza tuttavia perdere completamente la speranza.

Alessio continuava a osservarlo disteso sul letto d'ospedale mentre gli sorrideva debolmente; sul comodino affianco, i fiori di campo gialli e blu legati da un nastro rosso che aveva portato sua madre stavano già appassendo. Un odore di disinfettante misto a sudore e altri fluidi impregnava l'aria rendendola densa, soffocando ogni impulso vitale. Per oltre un'ora era rimasto accanto al letto, rispondendo meccanicamente alle domande sulla scuola che suo padre gli aveva rivolto con una voce esausta che non quasi non riconosceva. Ora voleva solo andarsene da lì e tornare alla sua vita di piccoli impegni e di orari certi. Forse all'aria aperta sarebbe riuscito a cancellare dalla sua mente i fiori appassiti, l'odore di morte che regnava in quel posto e quella voce stentorea che lo atterriva. Suo padre sembrò capire perché, fingendo un'improvvisa sonnolenza, si girò dall'altra parte dopo avergli fatto un cenno con la mano. Lui lo salutò frettolosamente e si diresse verso la porta tirando un involontario sospiro di sollievo.

E invece, appena uscito dall'ospedale avvertì un peso opprimergli il petto e lasciarlo quasi senza fiato. D'improvviso si sentì colpevole e la realtà sembrò piombargli addosso. Suo padre stava male sul serio, forse stava morendo, e la sua unica reazione era stata quella di fuggire via, allontanarsi più in fretta possibile, dimenticarlo.
Eppure continuò a camminare, vagando senza una meta, con la mente in tumulto e una sensazione d'inadeguatezza che lo imprigionava. Intorno a lui le facce sorridenti dei primi turisti della stagione e grida giocose di bambini. L'aria era carica di salsedine, il sole splendeva ancora, poco sopra l'orizzonte.
Giunse sul litorale: vedeva la spiaggia in lontananza, intuiva le onde del mare. D'impulso imboccò le scale di pietra che scendevano fin sulla sabbia e si diresse verso il bar di cui intravedeva l'insegna. La brezza che veniva dal mare gli scompigliava i capelli castani, la salsedine cominciava ad appesantirli, incollandoli. Da dietro al bancone, una vecchia lo guardava con occhi spenti. Chiese un chinotto, si frugò nelle tasche dei jeans per raccogliere qualche moneta e pagò. Fuori un grande patio in legno accoglieva quattro o cinque grandi tavolini in plastica bianca circondati da sedie anch'esse bianche. Nessuno era occupato e Alessio si sedette davanti a quello più esterno; allungò le gambe fin oltre il bordo e si mise a osservare un gruppo di ragazzi e ragazze che, poco più in là, giocavano a pallavolo con un pallone di un colore giallo acceso.
Il bicchiere di chinotto giaceva davanti a lui, dimenticato; l'immagine del viso tormentato di suo padre continuava a riempirgli la mente.
Nei mesi precedenti, quando ancora godeva di buona salute, si erano scontrati spesso, lanciandosi a vicenda accuse crude, spietate. Un giorno lui gli aveva gridato in faccia cosa pensava del suo lavoro, della sua vita, dei valori in cui credeva. Poi aveva gettato a terra con violenza i libri di scuola con cui stava studiando, mentre parole orribili che nemmeno immaginava di poter pronunciare sgorgavano inarrestabili dalle sue labbra.
Per la prima volta aveva visto suo padre scosso, turbato, senza più difese. C'erano stati altri episodi simili anche se meno eclatanti e spesso si era trovato nella situazione di dover saltare i pasti pur di non essere costretto a discutere con lui. Un periodo terribile. Però da qualche giorno si sentiva completamente smarrito, incapace di comprendere quell'inquietante cambiamento di prospettiva.
Era abituato a vedere il suo viso paonazzo mentre gli urlava con voce imponente di divieti e punizioni. Adesso osservarlo in quello stato gli regalava un oscuro, opprimente turbamento, come una vertigine che non svaniva.

A un tratto successe qualcosa.
Vi fu un rapido movimento che lui vide solamente con la coda dell'occhio, poi un rumore secco e un flusso di liquido che improvvisamente lo investiva: si ritrovò con il bicchiere di vetro in grembo e il viso e la maglietta ricoperti di chinotto.
Mentre balzava in piedi cercando di trovare il pacchetto di fazzoletti di carta nei suoi jeans, ascoltò diverse persone soffocare risate appena abbozzate. Il bicchiere finì per terra senza infrangersi, continuando a rotolare sul pavimento di legno fino a che non cadde oltre al patio, sulla sabbia.

- Oddio, scusa! -

Il liquido gli bruciava gli occhi accecandolo. Sembrava che i fazzoletti fossero spariti; comunque lui non riusciva a trovarli.

- Tieni... -

Ancora quella voce femminile che gli parlava. Sentì anche il contatto con qualcosa e si trovò ad avere un fazzoletto in mano; si pulì il viso come meglio poteva. Il fazzoletto era profumato; un profumo strano, forse di ciclamino...

- Scusami. È che non so giocare molto bene... come va? -

Riusciva a vederla ora: una ragazza più grande di lui, poteva forse
avere quindici, magari sedici anni. Una massa di capelli rossi le ricadeva sulle spalle, invadendogli il viso.

- Mi è partita la palla, ha seguito una traiettoria strana e, puf, è finita sul tuo bicchiere. -

Alessio continuava a osservarla: dal suo strano accento non riusciva a comprendere se fosse italiana o provenisse da qualche lontano paese dell'est: non capiva nemmeno di che colore fossero i suoi occhi, se è per questo.

- Il fazzoletto puoi tenerlo: hai la maglietta macchiata però, mi spiace. -

Si guardò la chiazza scura che gli macchiava la t-shirt dei Boston Celtics; comunque si sarebbe asciugata presto.

- Ma te proprio non parli eh? -

- Io... non mi va di parlare. -

Uno dei suoi amici venne a riprendersi il pallone che si era infilato sotto una sedia poco più in là e lo guardò con diffidenza.

- Beh, allora ciao ‘ragazzo che non parla'. -

- Aspetta... da dove vieni? - riuscì a dire di getto prima che se ne andasse.

- Da dove vengo? Dalla luna credo. Non è evidente? -

- Mi prendi in giro? -

- Di solito prima del luogo, si domanda il nome. Giusto? OK,
allora te lo chiedo io: come ti chiami? Alessio forse? -

- Come fai a saperlo? -

- Lo so perché... io so le cose. Le vedo dentro. -

Abbassò le palpebre, per un momento che sembrò dilatarsi, farsi solido, occupare l'intero spazio intorno a loro. Quando le riaprì il suo sguardo era diventato malinconico, distante. I suoi occhi erano castani; un colpo di vento allontanò i capelli che le incorniciavano il volto, e il sole li illuminò brevemente: i suoi occhi ora erano verdi.
Alessio scosse la testa quasi con violenza, poi alzò un piede all'altezza del ginocchio e lo torse per mostrarle il lato esterno della scarpa. Le parole gli vennero fuori aspre e nella foga qualche sillaba si accavallò alle altre.

- Ma non dire stronzate! Hai semplicemente letto il nome che ho scritto col pennarello sulle mie scarpe da tennis! -

Lei abbassò il viso guardando il suo piede, con quella luce malinconica che continuava a velarle lo sguardo.

- Può darsi di sì come può darsi di no, tu non puoi saperlo; e comunque hai rovinato un paio di Nike per scarabocchiarci sopra. -

- E a te che importa? -

- E tu perché sei così ostile? Ce l'hai con tutti o ce l'hai solo con me? -

Era il momento in cui i gabbiani apparivano dal mare
volteggiando bassi sulle acque, avvicinandosi alla riva in attesa di
posarsi sulla sabbia a raccogliere rifiuti e avanzi.
Alessio li osservò distrattamente. D'improvviso si sentì stanco. Stanco di quella ragazza troppo sveglia, stanco di quella giornata che sembrava non volesse mai finire, stanco della sua vita che ora gli appariva vuota e insignificante. Sentiva di poter piangere. Prima che potesse succedere alzò il viso verso di lei e disse quasi con tono di sfida: - Mio padre forse sta morendo. Tu come ti sentiresti al mio posto? -

Lo guardò accigliata mentre una prima lacrima solitaria gli spuntava da un angolo dell'occhio. Lui la pulì veloce e spostò lo sguardo verso il sole alle sue spalle che adesso era gonfio e rosso e sembrava appena sospeso sul mare. Era ora di tornare al suo quartiere; sarebbe corso a casa e avrebbe dimenticato tutto. Prima che potesse girarsi e correre via, la ragazza si mosse verso di lui e posò le labbra sulla sua fronte: gli diede un bacio. Poi si avvicinò a un orecchio e gli sussurrò con la sua voce intensa e avvolgente una strana frase, come una cantilena.

Porta questo bacio a chi sai,
sulla fronte ogni mattina lo bacerai,
conoscere cosa avverrà non è dato,
ma se ci credi potrai cambiare il fato.

Fece un passo indietro; i suoi occhi brillavano come smeraldi
verdi e lei compì un bizzarro gesto con la mano, portandosi poi il dito
indice sulle labbra a suggerire un patto segreto che non doveva essere
rivelato. Per un momento sembrò esserci silenzio assoluto intorno a loro e una strana corrente energetica che li univa. Ma l'attimo dopo lei era già via e correva per raggiungere i suoi amici ormai lontani, verso la riva. I suoi capelli color del rame ondeggiavano infuocati dagli ultimi raggi del sole che moriva. La osservò fino a che non scomparve dietro a una fila di ombrelloni chiusi; poi voltò le spalle al mare e prese a risalire la spiaggia verso la strada costiera.
Ben presto si trovò a correre anch'egli. Mentre si muoveva sospinto dalla brezza che veniva dal mare sentiva la sua mente di nuovo limpida. Una strana urgenza si era impossessata con forza di lui. Le parole della ragazza sembravano riecheggiare ancora, facendosi ogni momento che passava più irreali eppure al tempo stesso più intense, convincenti.
Poteva quasi crederci.
Correre, correre...
Se avesse resistito alla tentazione di girarsi verso il punto dove era scomparsa...
Correre, correre via!
Se non si fosse voltato a guardare il sole che tramontava...
Forse suo padre avrebbe avuto una possibilità.

Non si voltò.

Alessio Moa
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