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Autore: Emanuela Crosetti
Titolo: Come ti scopro l'America
Genere Letteratura di viaggio
Lettori 257
Come ti scopro l'America

Da Saint Louis al Pacifico.

SUONALA ANCORA, BOB!

La città, vista dall'alto, quasi scompare dietro l'immenso Missouri. Le acque scorrono opalescenti e anemiche come un siero malato. Missouri e Mississippi procedono inquieti e insofferenti con irritante lentezza, si confondono con quel cielo atono che incombe su di loro come la più gravosa delle sentenze.
"Only one thing I did wrong: stayed in Mississippi a day too long", cantava Bob Dylan.
Sto per atterrare a Saint Louis.

FIGLIO D'UN CANE

Quando Lewis ricevette la lettera, si trovava ancora a Pittsburgh. E di pessimo umore.
Era giunto in città il 15 luglio 1803 con l'idea di trattenersi soltanto pochi giorni, il tempo necessario a sistemare alcuni affari, ma finì per restarvi sei lunghe e frustranti settimane.
La missiva di Clark arrivò la mattina del 3 agosto, in una di quelle torride giornate in cui il fiume trasuda zanzare e i fumi delle fabbriche non riescono a sollevarsi oltre le loro stesse ciminiere. Lewis la aprì con impazienza temendo un garbato rifiuto. - Amico mio – scriveva Clark – ti assicuro che non c'è altra persona che conosca con la quale vorrei intraprendere questo viaggio se non tu - . Lewis chiuse gli occhi con un sorriso e tirò un sospiro di sollievo: Clark aveva accettato l'invito, sarebbe partito con lui. Ma quando avrebbero potuto lasciare la città? Erano clamorosamente in ritardo sulla tabella di marcia per colpa di un certo William Greenough, l'unico vero responsabile di quelle continue dilazioni.
Lewis ripiegò la lettera, si asciugò la fronte e si precipitò in officina; trovò Greenough ancora una volta ubriaco, quel furfante di un costruttore, ciucco come una campana stonata e col pugno alzato verso i suoi poveri garzoni.
Lo afferrò per la camicia e lo strattonò come se fosse una pelle da conciare, gli intimò di onorare il contratto, di portare a termine immediatamente la barca che un mese prima si era impegnato a realizzare. Una barca lunga 55 piedi che Lewis stesso aveva disegnato e la cui costruzione aveva commissionato all'inaffidabile Greenough ancor prima di arrivare a Pittsburgh.
Erano giorni che il Capitano pianificava la partenza. Ingannava l'attesa facendo e rifacendo ansiosamente i bagagli, ricominciando sempre daccapo l'inventario dei rifornimenti e controllando il livello del fiume che, con sua somma preoccupazione, continuava ad abbassarsi rischiando di mettere seriamente a repentaglio la navigazione.
Meriwether Lewis, nominato capitano da Thomas Jefferson, allora presidente degli Stati Uniti d'America, aveva una missione da compiere: esplorare l'America selvaggia che si estendeva tra la riva destra del fiume Mississippi e le coste dell'oceano Pacifico, Louisiana inclusa. Proprio quella Louisiana che, poco tempo prima, Napoleone aveva (s)venduto agli Stati Uniti per la cifra ridicola di quindici milioni di dollari.
Si trattava di un'America sconosciuta, di quel profondo Far West ancora muto e vuoto, attraversato soltanto da cacciatori, pionieri, commercianti di pellicce e stravaganti avventurieri senza più nulla da perdere ma che, nel corso del tempo, avevano alimentato i racconti e le fantasiose divagazioni di chi viveva a Est. A questo punto Lewis doveva reclutare in breve tempo un manipolo di validi uomini disposti a discendere il fiume Ohio insieme a lui, recuperare a Louisville il luogotenente, nonché compagno d'arme e amico, William Clark e risalire il Mississippi fino a Saint Louis. Da qui avrebbe seguito il corso del fiume Missouri verso ovest fino alle sorgenti, superato le Montagne Rocciose e raggiunto infine il Pacifico. Al momento, però, riuscire a tenere Greenough lontano dalla sua fiaschetta di whisky si rivelava un'impresa di gran lunga più complicata.
Lewis optò per l'unica soluzione percorribile: piazzarsi in cantiere e sorvegliare giorno e notte il lavoro di quei pochi operai rimasti. Ma né i tentativi di persuasione né le minacce ebbero alcun effetto: non ci fu verso di avere la barca finita prima delle sette del mattino di mercoledì 31 agosto.
Tre ore dopo, completate in tutta fretta le procedure di carico, Lewis e i suoi uomini finalmente salparono dal porto di Pittsburgh lasciandosi alle spalle quella chiassosa città e quell'incallito bevitore figlio d'un cane.

LEWIS E CLARK

Sabato 21 maggio 1804, il Corpo di spedizione, comandato dal capitano Lewis e dal luogotenente Clark, composto da ventisei volontari, tre sergenti e da York, lo schiavo nero di Clark, lasciò la città di Saint Louis per iniziare la sua navigazione verso Occidente. C'era anche un cane con loro, Seaman. Lewis lo aveva acquistato a Pittsburgh per venti dollari mentre aspettava pazientemente che il signor Greenough smaltisse la sbornia.
Avevo conosciuto Lewis e Clark tra i banchi universitari, seduti con le divise abbottonate, i cappelli di pelliccia e gli stivali ancora imbrattati dal fango capriccioso del Missouri.
Meriwether Lewis era nato a Charlottesville, Virginia, nel 1774. Uomo leale e colto, introverso, riflessivo e spesso irrimediabilmente malinconico, si distingueva per la risoluta ironia e per la diplomatica pazienza.
William Clark, classe 1770, anch'egli originario della Virginia, aveva conosciuto Lewis mentre prestavano servizio nell'esercito americano. Corporatura solida, temperamento estroverso, Clark era soprattutto un eccellente cartografo con uno spiccato senso dell'orientamento, a parte quella volta che si smarrì nella tempesta quasi travolto dalla corrente del Missouri; lo salvò il suo schiavo York.
Durante le lezioni di Storia quei due fantasmi se ne stavano lì, muti e accorti, perduti nel mare di parole che risaccava tra date rigide e nomi consunti, tra scalpitanti congetture e racconti che, imbolsiti dal loro essere continuamente narrati, avrebbero ubriacato anche un sordo. Si parlava d'America. Ma io l'America la volevo scoprire dentro le parole degli stessi americani, quelle che ti arrivano senza domande, incapaci di prendersi sul serio; quelle abbandonate sui banconi appiccicaticci di qualche diner o scivolate durante un interminabile e sperduto pieno di benzina.
Martedì 9 settembre 2014, alle 10.20 di una mattina quasi autunnale, mi imbarco sul volo UA18L per New York diretta a Saint Louis.

SAINT LOUIS

Eccola, Saint Louis.
Un cumulo di palazzi simili a scatole di cartone affastellate, colori che vanno dal seppia all'antracite, dalla tinta sabbia al sangue rappreso. Lo sguardo frange contro la vertigine verticale di quelle linee spigolose. Le vie hanno l'odore calcificato del barbecue, oppresse da una coltre umida e spessa che giunge strisciando dal Mississippi e accerchia i semafori. Gli edifici sono tra loro così vicini da trattenere il buio anche nelle ore più chiare del giorno, trasformandosi in serbatoi di dubbie intenzioni. Il dissimulato trambusto e la sua mediocre pulizia rendono però Saint Louis una città sincera dove ogni cosa sta dove può.
Per fortuna, a ravvivare uno scenario degno della pittura urbana del più fosco Sironi sono gli afroamericani: adorabili, ironici e gentili, dalla battuta sempre pronta e dalla voglia incontinente di parlare, passo lento e abiti pittoreschi. Sempre sorridenti o irreparabilmente incazzati.
Dave è uno di loro; un ragazzo piuttosto giovane che sembra uscito dagli spalti di una partita di baseball. Indossa pantaloni poco sotto il ginocchio, una maglietta larga più della sua già abbondante circonferenza, scarpe da ginnastica alte e un cappellino rigorosamente a rovescio. Tiene ben stretta nella mano sinistra una bottiglietta semivuota di chissà che bibita e mastica chewing gum con fare flemmatico, un passo dopo l'altro, molleggiando sui talloni con l'aria di chi ha un'intera giornata da perdere. Dave mi coglie in un momento di difficoltà col pagamento della sosta; mi fa cenno di seguirlo e davanti al parcometro mi spiega: - Devi infilarli qui, vedi? È semplice, ogni stallo ha la sua macchinetta e quando scade il tempo lo schermo diventa rosso e lampeggia. Allora prega che la Polizia non se ne accorge altrimenti sono multe, e pure salate... Che diavolo dici? Un biglietto da mettere sul cruscotto? Ma che biglietto, di che parli? - .
Invece di andarsene per conto suo, Dave decide di affiancarmi e così mi obbliga a procedere con il suo stesso passo monotono e sedato. Invidio questa negazione della fretta, questa capacità di trasformare ciò che scorre in una presenza che persiste. I duecento metri che percorriamo insieme mi regalano l'opportunità di guardare ciò che forse avrei solamente intravisto e di ascoltare ciò che probabilmente avrei solamente udito: risa scordate e automobili sature di musica rap, bicchieri dimenticati contro i muri e ingombranti odori di fritto, sfilate di larghi fondoschiena e rigide marce di valigette.
Oh, Dave! Il tuo slang si sta facendo incomprensibile e le poche parole che riesco a cogliere sono isole perdute nel mare di una sintassi sconnessa. Le uniche due che riconosco sono democracy e rights.
Poi lui volta a destra e io a sinistra, smaterializzandoci con la stessa fugacità con cui eravamo apparsi. Dall'altro lato del fiume, un reticolato di lunghi tir ruggenti di merci scivolano sull'asfalto delle tangenziali, tra fabbriche irte di ciminiere e olezzi che ammorbano il respiro; una statua di bronzo seduta su una panchina rimira la città con la malinconia del frontaliere. Tutto intorno, in una calura asfissiante e caliginosa, invisibili stormi di cicale puntellano l'udito. Un'enorme bandiera americana sventola davanti a uno stabilimento tutto cilindri, passaggi sospesi e fumaioli e un'altra, ancora più goliardica, svetta inspiegabilmente sullo spuntone di una gru.
Il quartiere della città vecchia, situato a nord di Saint Louis, è lo spirito pulsante che resiste. Le sue linee imprecise si propagano fra case basse e colorate con ingressi precari e infissi spesso inesistenti. Molte giacciono abbandonate e altre sono ridotte molto male. Una di esse è visibilmente instabile e tutta inclinata da una parte ma sembra volersi adagiare più che crollare; nello sfiorarla si ha quasi la sensazione che vibri.
La popolazione è nera, senza sfumature o eccezioni. Di quel nero che quasi oscura la vista e rende i colori degli abiti ancora più sgargianti e chiassosi.
La maggioranza dei giovani che si incrociano per strada si barcamena tra un bicchiere di caffè americano e una porzione di patatine fritte. Come seguendo un copione, entrano nei fast food lasciando il pick-up acceso a bordo strada, e ne escono con le mani piene di roba fumante; si siedono in auto e mangiano con metodica voracità, musica ad alto volume e qualche ritrosa effusione, se si tratta di coppie o amanti clandestini.
La specialità cittadina è il gelato e il gusto più in voga è l'oreo, in onore del famoso dolce statunitense formato da due biscotti al cioccolato, uno strato interno di crema al latte e un vago richiamo di liquore. La Crown Candy Kitchen, con il suo parapiglia cromatico, forme e proporzioni gigantesche, detiene il primato di miglior pasticceria della città. È stata aperta nel 1913 da due immigrati macedoni ed è arredata con una mobilia in stile anni Trenta, tutta insegne, suppellettili lucide e squadrati posti a sedere.

Emanuela Crosetti
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