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Autore: Maria Carla Mantovani
Titolo: Il fulcro dell'universo
Genere Sci-fi
Lettori 183
Il fulcro dell'universo

L'ultimo raggio di luce filtrò attraverso la fessura sotto la porta del-la cella. Kria appoggiò le dita a terra, come per catturare le ultime scintille del calore morente.
Sospirò. Ora la aspettavano almeno due ore di freddo e di buio.
Quanto lo odiava.
Per il suo corpo, il freddo e l'oscurità erano una tortura.
Areva aveva due calde stelle che ne illuminavano la superficie, e i corpi degli arevani bramavano il calore e la luce.
Ma le celle erano state progettate dai terrestri, che probabilmente non avevano preso in considerazione le loro esigenze; o forse l'avevano fatto, e avevano costruito le prigioni in quel modo proprio per spezzare la volontà dei prigionieri. Sarebbe stato proprio il loro sti-le.
Kria chiuse gli occhi, immaginando Areva all'apice del suo splen-dore, com'era oltre un secolo prima: poteva ancora vedere le sue mae-stose città luccicare alla luce dei soli, le sue foreste lussureggianti e la sua gente felice e prospera...
Com'erano cambiate le cose, rifletté con una smorfia amara.
All'inizio, le I.A. erano sembrate la scoperta che avrebbe reso il lo-ro mondo un paradiso vivente: senza la necessità di lavorare per prov-vedere ai loro bisogni, gli arevani potevano dedicarsi a nobili occupa-zioni.
La povertà e la disuguaglianza erano state sradicate, le arti erano fiorite, gli scienziati avevano scoperto modi per curare la maggior par-te delle malattie.
Riusciva ancora a ricordare i volti dei suoi genitori e la risata di sua madre, la loro pelle malva che luccicava sotto i raggi del sole: i ricordi della sua infanzia le sembravano ammantati di una patina splendente, e non riusciva a capire se fosse perché il mondo di allora era così ric-co, o perché la sua mente le giocava brutti scherzi.
Kria era anziana, anche per gli standard della sua gente, abituata a una vita molto più lunga di quella umana: aveva più di centoventicin-que anni terrestri.
Il suo corpo era ancora forte e robusto, ma certamente non aveva più l'agilità della sua giovinezza.
Forse, se fosse stata più giovane, la sua missione avrebbe avuto successo.
Cinquant'anni fa, l'avrei ucciso.
Ma in fondo, cinquant'anni prima, non aveva capito chi fosse il ve-ro nemico.
Che ironia. Proprio come la storia di Areva.
La costruzione delle I.A. aveva reso il loro mondo un paradiso... e poi lo aveva trasformato in un inferno.
All'inizio, l'espansione autonoma della vita inorganica era sembrata una caratteristica migliorativa, una sofisticata capacità di risolvere i problemi, ma presto era diventata indipendente, incontrollabile...
Kria rabbrividì di nuovo, rivedendo davanti a sé le macchine che si erano ribellate contro di loro in un esercito compatto, inarrestabile, che non conosceva né fatica né pietà, alimentato dall'energia delle lo-ro due inesauribili stelle centrali.
Era giovane allora, ma non avrebbe mai potuto dimenticare quei tempi disperati.
Quando le bombe a impulsi elettromagnetici erano esplose, e i loro nemici robotici erano caduti indifesi a terra, gli arevani si erano ralle-grati; non sapevano cosa li aspettasse.
Carestia, povertà, lotta per la sopravvivenza contro gli elementi, contro gli animali... contro loro stessi.
A peggiorare le cose, la gente temeva la tecnologia: ogni piccolo strumento, come un martello, era un potenziale nemico ai loro occhi, pronto a ribellarsi e ad ucciderli.
E poi erano arrivati i Terrestri.
Kria si strinse le braccia attorno al petto: dannati Terrestri.
Era colpa loro se era stata rinchiusa in quella cella buia.
Oh, si credevano razionali, anche misericordiosi: quando erano at-terrati su Areva e avevano trovato la sua popolazione così degradata, annientata e arretrata, avevano creduto di essere i loro salvatori.
Kria rise senza allegria.
Gli Zhi amavano raccontare la storia per far sembrare che gli uma-ni fossero arrivati su Areva solo per amore della scoperta e per puro altruismo. La realtà era molto diversa: l'unico motivo per cui gli umani esploravano le galassie era la ricerca del Fulcrum, la potente e rinno-vabile fonte di energia che avevano scoperto settant'anni prima e che li aveva mandati nello spazio.
Per loro tutto ruotava intorno a Fulcrum. Fulcrum significava ric-chezza. Potere.
Kria riteneva che gli esseri umani non fossero privi di intelligenza e razionalità... ma erano così aggressivi, inclini ad attaccare e a prende-re con la forza ciò che volevano: erano sottosviluppati, rifletté, ancora in una fase molto precoce del processo evolutivo.
Oh, e quanto amavano le storie di salvataggi.
Certo, solo finché i salvati tenevano la testa bassa e restavano tranquilli, sottomessi, dipendenti dalla loro misericordia.
Non gli arevani.
Eppure, Kria aveva fallito: quando si era trovata vicina al loro ca-po, quel piccolo uomo apparentemente innocuo, aveva alzato il brac-cio, brandendo l'arma di fortuna che era riuscita a costruirsi per ingan-nare i loro rigidi protocolli di sicurezza... ma era stata troppo lenta, troppo vulnerabile... troppo vecchia.
"Non ti uccideremo, non crediamo nell'eliminazione dei nostri ne-mici: potrai sempre fare ammenda per i tuoi errori", le avevano detto prima di rinchiuderla.
Kria appoggiò la testa al muro: quella non era pietà, ma umiliazio-ne.
Non la consideravano nemmeno un vero e proprio nemico; per loro gli arevani non erano altro che creature deboli che si erano lasciati in-gannare dalla loro ambizione tecnologica che li aveva portati alla di-struzione.
Un rumore dalla porta la fece trasalire: qualcuno stava arrivando.
Non è una buona notizia.
Kria si appiattì contro il muro della cella.
Quando la porta si aprì, vide tre umani; tre maschi, valutò. Indos-savano tutti la stessa uniforme: soldati, forse? La pelle di due di loro era pallida, mentre un altro aveva una carnagione più scura: era piut-tosto razzista ammetterlo, ma Kria aveva qualche difficoltà a distin-guere gli umani. Le sembravano tutti uguali.
In segreto pensava che i terrestri fossero un po' ridicoli, così minu-scoli e dall'aspetto indefinito, come dei bambini fastidiosi ma sorpren-dentemente pericolosi.
- Kria? -
Il soldato sembrava affaticato e aveva un respiratore portatile; non era insolito per gli esseri umani ad Areva, poiché la loro atmosfera era più densa e aveva meno ossigeno di quella terrestre. Inoltre, la gravità era leggermente più alta, il che aveva sempre causato problemi di mo-bilità per gli esseri umani.
- Sì - , rispose, usando il linguaggio standard della Terra.
Un certo disagio si insinuò in lei: non le piaceva usare il linguaggio degli umani, anche se era passato molto tempo dall'ultima volta che qualcuno aveva usato la lingua arevana. Kria sapeva che i terrestri avevano avuto molte lingue in passato e ci era voluto un processo molto lungo e difficile per abbandonare le loro peculiarità locali per raggiungere un'unica lingua unificata. Ne capiva l'utilità a livello in-terplanetario, ma si sarebbe dovuti arrivare alla nascita di una nuova lingua comune o almeno un misto delle due preesistenti... invece gli arevani avevano ceduto tutto, rinunciando anche alla loro lingua.
- Non preoccuparti, non vogliamo farti del male - , le disse il soldato umano. - Sappiamo quello che hai fatto e siamo qui per liberarti. -
- Liberarmi? - Kria ripeté. - Ho ucciso degli umani. -
- Hai ucciso degli Zhi - , rispose il soldato dalla pelle scura. - A dire il vero abbiamo molto in comune. Sai, per alcuni di noi, giustizia ed equilibrio sono sopravvalutati di questi tempi: diciamo che quegli ipo-criti facinorosi vestiti di bianco sono diventati una spina nel fianco. -
Il soldato sorrise e Kria scoprì che alcuni esseri umani potevano avere un aspetto piacevole.
- L'equilibrio del potere sulla Terra e nella galassia sta per cambiare, mia cara, e pensiamo che tu sia dalla nostra parte. -

Capitolo 1

Conrad Logan era già sveglio da diversi minuti quando la sveglia suonò: era stata una notte inquieta, tormentata da molti pensieri sull'ultima riunione Zhi a cui aveva partecipato. Sospirando, si alzò dal letto e si sciacquò il viso scuro con l'acqua fredda. Era ormai un anno che gli era stato accordato il permesso di partecipare agli incontri del cerchio di comando Zhi: un vero onore, specialmente per un uomo giovane quanto lui, e Conrad sapeva che si trattava del primo vero se-gnale di un suo ulteriore avanzamento all'interno dell'ordine.
Era bravo, promettente e ben qualificato per il suo lavoro: non era una persona superba, ma sarebbe stata una finta modestia negare di essere perfettamente tagliato per fare lo Zhi; molti ragazzi faticavano ad adattarsi alla vita semi-monastica che conducevano, ma lui non aveva mai avuto problemi, anzi ne aveva apprezzato ogni momento.
Come ogni mattina, controllò il funzionamento della protesi che aveva al posto del braccio destro, verificando che tutto fosse in ordi-ne.
Conrad, come molti altri, era entrato nell'ordine quando era solo un neonato, ceduto dalla propria famiglia per salvargli la vita: alla nascita aveva sviluppato una malattia autoimmune e i medici della Terra ave-vano deciso di provare una terapia sperimentale su di lui che, sì, lo aveva guarito dal suo male, ma aveva provocato un trombo al suo braccio destro, che era stato amputato, e che poi si era spostato fino al cuore. Conrad era quasi morto prima ancora di compiere un anno, ma gli Zhi lo avevano salvato, prendendolo con loro e curandolo: iniezio-ni stabilizzatrici di Fulcrum avevano lenito i suoi dolori e lo avevano reso forte e resistente, mentre il suo braccio era stato sostituito da una protesi artificiale che lo aveva trasformato in un guerriero eccezionale.
Sapeva che molte persone contestavano l'intervento degli Zhi nel regolare e controllare la tecnologia terrestre, ma lui aveva imparato sulla propria pelle cosa capitava quando non c'erano né freni né limi-tazioni all'ambizione di sviluppo umana: la sua malattia sarebbe potu-ta essere curata con delle terapie farmacologiche, ma il desiderio di un premio prestigioso del team di dottori che lo avevano avuto in cura aveva rischiato di ucciderlo, e prima di lui erano morti almeno una decina di bambini del trial clinico. Forse era difficile trascorrere la vita senza poter amare, avere moglie, vivere appieno i propri senti-menti, ma per lui era la cosa giusta. La sua vita non era vuota, non era fatta di privazioni, ma era carica di significato, guidata da una missio-ne: usare la seconda possibilità che gli era stata data, i mezzi che gli erano stati donati, per fare del bene. Gli Zhi si occupavano di riporta-re equilibrio laddove l'ambizione umana rischiava di provocare danni e distruggerli, e, in questa fase di sviluppo della loro specie, non vi era nulla di più importante.
Uscì dalla sua stanza e si diresse verso la mensa centrale per fare colazione, quando una voce lo chiamò all'improvviso.
- Adepto Logan, per favore aspetta. -
Conrad si voltò e si stupì nel constatare che si trattava del Superio-re Nath in persona. Era un uomo piuttosto anziano, con un occhio ar-tificiale e radi capelli grigi, ciononostante emanava sempre una certa aura di potere e tutti gli portavano grande rispetto. In mezzo agli altri Zhi, spiccava anche per la veste con il petto di stoffa marrone che lo differenziava da tutti gli altri. Si trattava della figura più influente e importante del cerchio di comando Zhi ed era appena tornato sulla Terra dopo un lungo periodo trascorso su Areva, durante il quale ave-va subito un tentativo di omicidio da parte di una sovversiva arevana.
- Superiore Nath. Sono felice di vederla di nuovo sulla Terra e sen-za aver riportato ferite; ho saputo dell'attentato... -
Nath sorrise appena, calmo.
- Una situazione incresciosa, ma per fortuna è andato tutto bene. Areva è nel caos, non riescono a riprendersi dalla situazione di degra-do e arretratezza in cui sono finiti e, quel che è peggio, ogni nostro aiuto per riportarli a una condizione normale viene visto da molti co-me un insulto. Abbiamo tentato di essere comprensivi e rispettosi dei loro usi e costumi, ma adesso la fazione tecnologica, così potremmo chiamarla, vuole la nostra eliminazione: non si rendono conto che è stata la proliferazione incontrollata delle IA a distruggerli e non noi... più tentiamo di dare loro regole per non auto-eliminarsi, più ci odia-no, - aggiunse, scuotendo il capo.
Conrad si incupì, sconcertato: perché dovevano essere così miopi? Come potevano non accorgersi che lo sviluppo andava fatto in un cer-to modo, altrimenti avrebbe portato con sé tremende conseguenze? Non ne avevano avuto abbastanza dopo la loro quasi totale distruzio-ne? Evidentemente no.
Avrebbe dovuto capire la loro frustrazione, un tempo erano stati all'apice, ma non era stata colpa degli Zhi, quello che avevano subito se l'erano fatti da soli; loro tentavano solo di evitare che ciò che era capitato potesse riaccadere.
- Sono molto arretrati, - commentò Conrad. - Forse un tempo erano stati grandi, ma adesso sono disperati e quindi anche violenti. L'ammiro molto per non aver preso provvedimenti contro la terrorista: dobbiamo venire loro incontro, per dimostrare che la pace e l'equilibrio sono la soluzione. -
Nath annuì.
- Come sempre sei molto saggio. Ed è questo il motivo per cui sono venuto a parlarti: mentre mi trovavo ad Areva ho ricevuto nuove in-quietanti informazioni su un'alleanza tra questa fazione ostile arevana e il governo della Terra. -
- C... che cosa? -
- Già... come sai, il Presidente dell'Assemblea della Terra è da sempre critico nei nostri confronti, - proseguì il Superiore Nath. - Insi-ste affinché gli sia accordata più tecnologia per la popolazione, ma sempre più si interessa al potere che deriva da questi nuovi sviluppi. Si dice che potrebbe essere più vicino di quel che temiamo a questa fazione, - soggiunse cautamente abbassando la voce.
Conrad non sapeva che cosa pensare. Era noto a tutti quanto Chri-stopher Bianchi, il Presidente, fosse un uomo corrotto e senza scrupo-li, ma non aveva mai pensato che potesse arrivare a tanto; da almeno un paio di anni l'ordine Zhi si scontrava con lui su ogni questione di limitazioni... per quel pazzo avrebbero dovuto sviluppare ogni cosa, incuranti della lezione imparata dagli arevani.
‘Più tecnologia vuol dire migliori condizioni per la popolazione. Come pensate che siamo diventati leader della galassia? Non certo grazie alle vostre lezioncine sull'etica,' diceva sempre, tentando di mi-nare la posizione degli Zhi nell'Assemblea.
Recentemente, aveva addirittura promosso a capo delle forze arma-te della marina interplanetaria Yannis Dukas, ammiraglio molto di-scusso a causa di azioni violente intraprese per sedare semplici rivolte; Conrad non pensava che una persona gli potesse piacere meno di così, eppure il Superiore Nath gli stava dando nuovi motivi per disprezzare Bianchi.
- Non è Edith Dasher che si occupa della sua sicurezza? - osservò a un tratto Conrad. - Potremmo chiedere a lei di indagare in questo sen-so; la conosco bene, è una brava ragazza e ha un ottimo carattere. -
Nath strinse le labbra in un'espressione di disapprovazione.
- È inesperta e mediocre in praticamente ogni compito. Non mi fi-do di lei, senza contare che oggi sosterrà l'esame di quarto livello; se non lo passasse non potrebbe più fare la guardia lì. Da domani vedre-mo, ma oggi vorrei che la sostituissi tu da Bianchi. -
- Io!?! - domandò Conrad. - Lo faccio volentieri, Superiore, ma mi chiedo che cosa potrei scoprire in appena un giorno. -
- Forse nulla, ma vorrei che lo incontrassi di persona. Sei sempre stato molto abile nel capire il valore degli individui che avevi di fron-te; in ogni caso, dovrei sostituire Dasher comunque, tanto vale che sia uno dei miei migliori adepti, non credi? -
Conrad fece un grosso sforzo per non mostrarsi eccessivamente compiaciuto.
- Sissignore. Farò quello che chiede. -
Nath annuì e si congedò, così Conrad poté recarsi alla sede presi-denziale. Era molto vicina alla loro Enclave, probabilmente unico lato positivo nella vita della povera adepta Dasher, che a quanto pareva si doveva sorbire quell'individuo viscido e corrotto per tutto il giorno, tutti i giorni.
Vide Christopher Bianchi alle porte dell'ufficio che parlava con una donna dall'aria nota, ma che in quel momento non riusciva ad associa-re a un nome; l'uomo rivolse a Conrad un'espressione di genuina sor-presa, inarcando le sopracciglia e spalancando gli occhi azzurri.
Il Presidente era un uomo di mezza età, più basso di Conrad e dalla stempiatura pronunciata; non era in forma, anzi aveva l'aria di una persona che non faceva attività fisica da anni, e i suoi capelli sembra-vano di un colore diverso da come gli erano sembrati in televisione, segno che probabilmente era il genere di uomo che non veniva a patti con la sua età e se li tingeva. Conrad detestava quel genere di atteg-giamento, la vanità era una cosa che non riusciva a comprendere.
- Ah, il rimpiazzo; quasi mi ero dimenticato che la signorina Dasher oggi non ci fosse, - commentò, distogliendo lo sguardo. - Francine, ora devo andare. È sempre un piacere. -
Conrad rimase interdetto: ecco perché aveva l'aria così familiare, doveva trattarsi di Francine Chazan, la responsabile dei progetti di ro-botica che tanto si era scontrata con il Superiore Nath qualche mese prima. Quello non era affatto un buon segno: ogni loro incontro avrebbe dovuto essere supervisionato dagli Zhi.
- Pensavo che i responsabili dei progetti scientifici speciali dovesse-ro confrontarsi con noi prima di venire da lei, - osservò, senza potersi trattenere.
Bianchi incurvò appena le labbra e gli scoccò un'occhiata in tralice.
- Penso di averti già inquadrato. Dimmi se sbaglio: sei un adepto che sta facendo rapidamente carriera, magari pronto a entrare nel cer-chio di comando, e pensi che alla gente faccia piacere sapere in conti-nuazione la tua opinione. - Conrad avvertì le proprie orecchie diventa-re calde. - Lasciati dire che qui, nel mondo vero, non è così. Sei qui per farmi da scorta e per fornirmi supporto, sono tutte cose che puoi fare in silenzio. La signorina Dasher ha imparato a stare al suo posto; mi aspetto la stessa cosa da te, - aggiunse infine, distogliendo ancora lo sguardo.
Non lo guardava mai negli occhi, era una cosa davvero destabiliz-zante. Conrad avrebbe desiderato correggerlo, dicendogli che non po-teva chiamare Edith Dasher signorina, bensì adepta dal momento che era una Zhi e bisognava riferirsi a loro con i termini corretti, ma non ne vedeva il senso e dopo poche ore capì di non essersi sbagliato: Bianchi si ostinava a chiamarlo il rimpiazzo, dubitava che avrebbe cambiato modo di riferirsi a Edith, con cui lavorava da almeno due anni, solo perché glielo aveva chiesto lui.
- Non c'è bisogno che continui a ripetermi il tuo nome, tanto non me lo ricorderò, - gli aveva confidato Bianchi alla terza volta in cui Conrad gli aveva precisato il suo nome al posto di rimpiazzo.
Conrad rimase zitto tutta la giornata, osservando come Christopher Bianchi potesse intrattenersi con le persone peggiori al mondo e pas-sare sopra qualunque regola morale di condotta. Era disposto a fare qualunque cosa per ottenere ciò che voleva, lo aveva appena visto promettere posti importanti in cambio di favori e forse soldi. Corruzio-ne: l'elemento che contraddistingueva la politica terrestre da sempre e che, con quell'uomo, sembrava arrivare a un livello atroce.
Conrad si scoprì più volte a pensare all'esame dell'adepta Dasher, sperando con tutto se stesso che fosse andato bene. Il Superiore Nath avrebbe affidato a lei il compito di sorvegliare e spiare Bianchi, men-tre lui sarebbe tornato a un ruolo più attivo. Osservando il sorriso fin-to e viscido del Presidente mentre stringeva la mano di un rappresen-tante della colonia Agila, Conrad si ritrovò a pregare per l'esito positi-vo dell'esame della collega.
Ti scongiuro, Edith. Non farmi scherzi, pensò disperato.

Capitolo 2

Congratulazioni, adepta Dasher. Con la presente Le comunichiamo che ha raggiunto il livello quattro dell'addestramento: potrà sottoporsi ai controlli per le procedure di mantenimento dell'ordine a partire dalla prossima settimana.
Complimenti e che la pace possa regnare nel Suo cuore,
Superiore Nath

Edith Dasher rilesse la lettera diverse volte prima di lasciarsi cade-re sulla sedia: era passata, l'esame era stato superato. Erano tre anni che non riusciva ad aumentare di grado all'interno dell'ordine Zhi e quasi ci aveva rinunciato, finché non era stata ventilata l'ipotesi di ri-muoverla dal suo incarico di guardia presidenziale e allora Edith non aveva avuto altra scelta se non mettersi sotto con l'addestramento. La maggior parte degli adepti non sarebbe stato felice nel fare la guardia, dal momento che era considerato un impiego di bassissimo livello per uno Zhi, ma a Edith piaceva molto e non desiderava essere assegnata in altri luoghi o avanzare nelle catene di comando dell'ordine. Non era brava a combattere, non era un granché con le armi da fuoco e sicu-ramente non aveva il carisma per fare parte del cerchio di comando.
Per adesso il pericolo era scampato, ma si incupì nel rileggere proce-dure di mantenimento dell'ordine: un cambiamento e anche grosso... e i cambiamenti non erano mai una buona cosa, a suo giudizio.
Uscì dalla sua camera all'interno delle strutture per gli adepti, con-trollando che la sua veste bianca fosse ben ordinata: gli Zhi non avrebbero dovuto fare caso al proprio aspetto esteriore, ma Edith era sempre stata sgridata molto per la sua superficialità. Era molto diffici-le avere un aspetto curato con le vesti d'ordinanza, dal momento che erano sempre o bianche o beige, larghe e con l'obbligo di mantenere le protesi meccaniche ben coperte. Gli Zhi non erano semplicemente degli umani addestrati a mantenere l'equilibrio e l'ordine nel mondo e nel progresso tecnologico: l'unico modo per poter adempiere a questa funzione era conoscere bene le innovazioni della ricerca e soprattutto avere la forza per poter proteggere l'ordine costituito, per entrambe le ragioni loro erano stati potenziati. Generalmente gli Zhi erano sottopo-sti a iniezioni di ingenti quantità di Fulcrum, finché il loro fisico non veniva migliorato in modo tale da avere prestazioni maggiori; inoltre la maggior parte di loro aveva delle protesi meccaniche con cui poteva aumentare le proprie doti belliche. Edith non aveva avuto molta scel-ta, a dire la verità: non si sceglieva di entrare nell'ordine o, per lo me-no, lei non aveva avuto alcuna voce in capitolo.
La sua famiglia, trentacinque anni prima, si era trasferita nelle pri-me colonie umane nel Braccio del Sagittario, sul pianeta Kolonya, im-portante centro di estrazione del Fulcrum. Peccato che all'epoca non si conoscessero ancora bene gli effetti nella gestazione che erano estremamente nocivi. Edith era nata pochi anni dopo e, come molti altri bambini, con gravi malformazioni fisiche: senza il braccio sinistro e buona parte della gamba destra, il fagotto che era stata si era ritrova-to, dopo pochi mesi dalla nascita, in fin di vita. L'ordine Zhi, da sem-pre contrario all'insediamento su un pianeta di cui si conosceva poco, aveva preso con sé quei bambini morenti e li aveva trasformati nell'ordine scelto, il meglio del meglio, così dicevano. Grazie a una serie di farmaci, i medici e gli scienziati Zhi avevano normalizzato i livelli di Fulcrum nel loro sangue, rendendoli super bambini: gli arti mancan-ti erano stati sostituiti da protesi all'avanguardia che permettevano lo-ro di diventare dei guerrieri superiori, in grado di riportare l'equilibrio e la giustizia nel mondo.
Edith sospirò percorrendo il vialetto che la separava dalla mensa principale: faticava molto, visti i suoi risultati mediocri in più o meno ogni attività, a sentirsi una super-guerriera e allo stesso modo faticava a sentirsi esaltata all'idea della possibilità che le era stata data; spesso e volentieri si scopriva curiosa di conoscere le sorti della sua famiglia e di sapere se il suo cognome fosse davvero Dasher. L'appartenenza all'ordine Zhi costringeva a interrompere qualunque rapporto con la famiglia di origine e in generale qualunque tipo di legame emotivo. L'equilibrio trovava il suo fondamento proprio nell'evitare distrazioni e sentimenti; d'altra parte, avevano un grande potere dalla loro, ed era difficile pensare a cosa sarebbe potuto accadere se qualcuno di loro si fosse fatto guidare dalle emozioni, specialmente rabbia, gelosia e odio.
Il loro compito era difficile: la popolazione della Terra cresceva a un ritmo sostenuto e, con essa, anche quella delle colonie, motivo per cui emergeva sempre più il bisogno di una tecnologia che crescesse a un ritmo analogo; bisognava evitare che sperimentazioni folli e senza alcun riguardo per l'etica e per i principi morali venissero eseguite, spinte dal panico di ritrovarsi sovrappopolati rispetto alle risorse, o simili. Durante lo sviluppo della medicina di qualche decennio prima erano stati portati avanti dissennati esperimenti di genetica con l'inquietante progetto di selezionare la razza umana eliminando chi non corrispondeva ai criteri richiesti; allo stesso tempo, le ricerche sul-la robotica, per troppo tempo, avevano portato con sé lo spettro della tragedia accaduta alla civiltà arevana, in cui le IA si erano rivoltate contro gli organici. Tematiche complesse, controverse: tutti ottimi motivi per cui l'ordine interveniva e si occupava di controllare ogni tecnologia, come organismo super partes, in modo che fosse guidata solo dall'idea di progresso, piuttosto che dall'ambizione o dalla paura. Non era un sistema perfetto, certo, però sembrava proprio il migliore che si potesse avere.
Edith sapeva bene che comunque erano sempre presenti proteste notevoli sul tema: il potere temporale, così l'ordine chiamava il potere politico, si scontrava sempre con gli Zhi a questo proposito. Il Presi-dente dell'Assemblea della Terra, Christopher Bianchi, a cui lei faceva da ormai due anni da guardia di sicurezza e da supporto per le que-stioni speciali, iniziava a essere insofferente alle limitazioni imposte dall'ordine e questo aveva creato tensione tra le parti in causa.
Non appena Edith mise piede nell'affollata mensa dell'ordine si re-se conto di quanto la loro idiosincrasia si stesse inasprendo: nello schermo della sala si vedeva il Presidente Bianchi che stava facendo un discorso, ma lei non riusciva a sentire cosa stesse dicendo, visto che le proteste erano troppo rumorose.
- Che succede? - domandò, raggiungendo Emmeline Ruiz, una sua amica.
Emmeline aveva ventidue anni, capelli scuri molto ricci e ribelli e la carnagione olivastra: era particolarmente abile nel combattimento, sia corpo a corpo sia con delle armi. Lei ed Edith andavano d'accordo, nonostante fossero totalmente diverse nell'indole.
- Quel Bianchi! Ci accusa di essere i responsabili della carestia della colonia Agila: dice che i morti che ci sono stati sono colpa nostra, perché abbiamo negato lo sviluppo dei macchinari intensivi in quell'area. -
Edith ricordava piuttosto bene la vicenda, visto che ne aveva sen-tito discutere a lungo durante il suo lavoro.
- Come se gliene importasse qualcosa, - commentò Conrad Logan, arrivando alle loro spalle e facendo trasalire Edith. - Tuttavia è proba-bile che la usi come leva per ottenere maggiori poteri e concessioni: è la sua strategia per tutto. Accidenti, non avrebbero dovuto morire quelle persone, ma non significa lasciare a quel pazzo ulteriori mez-zi... ha già la marina interplanetaria dalla sua e questo mi preoccupa. -
Conrad Logan era il più promettente tra gli adepti: più vecchio di appena un paio di anni rispetto a Edith, emanava sempre una certa aria saggia ed era molto rispettato. Era considerato un tipo avvenente: alto e massiccio, con la pelle scura e gli occhi grandi e luminosi, por-tava i capelli rasati. Edith si sentiva intimorita dalla sua presenza, co-me se i suoi occhi intensi potessero scrutarla dentro e vedere ogni sua debolezza; sapeva anche che era molto ben visto dal Superiore Nath ed era probabile che presto avrebbe fatto strada all'interno del cerchio di comando.
- Lo odio quello schifoso ipocrita, - rincarò la dose Emmeline. - È sgradevole fuori quanto dentro! -
- Controllati. Odiare non fa parte della nostra natura. - l'ammonì Edith, guadagnando uno sguardo di approvazione da parte di Logan. - E comunque non possiamo farci nulla adesso: la politica segue regole diverse dalla nostre; l'unica cosa in nostro potere è controllare che le sue azioni non facciano del male alla gente. -
Logan le si avvicinò e le batté una mano sulla spalla, incoraggiante.
- Sei molto saggia, Dasher. Ho saputo che hai passato il livello quattro e che accederai alle procedure di mantenimento dell'ordine. -
- Ehm, certo. Ti ringrazio, - rispose Edith, a disagio.
Con un gesto del capo Logan si accomiatò e le lasciò da sole.
Edith non sapeva cosa pensare, l'idea che presto avrebbe dovuto sottoporsi a un'inseminazione artificiale per generare una nuova vita colma di Fulcrum, come diceva l'opuscolo, la faceva sentire inquieta. E se si fosse affezionata al bambino? Sapeva che non avrebbe più potuto vederlo dopo il parto e questo le faceva perdere ogni volta un battito del cuore.
‘So che può sembrare una crudeltà, Dasher,' le aveva detto un me-dico che l'aveva controllata l'anno prima, ‘ma è meglio così: se vi fa-cessimo affezionare poi sarebbe terribile la separazione. Quei bambini saranno inseriti nell'ordine e saranno il futuro, anche quando non ci saranno più malformazioni o abbandoni.'
- Certo che è veramente bello! - il commento di Emmeline la riscos-se dalle sue fantasticherie.
- Cosa...? Chi? - chiese Edith; seguendo lo sguardo dell'amica vide che stava ancora guardando Conrad. - Non dovresti dire queste cose: non dovremmo avere tentazioni di alcun tipo, lo sai. -
- Lo so, lo so! Ma che vuoi farci, noi guerrieri siamo più sanguigni. Non tutte siamo perfette nel controllarci come te! Lo sai, Edith, po-tresti cambiare lavoro se solo lo volessi. Hai mai pensato di cercare di entrare nel cerchio di comando? Bisogna essere algidi e distaccati, pri-vi di sentimenti o emozioni: tu in quello sei brava, no? -
- I Superiori sono tutti abili guerrieri e io sono pessima. In ogni ca-so, bisogna passare mille e mille test psicologici... fare la guardia a me piace, davvero, - si affrettò a chiarire.
- Come fai a stare con un individuo come Bianchi tutto il santo giorno? - le chiese ancora Emmeline, disgustata. - Non fa che circon-darsi dei peggiori elementi del mondo, basti pensare agli scandali che hanno toccato il capo della marina scelto da lui. -
Edith si strinse nelle spalle e afferrò una brioche.
- Almeno non mi picchiano tutto il giorno come capita a voi guer-rieri; senza contare che sono a due passi da qui e posso tornare a dor-mire a casa mia. A proposito del Presidente, dovrei andare, sono già in ritardo. Buona giornata. -
- Che la pace regni nel tuo cuore. -
Gli uffici presidenziali non erano lontani dall'Enclave Zhi, tuttavia nel traffico impiegò più di mezz'ora per raggiungerlo. Non era una ve-ra e propria guardia del corpo, doveva solo accompagnarlo durante i negoziati e durante le attività in assemblea, però non voleva comun-que fare tardi e complicare i piani di tutti.
- Sei in ritardo di dieci minuti, - rilevò comunque Christopher Bian-chi, non appena Edith lo raggiunse.
Fece un cenno alle altre guardie di andarsene e di chiudere la porta dietro di loro. Il Presidente era un uomo sulla cinquantina, di altezza media, capelli in fuga perennemente tinti, con una grossa pancia pro-nunciata e un mento un po' debole, tutti elementi che gli conferivano un'aria insignificante, a detta di tutti e in ultima analisi costituivano la sua vera forza. Tutti tendevano a sottovalutarlo, mentre lui non face-va che avanzare nella sua carriera, anche con mezzi non proprio con-venzionali: la corruzione del suo ufficio era nota a tutti e l'ordine ve-deva la cosa con autentico terrore.
- Mi dispiace molto... - si giustificò lei, ma il Presidente la interrup-pe.
- Fammi indovinare: il mio discorso ha creato qualche problema al-la tua Enclave. Immagino che avrei dovuto avvertirti prima, ma mi sono lasciato trascinare dalla foga per gli eventi. -
La sua voce era diversa dal tono vanesio che riservava alle teleca-mere e i suoi occhi azzurri, di solito sfuggenti, la stavano fissando in-tensamente.
- È un eufemismo. L'ordine reagirà a queste accuse: abbiamo regole precise. Comunque ho passato l'esame di ieri, non mi sostituiranno. -
Bianchi sorrise, avvicinandosi sollevato.
- Meno male. Ieri, a causa del tuo esame, mi hanno mandato un al-tro di voi Zhi, un certo Logan. Insopportabile. Ho contato le ore che mancavano al tuo ritorno. -
- È stato un solo giorno, - minimizzò Edith, suo malgrado sorriden-do.
Bianchi reagì all'improvviso, le afferrò il braccio e l'attrasse a sé, spingendola contro la scrivania e iniziando ad accarezzarle il corpo.
- Veramente, - replicò mentre le baciava il collo, - sono state trenta-cinque ore e venti minuti. Mi sei mancata da morire, Edith: detesto questo ordine che ci tiene lontani! - la fece sdraiare sulla scrivania e iniziò a toglierle i vestiti.
Edith esitò appena mentre ricambiava i suoi baci: avrebbe dovuto dirgli cosa comportava il raggiungimento del livello quattro alla sua età? In fondo sarebbe stato corretto, ma questo lo avrebbe solo fatto arrabbiare. Anche per lei era difficile comunque, non voleva separarsi da lui, non voleva pensare di ritrovarsi in una situazione in cui fossero costretti a stare lontani... Ripensò alle parole che aveva detto a Em-meline e realizzò di essere una vera ipocrita che viveva nella menzo-gna, la peggiore tra le cose che l'ordine condannava. Chiuse gli occhi e lo ribaltò, andandogli sopra, mentre le mani di lui si spostavano tra le sue gambe; per un brevissimo istante anche lei desiderò che non esi-stesse alcun ordine e nel mondo ci fosse solo il caos, se era questo che comportava.

Maria Carla Mantovani
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