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Autore: Marika Campeti
Titolo: Lo Scorpione Dorato
Genere Narrativa Contemporanea
Lettori 506
Lo Scorpione Dorato

Istanbul, 10 aprile 2016 – La mattina di Beyan Beyan aveva perduto un simit1 lungo la strada, era rotolato per il marciapiede di Kumbaracı infilandosi dentro una grata che raccoglieva l'acqua piovana e non aveva potuto recuperarlo. Nella sua testa sentiva i rimproveri di sua madre Hana: Sei un disastro, Beyan, non sei buona a far nulla! Sprecare così il lavoro di tua madre! Dovresti vergognarti! Ma Beyan cacciò via quella voce all'istante, pensando che ormai sua madre non potesse più dettare legge nelle sue giornate, neanche sui simit che aveva pazientemente impilato sul carretto, perché questi erano stati preparati da Meltem, nella cucina comune dietro il Tarlabaşı Pazari. Erano i loro simit, simit turchi, che non avevano nulla a che fare con il suo passato e la sua tradizione, persino la farina con cui erano impastati era diversa. Meltem li impastava di notte nella piccola cucina, cospargendoli con la melassa di uva e i semi di sesamo, per dargli quell'aspetto scuro e la consistenza croccante, poi buttava le forme nell'acqua bollente e le infilava nel forno senza vetro. Meltem conosceva il segreto per farli davvero croccanti sulla crosta e morbidissimi dentro: l'acqua bollente faceva la differenza e pochi venditori ambulanti a Istanbul vendevano dei simit buoni come quelli. Il profumo del pane che cuoceva e la fragranza dei semi tostati riempivano la cucina comune, fino ad arrivare nel minuscolo pertugio in cui dormivano lei e le sue singolari coinquiline, spargendosi nella dimensione dei suoi sogni confusi, dove l'odore era quello rancido del latte di capra, misto al sudore di un ospite invadente. Per più di una volta Beyan si era svegliata di notte pallida e sudata, e aveva trovato conforto nel profumo dei simit che Meltem aveva appena tolto dal forno. Beyan si sentiva al sicuro in quel buco lercio che la ospitava a Tarlabaşı e con Aysun e Meltem si era instaurato un rapporto unico, come una vera famiglia. Quella mattina doveva spingere il carretto fino alla torre di Galata e avrebbe impiegato oltre venti minuti a percorrere tutta la via Postacılar per raggiungere la meta turistica. Le scarpe di terza mano che aveva ai piedi la costringevano a camminare più lentamente di quanto avrebbe voluto, perché le suole si stavano già staccando e non voleva rimediarne un altro paio proprio in primavera, visto che di lì a poco avrebbe dovuto usare delle scarpe aperte. Beyan si fermò un istante per guardare la sua immagine riflessa in una vetrina abbandonata. Si sistemò il velo intorno al viso e respirò a pieni polmoni l'aria del mattino che ancora non si era impregnata di smog e dell'odore untuoso dei passanti che affollavano le strade. Il suo corpo era sgraziato come quello di un'oca selvatica e il velo le copriva a malapena la fronte larga e liscia. Beyan aggrottò le sopracciglia ispide che contornavano gli occhi a mandorla, poi abbozzò un sorriso e cercò di raddrizzare le spalle: sapeva di essere brutta, ma ormai passava le giornate in strada da troppo tempo per commettere l'errore di risultare anche antipatica. Era una delle poche venditrici ambulanti di Istanbul a girare con il carretto senza un uomo accanto. Si spostava di continuo, dalla torre di Galata a piazza Taksim e al Grand Bazaar, fino ai moli dei traghetti per vendere le ciambelle di Meltem ai pendolari che attraversavano il Bosforo.
Il suo aspetto bonario, con gli occhi grandi dalle palpebre gonfie e quell'espressione ingenua che tanto faceva imbestialire suo padre Goran, lì a Istanbul le erano d'aiuto. I turisti le si avvicinavano senza timore: era una donna col sorriso di una bambina e, nella grande città, quella che era stata la sua maledizione da piccola si era trasformata in pregio. Ritardata, si sentiva ripetere dai suoi fratelli, dai cugini e sempre più spesso dai genitori. Ritardata, le gridavano dietro le ragazzine del suo quartiere ridendo e tirandole i sassi. Ritardata, le sussurrava nell'orecchio Gökhan mentre le sollevava la pesante gonna di lana. Tira il sasso, tira il sasso È Beyan la ritardata Non è femmina né maschio È soltanto una svitata. Beyan se lo era impresso bene in mente, quell'appellativo: lei era Beyan la ritardata e, anche se aveva ricominciato la sua vita nel quartiere dimenticato da tutti, non poteva cancellare il marchio che portava in viso. Tanto valeva trarne qualcosa di buono. Era stata proprio Aysun a consigliarle di sfruttare la sua condizione di - inferiorità - , dicendole che lì a Istanbul ne avrebbe potuto trarre vantaggio con un po' di astuzia. Aysun, che si era scelta un nome che voleva dire - bella come la luna - , sapeva sfruttare al meglio gli aspetti della diversità e aveva istruito Beyan a sorridere nel modo giusto e alzare lo sguardo quando qualcuno le parlava. - Le persone non vogliono parlare con te se non le guardi. Guardami e sorridi - . E così Beyan aveva imparato per la prima volta a sorridere, cosa che non aveva mai fatto da quando era bambina. Se ne stava ferma dietro il suo carretto, con la testa alzata a osservare le persone che si accalcavano lungo le strade, che correvano in ogni direzione apparentemente senza una meta, e a volte, in quel mare di gente, qualcuno incrociava il suo sguardo e lei sorrideva. Era davvero difficile che il destinatario del sorriso si rifiutasse di sorriderle a sua volta; un sorriso nelle giornate vorticose di Istanbul era una merce rara e quasi sempre quella persona si fermava a comprare i suoi simit. - Una lira turca - ripeteva decine di volte Beyan durante l'arco della giornata, e i soldi finivano tra le sue mani callose fin dentro le tasche della gonna. Le dita agili conoscevano la strada a memoria e lei non distoglieva mai lo sguardo dai suoi acquirenti. Il sorriso era la chiave per attrarli e il suo volto così singolare faceva il resto, quel volto buono, dai tratti distesi e gli occhi grandi a mandorla, la fronte ampia, la bocca larga e carnosa. Beyan strappava sorrisi e lire turche ai passanti e quasi ogni giorno aveva la fortuna di tornare a Tarlabaşı prima del tramonto. I turisti stavano già facendo la fila per visitare la torre di Galata quando Beyan si fermò sul marciapiede accanto a un elegante caffè con le tende rosse. Le ruote del carretto cigolarono prima di assestarsi e lei tirò fuori da sotto l'asse di legno che sosteneva le ciambelle impilate il piccolo sgabello a tre gambe. Seduta sul precario treppiedi, Beyan guardò un istante il sole che si stava affacciando dietro gli alti palazzi della piazza. Il suo nome voleva dire - mattina - e quello era l'orario preferito della sua giornata. Sorrise alle sue ciambelle e si mise ad aspettare pazientemente il suo primo cliente. Un ragazzo molto giovane con una borsa portadocumenti sotto il braccio si avvicinò a lei porgendole una moneta. Beyan gli porse un simit caldo e sorrise amabilmente. Il ragazzo era assorto nei suoi pensieri e si allontanò masticando lentamente la ciambella croccante. Beyan teneva a mente tutti i clienti della giornata e giocava con se stessa cercando di indovinare chi fossero e quali segreti nascondessero. Sarà uno studente d'arte e quella cartellina sarà piena di disegni a carboncino di una donna che lui ama segretamente, per questo ha quel volto così assorto e infelice. Forse la donna non lo ricambia perché è sposata e lui l'adora in segreto ritraendola come la vergine Aisha, moglie prediletta del profeta. Beyan fantasticava tutto il giorno sui suoi clienti, facendo passare le sue interminabili giornate ferme in un angolo di qualche strada di Istanbul.
A mezzogiorno la biglietteria della Torre di Galata aveva una discreta fila di turisti che scalpitavano per avere il loro biglietto. Beyan sapeva che quella non era l'ora di punta per salire sulla torre: la coda triplicava nel tardo pomeriggio, quando i visitatori più informati non si perdevano il suggestivo spettacolo del tramonto su Istanbul dall'altezza dei quasi settanta metri della torre. Beyan si augurò di terminare prima la sua giornata, perché, per quanto conoscesse come le sue tasche le strade di Istanbul, il buio non le era mai piaciuto. Meltem invece amava il buio, era il suo compagno di vita da quando era nata, e con il buio parlava, litigava se non trovava le cose e intavolava discorsi d'amore quando nell'oscurità riusciva a scorgere la risposta a una delle sue tante domande. - Un simit, grazie - . Una voce maschile la distolse dai suoi pensieri. Non le succedeva quasi mai di non accorgersi dell'arrivo di un cliente e Beyan si rimproverò di non averlo accolto preparata. L'uomo indossava una divisa nera con un basco calcato sul capo e la stava guardando con curiosità. Beyan sorrise mentre gli porgeva la ciambella. Aveva qualcosa di familiare nel volto e cercò nella memoria di capire dove lo avesse già visto. Forse proprio lì, nella piazza della torre di Galata, la settimana prima. Sì, ora ricordava: quel poliziotto si era avvicinato per prendere un simit proprio sette giorni prima, nello stesso posto, allo stesso orario. Beyan lo aveva immaginato mentre impugnava una grossa pistola nera e tirava colpi a un bersaglio colorato. L'uomo le diede più di quanto doveva e lei cercò il resto nelle pieghe della gonna. - Lascia stare - le disse con gentilezza, e le sorrise mentre si allontanava. Beyan notò che non aveva neanche avvicinato la ciambella alla bocca. L'uomo aveva svoltato l'angolo ed era scomparso. Dopo pochi minuti ricomparve nella piazza e il simit era svanito dalle sue mani. Questa era una delle cose che mandavano in confusione Beyan. Ciò che lei non poteva vedere e comprendere la spazientiva, creava nel suo animo un filo ininterrotto di domande senza risposta, e il suo spirito, rimasto quello di una bambina, doveva trovare la soluzione al mistero. Perché il poliziotto aveva buttato quel simit pagato il doppio? Beyan si sentiva ferita e anche Meltem lo sarebbe stata: le sue mani avevano impastato tutta la notte e non andava sprecata neanche una briciola. Anche una sola ciambella era stata benedetta dalle mani cotte che si immergevano ormai insensibili nell'acqua bollente, e andava rispettata. Già aveva perduto un simit per strada, non poteva permettersi di perderne un altro o sarebbe stata una giornata molto sfortunata. Allah l'avrebbe guardata col suo occhio che tutto vede e non sarebbe stato contento di lei; no, avrebbe rovistato nel secchio dietro l'angolo pur di recuperarlo. Lo mangerò io, si disse Beyan mentre si allontanava lasciando il carretto incustodito, cosa che un venditore ambulante non dovrebbe mai fare, a Istanbul. Svoltato l'angolo di via Kule, si soffermò a guardare una sagoma nascosta dietro la colonnina dei contatori, sotto una finestra a grate dipinta di rosso. Dagli stracci che si muovevano lentamente spiccava un volto bianco come la neve, avvolto da una fitta barba incolta che fagocitava l'ultimo pezzo prima di farlo svanire del tutto. Il vecchio raccolse una per una le briciole che erano rimaste appiccicate sulle mani sporche e si accoccolò contro il muro chiudendo gli occhi. Beyan tornò sui suoi passi. Il mistero era svelato: il poliziotto non aveva voluto insultarla buttando il suo simit, ma aveva compiuto un gesto di carità. Si sentì in colpa per aver pensato male di quell'uomo e un nodo alla gola le salì accompagnato dal sapore amaro. Fu in quel momento che la mente di Beyan si rese conto di aver lasciato il carretto incustodito, e col batticuore corse verso la piazza aspettandosi il peggio. Invece il carretto rosso era lì, con il suo sgabello sgangherato e il poliziotto a braccia conserte che si era piazzato lì davanti. - Signora, non dovrebbe lasciare il carretto incustodito! Potevano rubarlo! - . Beyan si fece paonazza in viso. Non era brava a rispondere cose diverse da grazie e una lira turca e i vocaboli turchi che aveva imparato non erano sufficienti a intavolare un discorso. Abbassò lo sguardo a mandorla guardandosi timidamente i piedi. - Stia più attenta, la prossima volta. Mi chiamo Hazim. Buona giornata, signora - la apostrofò con gentilezza allontanandosi con un sorriso. Beyan era rossa dalla testa ai piedi. Aveva capito benissimo quello che il poliziotto le aveva detto, si era di nuovo fatta riprendere per la sua disattenzione, come accadeva quando era bambina. Aveva pensato male di quel poliziotto e lui le aveva anche sorvegliato il carretto mentre lei compieva l'incosciente spedizione alla ricerca del simit perduto. Sei una ritardata, Beyan. La voce risuonava nelle sue orecchie come un mantra. Lo sapeva bene di esserlo, ma lei era nata così e non poteva farci nulla. Durante l'Asr, la preghiera della sera, Beyan avrebbe chiesto perdono per il suo essere così come era nata e non riuscire a cambiarsi in nessun modo. Percorrere la strada del ritorno quella sera fu faticoso per lei, asfissiata com'era dalla consapevolezza della sua inferiorità mentale rispetto al resto del mondo, e appena superati i cartelloni pubblicitari che nascondevano il quartiere di Tarlabaşı affrettò leggermente il passo, scossa dai morsi della fame. I simit erano terminati e non ne aveva potuto conservare nemmeno uno per sé. Quando arrivò alle scale sbeccate che portavano alla piccola stanzetta seminterrata dove viveva con Meltem e Aysun, sentì nell'aria che qualcosa non andava. Non si udiva nessun rumore dall'interno, mentre a quell'ora, al suo rientro, di solito Aysun si stava preparando per andare al Gece Yarısı Güneşi dove lavorava ogni sera, nel quartiere Beyoglu. La voce acuta con il timbro rauco di Aysun riempiva le scale accompagnando i suoi passi sulla scivolosa e precaria passerella di legno consumato che serviva per raggiungere la porta, ma quella sera c'era solo il silenzio. Beyan trovò Meltem dietro l'uscio. La donna la prese per le spalle per farla entrare mormorando: - Sst... una brutta giornata, oggi - . La piccola stanza buia appariva ancora più scura del solito per il silenzio che incombeva su di loro come una lastra di piombo. La sagoma longilinea di Aysun era stesa sul letto vicino al muro scrostato, e sul tavolo dove mangiavano e dove di solito erano accatastati i suoi trucchi colorati tutto era in ordine, indicando un triste presagio. Meltem parlava a voce bassa e si muoveva nella penombra con il suo intercedere lento e sicuro, sembrava scivolare sul pavimento con la sua veste scura che raccoglieva la polvere nelle pieghe dell'orlo. - Aysun dorme. Oggi è stata una giornata molto brutta. Ha pianto tanto. Zehra è stata trovata morta... uccisa. Bang - . Meltem simulò un colpo di pistola con la mano. - Aysun è molto triste. Molto spaventata - . Beyan aveva molto chiaro il concetto di paura. Era uno degli stati d'animo con cui era cresciuta sin da piccola e che la accompagnava ogni giorno come una sorella siamese attaccata a lei e alla sua anima senza poterla mai cacciare. Si avvicinò al corpo addormentato di Aysun. Il rimmel le era colato sulle guance disegnando delle grottesche righe nere che si ramificavano fino al collo esile. L'ombretto blu e rosa, di cui Aysun andava fiera, era sparso ovunque sul suo volto, rendendola una maschera di glitter e sfumature colorate che si mischiavano alla sua pelle olivastra e bagnata di sudore. I capelli raccolti sulla nuca con una delle sue fasce colorate e vistose erano più spenti e stopposi del solito, con raggi dorati che parevano paglia sporca, radici ammantate dalla polvere, grovigli incolti di rovi. Beyan si abbassò su di lei per ascoltare istintivamente il suo respiro: era simile a un rantolo. Voleva accarezzarle quell'intrico di capelli secchi, ma come sempre le era accaduto nei momenti di difficoltà non sapeva cosa fare, non sapeva come comportarsi. Mentre rifletteva su quanto apparisse fragile la sua amica distesa sul letto, pur se alta oltre un metro e ottanta, Aysun aprì le palpebre. Gli occhi erano scuri e profondi come due pozzi di petrolio e Beyan non poté fare a meno di fissarli per perdercisi dentro. Quello sguardo era magnetico e potente, in grado di comandare le sue emozioni senza fatica, ordinarle di sorridere o di essere triste.

Marika Campeti
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