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Autore: Domenico Vasile
Titolo: Ipnosi
Genere Psicologico
Lettori 88
Ipnosi

Nei meandri della mente.

Consuetudine.

Portland, Oregon ai giorni nostri.

Ogni volta che si ritrovava in quella sala d'aspetto, il povero Dan Twice non poteva fare a meno di calarsi inconsapevolmente in uno strano stato di agitazione. Eppure erano già otto ormai le sedute avute in quello studio nel centro della città. La dottoressa Norma era solita chiamarlo col suo classico cenno della mano affacciandosi all'uscio della porta d'ingresso. Dan cercava di calmare i suoi battiti accelerati guardandosi intorno, concentrandosi su qualsiasi cosa fosse presente in quella stanza d'attesa. Una volta osservò così tanto quel grande quadro appeso alla parete, raffigurante alcuni cavalli indomiti, che ne poté sentire quasi il nitrito. Tant'è che la dottoressa, in quell'occasione, lo dovette chiamare più volte prima che ritornasse alla realtà. Dan era fatto cosi, conduceva una vita monotona, nella sua bella casetta circondata dal prato sempre ben curato, tagliato su misura. La sua auto sempre lucida e rimessa in garage tutte le sere. Con la sua famigliola, di ceto medio alto, viveva nella pacata cittadina di Portland nello stato dell'Oregon. Con le sue aree verdi e la vicinanza dei fiumi che la rendevano rigogliosa ed affascinante al tempo stesso. Il suo cane però, nell'ultimo periodo risultava essere un po' nevrotico per la passeggiata quotidiana.

Quel meticcio color nocciola, che lo stesso Dan trovò cucciolo anni prima, nei pressi del Washington Park, quella mattina di tanti anni fa, in pieno inverno. Ricorda ancora oggi quel tenero episodio di un cagnolino che emetteva piccoli lamenti ricoperto dai rifiuti, accanto ad un bidone della spazzatura.
- Chissà quale essere malvagio lo abbandonò lì - , pensò Dan . Che non perse tempo, si tolse la giubba e lo ricoprì frettolosamente per placarne il tremore. Lo portò a casa e cominciò ad accudirlo con tanto amore fino a che non divenne un cagnone vivace e scodinzolante.

Sembrava trascorso un lasso di tempo talmente ridotto ed indefinibile eppure, erano ormai già sette anni che convivevano e passeggiavano insieme lungo le rive del fiume Willamette, dove sorgeva una lunghissima pista ciclabile, inaugurata proprio quando Buck era ancora un cucciolo. Sì, quello era il nome che gli diede la prima volta che lo prese in braccio alzandolo verso il cielo ed esclamando in tutta felicità.
- Ehi, benvenuto tra noi! Ti chiamerò Buck - .
La gioia di quel cane era scorrazzare su e giù per i larghi viali senza l'ausilio del guinzaglio. Correva e saltellava rincorrendo libellule nel parco. Alle volte si allontanava un po' troppo, ma bastava un fischio e il padrone lo riportava subito ai sui piedi.
Dan aveva un modo singolare di fischiare, a differenza della maggior parte dei suoi amici che usavano il pollice e l'indice, creando una sorta di anello a premere la lingua per far fuoriuscire il suono, lui usava due mani portate alla bocca e per la precisione i due mignoli all'unisono. Il suono che ne produceva era a dir poco assordante. Lo aveva imparato per strada, durante i suoi giochi con gli amichetti nella vecchia Portland di un tempo, quando si passava la maggior parte della giornata all'aperto a correre nei campi e ad arrampicarsi sugli alberi. La sua città era tanto cambiata negli ultimi quarant'anni, ora di zona verde era rimasta solo l'area fluviale. Il resto si ergeva in palazzi e grattacieli. Per quelli come lui, che ci avevano passato una vita intera in città, in questi tempi moderni un po' di rammarico rimaneva nell'animo. I suoi vecchi amici erano quasi tutti andati via, chi per studio, chi per lavoro .
Solo un paio rimasero in città, ma pur vivendo nello stesso luogo si erano persi di vista. Ai tempi dell'infanzia, con i suoi piccoli amici, era solito scalare gli alberi di ciliegio, che in primavera sfoggiavano dei colori vivaci nel loro periodo di massima fioritura. Molti di quegli arbusti nascevano proprio di fronte al ponte di ferro sul fiume. Ponte che loro stessi denominavano "Il Mostro", per via della sua mastodontica ferraglia ammassata tra le due rive del Willamette. Nei pressi del ponte c'era un tratto di riva sabbiosa, che affiorava con la bassa marea, a favorire le loro passeggiate e scorribande. Quella rena diveniva un po' melmosa, con una sorta di acquitrino a ricoprirla. Un albero di ciliegio era nato proprio a ridosso di quel pantano, con le radici piantate su quella sponda posta qualche metro più in alto della riva e alcuni rami che si estendevano sopra il fiume.

Dan era un abile scalatore e andava a posizionarsi proprio in punta a quell'ultimo ramo, il più esposto. Così da poter guardare dall'alto quello stagno, che si formava ad ogni riflusso. Seduto con il ramo fra le gambe e i piedi incrociati a mantener salda la presa, poteva scrutare la presenza delle rane di sotto. Lo stagnare delle acque favoriva l'arrivo degli anfibi per la deposizione delle uova. Ad ogni avvistamento, lo scaltro Dan richiamava i suoi amici col suo tipico fischio assordante, indicando con un gesto della mano la precisa posizione della preda. I suoi compagni lo guardavano da sotto e poi partivano fulminei con la caccia, sguazzando festosi nell'acqua bassa. Armati di fionde cercavano di colpire la disgraziata di turno. Ad ogni rana catturata, Dan con il suo coltellino praticava un intaglio su quel ramo. Memorabile fu quella giornata, quando i due di sotto non facevano in tempo a fiondarne una, che subito arrivava il fischio per la prossima. Ne catturarono ben una dozzina.
Il retino era strapieno quel dì, e a cavallo delle biciclette si partiva per andare a consegnare il bottino a Zio Ennio, quello del ristorante italiano. Il simpatico baffuto era sempre contento di vedere arrivare le bici con i ragazzi. Quando sentiva gli schiamazzi davanti la porta d'ingresso, usciva fuori con il suo grembiule unto e accennava quel sorriso sotto i baffi, mentre si puliva le mani con lo strofinaccio, che poi riponeva sulla spalla. I suoi piatti di rane fritte però, erano una prelibatezza per i palati più fini. Dan odiava quell'odore di olio fritto e rane, ma una volta ogni tanto Zio Ennio, per ringraziare i suoi procacciatori di fresca materia prima, li riempiva di fritture da portare a casa per la cena. La mamma di Dan ogni volta che lo vedeva rientrare con il sacchetto sgocciolante, incominciava a sbraitare e gli ripeteva adirata.
- Il fritto fa male al fegato! - .
Solo il capo famiglia, il signor Twice, gradiva quella cena odorosa, facendo man bassa di cosce croccanti, mentre sorseggiava vino e guardava il suo figliolo che invece rimaneva immobile a fissare il piatto.
- Be', che fai lì impalato, non la mangi quella frittura? Perché allora andate a caccia di queste povere ranocchie? - . Lo beffeggiava ridendo con la bocca piena.
- Non ho fame - , rispondeva il ragazzo scostando il piatto davanti al suo posto, e poi si congedava andando in camera sua, chiedendo il permesso di lasciare la sedia ovviamente. Scappava per rifugiarsi sul suo letto con la testa sotto il cuscino, assorto nei pensieri di adolescente.

Ogni mattina alla buon'ora il neopensionato Dan Twice scendeva le scale per andare in garage dal suo Buck, e quel cane fedele quando sentiva il rumore dei passi cominciava a scodinzolare felice con la sua coda arcuata, impaziente di uscire a passeggiare col suo padrone. Ma negli ultimi mesi però, guardava Dan con occhi diversi, guardinghi, quasi impauriti. Segno che il suo padrone emanava delle energie negative, e solo un fedele compagno di vita come Buck poteva avvertirlo sicuramente prima degli altri.
La moglie di Dan, presa dalle sue faccende domestiche e dalle sue telefonate con le amiche per l'appuntamento del sabato mattina dalla parrucchiera, non fece caso più di tanto allo sguardo spento del suo caro marito che si aggirava per casa da un po' di tempo a questa parte. Fino a che successe quell'episodio che portò tutta la famiglia Twice a prendere la drastica decisione di mandarlo in psicanalisi da un buon medico.

Quello era un giorno di pioggia battente e neanche Buck poteva fare la sua passeggiata mattutina, infatti si rifugiò buono buono dentro la cuccia e seguitò a sonnecchiare aspettando di rimandare l'uscita alla fine del temporale. Verso la metà della mattinata, lo scroscio terminò, lasciando spazio ad una fievole luce del sole che si faceva spazio tra le nubi. Buck incominciò ad attendere impaziente il padrone, ma questi non arrivò. Sempre più eccitato iniziò ad abbaiare, sapeva che non doveva farlo nel garage, ma il suo era soltanto un piccolo tentativo di richiamare l'attenzione, eppure di Dan neanche l'ombra. Era sabato e la signora Twice si destò per preparare il pranzo in tutta fretta, visto che l'appuntamento dalla parrucchiera era fissato per le ore undici in punto come di consueto. La sua amica fidata sarebbe passata a prenderla con un quarto d'ora di anticipo, con la sua auto nuova e con tanta voglia di spettegolare sotto il casco per la permanente. Gironzolando per la cucina stranamente non trovò in casa il suo consorte. Dapprima non ci badò più di tanto , convinta che fosse uscito con il cane, ma quando sentì quest'ultimo abbaiare dal garage, la donna incominciò a preoccuparsi.
- Ma dove diavolo è finito Dan? - . Lo urlò per tutta la casa, mentre si muoveva freneticamente tra i fornelli ed il bagno. Anche la sua adorata mammina, ormai quasi novantenne, iniziò a rincarare la dose.
- Eh...!! Chissà dov'è andato a finire. Da quando è in pensione lo vedo molto strano quello lì sai? - .

Già, sarà stata forse la così tanto agognata pensione che portò Dan in uno stato confusionario, che quella mattina lo fece tornare a casa dopo il temporale, tutto sporco e sudicio di fango. Era stato fuori tutta la notte, ma non si ricordava cosa aveva fatto. Forse era uscito durante la nottata, o forse non era andato neanche a letto la sera prima, chi poteva dirlo. La signora Twice era solita andare in camera da letto prima di lui, per poter effettuare tutte le sue operazioni di bellezza prima del sonno. Mentre Dan si tratteneva sempre in soggiorno a guardare la televisione fino a tardi, con qualche birra in mano per conciliare una profonda dormita.
La vecchia signora Halved, sua suocera, rimaneva per quasi tutto il giorno nella sua camera da letto, visto che, da un po' di tempo a questa parte, aveva preteso una televisione nuova e durante il pomeriggio poteva godersi tutti i suoi programmi preferiti.

Quando l'uomo si presentò alla porta suonando il campanello, probabilmente perché aveva smarrito le chiavi di casa, oppure non se l'era neanche portate dietro, le due donne emisero un urlo che fece sobbalzare persino Buck in garage.
- Ma come ti sei conciato??? Dove sei stato fino ad ora, sotto la pioggia e in mezzo al fango?? - . E via di seguito con domande sovrapposte e urlanti da entrambi i lati. Dan le guardò spaesato per tutto il tempo, rimanendo sempre immobile sull'uscio di casa, fino a quando emise solamente un sommesso suono.
- Non ricordo....! - .
Premurosamente, nonostante le urla inveite contro il malcapitato, le due donne lo accompagnarono nel salotto e lo fecero accomodare sul divano. La sua consorte sfilò i suoi scarponi, che pesavano il doppio per via della fanghiglia che si era incollata sotto le suole. L'arzilla suocera invece, che proveniva dalla facoltosa famiglia degli Halved di Portland, accorse subito con un bicchiere d'acqua per rifocillare il disorientato genero, anche se lo fece con un fare nervoso e con il pensiero fisso che si ripeteva ormai da anni e ripeteva regolarmente anche alla sua figliola.
- Non te lo sposare quello lì, è solo un meccanico squattrinato!! - . Si, perché l'allegra vecchina, ormai arrivata alla veneranda età di ottantanove anni, faceva parte della Portland bene di un tempo, con due fratelli avvocati in pensione e i loro figli che tutt'ora portano avanti lo studio avuto in eredità dai loro genitori. Da qualche anno avevano trasferito lo studio legale nel prestigioso complesso delle John Ross Tower e, a vedere da quell'andirivieni di clienti, il loro operato doveva fruttare molto bene. Lei rimase vedova molto giovane e, con l'unica figlia da crescere, non poté seguire i suoi fratelli negli studi di avvocatura. Perciò si dedicò per la maggior parte della sua vita a fare la mamma a tempo pieno con l'aiuto economico della sua famiglia d'origine.
Quando sua figlia divenne maggiorenne conobbe Dan, un ragazzo proveniente dalla periferia con un passato ambiguo, quasi sconosciuto. La signora Halved fu sempre contraria al loro matrimonio, ma non poté fare molto dinanzi all'amore tra i due. Per forza di cose, vista la sua età che avanzava, la giovane coppia dovette ospitarla nella loro dimora coniugale, e da allora se ne stava lì in casa ad osservare e blaterare pur facendo finta di non dare fastidio.
Dan si sentiva letteralmente oppresso da quella figura, infatti prima di andare in pensione, cercava di stare il meno tempo possibile in casa. Era arrivato al punto di tornarci solo per mangiare ed andarci a dormire. Quando invece era giunta l'epoca del pensionamento, e quindi per forza di cose si ritrovava tutto il giorno senza far nulla, doveva inevitabilmente scontrarsi con la presenza della sua attempata suocera. La signora trovava errata qualsiasi iniziativa di Dan, persino la scelta del televisore fu un'impresa ardua per l'uomo che, tornato dal centro commerciale con l'ingombrante pacco nel bagagliaio dell'auto, dovette scaricarlo e poi ricaricarlo per farne un reso merci. Tutto questo soltanto perché la suocera non gradiva quel tipo di schermo curvo che, a suo dire, era troppo moderno e le dava fastidio agli occhi.
Per questo e per altri episodi che caratterizzavano la loro difficile convivenza, Dan cercava di evitarla. Infatti, l' assecondarla nella scelta di quel televisore non fu una mossa vana, visto che il nuovo elettrodomestico la poteva trattenere in camera sua per tutto il giorno, il più lontano possibile da Dan.

















Domenico Vasile
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