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Autore: Francesco Codenotti
Titolo: Le sette vie del drago
Genere Fantasy
Lettori 206
Le sette vie del drago

Quando la luce sparirà e la speranza verrà meno,
Quando l'umanità sarà perduta e anche il Tempo sarà smarrito, i 7 sorgeranno di nuovo e le Tenebre dissiperanno.
I loro cuori saranno saldi e i loro Spiriti torneranno compagni. Ciò che fu Molti diverrà Uno.
Ma un grave dolore si abbatterà su di loro.
Poiché Il Male è sempre in agguato, più vicino di quanto l'Occhio del Bene possa vedere.
(dal Sacro Libro Kojiki del filoso Kanmu, vv. 7-8)

Silenzio. Macchie di sangue sull'abito sudato. Il calore della tua mano ancora stretta nella mia. Solo quello. Il resto sparito, volatilizzato da quella improvvisa esplosione di buio. La corsa disperata alla ricerca di un riparo. Distruzione, sudore, orrore. L'oscurità attorno a me farsi sempre più intensa.
Il freddo.
Le lacrime calde. I loro solchi sulle mie guance. Le cicatrici sul mio cuore che mai saranno sanate.
Il terrore che diviene rabbia ardente.
Li avrei trovati e li avrei uccisi tutti.
Questa è la mia promessa.
Questo è il giorno in cui divenni ciò che sono ora: il Male.

Parte prima: Ciò che è.

Capitolo 1 - Il Destino

Prefettura di Gunma, 1829 d.C - Il sole splende sulle verdi montagne del Villaggio di Takayama. I falchi volano indisturbati nel cielo terso della Regione dei 7 Laghi, e il fiume Takaragawa sgorga dalle sfavillanti sorgenti sul Monte Hotaka.
Haru si allena. Lo fa ogni giorno, dal primo canto del gallo al mattino, all'ultimo della civetta quando cala la notte. - È il tuo Destino - , così gli aveva detto suo padre in quel giorno di pioggia di quattordici anni fa. Il giorno in cui, insieme a un pezzo del proprio cuore, lo aveva affidato agli emissari del Sacro Tempio di Kotohira.
Il Jindai Zakura, l'imponente albero di ciliegio leggendario che l'ha visto crescere, è ormai il suo più fidato compagno di allenamento.
I petali rosati scivolano sul suo corpo sudato, modellato nel tempo dalle immani fatiche cui l'aveva sottoposto, i rami ne odono il respiro affannoso ma mai domo e lo abbracciano nel loro amichevole tepore, le ridenti farfalle dalle ali arcobaleno ascoltano il vento tagliato dai suoi pugni ritmati.
Quattordici anni sono trascorsi da quel momento. Quattordici anni passati ad allenarsi perseguendo un unico obbiettivo. È giunto per Haru il tempo di andare e lasciarsi alle spalle i monaci Shaolin che l'hanno accudito e cresciuto. È giunto il tempo di diventare finalmente ciò per cui è nato: il più grande guerriero del Giappone.
***
- Haru! - la voce del vecchio Maestro lo raggiunse nel pieno della meditazione. Cadde a terra rovinosamente.
- Ti sei lasciato distrarre di nuovo. Quante volte devo dirtelo ancora? - tuonò il Maestro Shin con sguardo severo.
- Ma Sensei... - cercò di giustificarsi.
- Niente scuse. Se non imparerai ad estraniarti dal mondo esterno, il tuo viaggio sarà finito ancor prima di esser cominciato - .
Era sempre stato così, da quando Haru aveva memoria. Il tempo e le molte battaglie combattute non avevano minimamente intaccato lo spirito e gli occhi del Maestro. Occhi vivi, profondi, custodi di una verità ancestrale, infossati nel viso segnato come la corteccia di un albero secolare. Ogni ruga esprimeva saggezza, testimone perenne della profonda conoscenza dei misteri del cosmo che quell'uomo possedeva. Solo il suo corpo mostrava i primi segni degli anni, pronto forse a passare il testimone a quel giovane apprendista testardo.
Rialzandosi – era rimasto appeso a testa in giù all'albero menando fendenti all'aria per oltre un'ora – i ricordi cominciano a scorrergli davanti agli occhi. Presto, lo sapeva, avrebbe dovuto rinunciarvi.
Era arrivato al Tempio molto piccolo, aveva circa 3 anni. Terzo figlio di una famiglia di contadini, il padre era stato costretto ad affidarlo ai monaci in una delle poche visite che essi compivano in città.
Questo gli aveva raccontato il vecchio Sensei, lui era troppo piccolo per ricordarselo. Da quel momento, il monastero, con la sua vita scandita dall'allenamento e dalla preghiera, era diventato la sua vita, e i Monaci la sua famiglia.
Lo avevano accolto e lo avevano cresciuto, unico piccolo apprendista tra vecchi saggi.
Come si sa, la vita di un monaco Shaolin è votata al sacrificio e al raggiungimento della perfezione nell'arte del combattimento.
Una vita cui il giovane Haru, gioviale, curioso... e iperattivo, aveva faticato ad abituarsi.
Fortunatamente Sensei Shin l'aveva preso con sé e l'aveva cresciuto come fosse suo figlio.
- Un giorno capirai l'importanza della concentrazione, Haru-Shōnen. - Il Maestro usava quell'appellativo, abbassando il capo sconsolato, quando il ragazzo faceva qualcosa che lo deludeva. Avvicinarci alla Natura e ai nostri Dei ci permette di avvicinarci a noi stessi. Ciò è possibile solo attraverso la meditazione e la forgiatura perfetta del nostro corpo. Mente e corpo devono saper affrontare le difficoltà che la vita ci pone davanti. Sei un predestinato Haru, e presto o tardi il destino chiederà il proprio compenso. Devi essere pronto - .
Haru si alzò, si spolverò i pantaloni e si incamminò mesto verso il vecchio Maestro.
- Ha ragione Sensei, Le chiedo perdono - , disse abbassando lo sguardo con finto fare colpevole che nascondeva in realtà un sorriso.
- Ora vai a riposare. Domani dovrai sostenere la tua prova finale - .
***
Il più grande guerriero del Giappone. Il suo Destino. Parole grandi, troppo. Parole che Haru aveva sempre considerato poco più di un ritornello che il Maestro Shin gli ripeteva costantemente per spingerlo a dare sempre il meglio e per tenere a bada la sua naturale predisposizione a creare guai. Si ritrovò a domandarsi per l'ennesima volta se le parole del saggio Maestro avessero un fondo di verità. Il giorno seguente avrebbe dovuto scoprirlo nel modo peggiore.
Il sole era ormai tramontato a ovest. Haru decise di lasciarsi il Tempio alle spalle e di salire la vicina collina di Shogunzuka per trovare un po' di sollievo dai pensieri che affollavano la sua giovane mente.
Si narrava che proprio lì, agli albori del tempo, il leggendario filosofo Kanmu fosse giunto in pellegrinaggio e, illuminato da ciò che vi aveva scorto, avesse deciso di fondare la prima scuola di pensiero dell'intero Giappone.
I suoi insegnamenti erano stati raccolti dai suoi primi discepoli nel misterioso Libro Sacro Kojiki e poi seppelliti sotto l'albero di cedro più alto che dominava tuttora la sommità della collina.
Haru giunse al giardino di Kirishima ed iniziò la dolce salita che in breve tempo l'avrebbe portato alla cima del colle. Quel luogo aveva sempre esercitato in lui un fascino magnetico e il potere di calmare il tumulto del suo cuore.
Si lasciò cullare dal dolce profumo delle azalee, dalle eleganti gardenie e dalle sempreverdi andromeda giapponesi. Attraversò il piccolo stagno posto al centro del giardino grazie alla lunga serie di passerelle di legno che collegavano gli isolotti di pietra lì presenti.
Il ragazzo si fermò per qualche secondo ad ammirare le statue dei due Komainu che aprivano la salita. I loro volti leonini trasmettevano severità, ed erano simbolo dell'origine e della fine del tutto. Si addentrò poi nell'infinita schiera di tōrō di pietra che illuminavano il percorso. Si narrava che le luci di quelle lampade custodissero lo spirito degli antenati.
Giunto in cima senza neanche essersene accorto, tanto era assorto nei suoi pensieri, si fermò sulle rive del laghetto artificiale al cui centro sorgeva Ōnamuji, il leggendario albero di cedro.
Si narrava che la roccia su cui poggiava fosse il dorso di un drago sopito. Attraversò il ponte di pietra semicircolare che collegava la sponda del lago al masso centrale e si sedette sotto le fronde dell'albero, osservando le stelle e cercandovi le risposte.
Dopo poco si assopì, dimentico delle sue tribolazioni. Non si accorse della volpe bianca, candida come la neve, che lo osservava celata alla sua vista.

Capitolo 2 - La Fuga

Jack provò a muoversi. Lentamente. Il suo corpo un unico, grande ammasso di dolori. La spalla su cui era atterrato pulsava e cominciava a gonfiarsi. Solo il fresco della roccia su cui poggiava era in grado di offrirgli una qualche sorta di ristoro.
La deflagrazione alle sue spalle, ricordò, era stata potentissima, assordante. Il sibilo che aveva nelle orecchie cominciava a svanire solo ora. Lentamente. Al suo posto, un senso di straniamento.
Sbatté più volte le palpebre, incapace di spiegarsi l'estraneità del luogo che lo circondava.
Il buio avvolgeva i suoi ricordi, assorbiti forse anch'essi dall'oscurità che lo aveva inglobato. Era una fonte ignota e inspiegabile, madre dell'orrore che aveva vissuto nelle ore precedenti.
I ricordi si affacciarono gradualmente.
Stava scappando da quell'orrore stringendo la mano di Arja. Il solo pensare a lei gli provocò un dolore lancinante in mezzo al petto.
Quando l'attacco era cominciato, gli abitanti di Füstern, il piccolo villaggio della Vestfalia in cui viveva da quasi un anno, non erano di certo preparati. Anzi, avevano quasi sicuramente pensato a uno dei soliti incidenti di cantiere. Perché mai un qualche nemico avrebbe dovuto attaccare quel piccolo villaggio senza altro da offrire se non un paio di attrazioni turistiche minori e qualche mucca al pascolo?
Gli orrori della guerra sopravvivevano da tempo ormai solo nelle memorie dei più anziani. Era infatti un'altra epoca quella in cui l'Allemania, la grande Nazione che aveva dato loro i natali, era uscita sconfitta dal conflitto mondiale che l'aveva travolta.
Il Paese, e con esso la vita, aveva lentamente ripreso il suo ritmo naturale, fatto di piccoli gesti e di bontà quotidiana. Le case erano state ricostruite, le macerie portate altrove. I contadini avevano ripreso a lavorare i campi, i fornai ad accendere i loro amati forni, le massaie a preparare il gulash per propri mariti. Tutto come era già stato in passato, prima del conflitto.
Ecco perché, probabilmente, la popolazione non era corsa al riparo immediatamente. E comunque, visto ciò che era successo in seguito, se anche l'avesse fatto quasi certamente la situazione non sarebbe cambiata lo stesso.
La prima bomba, ricordò, aveva colpito il municipio, la Rathaus. La seconda, la chiesa di San Friedrich. Avevano attaccato i due luoghi simbolo della città, la sede del potere temporale da una parte, e di quello religioso dall'altra. Non poteva essere semplice frutto del caso.
La sirena ci aveva messo qualche minuto ad annunciare l'arrivo dei nemici. I pianti dei bambini strappati violentemente della loro tranquillità e l'abbaiare dei cani spaventati, invece, non si erano fatti attendere.
Jack stava lavorando nei campi di famiglia nelle vicinanze del fiume Lech – le poche proprietà che i suoi avi gli avevano lasciato al di fuori della città - sulle dolci colline che s'innalzavano sul paesaggio circostante, se così si può dire. Erano leggermente rialzate rispetto al resto della cittadina, e questo gli aveva consentito, oltre a un punto di vista privilegiato su ciò che stava accadendo a poche centinaia di metri da lui, molto probabilmente la salvezza.
I ricordi cominciarono a correre veloci. La mente di Jack fu scaraventata a quei terribili momenti senza altro cui aggrapparsi se non le lacrime che gli solcavano il viso e il dolente ricordo dell'ultimo, amaro bagliore negli occhi color lapislazzulo di Arja, la sua promessa sposa.
***
L'aquila reale si librò in volo e lasciò il suo secolare rifugio tra le montagne, allontanandosi all'orizzonte più veloce di quanto qualunque occhio umano potesse vedere.
Il tempo era giunto, infine. Gli Spiriti Guardiani si sarebbero nuovamente riuniti.

Francesco Codenotti
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