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Autore: Michele Scalini
Titolo: Dark World
Genere Futuristico
Lettori 92
Dark World

Dovrebbero essere le sei del mattino. Non lo dico perché sono già sveglio o perché ho visto l'ora sull'orologio. Lo dico perché quella dannata sveglia ha iniziato a suonare da qualche minuto, con quell'orrendo cicalino che echeggia per tutto il monolocale in cui vivo. È ora di svegliarsi, secondo lei, ma per me è solo l'ora di tornare ad odiare il mondo in cui vivo, riprendendo da dove avevo interrotto la sera prima. Vorrei prendere quella dannata sveglia, scaraventarla contro il muro e tornarmene a dormire. Ma non posso farlo, passerei dei guai e preferirei evitare. Mi copro con le coperte e mi giro dall'altra parte. Ma non serve a niente, quell'aggeggio infernale continua a suonare. Vuole costringermi ad abbandonare il mondo dei sogni per immergermi in quello reale, che a volte non è così diverso dal peggiore degli incubi.
- Vai al diavolo!!! - le urlo mentre premo il pulsante per spegnere quella dannata sirena.
Mi alzo e mi siedo sul bordo del letto, con i piedi a terra. Ancora assonnato, mi guardo intorno, per la stanza, mentre con la mano mi gratto la testa. Dò un'occhiata fuori dalla finestra e vedo che è ancora buio. Si intravedono solo le luci a intermittenza di quelle fastidiose insegne pubblicitarie, che mostrano continuamente inutili prodotti con stupidi slogan per attirare la nostra attenzione.
- Buongiorno cittadino - sento dire alle mie spalle.
Come al solito, al controllore non sfugge mai niente. Ha visto che mi sono svegliato ed è già pronto a salutarmi con quel fastidioso modo di chiamarmi, cittadino. Sono un umano, non un cittadino, vorrei gridargli. Abbi rispetto per ciò che sono, non per ciò che pensi che sia. Mi volto verso quella dannata videocamera e la fisso turbato dalla sua presenza.
- Non è un buongiorno - le dico quelle parole a denti stretti e sottovoce per non farmi sentire, poi con aria disturbata le rispondo come si deve - Buongiorno controllore. -
- Oggi è martedì, venti febbraio due mila cinquantasette. Ci sono otto gradi all'esterno ed è prevista pioggia tutto il giorno - quella voce dal suono metallico, proveniente dal controllore, dà anche le informazioni meteo, come ogni mattina.
Prevista pioggia, sai che novità. Sta piovendo da settimane, da mesi, anzi a volte ho come l'impressione che non abbia mai smesso e che non abbia mai iniziato. Con molta fatica, mi alzo in piedi e vado in bagno. Entro in quello stanzino due metri per due, e mi fermo di fronte allo specchio appeso al muro, sopra al lavandino. Osservo l'immagine di quel tizio riflessa su quello specchio. Capelli rasati, barba incolta, occhio spento e triste.
- Chi sei? Cosa vuoi? Cosa ci fai qui? - domando a quell'immagine.
Attendo alcuni istanti per avere una risposta che so di non poter ricevere. Prendo lo spazzolino da denti e il dentifricio, ancora incartati nella loro deliziosa confezione, e cerco di dare un'immagine presentabile, secondo i loro standard, a quell'essere che viene riflesso dallo specchio. Finito di radermi, lavo il viso con l'acqua fredda, sperando che possa togliere quel senso di disagio che vivo ogni mattina.
Finito il solito rituale igienico mattutino, torno nel reparto notte del mio piccolo monolocale, concesso gentilmente dal governo, al quale devo anche pagare l'affitto mensile. Vado a prendere i vestiti che mi stanno aspettando sopra una sedia che tengo vicina al letto. Infilo pantaloni e camicia, mentre sento lo sguardo vigile del controllore su di me.
Quella dannata macchina, con il suo occhio elettronico che segue ogni nostro passo, ogni istante della nostra miserabile vita. Ci controllano ovunque, anche in casa. E poi ci dicono che finalmente siamo liberi, ma liberi da cosa? Siamo trattati come prigionieri, chiusi in una vasta prigione senza sbarre e senza recinzioni, che dobbiamo chiamare città. Ed hanno anche il coraggio di dirci che siamo liberi. Assurdo.
Sorvolo su quei dettagli, altrimenti rischio di arrabbiarmi e fare qualcosa di cui potrei pentirmi, e, finito di vestirmi, vado nel reparto giorno. Un tavolo con un paio di sedie, un fornello e un frigorifero semi vuoto compongono la mia cucina. Dal frigo prendo una confezione in plastica, contenente la colazione dei campioni. In quella confezione trovo un bicchiere, in plastica, con del succo d'arancia, una tazza di caffè istantaneo, ovviamente in plastica, un toast avvolto nella sua confezione, in plastica, e poi la pasticca del pax, da prendere ogni mattina dopo i pasti; inutile dire che c'è l'obbligo da parte del governo di prendere quella pasticca, anch'essa avvolta in una deliziosa confezione in plastica bianca.
Il pax è un medicinale, considerato rivoluzionario, che ci obbligano a prendere dopo aver compiuto i cinque anni di età, per il resto della nostra inutile vita. Ogni giorno dobbiamo prenderla. Serve per inibire gli istinti violenti e l'aggressività presenti nell'uomo. Inutile dire che se un giorno non venisse presa, ti ritrovi gli agenti delle forze dell'ordine in casa e puoi rischiare anche l'arresto.
Il tutto offerto dalla Breakfast Plus, azienda leader nell'alimentazione. Viene gestita dal governo, come tutte le altre aziende del mio mondo, ed ha il monopolio assoluto sulle colazioni di tutta la città, anche nei bar o nei centri commerciali trovi i loro prodotti. Offerto, si fa per dire. Tre volte al mese, in ogni casa, passa il fattorino dell'azienda. Si presenta alla porta con il suo sorriso da ebete e ci lascia dieci confezioni di colazione, e si fa anche pagare bene l'azienda, senza escludere la mancia per il fattorino.
Finita la colazione, getto tutta quella plastica rimasta nello scarico automatizzato dei rifiuti. Vado a prendere la giacca e poi mi avvicino alla porta. Come il rituale richiede, resto immobile di fronte alla porta, con la mano sulla maniglia e lo sguardo rivolto verso il nulla. Come ogni mattina, cerco un valido motivo per uscire dal mio rifugio sicuro, per immergermi in quel mondo che mi sta aspettando, dietro quella porta. Come ogni mattina, mi chiedo quale sia il senso di quella vita che conduco da anni senza alcuna soddisfazione personale.
- Cittadino!!! Il lavoro ti aspetta!!! - è la voce del controllore a riportarmi alla realtà.
Mi volto verso quella macchina appesa alla mia parete e, senza dire niente, apro la porta per uscire dal mio appartamento di fretta, chiudendola dietro di me con rabbia.
- Buongiorno cittadino... hai provato il nuovo dentifricio Dentix Mint? L'unico che ti assicura un sorriso bianchissimo. -
Hanno appeso una di quelle dannate insegne pubblicitarie proprio di fronte alla porta di casa mia, neanche ne fossi felice e lo abbia chiesto di persona. Vengono definite insegne intelligenti. In base alla fascia oraria, trasmettono il tipo di prodotto più adatto. Visto che adesso è mattina, ti mostrano il miglior prodotto per l'igiene orale. Se fosse stato mezzogiorno, ti avrebbero consigliato un pasto o un ristorante. Ma non si basano solo sulle fasce orarie, controllano anche le tue azioni.
Stai guardando l'orologio? E tac, ti mostrano un nuovo orologio. Ti stai allacciando le scarpe? E tac, ti mostrano un nuovo paio di scarpe. Ti stai aggiustando la giacca? E tac, ti mostrano un nuovo modello di giacca alla moda. E via dicendo, non ti danno tregua per farla breve. Mostrando indifferenza e disgusto verso quelle stupide insegne pubblicitarie, mi incammino verso la strada sotto casa per dirigermi al lavoro, come faccio ogni mattina.
Come annunciato dal controllore, sta piovendo e c'è anche una leggera nebbiolina per la strada, che è già invasa da altri cittadini che stanno andando al lavoro, anziani che vanno a fare la spesa e dai più giovani che vanno negli istituti educativi, per essere formati ed educati dal governo stesso. Ormai neanche mi soffermo più su quella gente, anzi, fingo che non esistano.
Mi incammino per la strada dirigendomi alla fermata dell'autobus. Come ogni mattina, mi guardo intorno con il mio solito disgusto. Telecamere di videosorveglianza ovunque, in ogni edificio e in ogni angolo, che ci controllano garantendo la nostra sicurezza, almeno questo è ciò che ci dicono. Ma quello non è abbastanza per garantire la sicurezza. Negli ultimi anni, si sono attrezzati anche di droni aerei.
Sistemi automatizzati che controllano le strade dall'alto; volano sopra le nostre teste, con le loro eliche silenziose, muniti di videocamere e mitragliatrici, ben nascoste, si intende. Infine, tanto per gradire, ci sono gli agenti delle forze dell'ordine, vestiti con le loro divise nere con giubbotto antiproiettile, la pistola in un fianco e un manganello nell'altro, e, a completare la divisa del buon soldato, in testa indossano il casco antisommossa.

Michele Scalini
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