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Autore: Rose M. Blanchard
Titolo: Una Carezza tra le Nuvole
Genere Erotico LGBT
Lettori 114
Una Carezza tra le Nuvole

Heart in Love.

L'acqua della doccia, all'interno del box caldo e profumato, seduce la mia anima; la soffice schiuma al profumo di biancospino poco dopo mi ricopre e come al solito non mi strofino per lavarmi, ma mi accarezzo. Finisco naturalmente per masturbarmi e lo faccio pensando alla bellezza del suo corpo, alla morbidezza della sua lingua, alla dolcezza dei suoi occhi. Ma poi torno alla realtà, esco dalla doccia e tutto ciò che mi viene da dire è... sono un coglione. Sì, lo sono davvero. Dopo che mi ha chiesto se mi andava di uscire con lui a mangiare una pizza e farci una birra, che cosa vado a rispondergli? No, ho la palestra stasera e dopo sono troppo stanco. Ma quando mai! Ma che mi è venuto in mente? Non riesco a credere di averglielo detto davvero. Desidero stare con lui più di ogni altra cosa, che diavolo è che mi frena?

- Sei pazzo di lui, te ne stai innamorando salvo che non sia già successo. -

Adriana me lo disse una volta. Ecco cos'è. Lei me lo fece notare ed io avevo il terrore che potesse avere ragione e ricordo di aver preso l'impegno di non cercarlo più, di non chiedere più di lui, di non pensarci anche se era impossibile, di non rivederlo mai più. Ma stiamo parlando di Paride, una creatura misteriosa che al di fuori di Villa Moonlight non esisteva. Come potevo immaginare di ritrovarmelo sotto le vesti di Nicolò, così bello, genuino ma soprattutto così accessibile. Ha ventitré anni, me l'ha detto stamattina, non è più un mistero; sta cominciando a venir fuori, e tutto ciò che affiora di lui mi piace. Mi piace troppo e questo mi spaventa. Ho un principio inattaccabile: mai più impegnarsi. Devo essere roccia e sconfiggere ogni segno di debolezza. Ho fatto bene a dirgli di no. Magari la prossima volta sarà un sì, poi ancora un no e andremo avanti così, tra una scopata e una pizza, un film al cinema e una partita a biliardo.  

La sera dopo abbiamo un appuntamento verso Piazza Navona. Lui abita nelle vicinanze, in un monolocale che il padre aveva comprato anni fa per sfruttarne l'affitto. Poi è rimasto vuoto per un po' di tempo e Nicolò vi si è trasferito.
- Non sei stanco stasera? -
Che fai sfotti? - No. Ho corso per dieci lunghi chilometri oggi e quando corro, è come se eliminassi energia negativa per infondermi di una forza nuova. -
- Bene! Sono contento di saperlo. Così, quando so che corri non avrai scusanti. -
- Che vorresti dire con questo? -
- Niente. -
- Pensi forse che ieri abbia trovato una scusa per non uscire con te? -
- No, non lo penso. -
- Dalla battuta che hai fatto, pare invece di sì. - Mi avvicino a lui forse troppo considerando che siamo in mezzo a un sacco di gente. - Nicolò, ascoltami. Voglio dirtelo adesso, in questo preciso istante senza girarci troppo intorno e senza mezzi termini. Voglio essere sincero, io sono sempre sincero. Non sono uno che ha bisogno di cercare scuse quando non ha voglia di fare qualcosa. Se è no... è no. Ti ho dato una motivazione ieri, ma non lo farò più, la prossima volta sarà no... e basta. -
Il suo sguardo è basso e remissivo, spruzzato con un pizzico di delusione.
- Non c'è bisogno che te la prendi tanto. -
- Non me la sto prendendo, sto solo cercando di essere il più chiaro possibile. Mi piace dire le cose come stanno. -
- Okay, Michael, sei stato chiaro come il sole. -
- No, aspetta, non è tutto. C'è la cosa più importante, la più importante di tutte. Ricordi ciò che ha detto Adriana di me? È la mia regola Nicolò, una regola indissolubile. Non so come la pensi tu, ma io non m'impegno con nessuno. Non mi piace legarmi e se stasera esco con te, domani voglio essere libero di farlo con qualcun altro o qualcun'altra o non farlo affatto. Perciò se a te sta bene così, andiamo a mangiare, oppure lasciamoci qui e ognuno tornerà per la sua strada. -
È spaventoso quello che sto facendo, non ho mai ricevuto tante pugnalate al cuore nello stesso momento e la cosa più agghiacciante è che me le sto affliggendo da solo. Restiamo lì a guardarci senza proferire parola. Lo perderò, penso. L'ho perso. Vorrei morire... io e le mie regole di merda.
Abbozza un lieve sorriso. - Andiamo a mangiare - mi dice. - Ti porto in un posticino delizioso. -
Uscito indenne da quelle fiamme che io stesso avevo tirato su dagli inferi, lo seguo. Non è un locale quello dove ci fermiamo. È casa sua. È un monolocale, abbastanza grande da averlo trasformato in un grazioso mini appartamento, davvero delizioso. È pulito, in ordine come piace a me. L'arredamento moderno lascia ingrandire di più lo spazio e ogni elemento è stato disposto in maniera perfetta da avere in sole quattro mura tutto ciò che necessita una casa. Dietro una parete a soffietto si nasconde il letto matrimoniale, uno di quei letti a ripostiglio, dove Nicolò ripone di tutto, dalle lenzuola e coperte agli indumenti fuori stagione, dalla chitarra a tutto ciò che non vuole ritrovarsi tra i piedi. Su un altro lato, una mobilia componibile racchiude il giusto necessario per una cucina funzionale, di fronte è posto un tavolo per sei, allungabile all'occorrenza. Dietro a due pannelli a specchio scorrevoli ci sono un bagnetto con un mobile lavello, il water e il box doccia. Una colonna girevole fa da specchiera, da cassettiera e da portasciugamani mentre su un paio di ripiani sono poste alcune boccette di profumo e dopobarba. Mi piace.
- Carino qui. -
Lo vedo smanettare tra frigo e fornelli. - Vuoi una mano? -
- No. Mettiti comodo e accendi la tivù. -
Mentre gironzolo tra i vari canali, dove non trovo nulla d'interessante, quel piccolo spazio s'inonda di ogni sorta di profumi tanto da farmi venire l'acquolina in bocca. Vorrei andargli dietro e crogiolarmi col suo corpo mentre è intento a bagnare le scaloppine col limone, ma dopo le cazzate che gli ho detto, non me la sento. Anche se non lo dà a vedere, so perfettamente di averlo deluso. Mi alzo comunque dal soffice divano dove ero affondato, spengo la tivù e vado da lui. Mentre scola i fusilli, apparecchio la tavola. Sembra non manchi niente, aspetto solo lui che mi sta di spalle mentre salta la pasta in un soffritto di zucchine e gamberetti. Tranne che mettiti comodo e accendi la tivù, non ha detto altro da quando siamo qui; sarà che la cucina lo prende in modo particolare? Può darsi, ma io mi sento in colpa. Gli vado vicino, gli tolgo la pentola di mano e prendo il suo viso tra le mie. Lo bacio. Con passione. Con tanta passione. Lui fa lo stesso, mi accarezza le labbra con la lingua, poi le succhia e ci arrendiamo a qualcosa di dolce che col passare dei secondi diviene sfrenato. Le sue mani fervide mi cercano dappertutto, mi strappano la camicia da dosso, mi strizzano ovunque. Lo prendo in braccio, mi avvinghia le gambe intorno e lo lascio cadere sul tavolo. È una fortuna che i piatti non siano ancora stati posti e le bottiglie dell'acqua e del vino fossero in plastica perché scaravento tutto lontano e m'impadronisco del suo corpo senza ritegno, senza preliminari, il tempo di sfilargli i pantaloni e quel tavolo diventa la nuova alcova del piacere, dell'eccitazione, soprattutto se pensiamo che tra un po' dobbiamo mangiarci.
È divenuta ormai un'abitudine quella di restare per un po' l'uno sull'altro. È su di me ora, la sua fronte posa sul lato del mio viso mentre le sue dita giochicchiano attorcigliandosi nel mio pizzetto unto. Io accarezzo ogni centimetro del suo corpo partendo dalle spalle e scendendo sotto le natiche. Poi torno su e riscendo ancora. Lo farei per ore.
- I fusilli saranno diventati un mattone - sussurra svegliandomi da quell'estasi profonda.
- L'unico mattone qui sei tu, - gli rispondo sfottendolo - mi stai schiacciando l'uccello e tutto quello che c'è sotto. -

Vorrei capire qual è il confine tra un'avventura e una cosa seria. Nicolò non è un'avventura per me ma neppure una cosa seria... evito proprio di pensarci. Ogni mattina, appena sveglio, faccio il segno della croce, dico un Padre Nostro e recito le nuove litanie del momento... non ci cascherò... non ci cascherò... non ci cascherò. Non esiste amore che duri per sempre e questo l'ho appurato dritto sulla mia pelle. Il guaio è che se finisce quando tu lo credi amore eterno, ci muori e basta. Io sono già morto e non si muore due volte. Quando Alice mi ha ucciso, ha distrutto tutto ciò che di bello e romantico c'era in me, il mio modo di amare, d'innamorarmi, di essere felice. È rimasto solo vuoto, satirismo e depravazione, strafottenza e disinteresse per ogni cosa, e sapere lui con uno come me non mi dà molta gioia. A volte penso di lasciarlo andare, non lo merito e non voglio renderlo vittima del mio essere. Con Paride ci ero riuscito o almeno la decisione l'avevo presa, con lui sarà lo stesso. Non sarà difficile. D'altronde mi piace e basta. Tutto qui. Sì, mi piace il suo corpo... amo il suo corpo, bellissimo e perfetto, lo amo più del mio e questo mi fa quasi rabbia. Adoro scoparci, è vero pure questo, ma anche con le mie puttane mi piace... mi piaceva farlo. Okay, lavoriamo insieme. E mangiamo insieme, tutto qui. E va bene... usciamo pure tutte le sere, ma questo non vuol dire niente, come non voglia dire niente il fatto che sono due mesi che non ci stacchiamo l'uno dall'altro e che da almeno una settimana dormo da lui. No, tranquilli, non vuol dire assolutamente niente e questo lui lo sa. Sa benissimo che da un giorno all'altro potrebbe girarmi d'infilarlo nel culo di qualcun altro, e lui deve starsene zitto perché ha accettato le mie regole. Ciò che mi preoccupa è che potrei farlo soffrire; io mi sono posto la regola di non innamorarmi, ma lui no. Non vorrei che succedesse, e più lo conosco, più mi rendo conto che merita di meglio, e uno come me dovrebbe solo mandarlo al diavolo. Ma lui non lo fa, neanche quando m'incazzo per le sue battutine sull'amore. Le regole, Nicolò, te le ricordi?

Domani sarà il suo compleanno; compirà ventiquattro anni, e solo perché lo festeggerà con me, ha deciso che sarà il più bel compleanno della sua vita. Ma alla fine ho capito perché: sarà il giorno in cui lui detterà legge e io dovrò esaudire ogni suo desidero fino alle ore ventiquattro di detto giorno. Lo odio per questo perché so già che mi accopperà tutte quelle cose che io detesto e lui no, così durante la pausa lavoro, mentre mi tengo la testa con le mani per assorbire meglio il colpo, lui m'illustra il programma del giorno dopo. Tappa principale, Torvaianica.

Ed eccoci qui, in una delle più importanti località balneari del litorale romano. Trascorreremo la mattinata al parco acquatico a vedere zompettare i delfini; a me non dicono niente, ma lui li adora. Non è la prima volta che propone di farci un salto, ma tutte le volte sono riuscito a cavarmela con qualche scusa. Oggi sono il genio della lampada e non ne ho.
- Cazzo! - sbotta all'improvviso.
- Che c'è? -
- Ho dimenticato di prelevare. Aspetta, sulla legenda della cartina mi pare di aver visto un bancomat. -
- Rimettila a posto, lascia stare. -
- Lascio stare cosa? -
- È il tuo compleanno oggi. Pago io, qualunque cosa. -
Mi guarda allibito. - No. Te lo scordi. -
- Ti compro tutto quello che vuoi. -
- No Michael, non lo fare. Non ti conviene credimi! -
- Sono il genio. Oggi solo desideri. -
Ho una voglia bestiale di baciarlo, di tenerlo per mano, di abbracciarlo stretto mentre passeggiamo, ma siamo in mezzo a una baraonda di gente e questo è uno dei motivi per cui a volte non abbiamo molta voglia di uscire. Più desideriamo stare insieme, più ci chiudiamo dentro casa.
Proviamo a gironzolare con le mani piene sgranocchiando patatine o noccioline, qualunque cosa insomma possa distrarci dalla nostra voglia di toccarci o semplicemente sfiorarci.
Assistiamo allo spettacolo con i delfini che, se devo dire il vero, non è stato poi così male. Poi lui si è messo a fare il bambino capriccioso chiedendo le foto con gli animali; ne ha voluta uno col rapace sul braccio, una col leone marino e un'altra con i pappagalli. Naturalmente me compreso. Continuo a odiarlo. Verso l'una ordiniamo un hamburger, altre patatine e una lattina di coca. Entriamo in uno dei bar per un caffè, ma abbiamo sete e buttiamo giù una birra gelata. Finito il tour al parco acquatico, ce ne scendiamo giù in spiaggia; siamo alla prima metà di aprile, non fa caldissimo come in piena estate, ma è zeppo di culi bianchi ovunque. Un paio di tette al vento passeggiano sul bagnasciuga con indifferenza verso i cannibali che le mangiano con gli occhi e una stronzetta davanti a noi sta mangiando il mio Nicolò mentre è intento a tirare fuori tutto il ben di Dio che si ritrova. Ha uno slippino così mini che se gli venisse un'erezione, gli si ritira fin sotto le palle e l'idea di assistere a una scena del genere mi fa impazzire. Anzi, mi metterei a fargli un pompino sotto gli occhi della stronzetta e mentre mi eiacula sulla faccia come piace a lui, la fulmino.

Non è una scena di gelosia, vero?

Ma a chi verrebbe in mente di pensare una cosa del genere? Certo che no.

Sono le sei e mezzo mentre passeggiamo sul lungomare. Ci siamo colorati un po' e sentiamo pizzicare la nostra pelle sotto i vestiti per l'azione del sale e del sole. Ciò che non dirai mai di Torvaianica è che non hai trovato una gelateria o una pizzeria: ne trovi una in ogni angolo e proprio ora, stiamo gustando un enorme cono gelato seduti su una panchina. Ce lo lecchiamo guardandoci negli occhi immaginando che quel gelato possa essere ognuna delle nostre lingue; lui a volte se lo infila in bocca e ne succhia un po' e sento la mia bestia che comincia a dare i colpi. Pensiamo forse sia meglio tornare a casa e toglierci tutto il sale dalla pelle con una bella doccia e magari, perché no, lasciarmi strofinare da lui.
Ma perché mi metto a pensare queste cose sul lungomare di Torvaianica? Già solo il pensiero della doccia me lo mette dritto, pensarci con lui dentro...
- Ma cos'hai? -
- Niente. Sbrigati con quel gelato. -
- A che stai pensando, farabutto? Tra un po' ti esplode dai pantaloni. Cos'è che hai visto? - Si guarda intorno convinto che qualcuno mi avesse fatto quell'effetto.
- Non ho visto niente. La vuoi smettere? - Non riesco a trattenermi dal ridere, ancor più perché lui ci si sta sbellicando. - Dammi la tua tracolla. -
- No. Non ci pensare neanche. Prossimo desiderio. Voglio che cammini tra la gente così, con quella protuberanza bestiale che hai lì davanti. Non puoi tirarti indietro, lo sai. Comando io oggi. -
- Figlio di puttana! Stronzo! -
- Finisco il gelato e poi andiamo - se lo lecca tra le risate, il bastardo.
Il mio bestione ha un solo difetto, quando parte non lo rimetti più a cuccia. Più cerco di distrarmi, più lo sento pulsare, maledetto! La cosa buona è che noto andar via parecchia gente, è l'ora dei pullman e del rientro. Sulla spiaggia sono rimaste un paio di coppie che sono piuttosto indaffarate a sbaciucchiarsi e potrebbero non accorgersi di quella cosa mostruosa che mi freme sotto i pantaloni. Ma ho ancora voglia di godermi la vista della spiaggia ormai vuota e del rosso tramonto che si specchia nel mare proprio davanti a noi, così mi rilasso sulla panchina scivolando un po' sulle natiche e presentando al cielo la mia spaventosa prominenza. Lui la guarda molto compiaciuto, divertito e gli leggo sulla faccia la voglia pazzesca di far scivolare la sua mano, ma tira un sospiro profondo e si volta anche lui a contemplare il tramonto.
- Allora, il mio desiderio? -
- Non so che darei per scoparti qui. -
Si volta verso di me e resta a guardarmi, poi sento la sua mano su di me e si mette a slacciarmi i pantaloni.
- Che fai, sei impazzito? -
- Sta' fermo. -
- Smettila! Ci guardano! - gli sbraito togliendogli le mani dai miei pantaloni.
- Falla finita! Non ci guarda nessuno - insiste piazzandomi di nuovo la mano sopra.
In realtà, il lungomare è deserto. Si sentono voci lontane, ma la nostra panchina è posta tra due enormi vasi con due piante a cespuglio che ci nascondono alla vista di chiunque. In spiaggia, le uniche due coppie rimaste, sono ancora impegnate a tubare e della sega che Nicolò mi sta facendo, non credo freghi loro più di tanto. Sospiro con il terrore che qualcuno di loro possa sollevare lo sguardo, li tengo costantemente d'occhio, ma più passa il tempo e più m'importa meno. Sta pure giungendo qualcuno perché le voci in lontananza ora sono vicine, ma ormai sto venendo. Nicolò se lo lascia zampillare in bocca e lo ingoia evitando così di sporcarmi. Lo infilo subito dentro i pantaloni, unto e ancora sveglio, mentre, alle nostre spalle, compare una mandria di tre famiglie con passeggini e figli sghignazzanti. Si allontanano mentre vedo ora una delle due coppie alzarsi e andarsene di fretta; forse si sono resi conto solo ora che stanno per perdere il pullman. Prendo la mano di Nicolò e la stringo nella mia, la accarezzo mentre il sole se n'è andato. All'improvviso si solleva e si siede su di me cavalcioni.
- Nic... che fai? Dai! -
Mi affonda le dita tra i capelli, mi accarezza pettinandoli sciogliendo il suo sguardo nel mio. Mi abbraccia e mi bacia. Sembra quasi che non gl'importi più di essere pizzicato da occhi indiscreti. La coppia sulla spiaggia si accorge di noi; con la coda dell'occhio vedo che si dicono qualcosa, poi sorridono guardandoci e tornano a sbaciucchiarsi. Ho appena fatto una scoperta, e cioè che importa poco anche a me, anzi più loro guardano più io ci do dentro ad accarezzare il mio ragazzo, sulle gambe, sul corpo, ovunque. Ho chiuso gli occhi, non mi va di guardare niente, nessuno. Voglio solo abbandonarmi a lui, alle sue carezze, nella sua bocca e, mentre la brezza della sera rinfresca i nostri corpi, penso che gli slaccerò i pantaloni e ricambierò il piacere.

Mentre percorriamo Viale Spagna per raggiungere l'auto, qualcosa in una pescheria attira la sua attenzione.
- Le seppie! -
- Che ci vuoi fare? -
- Mangiarle. E poi stravedo per gli spaghetti al nero di seppia. -
- No che schifo, dai! -
- Compramele! -
- No. Gli spaghetti al nero di seppia no! Per sbiancarmi la bocca è un'impresa dopo. -
- Voglio le seppie! - insiste, e fino alle ore ventiquattro di oggi non si discute.
- Okay, okay, vai a prendertele! Ti odio. -
- Anch'io! -
La cassiera, un'attraente ragazza sui venticinque, trent'anni al massimo, si è gustata tutta la scena e ride.
- Suo figlio ha due occhi che sono davvero la fine del mondo - dice.
La guardo per un attimo. - Non è mio figlio. -
- No? Beh ho pensato che in qualche modo foste parenti, visto che anche lei non scherza; anzi i suoi sono davvero singolari. Sono lenti a contatto? -
- No, sono i miei occhi. -
- Sono bellissimi. -
Stava cadendo ai miei piedi come spesso succede con la maggior parte delle donne. In un'altra occasione sarei stato lì, pronto ad afferrarla, e prima che la notte finisse, io e lei avremmo già fatto la prima scopata. Ma questa è la giornata delle rivelazioni e ora ne ho scoperta una nuova. Nessuna delle sue parole mi ha fatto alcun effetto, non m'importa dei suoi occhi adulatori e remissivi, del suo sorriso provocante e delle gambe che si aprono leggermente sotto una succinta minigonna. Mi volto verso il bancone e lo vedo giungere raggiante con le sue seppie in mano. È di lui che m'importa, soltanto di lui. I miei occhi non vedono altro.


Le giornate sono molto più lunghe adesso, il sole cuoce senza pietà e la rete forata che copre i ponteggi inferiori, nelle giornate fin troppo quiete, crea una stasi d'aria irrespirabile, soprattutto in basso. Verso gli ultimi piani si sta meglio, ma quando capiti sulla parete sud è un inferno; il sole picchia tutto il giorno e l'imbracatura per la sicurezza sembra che diventi un tutt'uno con la pelle. Nicolò è sempre con me. L'ho detto che s'impegnava, e sta diventando un vero esperto del mestiere. Cristian è contento che suo figlio abbia finalmente deciso di intraprendere questa strada e spesso mi chiede una valutazione sul suo operato. Non nego di calcare un po' la mano con gli apprezzamenti e di lodarlo anche fin troppo, ma cerco di non superare il limite ammettendo che suo figlio è ancora giovane e ha bisogno di tanta esperienza. Ed io sarò felice di essere suo mentore a vita.
Non riesco a credere che siano già trascorsi quattro mesi da quanto l'ho incontrato per la prima volta sul tetto di questo grattacielo, quattro mesi dal giorno in cui gli ho esposto le mie regole e che ha accettato senza replicare. Posso quasi dire di vivere con lui, in camera mia ci torno giusto dopo il lavoro, il tempo di fare una doccia, preparare il ricambio da portarmi dietro e poi corro da lui. Sta succedendo qualcosa, sto cambiando. Mi sono accorto che con Nicolò sto bene anche quando non facciamo sesso, come se ciò non fosse l'unica cosa che conta e a gratificarci bastasse poco, tipo vedere un dvd abbracciati sul divano, fare la lista della spesa prima di tuffarci nel centro commerciale, o un semplice bacio, naturale, in cui le nostre labbra si sfiorano appena. Un bacio. Ricordo quando pagai per avere un bacio da lui e ciò che provai non lo scorderò mai, ma ora c'è qualcosa in più rispetto a quel giorno; non si tratta solo di una bestia che si raddrizza e degli ormoni che impazziscono agendo di testa propria, senza cagarmi minimamente. Anche adesso, sento una sorta di calore inspiegabile che mi pervade in tutto il corpo, ogni parte di me si rilassa in una maniera insolita mentre il cuore pompa forte, galoppa come un forsennato e sento il sangue ribollire e concentrarsi in unico organo. E mentre continua a sfiorarmi le labbra con le sue, il mio corpo resta rilassato; ha solo voglia di lasciarsi coccolare dal suo bacio, godere della sua tenerezza, cullarmi tra le sue braccia e lasciare che il suo respiro mi accarezzi il viso.
- Adoro quando lo fai - gli sussurro.
- Faccio cosa? -
- Quando mi coccoli. Resterei così fino a domani. - Continuo a baciarlo ancora; le sue labbra sono dolci e irresistibili. Poi mi guarda tra le cosce e ride.
- Sembra che il tuo bestione non la pensi così. -
- Ah... lascialo perdere. È un viziato. Deve imparare che non può averle tutte vinte. Appena bussa devo correre subito ad aprirgli... e che cazzo! Deve imparare. - Ridiamo e parliamo senza staccarci, la nostra pelle si fonde in effusioni concupiscenti, non è più il suo respiro che mi accarezza il viso, ma un profondo sospiro.
- Michael. -
- Sì? -
- Che ne dici se gliela diamo vinta solo per questa volta. -
Era inevitabile, non poteva andare in una maniera diversa, così me lo porto a letto.
Da un po' di tempo mi prende così, ho voglia di stare con lui in tutti i sensi, non solo sessualmente, e devo rivedere bene la situazione perché senza rendermene conto, potrebbe precipitare. Devo fare un profondo esame interiore e capire cosa rappresenta Nicolò per me, e, se sto oltrepassando il limite, devo fermarmi. Sono le mie regole, vanno rispettate se voglio che la mia vita vada in un certo modo, se voglio evitare la sofferenza. Non voglio innamorarmi di lui, non devo. Ho una brutta sensazione... un fottuto presentimento. Non sarà per sempre. Ed io non voglio più soffrire. Ma si sta preparando una bufera, un violento uragano sta per investirci perché non ho calcolato alcune cose, non ho fatto bene i conti con me stesso. Gli avevo spiattellato in faccia le mie condizioni senza valutare che non doveva rispettarle solo lui nei miei confronti, ma anch'io nei suoi, e a questo non ero preparato.
Come ogni volta, dopo il sesso, a lui piace giacere su di me col capo posato sul mio petto mentre io lo sfioro e lo accarezzo.
- Michael, te la posso chiedere una cosa? -
- Certo, dimmi. -
- Lo so che ti arrabbi tutte le volte, ma ora... è da un po' che non ti rompo le scatole con le mie stronzate. -
- Nic... e dai! Erano passati due mesi, ora ne sono trascorsi quattro e non è cambiato niente. Lo sai come la penso - quasi lo aggredisco.
- Non è vero che non è cambiato niente. Tu sei cambiato, da un po' di tempo sei diverso. Non avrei tirato in ballo questo discorso se non fosse così. -
Mi libero di lui in un baleno e inizio a vestirmi.
- Che cosa siamo noi due, Michael? Siamo una coppia? Due che scopano e basta... due persone che si amano... che cosa? -
- Niente Nic! - gli urlo. - Non siamo niente. L'ho chiarito il primo giorno, a Piazza Navona, te lo ricordi? -
- Sì, ricordo ogni parola. Non vuoi legarti ed essere libero di uscire con me o con chiunque altro tu ne abbia voglia. -
- Esattamente Nic. Queste sacrosante parole. - Gli volto le spalle e vado a prendermi la camicia.
- Quindi questo vuol dire che se lo fai tu, posso farlo anch'io. -
Per un attimo mi sento perso. Stavo cercando di abbottonare la camicia, ma non riesco a infilare il bottone nell'asola. Alla fine lo mando a fottersi e mi volto di scatto verso di lui.
- Certo che puoi, non penserai di venirmi a chiedere il permesso spero! -
- No, certo che no. Domattina non vengo al lavoro. -
- Perché? -
- Faccio un salto nel pomeriggio. -
- Ti ho chiesto perché. -
- Ho detto a mio padre che ho un'ecografia e per la mattinata non ce la faccio a venire. -
- Ma tu non hai un'ecografia, vero? -
- Viene a trovarmi un amico, domani. Uno di Firenze con cui flirtavo alcuni mesi fa... -
- E magari ci stai flirtando ancora. -
- Non vedo dove sia il problema - e su questo ha ragione, abbasso lo sguardo e me ne sto zitto.
- È un medico. Viene a Roma per un convegno e mi ha chiesto se vogliamo vederci. Ha l'incontro nel pomeriggio perciò staremo insieme tutta la mattinata. -
- Bene. Divertitevi - gli auguro mentre prendo il resto della mia roba.
- Perché te ne vai? - mi grida afferrandomi per un braccio. - Se ti dà così fastidio, lo chiamo e disdico tutto. -
- Ma che diavolo dici? Non me ne frega una beata minchia di quello che fai, lo vuoi capire o no? Puoi scoparti quel coglione tutta la mattina, se vuoi, e se non ti basterà, quando mi raggiungerai nel pomeriggio, ti darò una ripassata pure io. -
- Se è così, perché te ne stai andando fuori di testa, me lo spieghi? -
Piange. No, devo scappare!
- Perché cazzo te la prendi tanto? -
Non gli rispondo, me ne vado senza voltarmi.
- Perché te ne vai? - grida, ma non vedo l'ora di raggiungere la mia auto e sparire.

Sono nero. Sono fuori di testa. Entro in casa e sbatto la porta senza tenere conto che è l'una di notte e qualcuno starà già dormendo. Non ci penso e me ne vado direttamente in camera. Quello che vedo mi sbollenta un po' e la mia furia riesce finalmente a prendersi una tregua. Erano almeno due mesi che non dormivo più nella mia stanza. Hanno unito i letti, i due piccioncini ci affondano dentro completamente nudi e dormono beatamente. Mi sono fermato un po' a guardarli. Anish e la sua Lorena, sono davvero teneri e lei, vista così, non è poi tanto male. L'ultima volta che abbiamo parlato, lui mi ha detto di amarla, la vuole sposare dopo l'università, invece io gli ho risposto che è un minchione e non deve affliggersi una punizione così pesante. Ma non terrà conto del mio consiglio, non questa volta. La sposerà.
Chiudo piano la porta sorreggendola con l'altra mano per evitare che faccia rumore e penso di andare a stendermi sul divano in cucina. Mi ci tuffo sperando che, oltre agli occhi, si chiuda tutto il resto, ma non è così. La scena di lui che piange mi tormenta; sapere che domani si concederà a qualcun altro invece m'imbestialisce e non dovrebbe... non dovrebbe fregarmene un bel niente. Ho spento il telefono, ha cercato di chiamarmi mentre ero per strada, ma non avevo voglia di ascoltarlo. Non m'interessava sapere cosa aveva da dirmi. Qualunque cosa fosse, se vuole, verrà a dirmela domattina. Se non ci sarà, andrà a farsi fottere fuori dalla mia vita.
Ho sentito gli altri rientrare, ma non si sono accorti di me. I pensieri mi angosciano; da almeno tre ore non faccio che chiedermi perché. Perché reagisco così? Lui non lo avrebbe fatto, avrebbe pensato - sono le sue regole, le ho accettate e va bene così - ed io dovrei dire la stessa cosa, - sono le mie condizioni, me la prendo nel culo così e devo starmene zitto - e invece me la prendo con lui, e mentre penso che debba smettere di assillarmi, qualcosa di strano cattura la mia attenzione.

Rose M. Blanchard
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