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Autore: Sarah Anne
Titolo: Amori e buttafuori
Genere Romanzo Rosa
Lettori 143
Amori e buttafuori

-Si avvisano i gentili passeggeri che il volo 132 con destinazione New York, John Fitzgerald Kennedy, sta per atterrare. Vi consigliamo di allacciare le cinture-
La voce della giovane hostess risuonò per tutto l'aereo. Io mi ero appena svegliata dopo un rilassante sonno e mi preparai a scendere. L'uomo seduto accanto a me stava ancora dormendo. Non sapevo cosa fare. Se lo avessi svegliato sarei sembrata una maleducata. Ma non potevo lasciarlo dormire, fra poco saremmo dovuti scendere. Poi mi venne un'idea. Slacciai la mia cintura di sicurezza e la riallacciai cercando di muovermi verso di lui. Volevo far sembrare che lo avessi colpito per sbaglio. Il mio piano funzionò e l'uomo si svegliò.
-Mi scusi- esclamai subito -non volevo svegliarla, stavo solo cercando di allacciarmi la cintura-
-Non si preoccupi, può succedere- rispose lui ancora un pò assonnato
Poi lo vidi controllare il percorso dell'aereo sul piccolo schermo posto sul sedile davanti a lui.
-Vedo che stiamo per atterrare- esclamò -è stata una fortuna che mi abbia svegliato così posso prepararmi psicologicamente alla discesa. Mi fa sempre un po' paura-
Io gli sorrisi senza rispondere nulla. In effetti anche a me dava un po' fastidio e dovetti concentrarmi anche io per non vomitare. Era una vita che viaggiavo sugli aerei ma non mi ero ancora abituata agli atterraggi e sono sicura che non lo avrei mai fatto.
-Comunque piacere io mi chiamo John- esclamò l'uomo dopo un paio di minuti. Lo vidi con la coda dell'occhio che teneva le mani strette sul sedile davanti a lui. Forse aveva bisogno di parlare per non pensare troppo a quello che sarebbe successo da li a pochi minuti.
-Piacere, io mi chiamo Arianna-
-Viaggio di lavoro o di piacere?- domandò lui
-Diciamo di lavoro. Mi sono da poco laureata e ho trovato un'offerta di lavoro a Manhattan. Lei, invece? Lavoro o piacere?-
-Lavoro, sto tornando da Milano. Sono stato li due giorni per una riunione d'affari e ora sto tornando a casa-
L'aereo cominciò la sua discesa e sia io che John ci ammutolimmo. Lui aveva addirittura chiuso gli occhi. Poverino stava soffrendo parecchio. Finalmente il velivolo aveva toccato terra con un tonfo sordo. Tutti i passeggeri si outfitro ad applaudire al pilota per ringraziarlo di averli riportati a terra sani e salvi. Io fui l'unica a non battere le mani, durante i miei viaggi avevo assistito ad atterraggi migliori di quello. Finalmente l'aereo si fermò del tutto e cominciò a scatenarsi l'inferno. Tutti i passeggeri si alzarono nello stesso istante. Alcuni avevano già preso i propri bagagli e avevano occupato il corridoio. Anche io avevo una certa fretta di scendere, non potevo assolutamente arrivare tardi al colloquio così infilai un piede fra due uomini ma quando le porte si aprirono e la gente cominciò ad uscire qualcuno mi schiacciò il piede e io fui costretta a tornarmene al mio posto e aspettare che qualche anima gentile mi facesse passare. Ma non accadde. Fui costretta ad aspettare l'uscita di tutte le persone che erano sedute davanti a me per poi infilarmi anche io. Afferrai velocemente il mio bagaglio a mano dalla cappelliera rischiando di farmelo cadere in testa. Per fortuna John lo bloccò con la sua mano e mi salvò da un trauma cranico imminente.
-La ringrazio infinitamente-
-Ora siamo pari- sorrise lui
Uscimmo dall'aereo uno dietro l'altro. Io mi avvicinai al bancone dove si prenotava lo shuttle che poi mi avrebbe accompagnata in albergo.
-Aspetti- disse John -se vuole posso accompagnarla io a destinazione-
-La ringrazio ma non posso accettare-
-Non dica stupidaggini, conosco New York meglio delle mie tasche. Sono in grado di portarla ovunque lei voglia in pochissimo tempo-
Mi ritrovai a pensare interessata alla sua proposta. Se fosse stata un'altra occasione non avrei mai accettato un passaggio da un uomo che avevo appena conosciuto in aereo ma ero terribilmente in ritardo per il colloquio e sapevo benissimo che con lo shuttle dell'aeroporto ci avrei impiegato un'eternità ad arrivare a destinazione.
-Bè allora se non è troppo disturbo accetto volentieri- risposi sorridendo. Prima di metterci in viaggio, però, mi sentii in dovere di offrirgli un caffè. Lui accettò la mia offerta e tutti e due ci dirigemmo al bar dell'aeroporto, grazie a lui avevo qualche minuto disponibile per un'iniezione di caffeina.
-Certo che il caffè non è il piatto forte di voi americani- constatai divertita
-Ha ragione. Ho sempre sostenuto che il nostro caffè fosse il migliore al mondo ma da quando sono stato in Italia ho dovuto cambiare opinione-
Sorrisi e diedi un morso al mio muffin con gocce di cioccolato.
-Già il nostro caffè è insuperabile, come anche la nostra cucina-
-Quindi lei è italiana? Non si direbbe, parla benissimo la nostra lingua-
-Bè l'americano è la mia seconda lingua. Mio padre è nato e cresciuto in Kentucky. Si è dovuto trasferire in Italia per lavoro e li ha conosciuto mia madre. Si sono sposati e sono nata io. Tutti gli anni, quando ero bambina, i miei genitori mi spedivano per tre mesi in vacanza dai miei nonni paterni e così ho imparato molto bene anche l'americano-
Lanciai uno sguardo al Rolex che John portava al polso e notai con orrore che era molto tardi e che non avrei fatto in tempo a passare in albergo a farmi una doccia e a cambiarmi, sarei dovuta andare direttamente al colloquio.
-Non vorrei fare la guastafeste- esclamai -ma avrei urgenza di andare-
-In effetti anche io. Venga, mi segua. Ho lasciato la macchina al parcheggio dell'aeroporto prima di partire-
Lo seguii e, dopo aver caricato i nostri bagagli, salimmo sulla sua lucentissima BMW serie 3 nera e partimmo. Percorremmo il Queens e tutta Manhattan fino ad arrivare, dopo un'ora, davanti al One World Trade Center. John accostò al marciapiede mettendo le quattro frecce e io scesi portando con me il mio bagaglio. Lo ringraziai e mi incamminai verso l'imponente edificio completamente rivestito di vetrate e alto più di cinquecento metri. Entrai dalla porta principale, mi avvicinai agli ascensori e quando si aprirono davanti a me, vomitandomi addosso una trentina di persone, entrai insieme ad altra gente e schiacciai il numero quaranta.
Non appena una voce registrata annunciò l'arrivo al mio piano uscì in fretta, non sarei riuscita a resistere un altro secondo dentro quella cabina zeppa di persone con ognuna un profumo o una puzza diversa che si mischiavano fra di loro. Davanti a me un lungo bancone di marmo rosa faceva da reception e dietro di esso erano indaffarate tre bellissime e giovanissime ragazze. L'atmosfera era calda ed accogliente e mi misi a sedere sulle poltroncine di velluto fucsia in attesa che una delle ragazze si liberasse. Ero completamente assorbita dalla bellezza di quel luogo che non mi accorsi che una dolce e giovane voce mi stava chiamando.
-Mi scusi, posso aiutarla?-
-Si- risposi avvicinandomi al bancone -Avrei un appuntamento con la signora Amanda Jefferson-
-Un attimo che controllo- rispose gentilmente muovendo le fragili mani curate sulla tastiera del computer. -Certo, lei deve essere Arianna Clark, il direttore la sta aspettando nel suo ufficio. È l'ultima porta in fondo al corridoio alla sua destra-
Ringrazia la ragazza, le lasciai in consegna il mio bagaglio e cominciai a percorrere il corridoio che mi aveva indicato. A destra e a sinistra gli uffici, completamente di vetro, erano pieni di persone indaffarate a fare chissà cosa e a prendere chissà quale decisione sul mondo della moda. Erano tutti vestiti super eleganti con tailleur e tacchi o giacca e cravatta. Anche io avrei voluto vestirmi come loro ma purtroppo gli orari della mia tabella di marcia erano andati a farsi benedire nel momento in cui avevo perso il mio volo all'aeroporto di Milano e così il mio piano di andare in albergo e cambiarmi prima di fronteggiare la famosissima Amanda era andato in fumo. Vi starete chiedendo come mai ho perso il volo? Bè è stata colpa di un caffè. C'era una fila assurda al bar dell'aeroporto. Si è vero avrei potuto rinunciarci ma non appena sono entrata al bar sono stata invasa da un forte odore di caffè appena macinato e non ho saputo resistergli. Mentre facevo la fila ero fiduciosa che ce l'avrei fatta lo stesso a prendere il mio volo e quindi non mi ero preoccupata più di tanto. Solo quando ero arrivata davanti al gate e mi avevano detto che l'aereo era appena partito mi era crollato il mondo addosso. Per fortuna ero riuscita a cambiare il biglietto con il volo che sarebbe partito un ora dopo ma purtroppo avrei dovuto rinunciare alla mia doccia energizzante in albergo. Mi fermai un attimo davanti ad uno degli uffici per guardare la mia immagine riflessa sul vetro e constatai che non ero vestita poi così male, avevo un dolcevita rosa confetto, dei jeans grigio chiaro e delle ballerine rosa in tinta con la maglia, non facevo così schifo come mi immaginavo. Ad un certo punto, però, il mio cuore perse un colpo. Davanti, al centro della mia coscia sinistra era stampata una gigantesca macchia di cioccolato. - Oddio, e ora che cavolo faccio? - Le persone avevano cominciato ad accorgersi della mia presenza e io iniziai ad agitarmi. Sentii la mia faccia avvampare, il mio passo si fece sempre più nervoso e veloce e non appena arrivai davanti alla porta dell'ufficio del direttore mi ci fiondai come una pazza. Richiusi la porta alle mie spalle e mi ci appoggiai, con gli occhi serrati, in attesa che il mio respiro tornasse normale. All'improvviso un pensiero affiorò nella mia mente: ero dentro l'ufficio di Amanda e lei era sicuramente seduta alla sua scrivania che mi stava fissando. - Come ho potuto fare una cosa del genere? Avrei dovuto bussare, entrare solo quando la sua voce me lo avesse permesso e sedermi come avrebbero fatto le persone normali. Io invece sono entrata come una pazza, chissà cosa starà pensando di me - . Avevo tremendamente paura di aprire gli occhi e incontrare il suo sguardo, ma dovetti farmi coraggio. Aprii le palpebre e lentamente lasciai penetrare la luce del sole.
-Che fai li impalata?-mi chiese la donna non appena aprii gli occhi. Io cominciai a tremare. - Ecco, lo sapevo, ho buttato via l'opportunità della vita - -Siediti-
Alzai di scatto la testa e incontrai i suoi occhi sorridenti. Mi ero immaginata Amanda come una signora di mezza età con i capelli grigi e lo sguardo severo, ma quella che mi ritrovai davanti era una bellissima donna sulla cinquantina con lo sguardo sereno e dolce, i capelli biondissimi raccolti in uno chignon e un tailleur grigio perla che le metteva in risalto il perfetto corpo tonico. Era in piedi dietro la sua scrivania e mi stava fissando. Ero convinta che dopo la mia performance mi avrebbe mandata via a calci senza nemmeno darmi il tempo di spiegare, invece non solo stava sorridendo, mi aveva anche invitato a sedermi. Avanzai cautamente verso la poltroncina fucsia davanti a me, le gambe e le braccia mi tremavano. Forse la sua era solo una scenetta, forse nel momento i cui mi fossi seduta sarebbe andata su tutte le furie e solo in quel momento mi avrebbe cacciata facendomi sentire ancora più idiota di quanto già non mi sentivo.
-Tu devi essere Arianna Clark-
-Esatto- risposi con un filo di voce -sono io-
-Per prima cosa voglio darti il benvenuto nel grande impero di "FASHIONIST" la rivista di moda più letta e venduta al mondo-
Mi lanciò un sorriso gentile e io ricambiai cominciando a sentirmi leggermente più a mio agio in quell'ufficio, dopotutto il colloquio non stava andando malissimo.
-La ringrazio per non avermi cacciata via- azzardai
-Non capisco perchè avrei dovuto- esclamò lei perplessa.
-Perchè mi sono fiondata nel suo ufficio come se li fuori mi stesse inseguendo un branco di lupi-
-In effetti i miei collaboratori possono sembrare dei feroci predatori ma vedrai che quando li conoscerai meglio cambierai idea su di loro-
-E' un modo indiretto per dirmi che avrò il lavoro?- domandai con molta cautela
Amanda annuì.
-Ma non ha nemmeno visto il mio curriculum, ce l'ho ancora in borsa, e non mi ha fatto domande sulla mia vita, i miei hobby e tutte le altre domande che si fanno di solito-
Non appena finii di pronunciare questa frase mi morsi la lingua. - Stupida, stupida, stupida. Ma chi cavolo sono io per giudicare la famosissima Amanda Jefferson? Se lei ha deciso di darmi questo lavoro senza leggere il mio curriculum tanto meglio, non dovrei lamentarmi - .
-Non ho nessun bisogno di leggere il tuo curriculum. A me è bastato vederti entrare da quella porta per capire che sei la ragazza che stavo cercando- esclamò la donna senza cambiare la sua dolce espressione.
-Veramente?- chiesi esterrefatta
-Devi sapere che più di trecento ragazze hanno risposto al nostro annuncio di lavoro e sai quante di loro sono riuscite a sedersi sulla poltrona in cui ora sei seduta tu?-
Scossi la testa in segno negativo.
-Solamente una e ce l'ho davanti proprio in questo momento-
Rimasi in silenzio con un'espressione sbigottita dipinta in volto e continuai ad ascoltare Amanda.
-Nessuna di loro è riuscita ad arrivare fino a me. C'è stata chi si è ritirata non appena ha visto la maestosità di questo grattacielo e chi se l'è data a gambe spaventata dal - branco di lupi - li fuori. Tu sei l'unica ad essere arrivata qui e per di piu con una gigantesca macchia di cioccolato sui pantaloni ...-
A quella dichiarazione arrossii completamente. Avevo sperato con tutto il cuore che non se ne accorgesse ma come potevo pensare che una come lei non vedesse una cosa come quella. Lei vede tutto.
-... ciò significa che hai la giusta personalità e il giusto carisma per sopportare il duro ed estenuante lavoro che svolgono i giornalisti di questa rivista-
-Sono lusingata e la ringrazio infinitamente per l'opportunità che mi sta dando. Vedrà che non la deluderò-
-Lo spero-
Mi alzai in piedi e le strinsi la mano.
-Ti aspetto domani mattina alle otto in punto qui nel mio ufficio, preferibilmente con una outfit più adatta e meno sporca- disse facendomi l'occhiolino
-Perfetto, sarò puntualissima, grazie ancora-
Uscii dall'ufficio con un sorriso a trentadue denti dipinto in volto e mi incamminai verso la reception a testa alta. Guardai a destra e a sinistra incrociando gli sguardi dei miei nuovi colleghi. Amanda aveva ragione (come sempre del resto), sembravano già meno terribili di qualche minuto prima. Tornai a rivolgermi alla ragazza che mi aveva accolta (dal badge che portava al petto scoprii che si chiamava Jessica), ripresi il mio bagaglio a mano e lei mi consegnò il mio badge nel quale aveva scritto il mio nome e sotto la dicitura giornalista. - Wow, sono stati velocissimi a prepararlo - pensai stupita - Amanda deve aver chiamato Jessica non appena sono uscita dal suo ufficio - . Entrai in ascensore, tornai al piano terra e dopo essere uscita in strada chiamai un taxi per farmi portare in albergo. Era arrivato proprio il momento di fare un lunghissimo bagno caldo e rilassante.

Sarah Anne
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