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Autore: Michele Camillò
Titolo: Lungo le corsie
Genere Romantico Psicologico
Lettori 105
Lungo le corsie

Desperados
Una sera come tante, nella mia nuova casa, ci trovammo come al solito io e altri due desperados: Massimo Ciancaglioni, detto Ciancoglione, e Giorgio Stucchi, detto Scaccolino.
Il primo era chiamato così a causa delle sue frequenti bravate, nonché per il suo modo eccessivamente audace di approcciarsi alla gente. Più precisamente, egli tendeva spesso a fare delle battute pesanti, anche in presenza di persone appena conosciute. Proprio per questo, non riusciva mai a trovare qualcuno che lo accettasse come amico, a meno che non fosse più sfigato di lui.
Il secondo, invece, ricevette tale appellativo per il suo stomachevole vizio, quello di mettersi le dita nel naso e di - gustare - il prodotto verdastro delle proprie narici: le - caccole - .
Ogni volta che andava in chiesa a confessarsi, durante l'accusa dei peccati, si vergognava profondamente e, pur di non pronunciare quella parola, tanto raccapricciante quanto esilarante, si esprimeva così: - Ho mangiato il sudiciume del naso. -
E allora don Adamo, il viceparroco, lo redarguiva replicando: - Che schifezze sono queste? Chi te le ha imparate, eh? -
Giorgio, a questo punto, si limitava a ridere, tirando un profondo sospiro di sollievo. Infatti, pur provando un enorme imbarazzo, si sentiva liberato da un peso indicibile. Non era facile ammettere un simile - peccato - , specie se commesso da un uomo di oltre quarant'anni...
Era proprio questa la nostra età media. Quella di tre uomini che, raggiunta una certa maturità anagrafica, non avevano ancora concluso nulla di lodevole nella propria vita.
Io, da parte mia, lavoravo come impiegato nel reparto amministrativo di un grande ospedale di Roma. Anni prima, avevo conseguito una laurea in giurisprudenza, senza tener conto seriamente delle mie reali aspirazioni. Ed ora, mi sentivo schiacciato in quel posto, dove i medici la facevano da padrone, mentre gli infermieri si abbandonavano a putride adulazioni nei loro confronti.
Noi impiegati rappresentavamo l'ultima ruota del carro, poiché eravamo gli unici che non si occupassero dei malati. Ci consideravano (e ci consideravamo) una figura professionale in bilico. Insomma, né carne né pesce.
Che frustrazione, ogni giorno, trovarsi ad avere a che fare con gente d'ogni tipo, che desiderava prenotare visite mediche o semplicemente far visita ai propri cari. Non era soddisfacente né a livello economico, né professionale. Né tantomeno riuscii mai a scorgere uno spirito missionario in ciò che facevo. Non avevo il potere di curare i malati, neanche prestando loro una semplice assistenza. Dovevo solamente limitarmi a svolgere delle pratiche abitudinarie e fortemente alienanti.
Senza considerare, poi, i frequenti litigi agli sportelli, soprattutto se si aveva a che fare con persone burbere e scarsamente istruite.
Quella sera avrei desiderato non pensare ai fallimenti della mia vita. Ma non fu affatto possibile, data la compagnia con cui mi trovai a trascorrere quelle interminabili ore.
Ciancoglione portò numerose bottiglie di birra. Ne ingurgitò almeno tre, fumando una quantità spropositata di sigarette. Io, invece, degustai un mezzo sigaro, accompagnandone il sapore con un bicchierino di whisky. Prediligevo di gran lunga il superalcolico scozzese alla bevanda prodotta con il luppolo: era come scopare ogni tanto con una strafica, anziché farlo frequentemente con una ragazza meno avvenente. Del resto, uno dei miei motti preferiti era: - Meglio una gallina domani che un uovo oggi - .
- Che avete combinato oggi? - , domandò Ciancoglione per rompere il ghiaccio.
- E che abbiamo fatto? Io sono andato a lavorare - , risposi io con aria lievemente rassegnata.
- Io pure - , replicò Scaccolino.
- A Scaccolì, ma che lavoro fai? - , gli domandò a bruciapelo Ciancoglione.
- Sto in una società informatica, ma faccio il call center... -
- In poche parole sei proprio un fallito! Già sei brutto e te magni le caccole...Fai pure un lavoro de merda! -
Dinanzi a quelle parole, Scaccolino rimase così inebetito che non ebbe neppure la capacità di potersi difendere.
Fu allora che dovetti intervenire.
- A Ciancoglione, ma lo vuoi lasciar perdere?!! E poi te lamenti che le donne non te se inculano de pezzo...Fanno bene. -
- E tu che cazzo voi? Ha parlato n'antro fallito der cazzo...Fai l'impiegato dentro a un ospedale e te permetti pure de intervenì? -
- Io faccio l'impiegato e ho uno stipendio fisso... E allora? Mo perché fai er fotografo, te credi de esse mejo de noi? -
- Ah, sicuramente...Io c'ho ‘no studio fotografico e ce so' periodi che guadagno ‘na cifra... -
- Bravo! Hai vinto er mongolino d'oro!!! - , replicai io con un applauso beffardo.
Mentre eravamo assorti nei nostri discorsi da sfigato, sentimmo bussare violentemente alla porta.
Corsi trafelato ad aprire. Mi trovai davanti Giacomo Berlendi, detto Mutanda bucata. Alla Garbatella lo additarono con quel soprannome a causa della sua quotidiana encopressia: si cacava addosso ogni giorno, soprattutto per la pigrizia che lo distingueva. Qualunque cosa facesse, nel caso fosse stato colto dai sintomi intestinali, egli preferiva continuare a svolgere la propria attività momentanea, senza alzarsi in piedi e dirigersi verso la toilette. E, ogni volta, un chilo di materia marrone scendeva pesantemente sulle sue mutande, consolidandosi con il passare delle ore e arrecandogli un tremendo bruciore all'ano. Senza contare, poi, la terribile puzza che investiva lui e tutti coloro che avevano la sfortuna di stargli accanto.
Quella sera, egli non fu da meno. Giacomo, infatti, aveva da poco litigato con i suoi genitori, a causa dell'ennesima deiezione sulle mutande. E, nel mezzo di tale disputa, non aveva avuto né il tempo né la voglia di lavarsi il culo. Sparse il suo - profumino - per tutta la casa, mentre il whisky che avevo appena bevuto cominciò a tornarmi su.
- A Mutanda bucata, te lo potevi lava' er culo stasera, no!?!?!? - , esclamò Ciancoglione con la sua solita maleducazione.
- Te sei sempre er solito stronzo! - , replicò Mutanda bucata. - E poi fatte li cazzi tua, che nun sei mejo de me... -
Mi trovai perfettamente d'accordo con Giacomo. Del resto, tale forma di infantilismo non poteva certo considerarsi qualcosa di fisiologico. Egli infatti, aveva compiuto da poco i trent'anni. Era il più giovane del gruppo, anche il più carino esteticamente. Ma certamente non il meno sfigato. E poi cominciai seriamente ad averne abbastanza delle spavalde maniere di Ciancoglione. Tuttavia, preferii non intervenire, almeno inizialmente.
Rivolgendomi a Mutanda bucata, mi limitai ad esclamare: - Giacomo, dicci che ti è successo! -
- E che mi è successo? Tanto ce lo sapete tutti...Me so' cacato sotto n'antravorta. Mi' padre ha sentito la puzza de merda e mi ha fatto tirare giù i pantaloni e le mutande... -
- E allora? -
- E allora s'è accorto de quello che avevo fatto e m'ha corcato de botte... -
- Senti una cosa, ma hai mai pensato di rivolgerti a qualcuno, che so, uno psicologo? -
- Seh, come no? - , ribatté Ciancoglione. - Allora stai fresco...Ma nun lo vedi che è irrecuperabile? Un caso disperato, ahahahah!!! -
- A Ciancoglio', e mo basta! Sei proprio un rompicoglioni! - , replicai io nel tentativo di difendere Giacomo. - Ma perché sei cosi stronzo? Giacomo ha dei problemi da risolvere e noi siamo, per ora, gli unici che possiamo, non dico aiutarlo, ma almeno confortarlo. Diamogli un appoggio morale! -
- Seh, appoggio morale...Magari glie poi mette ‘a mano sotto er culo, così glie pulisci quella merda che se ritrova...ahahahah! -
- Me sa che quello irrecuperabile sei proprio te! - , risposi con l'aria di chi comprende che non c'è nulla da fare.
Ciancoglione non era certo il tipo che potesse permettersi di sfottere il prossimo. Non solo la sua statura era quasi pari alla mia, ma era altresì calvo e il suo volto ricordava vagamente quello dell'omino della pubblicità della Kodak, in voga negli anni ottanta. Il suo atteggiamento era certamente dovuto alla sua evidente consapevolezza di apparire poco gradevole alla vista. E allora, pur di attirare l'attenzione degli altri, sebbene in forma negativa, si sentiva costretto ad attaccare tutti coloro che gli girassero intorno. Inoltre, possedeva una pistola in casa, una calibro trentotto. Pur non disponendo del porto d'armi, aveva fatto tale acquisto per maniacale passione. La teneva dentro il cassetto del suo comodino. Più volte ce l'aveva mostrata, senza mascherare orgoglio e spavalderia.
Rimanemmo in casa mia fino alle due di notte. Ciancoglione continuò a bere e fumare, senza smettere di prendersi gioco del povero Giacomo. Quest'ultimo, invece, portò con sé un grammo di hashish. Ne faceva largo uso, soprattutto per il disperato tentativo di dimenticare i suoi guai. Anch'egli, infatti, non era un uomo realizzato. Svolgeva saltuariamente dei lavori precari e non era nemmeno in grado di poter sostenere le piccole spese mensili. Eppure, guarda caso, i soldi per la droga leggera non gli mancavano mai! Non riuscii mai a comprendere dove potesse reperire quel denaro...
Ma quella sera, anziché pormi delle domande sull'origine di quella disponibilità, preferii fargli compagnia. Fumammo due o tre canne, accompagnando il tutto con un po' di scotch.
- Dario, hai qualcosa di buono da bere? - , mi domandò Giacomo con l'aria da cane bastonato.
- Certo, Giacomo! Ho una bella bottiglia di J&B... -
- E allora beviamo alla salute di... -
- Alla salute delle tue mutande! Ahahahah! - , intervenne ancora Ciancoglione, non ancora sazio della sua arroganza.
- E va bene! Brindiamo alla salute delle mie mutande e della tua stronzagine!!! - , replicò Giacomo desideroso di salvare la faccia.
Bevemmo circa due bicchierini di whisky ciascuno. Giacomo, invece, esagerò. Fatto sta che, alla fine della serata, la bottiglia divenne vuota. Già, proprio come le nostre vite e le nostre coscienze ferite...

Anita
Nell'ospedale in cui lavoravo da alcuni anni, c'era ogni giorno un notevole viavai di persone.
Malati, anche terminali, che aspettavano il grande momento del trapasso; parenti disperati che attendevano notizie confortanti dai dottori; infermieri, competenti e non, che facevano a gara nel leccare il culo ai medici; e, infine, proprio loro, i medici che svolgevano il proprio lavoro, nel palese tentativo di ostentare una superiorità di classe sociale.
E c'ero io, Dario Morelli. Un impiegato di secondo ordine, incapace di gestire gli eventi della vita. Certo, non ero né alto, né tantomeno l'uomo dei sogni...Ma, nonostante questo, non mi si poteva certo definire uno schifo della natura. Anzi. Eppure non ero in grado di conquistare una donna. Né tantomeno riuscivo ad impormi nelle faccende riguardanti i rapporti di lavoro. Svolgevo le mie mansioni regolarmente, senza mai cercare di proporre delle soluzioni consone alle circostanze. Mi limitavo ad attendere ordini superiori e ad eseguirli, senza batter ciglio. La mia vita non era certo tragica, né tantomeno burrascosa. Era semplicemente mediocre. Io mi sentivo mediocre. O, probabilmente, lo ero davvero...
Tuttavia i miei limiti, ossia gli ostacoli che mi impedivano di conseguire degli obiettivi e di vivere un tipo di esistenza che desideravo, non consistevano affatto nella mia statura o nella poco invidiabile posizione sociale: tali paletti, infatti, altro non erano se non delle paturnie mentali, partorite dal mio subconscio. Veri e propri demoni, con i quali avrei dovuto combattere in ogni momento della giornata.
Malgrado la scarsa consapevolezza del mio valore, non rinunciai comunque a puntare alle ragazze più ambite dell'ospedale. Gran parte di esse, era costituita dall'equipe dei medici, specialmente quelli che avevano appena conseguito la specializzazione. Fra tutte, quella che più spiccava, era sicuramente Anita Fiore. La ragazza aveva compiuto da poco ventotto anni, ma già si trovava ad esercitare la professione di cardiologa. Proveniva da una delle famiglie più in vista di Palermo ed aveva completato gli studi in una esclusiva e prestigiosa università di Milano. Insomma, ricca, in gamba e...bella! Anita, infatti, presentava un regale fascino mediterraneo, curve mozzafiato e, per di più, superava il metro e settantacinque di statura!
In poche parole, stavo assumendo la posizione di Davide, in procinto di combattere contro il gigante Golia.
Mai mi permisi di parlare ai miei colleghi della mia passione per quella giovane donna. Mi avrebbero certamente redarguito dai miei inefficaci tentativi di conquista. Figuriamoci se ne avessi parlato a Ciancoglione! Egli mi avrebbe certamente riso in faccia...Non perché fosse bello. Ma perché era letteralmente uno stronzo.
Ogni volta, durante la pausa per il caffè, cercavo di trovare il tempo per dirigermi verso il reparto cardiologia, ubicato nel secondo piano del mastodontico edificio ospedaliero.
E il tempo per farlo lo trovavo sempre. Camminando per le lunghe corsie, mi affacciavo ogni volta nelle stanze, tentando di intravedere la fascinosa silhouette della dottoressa Fiore. Ma le uniche facce che riuscivo a scorgere, erano quelle dei degenti che, con facce cupe e pallide, esprimevano tutta la sofferenza del mondo.
Un giorno, mentre passeggiavo lungo le corsie del reparto, uno di essi mi chiamò dal suo letto.
- Hey giovanotto! - , esclamò con voce roca e flebile. - Tu fumi? -
- Beh, sì - , risposi impacciato. - Fumo il sigaro. -
- Male! Non devi fumare! Altrimenti ecco la fine che fai! - , esclamò indicando sé stesso.
In quel momento, senza farmi vedere da quell'uomo, ormai provato dagli anni e dalla malattia, non potei fare a meno di mettere la mano sotto i testicoli. Dovetti fare gli scongiuri, soprattutto perché avevo una paura terribile delle malattie e della morte. Ed il fatto che fumassi non faceva che aumentarne il rischio.
- E' inutile che ti tocchi le palle! Ti ho visto! - , disse l'uomo sorridendo.
Allora il mio imbarazzo crebbe a dismisura.
Ma il vecchio riprese, dicendomi: - Tranquillo, non mi sono offeso! Ma mi raccomando: smetti di fumare, tu che sei ancora in tempo! -
Me ne andai da quella stanza, bofonchiando un timido - arrivederci! - .
Tuttavia, promisi a me stesso di non mettere più piede nella stanza 139. Ma ciò non mi distolse dal mio giro quotidiano per quei corridoi. Desideravo incontrare Anita. Avrei potuto salutarla e magari parlarle di tante cose. E chissà, dopo qualche discorso di circostanza, avrei potuto invitarla a prendere un caffè al bar. Ma come era difficile tutto questo! Io, un semplice impiegato dell'amministrazione, non avevo molto in comune con un giovane e rampante medico.
E, le rare volte in cui riuscii ad incontrarla, non fui in grado nemmeno di salutarla. Anita, infatti, era sempre indaffarata nel suo lavoro, alle prese con cardiopatici di ogni età. E poi, diciamolo, non aveva l'aspetto di una persona alla mano: eccessivamente sofisticata nel modo di parlare e di camminare, percorreva le corsie d'ospedale con alterigia e senso immotivato di superiorità.
Durante uno dei miei giri d'ispezione, m'imbattei in un medico sulla quarantina. Avrà avuto all'incirca due o tre anni più di me. Ed era assai distinto ed affascinante.
- Cosa fa lei qui? - , mi domandò con tono di rimprovero. - Lo sa che non può stare lungo le corsie? -
- Non lo sapevo - , risposi io con aria impaurita.
- E allora mi faccia il piacere di andarsene! -
Avrei voluto rispondergli per le rime, ma il timore di essere licenziato mi indusse a mantenere la calma. Solo alcune ore più tardi, venni a scoprire che si trattava del dottor Guido Eleuteri, il vice-primario del reparto cardiologia.
Paco D'Onofrio, un mio collega di circa cinquant'anni, mi aveva informato su quell'uomo.
- Dario, hai fatto bene a non rispondergli male! - , mi disse subito dopo che ebbi raccontato l'accaduto.. - Quello se la comanda e ha pure un sacco di soldi ... -
- Se la comanderà pure, ma mi rode veramente il culo che non l'ho mandato a quel paese ... - , risposi io con veemente rabbia.
- Dai retta a me che ho più esperienza: hai fatto bene! Sopporta, resisti, non ti far prendere dai demoni! Anche se lo avessi mandato a fare in culo, cosa avresti concluso? Pensi che ti avrebbero dato una medaglia al valore? -
- No, Paco. Non ho detto questo. Non me ne può fregare di meno delle medaglie e degli onori. Quello che a me importa è di essere trattato come un essere umano. -
- Fregatene! Lascia stare! Lo so che questo lavoro non è il massimo. Anch'io, che ho dieci anni più di te, non sto affatto meglio. Ma ringraziamo Dio di avere un lavoro stabile. Siamo in un periodo di forte crisi, e tu lo sai bene. Dovremmo baciare per terra, anche se c'è chi sta meglio di noi ... -
- Sarà ... Faccio finta di crederti. Comunque, con quello stronzo non finisce qui! - , ribattei secco.
Per alcuni giorni, tuttavia, decisi di non recarmi nel reparto cardiologia: non tanto per obbedire al dottor Eleuteri, quanto per evitare di fare una pessima figura dinanzi ad Anita.
Ma una mattina, dirigendomi verso il bar per prendere un caffè, fui colpito dalla presenza di due persone che mi parvero assai complici nei loro atteggiamenti. Si trattava di un uomo ed una donna che, a prima vista, sembravano fidanzati da molti anni. Lui la prendeva sottobraccio, mentre lei si dimostrava consenziente alle sue audaci attenzioni.
Inizialmente, fui colto da una forma di gelosia che, in tale occasioni, tendeva a divorarmi. Mi faceva molto male assistere a scene in cui una bella donna veniva favorevolmente sedotta da un uomo pieno di fascino, alto e di ottima estrazione sociale. Ed era proprio il caso in questione.
Solo qualche minuto più tardi, mentre stavo assaporando il mio caffè, ancora caldo e fragrante, mi resi conto della vera identità di quella coppia. Guardai la donna con maggiore attenzione e mi accorsi che si trattava proprio di lei: Anita!
Sentii il cuore battere con affannosa violenza. Avvertii altresì una sensazione di mancamento.
La ragazza stava ridendo alle battute del suo compagno di caffè, e sembrava davvero interessata ai suoi discorsi futili. Ma il peggio doveva ancora venire. Per poco non caddi a terra, quando compresi chi fosse quell'uomo. Era proprio lui, il dottor Eleuteri!
- Maledetto! - , riuscii ad esclamare tra me e me.
Ora sì che cominciai ad odiare seriamente quel medico. Non solo si trattava di un uomo spocchioso ed autoritario, ma ora si permetteva di importunare la mia Anita! Ed il bello stava nel fatto che lei lo approvava pienamente!
Dovetti ammettere a me stesso che il dottor Eleuteri era un uomo davvero affascinante. E poi aveva una posizione solida e prestigiosa. In quel momento desiderai scomparire dalla faccia della Terra. Il mio risentimento si accentuò sempre più. No, non potevo accettare un simile affronto. Certo, io non avevo mai intrapreso un dialogo con Anita, né tantomeno ero mai stato in grado di accennarle un saluto. Ma la mia passione per quella donna, dovuta probabilmente ad un senso di sfida, mi rese ancor più intrattabile. Ora non avrei mai più accettato un trattamento simile, soprattutto da Eleuteri.
Fu così che incominciai ad esternare il mio odio verso di lui. Dapprima, scrivendo nei muri dei bagni delle frasi poco lusinghiere nei suoi confronti.
- Eleuteri bastardo. -
- Eleuteri frocio. -
- Eleuteri rotto in culo. -
- Eleuteri figlio di puttana. -
Questi furono i - complimenti - più accesi che, con un grande pennarello nero, immortalai nelle porte e nelle piastrelle delle toilette. Non risparmiai nemmeno un piano. Tutto il personale di ogni reparto doveva essere al corrente dell'odio e del rancore che provavo. Ovviamente, non mi azzardai minimamente a farne parola con qualcuno. E, meno che mai, con Paco. Questi era un uomo bonario e mite. Ma, nonostante ciò, si trattava di una persona molto più sfortunata di me, sia in amore che in denaro. Pur senza volerlo, avrebbe potuto confidarlo a qualche suo amico e, senza che io me ne accorgessi, la notizia sarebbe giunta alle orecchie dello stesso Eleuteri.
Dopo circa una settimana, il direttore dell'ospedale convocò gran parte del personale medico, in una grande assemblea. Vennero discusse delle possibili soluzioni da applicare al fatto in questione. Il dottor Eleuteri, infatti, era persona assai influente, e non si poteva permettere di essere oggetto delle offese di quel genere. Questo non fece che aumentare il mio odio verso quell'uomo. Ma come? Oltre al fatto che si trattava di uno stronzo ed attirava con successo le attenzioni di Anita, veniva addirittura considerato degno di stima ed onore da parte del grande capo?!?
No, non lo potevo assolutamente accettare! Giurai a me stesso che, se mi avesse nuovamente trattato come la volta precedente, avrei certamente reagito violentemente. Nel mezzo di tali pensieri, fui colto da una furia omicida che non conosceva precedenti!
Ciancoglione
Massimo Ciancaglioni, detto Ciancoglione, faceva parte della mia ristretta cerchia di - amici - . Eravamo tutti dei desperados, gente senza futuro. Ma lui era certamente il meno sopportabile. Oltre alla sua scarsa prestanza fisica, per non dire bruttezza in tutti i sensi, Ciancoglione presentava delle caratteristiche poco amabili. Soprattutto a livello caratteriale. Ricordo ancora la sera in cui lo conobbi. Ci stavamo dirigendo verso il centro di Roma, con la mia automobile. E, dato che mi ero mostrato leggermente impacciato, soprattutto nell'espletare alcune semplici manovre, egli aveva esclamato: - Ma, fammi capire, quant'è che guidi la macchina? -
Stranamente non risposi a quella provocazione canzonatoria. Tuttavia non fu l'unica, ma la prima di una lunga serie. Senza contare le figure barbine cui espose me e gli altri amici.
Durante una vacanza a Palinuro, mi trovai con Scaccolino e lui, Ciancoglione. Solo in rari momenti, fui in grado di godere la pace e la bellezza di quei luoghi. Quando non si è in piacevole compagnia, anche il paradiso terrestre può assumere le sembianze di una discarica di immondizia. Non vedevo l'ora che quel tormento finisse. Avrei dovuto passare quindici giorni con quei due energumeni, senza riuscire ad approcciare neanche una tra tutte quelle belle ragazze che popolavano il campeggio.
Un pomeriggio, però, grazie alla magia portentosa della mia chitarra, mi trasformai da insicuro tardone ad un uomo consapevole delle proprie possibilità. E così, tra - Una canzone per te - di Vasco Rossi e - Wishyouwerehere - dei Pink Floyd, conobbi due ragazze provenienti da Como: Marta e Stefania. Mentre la prima, pur non essendo avvenente, si dimostrava assai graziosa, la seconda assumeva le sembianze di un bull-dog, sia per i lineamenti del viso che per la sua indole costantemente rabbiosa.
- Di dove sei Dario? - , mi domandò dolcemente Marta.
- Di Roma. E tu? -
- Io e la mia amica veniamo da Erba, in provincia di Como. -
- Ah, il paese di Torricelli! - , esclamò Ciancoglione con tediosa invadenza.
- Sì, il paese di Torricelli ... - , replicò Stefania leggermente irritata.
- Allora siete comane?! - , chiese loro Ciancoglione.
- Si dice comasche! - , ribatté Stefania ancor più intrattabile.
- Scusa Massimo, adesso stiamo parlando seriamente ... - , esclamai io. - Ma è mai possibile che tu debba sempre dire stupidaggini, pur di farti notare? -
- Io dico stupidaggini? - , riprese Ciancoglione, imitandomi con scherno. - Ma nun te sei visto come parlavi con quella ragazza? Me pari un pupazzo! -
A questo punto, decisi di sorvolare, unicamente per il fatto che si stava mettendo bene con Marta.
- Qual è il tuo cantante preferito, Marta? -
- Claudio Baglioni! -
- Vuoi che ti canto una sua canzone? -
- Magari! -
- Che ne diresti di ‘Gagarin'? ‘Solo', secondo me, è uno dei dischi più belli... -
- E' vero! Penso che tu abbia ragione ... -
- Beh, è uscito nel 1977, in un periodo di passaggio alla maturità per Claudio... -
- Sì, proprio nell'anno in cui sono nata ... Vedo che te ne intendi di Claudio Baglioni! -
- Diciamo che amo tutta la buona musica. Allora ti suono ‘Gagarin'. -
- Bravo! - , gridò Marta battendo le mani, come fosse la più sfegatata delle mie fans.
Ed io cominciai ad arpeggiare la mia chitarra, intonando: - Quell'aprile si incendiò, al cielo mi donai, Gagarin figlio dell'umanità ... -
Nel frattempo, però, Ciancoglione si avvicinò a Stefania, cercando di farla ridere con delle battute poco simpatiche. La ragazza non lo degnò di uno sguardo. Fu allora che, per poter attirare la sua attenzione, Ciancoglione alzò il suo piede sinistro. Scalzo. Il suo odore ricordava quello del Parmiggiano Reggiano andato in malora! Quella puzza si poteva sentire ad una distanza di circa tre o quattro metri!
Ciancoglione pose il suo piede sul viso di Stefania. Cominciò a ridere come un ragazzino maleducato.
- Che schifo! Ma che fai? - , gridò Stefania.
- Niente, niente. Volevo solo farti gustare il profumino del mio piedino ... -
- Che schifo! Mi fai schifo, lo capisci?!?!?!? -
Mentre stavo guardando Massimo con aria interrogativa e al contempo inorridita, egli cominciò a sfoggiare il suo sorriso beffardo, mostrando i suoi denti larghi.
Poi, rivolgendosi a me, disse: - Nun me ne frega un cazzo! -
E, mentre pronunciava tali parole, continuò ad appoggiare il suo piede sul viso di Stefania.
Lei continuò a gridare: - Basta! Mi fai schifo! Puzzi e sei pure brutto! Togliti dagli zebbedei! -
Fu così che Marta, per porre fine a quella penosa scena, fu costretta ad alzarsi e a prendere per mano la sua amica. Non potei nemmeno terminare il brano di Baglioni.
- Scusate, ma questo schifo non è proprio possibile! - , esclamò Marta prendendo le parti della sua amica. - Mi dispiace Dario, ma dobbiamo andare. Di' al tuo amico di cambiare atteggiamento, perché così mi sa che rimarrà solo per tutta la vita. E anche a te consiglio di cambiare amicizie, altrimenti rimarrai solo anche tu. -
- Ma, scusa, perché non rimani? - , le domandai io, sperando che cambiasse idea.
- Mi dispiace Dario, non è colpa tua. Ma la situazione è diventata davvero insostenibile. -
- Come vuoi - , ribattei io con rassegnazione.
Quando le due ragazze si dileguarono, cominciai a rimproverare severamente Ciancoglione.
- Hai visto che hai combinato? Ma che cazzo di bisogno c'era di fare quella schifezza? Ma non te vergogni? -
- E tu non te vergogni de anna' in giro co' quella faccia? - , si difese Ciancoglione con la sua solita idiozia.
- Io me dovrei vergogna'? A Ciancoglio', me pari quello della pubblicità ‘Ciripiripì Kodak'! Sei brutto quanto la fame, pe' nun di' quanto la sete ... e poi me dici che me dovrei vergogna' io ... -
- L'invidia è una brutta bestia! - , rispose Ciancoglione con pungente sarcasmo.
La discussione andò avanti per un'ora circa. Con Massimo fu impossibile condividere la vacanza. Si comportò costantemente con maleducazione ed invadenza. Fatto sta che, nonostante mi cimentassi in stornelli e canzoni d'autore, non riuscii mai più ad approcciare una donna. Senza considerare poi Scaccolino, il quale non perse mai l'occasione di spiluccare le sue caccole e di - gustarne l'aroma inconfondibile - ...
Una mattina, dopo aver fatto colazione, quest'ultimo emise due o tre colpi di tosse. Dopo l'ultimo, vide uscire una caccola dalla sua bocca. Egli la prese dal suolo e se la mangiò. Il cornetto ed il cappuccino, che avevo da poco messo sotto i denti, cominciarono a rivoltarsi dentro al mio stomaco.
Ci pensò Ciancoglione a redarguirlo.
- A Scaccolì, fai proprio schifo! Mettece pure un po' de sale, armeno glie dai un po' de sapore! Già sei brutto in culo, magnate pure le caccole, così fai bingo! -
Scaccolino non fu mai in grado di difendersi, dinanzi al cruento realismo di Ciancoglione. Si limitò, in ogni occasione, a bofonchiare un - Ma io ... -
Sembrava un bambino impaurito, colto sul fatto dai genitori e pronto per essere punito a dovere.
Ciancoglione, però, non mostrò mai pietà nei suoi confronti. Né tantomeno dinanzi a qualunque persona.
Quella vacanza, finalmente, terminò. Nonostante fosse durata solamente dieci giorni, sembrava si fosse trattato di un'eternità. Si rivelò un disastro, dall'inizio alla fine. E, peggio che mai, sarei tornato in quello squallido e noioso luogo di lavoro: l'ufficio amministrativo dell'ospedale.
Una mattina, quando la mia passione per Anita si ergeva al massimo, Ciancoglione venne a trovarmi nel luogo di lavoro, proprio allo sportello in cui curavo i rapporti con il pubblico.
Non fui molto contento della sua visita, anche perché avvenne proprio nel momento in cui stavo per prendere il caffè. Desideravo inoltre dirigermi nei corridoi del reparto cardiologia, nel tentativo di avvicinare Anita. Niente da fare. Con Ciancoglione lì presente, fu davvero impossibile.
Cominciò a raccontarmi tutte le disavventure che aveva vissuto in quella mattinata: dall'anziana vicina di casa, che lo aveva rimproverato per aver tenuto lo stereo a palla tutta la notte, al cinquantenne che aveva mandato a quel paese per un diritto di precedenza all'incrocio. In poche parole, Ciancoglione trovava continuamente il pretesto per litigare con tutti e per infastidire il prossimo. E poi si lamentava che le donne lo rifiutassero...
Tuttavia, dopo aver ascoltato per circa un'ora il suo sfogo mattutino, i miei occhi furono colpiti da una visione: era proprio lei, Anita!
Stava scendendo le scale che davano allo sportello dell'ufficio in cui lavoravo.
La ragazza si rivolse a me, chiedendomi: - Mi scusi, sa dove potrei trovare il dottor Beltrami? -
- Beh, il dottor Beltrami è momentaneamente fuori. Cosa vuole che gli dica? -
- Gli dica che lo ha cercato la dottoressa Fiore! -
- Come ha detto? - , domandai fingendo di non conoscerla.
- Fiore! -
- D'a – d'a – d'accordo...A – a – arrivederci! - , replicai balbettando.
- Buongiorno! - , rispose lei con autorevole distacco, prima di dileguarsi.
- Dario, ma te sei visto come stai? Me pari un rincoglionito! - , esclamò Ciancoglione.
- Che vorresti dire Massimo? -
- Dico che quella ragazza ti ha proprio stregato. Dico bene? -
- Beh, direi proprio di sì... - , risposi poco convinto, sperando che il discorso terminasse lì.
- Insomma, te piace quella lì, eh? E te credo! Quella piace a tutti! Nun spererai che quella vie' co' te?!?!? -
- Che vorresti dire, Ciancoglio'? - , domandai alzando il tono della voce.
- M'hai capito bene, Dariuccio! Quella nun te se incula de pezzo! Ma l'hai vista? Bella, fine, piena de sordi...E' troppo pe' te! Lascia perde, nun è pe' te!!! -
- E tu che ne sai, Ciancoglio'? Che ne vuoi sape'?! Lascialo dire a lei se le piaccio o meno! -
- Ma falla finita! Sei arto un cazzo e du' barattoli, nun sei bello, nun c'hai manco ‘na lira e pretendi che quella vie' co te...Tiè, questa va bene pe' te! -
In quel momento, passò da quelle parti una donna di circa quarantacinque anni, piccola e malandata. Odiai profondamente Ciancoglione. Ma, in realtà, non compresi se fosse per aver preso in giro me o quella povera indifesa. Fatto sta che non ci vidi più. Cominciai a dare dei grossi spintoni a quell'energumeno, spostandolo di qualche metro. Egli si difese bene, anche perché era molto robusto. Allora, con tutta la rabbia che era salita nel mio corpo, gli sferrai due colpi sulla faccia. Il suo naso prese a sanguinare. Non soddisfatto di ciò, gli diedi altri due pugni, facendolo cadere a terra. Notando la sua impossibilità di muoversi, iniziai a prenderlo a calci sull'addome.
- Brutto stronzo che non sei altro! - , gridai come un indemoniato. - Te lo faccio vedere io se glie piaccio o no! Io non faccio schifo! Sei tu che fai schifo, nun te se può guarda'!!!! -
Ciancoglione non fu nemmeno in grado di rispondermi. Per poco non lo ridussi in fin di vita.
La sua salvezza fu l'arrivo di Paco. Il mio collega, infatti, mi bloccò le braccia da dietro e, prendendomi in braccio, mi portò fuori dall'ospedale. Dopo avermi depositato davanti al bar, corse immediatamente a soccorrere Ciancoglione.
- Ti senti bene? - , gli domandò.
- Insomma, stavo meglio prima! - , rispose Massimo con fatica.
- Vuoi che ti porto in ospedale? -
- Guarda che già ce stamo all'ospedale! -
- Voglio dire: vuoi che ti porto al pronto soccorso per farti medicare? -
- No, nun c'è bisogno! Ma fammeanna' da quello stronzo, che mo gliela faccio passa' io la voglia de fa' er violento! -
- Lascia perdere! A lui ci pensiamo noi! Vedrai che una bella lettera di richiamo non gliela toglie nessuno! - , lo rassicurò Paco.
- Sì, vabbè! Ma io gliela faccio paga' cara! - , concluse Ciancoglione con sete di vendetta.
Detto ciò, Massimo se ne andò, passando attraverso l'altra uscita, al fine di evitarmi.
Subito dopo, si avvicinò a me Paco, il quale mi disse senza preamboli: - Ti rendi conto di quello che hai fatto? Ti hanno visto diverse persone. Lo sai che ti faranno una lettera di richiamo? -
- Non se tu starai zitto! Ti ho sentito mentre dicevi a quello stronzo che ‘una lettera di richiamo non me la toglierà nessuno'!! -
- Lascia perdere! L'ho detto solo per farlo calmare e per evitare che venisse a picchiarti... -
- Io ci voglio credere, Paco. Ma se mi puniscono e vengo a sapere che sei stato te, stai tranquillo che fai la stessa fine, se non peggio!!! -
Paco non rispose. I suoi occhi spalancati denotarono un certo timore nei miei confronti. Sapeva che non stavo affatto scherzando. Ormai non avevo più paura di nessuno e di niente. Solo la rabbia ed il rancore mi caratterizzavano.
Alcuni giorni dopo, fui convocato dal dottor Beltrami, il capo dell'amministrazione. Sì, proprio l'uomo che Anita aveva cercato, pochi minuti prima che massacrassi di botte Ciancoglione!
Bussai alla porta del mio capo con il cuore che batteva all'impazzata. Notai che le mie mani stavano tremando. Tutto il mio corpo era in visibile subbuglio. Immaginai che l'oggetto di tale chiamata fosse la scenata davanti allo sportello.
Entrai nell'ufficio di Beltrami. Il mio timore reverenziale salì alle stelle.
- Buon giorno, dottore! -
- Buongiorno Morelli! Si accomodi pure! -
- Grazie! -
- Senta Morelli, sono stato informato da alcune persone che lei, martedì scorso, ha agito da vero troglodita... -
- Non capisco, dottore! -
- Su, non faccia lo gnorri! Sappiamo tutti che lei ha pestato di botte un uomo che lei conosce molto bene... -
- Sì, lo ammetto, è vero... -
- Bene Morelli, così mi piace... E' inutile far finta di niente. Soprattutto quando si tratta di fare delle scenate del genere davanti a tutti, e proprio vicino allo sportello dei rapporti con il pubblico... -
- Senta dottore, mi dica la verità! E' stato per caso D'Onofrio a fare la spia? -
- Morelli, non importa chi sia stato! L'ho saputo e basta! Mi hanno detto che lei ha preso a calci e pugni questa persona. Ed è inammissibile, anche e soprattutto per l'onore dell'ospedale! -
- Dottore, non si trattava di un collega! E poi quello lì mi ha offeso pesantemente. Era da tempo che volevo sistemarlo a dovere... -
Fu così che Beltrami iniziò ad alzare la voce.
- Senta Morelli, non me ne frega un bel niente se quello lì non era un collega! Lei ha agito da bruto, da uomo violento. Si rende conto di ciò che ha fatto? Comunque, ho già inviato una lettera di richiamo, della quale è stato messo al corrente persino il direttore dell'ospedale. -
- Ah, davvero? - , domandai spaventato, spalancando gli occhi.
- Sì, Morelli. E si ricordi: il suo posto è appeso ad un filo! Basta che lei commetta un'altra sciocchezza, anche la più banale, e verrà immediatamente licenziato in tronco! E si sistemi quella camicia, che sembra uno straccione! Ora può andare! -
- Ok! Arrivederci dottore! -
- Buongiorno! -
Uscii da quell'ufficio spossato e di malumore. Sentii le mie forze mancare. Ora non bastava che mi sentissi un fallito e che non fossi in grado di conquistare le donne di mio interesse. Ci mancava soltanto un rimprovero di tal genere! Fui colto altresì dal timore di perdere il posto, assumendo il rischio di non potermi più mantenere economicamente.
Dopo quella disavventura, finì per sempre la mia pseudo-amicizia con Ciancoglione. E i miei rapporti con Paco peggiorarono di giorno in giorno. Nel senso che egli cominciò a rivolgersi a me con una distanza sempre maggiore. Io, da parte mia, gli mostrai rancore e risentimento. Ero certo, infatti, che fosse stato lui ad informare Beltrami. E, prima o poi, gliel'avrei sicuramente fatta pagare. Ma cosa importava ormai? L'unico desiderio rimastomi, era quello di andare via di lì. Per sempre. Certo, il mio posto era fisso e a tempo indeterminato. Lo stipendio era assicurato ogni mese. Ma le mie aspirazioni represse mi rendevano un uomo castrato. Compresi finalmente che avrei dovuto realizzare i MIEI desideri, non quelli dei miei genitori. Ero stanco di recitare la parte del figlio modello, efficiente e perfettino. Non intendevo più obbedire alle leggi convenzionali, imposte da farisaici codici di comportamento. Giunse allora il momento di cambiare seriamente la mia vita...

Michele Camillò
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