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Autore: Loris Fabrizi
Titolo: L'ora della scimmia
Genere Urban Fantasy
Lettori 145
L'ora della scimmia

Le urla di rimprovero si perdono lungo il marciapiede che scorre sotto i piedi di Lolo a velocità spericolata.
- Vuoi fare attenzione?! Disgraziato! - strilla la signora spaventata.
Lolo continua la sua fuga in mezzo alla folla degnandola solo di un pensiero distratto.
Ma che vuoi.
L'ha appena urtata sul braccio "con la felpa spessa che indossa quasi non se ne è accorto" ma, alla velocità a cui sta correndo, per poco non l'ha buttata a terra.
Senza fermarsi, gira la testa di lato per guardare oltre la spalla.
- Contaci! - le risponde ad alta voce.
Dietro la signora, ancora intenta a lanciare improperi, vede sopraggiungere due poliziotti rossi in viso e con il fiatone. Gli stessi che da quasi dieci minuti inseguono lui e la ragazza che gli corre di fianco, vestita trasandata, come lui, dall'aspetto più minuto e decisamente più aggraziato.
- Rasnia - la chiama.
La giovane dalla carnagione olivastra non risponde. Sui tratti affilati e fieri del viso, lucido di sudore, cominciano a delinearsi linee di stanchezza e preoccupazione. Alcune ciocche di capelli nerissimi sono sfuggite al foulard che le tratteneva e le si sono appiccicate sulla fronte sudata.
- Rasnia! - ripete Lolo.
- Che c'è? - risponde lei in tono sbrigativo.
- Fra un po' quei due scoppiano - .
Il largo sorriso che le offre non attenua la durezza dei linea-menti del ragazzo. Dimostra meno di vent'anni, ma i tratti del viso sono così virili e marcati da apparire animaleschi sotto alcune angolazioni di luce, sensazione rinforzata dalla selva di capelli rossi che gli ricade sulle spalle e dai peli dello stesso colore che crescono folti ai lati delle guance.
Rasnia risponde con una smorfia furbesca sulle labbra sottili, tornando ad assumere l'espressione allegra che la caratterizza di solito.
- Intanto pensiamo a non scoppiare noi - .
- Tranquilla, non... Oh! Scusa! -
Evita per poco di travolgere una coppietta a passeggio con un cartoccio di patatine fritte alla mano e nello scansarsi è costretto a saltare in corsa un grosso cane dall'aria imbambolata. Dopodiché si riaffianca con disinvoltura alla ragazza.
- Non ci prendono - riprende.
- Sarà meglio - dice lei guardandosi alle spalle - Altrimenti lo dici tu a Bato - .
Lolo sgrana gli occhi simulando un attacco di terrore.
- Piuttosto la galera - dice con voce tremula.
- Vaffanculo... -
Il ragazzo si mette una mano di taglio sulla fronte.
- Agli ordini. Vado - .
Con un salto sale sul cofano di una macchina parcheggiata, pro-segue sul tettuccio e da lì sul tetto della baracchina di un ambulante, senza fermarsi si dà lo slancio per aggrapparsi al volo al davanzale di una finestra del primo piano, si issa su a forza di braccia e ripete la stessa manovra per salire sul tetto basso della fila di edifici che costeggia il marciapiede.
- Ma dove cazzo vai?! - gli urla Rasnia.
- Al solito posto! - urla lui di rimando - Ci vediamo lì! - .
La ragazza non risponde, continua a correre guardando avanti e alza il dito medio al suo indirizzo, prima di fare una repentina svolta per infilarsi tra due palazzi dalla parte opposta della strada.
Dopo qualche minuto passato a saltare sui tetti, Lolo rallenta la corsa, si assicura di non avere più nessuno alle calcagna e con un paio di balzi esperti scende di nuovo al livello del suolo.
Il vicolo cieco è deserto come si aspettava, ai lati solo il retro di caseggiati e davanti il muro di un cortile abbandonato, alto, ma nulla che non sappia come oltrepassare.
Nella fuga ha seguito uno dei tanti percorsi che ha memorizzato negli ultimi mesi con il gruppo di parkour con cui ha iniziato ad allenarsi.
Non è un gruppo di amici. Di alcuni, Lolo non conosce neanche i nomi. Un giorno li ha visti che letteralmente gli volavano sopra la testa, li ha seguiti e, visto che era riuscito a stargli dietro, lo hanno accettato tra loro. Niente di più, una relazione semplice basata sul fare cose insieme, poche chiacchiere e tanto movimento. Partono da un punto della città e hanno l'obiettivo di arrivare a un altro punto correndo e senza mai fermarsi, seguendo un percorso per lo più in linea retta. Il più esperto tra loro va avanti e mostra agli altri quali evoluzioni fare per superare gli ostacoli, i dislivelli e i baratri. Acrobazie, salti, capriole e prese sono il loro pane quotidiano, e Lolo, detto - la scimmia" ci si è trovato a meraviglia.
Passa i palmi delle mani sui pantaloni per asciugare il sudore e si lascia scappare un sorriso pensando al poliziotto panciuto che credeva di potergli stare dietro.
Sale in piedi sui cassonetti addossati al muro, flette le gambe e si slancia verso l'alto con le braccia tese. Lo ha fatto così tante volte che la vera sorpresa non è la fitta di dolore al polpaccio, quanto rendersi conto che le dita non raggiungeranno il bordo del muro a cui voleva aggrapparsi. Mancato il bersaglio, riatterra malamente sul cassonetto e si accascia stringendo la gamba dolorante.
Ancora agganciato alla stoffa morbida dei pantaloni della tuta, c'è l'angolo arrugginito di una rete metallica che sporge dai cassonetti. Non solo gli ha impedito di saltare, ma lo ha anche graffiato.
Merda che sgarro. Dice tra sé e sé.
Poi guarda meglio nello strappo della stoffa e vede un taglio lungo e frastagliato, che però sanguina appena.
Vabbè, niente di grave. Se non si infetta...
- Fermo lì, tu! Non muoverti! - gli urla contro una voce sfiatata.
L'attenzione di Lolo corre subito al poliziotto paonazzo fermo all'imbocco del vicolo.
Scatta in piedi e strattona il tessuto felpato dei pantaloni finché non si lacera, lasciando libera la gamba dalla morsa della rete. Salta di nuovo e stavolta riesce ad aggrapparsi allo spigolo del muro.
Fa forza sulle braccia per issarsi e a quel punto capisce che la procedura ha richiesto più tempo del dovuto, poiché il poliziotto lo ha raggiunto, l'ha preso per la caviglia e ora lo tira per farlo scendere.
D'istinto scalcia per provare a liberare il piede con la forza, ma la presa dell'uomo è più salda del previsto.
Ci sono tante cose che potrebbe fare per divincolarsi, cose che non fa perché il panico gli offusca la mente. Non è paura della polizia, non sarebbe la prima volta che finisce in questura. A un ragazzo nomade succede più volte prima della maggiore età. A lui è successo per schiamazzi notturni, ubriachezza, rissa, vandalismo, atti osceni e cose del genere. Ma stavolta è diverso: ha rubato. E si è fatto beccare. Ha paura del giudizio, di perdere la con-siderazione dei suoi pari e degli adulti in seno al campo dove vive.
Ha rubato un orologio dall'espositore dentro un supermercato. Voleva qualcosa per poter misurare il tempo in cui copriva i suoi percorsi urbani di parkour. Ha pure sbagliato tipo, ne ha preso alla cieca uno di quelli con le lancette, analogico, forse non ha nemmeno il cronometro.
- Sei un coglione! - gli ha detto Rasnia e poi lo ha aiutato a scappare. Lì per lì sembrava divertente. Ora un po' meno.
Dà un ultimo disperato strappo di coscia e quasi prende a ginocchiate i mattoni. La gamba è libera, la scarpa invece è ancora tra le mani dell'agente.
La situazione è inaspettata da parte di entrambi. Lolo non si aspettava di dover tornare a casa mezzo scalzo – già immagina le prese per il culo di Sorin e Gabriel vedendolo tornare con i pantaloni strappati – così rimane appeso al muro invece di saltare oltre e scappare. Il poliziotto, invece, non si aspettava di vedere quel piede. Arretra con aria disgustata senza riuscire a staccare gli oc-chi dall'appendice deforme: la pianta troppo corta, le dita troppo lunghe, l'alluce troppo laterale. Quasi la brutta copia di una mano.
- Ma che cazzo...? -
Il quesito viene travolto dall'urlo di Lolo, che si volta di scatto, mostra i denti robusti e voluminosi dentro la bocca spalancata e incurva le folte sopracciglia in un'espressione bestiale collaudata da tempo.
Il poliziotto lascia andare la scarpa e indietreggia in maniera scomposta per lo spavento. Nel tentare la fuga, però, inciampa su un mucchietto di rifiuti, cade male, con un tonfo secco e pesante, che lo lascia riverso a terra, immobile.
È solo svenuto. Cerca di convincersi Lolo.
L'unica cosa che vorrebbe fare è saltare dall'altra parte e an-darsene, se non lo fa è perché il peso dei dubbi glielo impedisce
E se avesse sbattuto la testa? Peggio per lui, non mi doveva seguire. E se avesse avuto un infarto? Magari gli ho fatto venire un colpo...
Lolo balza giù e si precipita vicino al poliziotto; si ferma un attimo prima di chinarsi su di lui per sentire se è ancora vivo. Nella confusione che regna nella sua testa c'è posto anche per i dubbi sui dubbi.
E se fosse tutto un trucco per farmi avvicinare e poi acchiapparmi? Che faccio, controllo o me ne vado?
Fissa con attenzione il corpo per cercare segnali di movimento, volontario o involontario, forse vede muovere il petto, gli sembra che si sia alzato, respira, forse no...
- Va tutto bene, ragazzo? -
La domanda lo fa sobbalzare, benché la voce sia calma e sottile.
Curva le spalle, mette le mani in avanti e si prepara a difendersi dalla nuova minaccia, proprio davanti a lui: un uomo pallido, magro, con la bocca larga, indossa un vestito elegante e un soprabito
lungo e scuro. Un cappello e degli occhiali da sole ne caratterizzano ulteriormente l'aspetto. In mano ha la sua scarpa.
Da dove cazzo è uscito? Pensa.
Non riesce a capacitarsi di come non lo abbia né visto, né sentito avvicinarsi. Sente che la situazione gli sta sfuggendo di mano. Una bruttissima sensazione.
- Hai dimenticato qualcosa? - chiede l'uomo parlando a labbra strette.
Lolo abbassa lo sguardo un attimo per poi riportarlo immediatamente sul nuovo arrivato. Si china velocemente e raccoglie da terra un mattone. Lo tiene alto vicino alla testa – per farci non sa neanche lui bene cosa – pronto per essere scagliato o usato in altro modo per difendersi.
- Non ho fatto niente - si giustifica senza che gli sia stato chiesto.
Poi sente un rumore dai bidoni alle sue spalle, gira la testa d'istinto, solo un attimo, giusto il tempo di vedere la lunga coda di un ratto sparire dentro una crepa del muro. Quando torna a guardare in avanti, l'uomo gli è praticamente attaccato, con la faccia in avanti, naso a naso.
L'istinto gli dice di colpire l'uomo con il mattone – una bella mattonata sullo zigomo – o almeno di spingerlo via. I muscoli però risultano sordi alla voce dell'istinto, paralizzati da un timore che Lolo non riesce a spiegarsi.
- Non avrai paura di un vecchietto come me? - gli dice l'uomo allontanando il volto dal suo.
In quel momento Lolo adocchia la scarpa, lascia cadere il mattone e si allunga in avanti. La presa dell'uomo è debole e il movimento del suo braccio veloce: in una frazione di secondo la scarpa passa di mano e Lolo salta sul muro. Accucciato lì sopra come un gargoyle, dà un'ultima occhiata all'uomo: è rimasto immobile nel vicolo, la bocca increspata in un sorriso appena visi-bile. L'immagine lo inquieta, così si concentra sulla fuga, balza giù dall'altra parte del vicolo e si rimette a correre.
Rasnia sarà già arrivata da un pezzo.
Si tratta puramente di un'ipotesi, perché ha perso la cognizione del tempo e non saprebbe dire quanto tempo è rimasto fermo. Pensa all'ironia della sorte.
Tutto ‘sto casino è perché ho rubato un orologio.
Così lo tira fuori dalla tasca dei pantaloni per controllare l'ora. Le lancette sono ferme sulle 10 e un quarto.
E ti pareva...
Se lo stringe al polso e accelera la corsa, ormai certo di essere in estremo ritardo. Rallenta solo quando vede la ragazza vicino alla baracchina di fiori all'entrata del parco. Sta guardando una pianta di fiordalisi blu. Sono i suoi fiori preferiti e ci perde i quarti d'ora a contemplarli. Non sembra essersi accorta del suo arrivo; con passo felpato le va alle spalle, per togliersi dalla sua area visuale, e si avvicina per provare a coglierla di sorpresa. Ha fatto appena tre passi quando lei si gira e gli rivolge un sorriso affettuoso e sarcastico.
Lolo infila le mani dentro i tasconi della felpa e si avvicina a passi larghi e molleggiati ricambiando il sorriso.
- Mi hai scoperto - .
Lei lo scopre sempre.

Loris Fabrizi
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