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Autore: Domenico Farina
Titolo: Io non sono un mafioso
Genere Thriller
Lettori 210
Io non sono un mafioso

Domenico Farina
Io non sono un mafioso
Il libro vede la luce in uno dei periodi più tristi e sofferenti della vita del mondo intero.
E mentre tutt'intorno è timore e angoscia, credo sia necessario ripensare alla vita, alla sua bellezza, alla sua essenza.
E allora diciamolo con Mark Twain: "Dai a ogni giornata la possibilità di essere la più bella della tua vita".

Oggi
Era una fredda mattina di gennaio, il sole stava sorgendo su di una Roma ancora sonnecchiante e intorpidita.
Man mano che si alzava nel cielo, il sole illuminava anche il Tevere e i barconi lì ormeggiati.
Su di una vecchia imbarcazione, ormai fatiscente e da tempo immemore abbandonata, aveva trovato rifugio per la notte un uomo sui cinquant'anni.
Aveva dormito lì insieme ad altri clochard, che avevano fatto di quell'imbarcazione la loro stabile dimora.
Capelli brizzolati, pettinati all'indietro, barba non rasata da alcuni giorni, indossava un vestito di buona fattura e un cappotto cammello, di quelli che indossano gli uomini eleganti o, almeno, che tali vogliono apparire.
Magro, piuttosto alto e anche belloccio, dal modo in cui era vestito e dal suo portamento non sembrava affatto un - barbone - , ma una persona normale.
Immaginandolo rasato di fresco e più pulito, poteva sembrare un professionista in carriera, ma non certo uno di quelli senza fissa dimora, che dormivano in giro in posti di fortuna.
Ma nonostante questo, egli aveva trascorso la notte al freddo, riparandosi su di un barcone malmesso, insieme a tanti altri compagni di sventura.
Un raggio di sole lo colpì sul viso, ferendogli gli occhi, e lui si svegliò.
Aprì gli occhi, se li stropicció energicamente, si stiracchiò, poi si alzò, uscì all'aperto, guardò il fiume limaccioso, respirando forte e cercando di allontanare da sé quel puzzo di - umanità - che gli aveva tenuto compagnia durante la notte, quindi alzò gli occhi al cielo, cercando una risposta a
una domanda che lo assillava dalla sera prima - Chi sono? Come mi chiamo? Cosa ci faccio qui? - .
Già, quell'uomo dai modi garbati, non ricordava il suo nome, non sapeva chi fosse, cosa facesse nella vita, chi fossero i suoi parenti e dove si trovasse in quel momento.
Insomma non ricordava nulla di sé e, soprattutto, non sapeva quale fosse la ragione per cui aveva perso la memoria.
Si sistemò la camicia nei pantaloni, aggiustò la giacca, provò a pettinarsi i capelli con le mani, spingendoli indietro, poi si abbottonò il cappotto e con un salto fu fuori dal barcone.
Come un automa cominciò a camminare, senza alcuna meta e ripensando alla sua situazione e a quale potesse essere il modo per uscirne.
Non aveva un centesimo in tasca, era affamato e infreddolito, ma non poteva farci nulla, a meno di non andare a rubare qualcosa da qualche parte.
Camminò a lungo, percorse il lungotevere, guardando dappertutto alla ricerca anche di un minimo indizio, che gli potesse consentire di ricordare qualcosa, fosse anche un piccolo particolare capace di risvegliare la sua memoria, ma nulla.
Camminando si ritrovò in una grande piazza piena di colonne e con una chiesa maestosa, che gli parve di riconoscere.
Sì, conosceva quel posto, forse per averlo visto in televisione o forse di persona.
Poi chiuse gli occhi e serrò le mascelle: "Ci sono", pensò, "è la basilica di San Pietro in Roma".
Guardò la chiesa dal di fuori, poi percorse la piazza e si incamminò verso via della Conciliazione.
- Quindi, sono a Roma - , pensò, ma non riusciva a ricordare se quella fosse la sua città, né per quale ragione si trovasse li.
Rimise la mano in tasca, afferrò nuovamente quel pezzo di carta e lo riguardò nervosamente.
Era un biglietto ferroviario, sgualcito e sporco, emesso una settimana prima.
Era un Milano - Roma, di sola andata, prima classe e prenotazione obbligatoria.
- Roba da ricchi - , pensò e poi nuovamente il buio.

Una settimana prima
Il treno proveniente da Milano arrivò in orario a stazione Termini, ne scese un mare di gente, fra cui anche un uomo di circa cinquant'anni, capelli brizzolati, pettinati all'indietro, magro, piuttosto alto e anche belloccio, indossava un vestito di buona fattura e un cappotto cammello, di quelli che indossano gli uomini eleganti o, almeno, che tali vogliono apparire.
Aveva un borsone di pelle nera in una mano e un telefono cellulare nell'altra.
S'incamminò velocemente verso l'uscita, mentre fece partire una telefonata.
- Sono arrivato, sono a Roma, sto per uscire dalla stazione centrale - disse.
- Ok doc, noi siamo fuori, uscendo dall'ingresso centrale sulla destra, siamo a bordo di un suv nero - , gli rispose il suo interlocutore.
Non appena fuori salì a bordo del suv, occupò il sedile anteriore lasciato libero per lui e lasciò cadere la borsa per terra fra i suoi piedi.
La macchina ripartì velocemente con destinazione sconosciuta per il doc, al secolo Mario Festa, noto chirurgo plastico ed estetico, proprietario di una nota clinica privata in Milano.
A lui si rivolgevano in massima parte vip, attori, cantanti, politici, gente di spettacolo, soprattutto donne, ma anche uomini.
Chi voleva rifarsi il naso, chi le tette, a qualcuno bastava eliminare le borse sotto gli occhi o il doppio mento, insomma debolezze umane, che avevano fatto la fortuna del doc, soprattutto da quando questo - vizio - aveva contagiato anche gente normale.
Però c'era anche chi non chiedeva solo - un'aggiustatina - per sembrare più carino o più giovane, no, c'era anche chi voleva cambiare radicalmente il proprio aspetto, sì,
insomma, cambiare - faccia - , per esempio per non essere riconosciuto, e per fare questo occorreva uno bravo, insomma uno come il dottor Mario Festa.
Ma la richiesta di cambiare faccia era cosa strana, che non veniva domandata da molti, tutt'altro.
Pochissimi erano gli interessati a un'operazione di questo tipo.
Poteva trattarsi, per esempio, di un boss mafioso, ricercato dalla polizia o di un noto criminale latitante, entrambi interessati a cambiare "faccia" nella speranza di farla franca e di continuare a vivere con sembianze diverse.
Non appena fuori città, uno dei due uomini seduto sul sedile posteriore disse: - Doc devi infilarti questo cappuccio, perché non devi vedere, né capire dove ti stiamo portando, soprattutto per la tua sicurezza - .
Il dottor Mario, sia pure contrariato, infilò un cappuccio di stoffa nera e appoggiò il capo al poggiatesta, chiudendo gli occhi.
Lui, quell'incarico di merda non avrebbe voluto accettarlo, ma chi lo aveva contattato gli aveva subito detto che non c'era possibilità alcuna di rifiutare quel lavoro e con quella gente non c'era davvero da scherzare.
E così il doc non aveva detto nulla, di fatto accettando l'incarico di cambiare la faccia a un noto boss mafioso temporaneamente domiciliato in Roma, ma di fatto residente in Sicilia, e con grossi interessi sparsi nell'Italia o forse nel mondo.
Era latitante da un pezzo, il boss, ricercato per una serie infinita di reati, fra i quali, in bella mostra, c'era l'associazione di stampo mafioso, diversi omicidi, estorsioni e spaccio internazionale di stupefacenti.
Insomma un soggetto - blasonato - , di quelli da tenere certamente alla larga.
Dopo poco il doc non udì più i rumori del traffico cittadino, il caos di una metropoli come Roma, segno che avevano lasciato la città e stavano percorrendo una strada esterna,
probabilmente di campagna, visto che l'auto procedeva ad andatura particolarmente moderata.
A un certo punto il suv si fermò e Festa udì chiaro un rumore di ferraglia, tipico di un cancello che si stava aprendo elettronicamente.
Poi la macchina ripartì per fermarsi definitivamente dopo non più di due o trecento metri.
- Ecco doc. Siamo arrivati, puoi togliere il cappuccio e scendere - .
Mario sfilò quella specie di sacco dalla sua testa, rimise a posto i capelli scompigliati e strinse gli occhi infastidito dalla luce del sole che feriva le sue pupille rimaste per un po' di tempo al buio completo.
Scese dalla macchina e cominciò a guardarsi intorno.
Erano in campagna, non era una villa di quelle in uso ai boss che si vedono spesso nei film, no, era un caseggiato circondato da campi incolti e anche maltenuto.
Il doc capì che doveva essere un rifugio momentaneo, lontano da occhi indiscreti, reperito solo per l'esecuzione dell'intervento chirurgico e nulla di più.
A occhio e croce, tenendo presente il tempo trascorso dalla partenza all'arrivo, non doveva trovarsi a più di sei o sette chilometri dalla capitale.
Lo fecero entrare in casa attraverso una porta che faceva a pugni con il caseggiato antico di campagna.
Era, infatti, una porta blindata con tanto di telecamera installata nella parte superiore.
Dentro c'era un ambiente unico, molto grande e un arredamento modesto, tipico delle case di campagne.
Percorsero tutto il vano e poi impegnarono una scala in pietra grezza che li portò al primo piano, dove c'era un lungo corridoio senza mobili, sul quale si affacciavano cinque porte.
Aprirono la seconda porta posta sulla loro destra e lo fecero entrare.
- Doc, questo sarà il tuo alloggio per i prossimi giorni, subito dopo l'intervento e la necessaria convalescenza ti riporteremo in stazione e potrai tornare a Milano.
Hai anche il bagno in camera, così non dovrai neppure uscire dalla tua stanza, la cui porta rimarrà chiusa dall'esterno per comprensibili precauzioni - .
E così dicendo andarono via, chiudendo a chiave la porta.
Era una stanza di dimensioni abbastanza ampie, i muri erano pitturati a calce, c'era un lettino, con un comodino, un armadio, una piccola scrivania e un paio di sedie.
Tutto l'arredamento era modesto, senza pretese e tipico delle case rurali.
Aprì la finestra e guardò fuori, c'erano campi coltivati a grano e si vedevano, più in lontananza, anche alberi di ulivo e forse di frutta.
Entrò nel bagno, non molto grande, ma completo di tutto, c'era anche una doccia circondata da una tenda colorata, che impediva all'acqua di schizzare da tutte le parti.
C'era uno specchio con una luce sopra e un piccolo mobiletto, di quelli che trovi a poco prezzo nei centri commerciali, con dentro tutto l'occorrente per lavarsi e per radersi.
Il doc, che stupido non era, comprese che quella casa non era disabitata, tutt'altro, e che verosimilmente i proprietari l'avevano - prestata - a quella ciurma di criminali perché se ne servisse per il tempo ritenuto necessario..
Era l'unica spiegazione possibile.
Che poi i proprietari l'avessero data con piacere o - per forza - era una cosa che non interessava al doc, il quale pensò: - Prima finisco, prima finisce questo incubo di merda - .
Si sdraiò sul letto e dopo poco si addormentò.
Erano passate non più di due ore quando sentì il rumore della chiave che apriva quella maledetta porta.
Gli sgherri erano tornati.
- Doc scendiamo giù, così parli con il tuo paziente e prendi accordi per l'intervento - .
- Ecco, era giunto il momento di fare conoscenza con un pezzo di merda - , pensò Festa, che si alzò dal letto e cominciò a seguire i due uomini.
Scesero giù, nella sala grande, e lì, seduto a un grosso divano di finta pelle scura, c'era un uomo sulla sessantina, capelli bianchi, quasi candidi, mento pronunciato, fronte alta e faccia che avrebbe fatto impallidire anche Cesare Lombroso.
Indossava un paio di jeans e una camicia variopinta in stile americano, decisamente in sovrappeso, con un pancione che, a occhio e croce, gli schiacciava il diaframma e le viscere, e due tette in tutto simili a quelle delle donne in età avanzata.
Insomma, se ci aggiungevi che era anche un criminale, ti trasmetteva un senso di schifo e di fastidio.
- Ehi, doc, vieni a sederti qui, vicino a me.
Hai fatto buon viaggio? Ti piace la tua sistemazione? - .
Aveva la voce rauca, tipica di quelli che fumano non meno di due pacchetti di sigarette al giorno e che sicuramente ingozzano super alcolici a tutte le ore.
Accento marcatamente siciliano, tono imperioso, tipico di quelli che sono abituati a comandare, forti del loro potere derivante dal proprio status cioè quello di criminali spietati, avanzi di galera putrescenti, violenti e prevaricatori.
- Veramente non sono qui in vacanza, quindi non è molto importante se mi piaccia il - resort - o meno.
Vorrei semplicemente vedere tutta la documentazione clinica che le ho richiesto e valutare il da farsi - .
Certo, il doc non era uno che le mandava a dire le cose ...
- Minchia, sto picciotto mi piace, assai.
Parla come vuole e non risponde neppure alle mie domande.
Tutti rispondono alle mie domande, lo sai doc? Solo tu non l'hai fatto, ma non fa niente, del resto, hai ragione, non sei in vacanza e a me non me ne frega un cazzo se ti piace la camera o meno.
Carmela prendi le carte al dottore - .
Mario ingoiò a vuoto, non pensava che quella risposta avrebbe potuto creare un putiferio, ma fu comunque felice che il boss non aveva preso male la cosa.
Carmela era una donna abbastanza giovane, scura di capelli e di carnagione, bassa e grassa, sembrava a suo agio e si muoveva veloce nella casa.
Aprì una specie di credenza e tirò fuori una cartellina rossa, del tipo di quelle che si usano negli uffici, tenuta da un elastico grigio.
- Tenga dottore, qui c'è tutto - , disse, e con garbo passò il plico al doc, che, da parte sua, rimase stupito dal fatto che per la prima volta da quando trattava con questa gentaglia qualcuno gli si era rivolto con il lei e lo aveva chiamato dottore e non quello squallido - doc - , tipico dei film americani di bassa lega.
- Grazie - disse Mario, che allungò la mano e prese i documenti.
Si mise a sedere, tirò fuori gli occhiali dalla tasca interna della giacca e cominciò a guardare tutte le carte, soffermandosi, in modo particolare, sulle analisi del sangue.
Dopo aver letto tutto con calma, alzò la testa e, rivolgendosi al - paziente, disse: - Signor ... - .
- Chiamami pure boss, che ... il mio nome non sono cazzi tuoi - .
- Come vuole. Allora, complessivamente le sue condizioni di salute sono discrete, certo molto valori sballati, alcuni problemi, ma l'intervento si può fare tranquillamente.
E solo che vorrei capire dove e come lo facciamo questo intervento, chi mi aiuterà, di quale attrezzatura posso disporre.
Insomma vorrei capire e vedere in modo da predisporre il tutto - .
- Allora doc, Carmela è un'infermiera e ti aiuterà molto bene.
Ora andiamo nel sotterraneo e ti faccio vedere la camera operatoria, il massimo della tecnologia per la mia salute - .
Quindi uscirono all'aperto e andarono sul retro della casa dove c'era una botola ben mimetizzata, l'aprirono e scesero.
Una volta giù al doc apparve uno spettacolo davvero stupefacente: in una stanza enorme era stata installata una
vera e propria sala operatoria, con tanto di attrezzature all'avanguardia.
Guardò tutto con calma e poi, senza parlare, pensò che quella sala operatoria probabilmente era più all'avanguardia di quella allestita nella sua modernissima clinica milanese.
- Ok, direi che al massimo dopodomani possiamo procedere.
Ancora un paio d'esami, un po' di spiegazioni a lei e a Carmela soprattutto per la convalescenza postoperatoria e siamo a posto.
Resta inteso che io, il giorno dopo l'intervento, vado via, essendo più che sufficiente l'assistenza di un'infermiera, Carmela, appunto - .
Poi rientrarono in casa e il doc fu accompagnato nella sua stanza, dove gli venne portata la cena.
Il giorno successivo passò in fretta e arrivò finalmente il giorno dell'intervento chirurgico.
Il doc aveva preparato tutto con cura e calma affinché ogni cosa andasse per il verso giusto, giacché un errore con quella gente non sarebbe stato perdonato.
Quella mattina tutto andò bene, l'intervento riuscì perfettamente e il paziente stava benone, assistito dal dottor Festa e da Carmela, che, al di là delle apparenze, era davvero un'infermiera e anche molto brava.
Peraltro Mario enfatizzò il comportamento e le qualità di Carmela, soprattutto perché solo in questo modo egli avrebbe potuto abbandonare il boss e tornare alla propria vita, fatta di persone e cose normali.
Il giorno dell'intervento passò in maniera tranquilla tanto per il paziente, quanto per il doc e la sua - assistente - .
Il giorno successivo il chirurgo medicò il paziente, spiegò a Carmela cosa avrebbe dovuto fare nei giorni successivi, chiarì tutti i passaggi e gli accorgimenti da seguire durante
la convalescenza, disse che il suo compito poteva considerarsi concluso e chiese se potevano accompagnarlo in stazione, perché aveva degli impegni da assolvere presso la sua clinica lombarda.
- Doc io sono soddisfatto del tuo lavoro, per cui domani mi fai l'ultima medicazione, ti pago e ti faccio accompagnare, così potrai andare via - , disse il boss.
Quelle parole furono come una liberazione per il dottor Festa, che già pregustava il momento in cui sarebbe tornato alla sua vita di sempre.
Anche il pomeriggio e la sera passarono in fretta e verso le undici il doc decise che era arrivato il momento di andare a letto.
Si affacciò alla finestra, il cielo plumbeo non prometteva niente di buono, l'aria era fredda, ma il silenzio della campagna e la certezza di poter lasciare quel posto il giorno dopo, rendevano quell'atmosfera più che magica.
C'era silenzio anche in casa, Mario si sdraiò sul letto senza neanche spogliarsi e si addormentò subito, stanco soprattutto della tensione accumulata e forse anche della paura che aveva avuto in quei giorni.
Il blitz
A notte inoltrata, però, fu svegliato di soprassalto da grida e rumori strani, sembravano tuoni fragorosi e il doc pensò che quel cielo plumbeo aveva partorito una pioggia torrenziale con vento forte.
Riaprì la finestra e si accorse che in effetti pioveva alla grande, l'aia veniva a tratti illuminata da lampi giganteschi, cui seguivano altrettanti tuoni poderosi.
Sì, ma i rumori che si udivano non erano solo tuoni, no, quelli sembravano colpi d'arma da fuoco, anzi lo erano, senza ombra di dubbio.
Si tirò indietro, allontanandosi dalla finestra, che richiuse nel timore di poter essere attinto da qualche proiettile vagante, poi gli sembrò che l'aia fosse illuminata a giorno.
Impaurito ritornò alla finestra, riapri parzialmente le imposte e guardò fuori.
Strinse gli occhi per lanciare lo sguardo più in là e vide che alla fine del viale d'ingresso c'era un blindato della polizia, sul quale era stato installato un grosso faro, puntato diritto contro la casa.
- Cazzo - pensò, - lo sapevo. Ora finisce male anche per me. Avrei dovuto denunciare tutto subito invece che lasciarmi coinvolgere solo per la paura - .
Già, la paura!
Un sentimento strano che tutti abbiamo provato più d'una volta nella nostra vita.
La paura, quella che ti fa fare cose che non vorresti fare, che cambia, oltre al tuo modo di essere e di comportarti, anche il tuo modo di pensare.
Ecco, questo era successo al dottor Mario Festa, noto, illustre e ricco chirurgo estetico.
- Io non sono un mafioso" pensò, "ma quando racconterò tutto chi mi crederà?
Un investigatore che si innamora delle proprie tesi, un pm incazzoso o un gip moralizzatore?
Manco per idea e io ... finirò dentro, accusato, come minimo di essere un affiliato a qualche cosca mafiosa - .
Poi pensò che era giunto il momento di mettere da parte queste idee e di fare qualcosa, al più presto e senza pensarci su.
Infilò le scarpe, poi il cappotto, prese la sua borsa, quella che aveva portato con sé da Milano, e cominciò a urlare per farsi aprire la porta, ma nessuno rispondeva.
Poi prese il suo cellulare e compose un numero, quello stesso numero che aveva composto non appena giunto a stazione Termini, sperando che qualcuno gli rispondesse.
Il telefono squillò tante volte, fino a quando qualcuno rispose.
- Doc, che cazzo rompi i coglioni in questo momento? Ti stai rendendo conto di quello che sta succedendo o sei scemo proprio? - .
- Certo che mi sto rendendo conto ed è per questo che voglio uscire.
Potrei darvi una mano o nascondermi o tentare di fuggire, al limite anche rimetterci le penne giù con voi, ma tutto questo è sempre meglio che rimanere come un topo in gabbia e farmi catturare dalla polizia.
Non ti sfuggirà che se mi prendono e vado a finire in prigione le cose si mettono male anche per voi - .
Poi con tono perentorio e quasi minaccioso, aggiunse: - E che questo sia chiaro a tutti - .
L'Interlocutore, senza rispondere, chiuse il telefono e il doc pensò che ormai non poteva fare più nulla.
Invece dopo nemmeno un paio di minuti, udì il rumore della chiave nella toppa e vide aprirsi la porta.
- Esci di qua, rompicoglioni, e fai quello che ti pare, ma non farti prendere vivo.
E comunque il capo mi ha detto di aprirti e di avvisarti che se ti prendono e tu parli, noi ti troveremo anche nel buco del culo del mondo e tu rimpiangerai di essere nato".
Il doc non disse nulla, afferrò la borsa e si avviò verso le scale, seguito dal criminale, che impugnava una mitraglietta.
Nella sala grande a piano terra erano tutti in tenuta da guerra, armati fino ai denti, e combattevano una guerra tanto assurda, quanto indecente.
C'erano tante persone, ma il doc non vide il boss e pensò che sicuramente si era nascosto da qualche parte, forse anche nel sotterraneo adibito a sala operatoria.
Senza neppure fermarsi, Mario si avviò dalla parte opposta all'ingresso, dove c'era una porta che lui aveva visto quando era arrivato il primo giorno.
L'apri e vide che dava sul retro del caseggiato, poi, senza che nessuno lo notasse, uscì fuori.
Pioveva e tuonava da matti, c'era un freddo cane, ma il doc capi che doveva tentare il tutto per tutto e cioè fuggire subito senza fermarsi neppure a guardare indietro.
Si abbottonò il cappotto fin sopra, alzò il bavero per ripararsi dal freddo, strinse forte la sua borsa, serrò le mascelle e cominciò a correre all'impazzata verso la campagna, sperando che nessuno lo notasse.
I crepitii delle armi, il rumore dei tuoni, lo scroscio della pioggia e il bagliore dei fulmini davano la cifra della guerra che un manipolo di delinquenti stava combattendo contro i tutori dell'ordine pubblico.
Corse il doc, senza fermarsi neppure per riprendere fiato, corse per almeno un paio d'ore in mezzo al freddo, alla pioggia, ai lampi, ai tuoni e alla paura, che non lo abbandonò neppure un minuto.
Correva in mezzo ai campi, talora su stradine di campagna, più volte scivolò, più volte cadde, più volte si rialzò e riprese a correre come se niente fosse.
Rallentò il suo incedere solo quando vide, in lontanza, le luci della città e pensò che ormai era fatta o quasi.
La pioggia non si placava, il freddo aumentava e lui era stanco morto, infreddolito, impaurito e stressato oltre ogni ragionevole misura.
Scorse in lontananza un fiume, era il Tevere, il fiume della città eterna e pensò di scendere giù per nascondersi in qualche anfratto in attesa del giorno.
Così fece e, dopo essere sceso, scorse un barcone e pensò di trovare lì un riparo per la notte.

La sera prima
Salì dunque sul barcone abbandonato e, con stupore, lo trovò pieno di gente che dormiva per terra, riparandosi dal freddo con dei cartoni o anche dei fogli di giornale.
- Ma chi sono questi?
Cos'è questa barca?
E poi dove sono?
In quale città mi trovo e perché? - .
Poi fu preso da autentico terrore: non ricordava più nulla, neppure chi fosse, né quale fosse il suo nome.
Fu un attimo di panico, poi pensò che forse il freddo, la paura, la stanchezza, il sonno e lo stress gli stavano facendo un brutto scherzo e allora si disse: - Ora trovo un posticino tranquillo e mi metto a dormire anch'io, così domani sarà finita questa assurda amnesia e tutto tornerà come prima.
E così fece, si sdraiò per terra, si strinse forte il cappotto e chiuse gli occhi per allontanare da sé il terrore, il sonno e la stanchezza di quella lunghissima corsa.
E il nuovo giorno arrivò, il sole sorse e illuminò la città eterna, il Tevere, il barcone e il suo viso, facendolo svegliare.
Il doc si mise in piedi e subito quella odiosa domanda, che lo assillava dalla sera prima, si ripresentò prepotentemente: - Chi sono? Come mi chiamo? Dove mi trovo? Cosa ci faccio qui? - .
Uscì dal barcone e prese a camminare senza una meta precisa, sperando che i ricordi cominciassero ad affiorare e che le cose tornassero naturalmente al loro posto.

Oggi
Finì di percorrere via della Conciliazione mentre guardava e riguardava quel dannato biglietto ferroviario alla ricerca di un indizio o di un semplice dettaglio che l'aiutasse a ricordare, ma niente, la mente sembrava completamente piatta, come se avesse resettato tutto.
Poi pensò che aveva una fame spaventosa, che aveva bisogno di mangiare qualcosa, ma soprattutto di bere qualcosa di caldo.
Fu così che ricordò che nelle grandi città esistono le mense dei poveri, per cui cominciò a chiedere in giro dove potesse trovarne una.
Fermò un signore anziano, ben vestito, con un loden verde vecchio stile, che passeggiava con il suo cane di piccola taglia, anch'esso ravvolto in una specie di cappotto scuro.
L'anziano si fermò, lo squadrò dalla testa ai piedi e probabilmente pensò che un uomo relativamente giovane, ben vestito e dall'aspetto piacevole avrebbe potuto
trovarselo un lavoro senza andare in giro a chiedere l'elemosina, perché di quello si trattava.
Poi gli indicò una mensa gestita dalla Caritas che si trovava nei paraggi, il doc ringraziò con garbo e vi andò subito.
Era un palazzo antico come quasi tutte le costruzioni del centro di Roma, bussò, gli aprì un giovane sacerdote e lo fece entrare subito al caldo.
Ormai aveva smesso di piovere, ma c'era ancora tanto freddo e i vestiti del doc erano ancora bagnati, tanta era stata l'acqua che aveva preso in quella folle corsa.
Mario preferì non raccontare la sua attuale situazione così non parlò dell'amnesia, ma si limitò solo a chiedere qualcosa di caldo da bere e, se possibile, da mangiare e poi avrebbe subito tolto il disturbo.
Il sacerdote, con modi affabili, lo fece entrare in uno stanzone dove c'erano molti tavoli lunghi, stretti e scuri, con le sedie tutte affilate in perfetto ordine.
C'erano tantissime persone sedute, clochard, senza tetto, gente normale che aveva perso il lavoro, pensionati che non riuscivano ad arrivare nemmeno a fine senza un aiuto, almeno alimentare.
Pensò che lì c'era il mondo, quello che vive ai margini, quello di cui non si occupa nessuno, se non poche associazioni caritatevoli.
Li c'era la sofferenza di chi, suo malgrado, aveva perduto la dignità, di chi non vorrebbe chiedere per dignità o per vergogna, ma che deve farlo per continuare a vivacchiare e, soprattutto, per non morire di fame e di stenti.
Ecco, anche il doc, che ancora non riusciva a ricordare chi fosse, in quel momento era uno di loro, uno di quelli che ha bisogno, uno che deve chiedere, suo malgrado.
E poi c'erano dei ragazzi, uomini e donne, allegri, sereni, che servivano ai tavoli latte caldo, biscotti e, soprattutto, sorrisi e parole di conforto.
- Ecco, siediti qui - disse il sacerdote, - mangia quello che vuoi e stai qui al caldo quanto ti pare. Torna pure a ora di pranzo o a cena e tutte le volte che lo vorrai, qui qualcosa la troverai sempre - e andò via.
Subito dopo gli venne servito latte caldo e caffè con pane e biscotti.
Il doc mangiò con calma, poi guardò quella borsa scura che si trascinava dietro e del cui contenuto non sapeva nulla.
Non l'aveva mai aperta, quasi avesse paura di scoprirci dentro chissà cosa, e pure, in cuor suo, immaginava che lì dentro poteva esserci qualche risposta alle sue domande.
Finì di mangiare, bevve il suo latte caldo, si alzò dal tavolo, prese una sedia e si spostò in fondo alla stanza, vicino a una porta finestra che portava in un piazzale asfaltato, dove c'era depositato di tutto.
Si sedette, prese la borsa, la poggiò sulle ginocchia, aprì tutta la zip, allargò i due lembi e, guardando sospettoso
all'interno, infilò le mani dentro e cominciò a tirar fuori quello che c'era.
Uno stetoscopio di quelli in uso ai medici di famiglia, un apparecchio per la pressione, un'infinità di scatole di medicine, tre camicie, qualche slip, calze lunghe scure, una maglia intima e qualche fazzoletto.
Il contenuto della borsa lo incuriosì e lo confuse ancor di più.
- Sembra la borsa di un medico - pensò.
- Ma io che ci faccio con degli attrezzi medici? Sono miei? E perché? Forse li ho rubati o che altro? - .
Certo che il puzzle si complicava sempre di più e il mistero si infittiva.
Stava rimettendo a posto quella roba, quando si accorse che all'interno della borsa c'era un altro scompartimento chiuso con una zip.
Lo aprì e, con sorpresa, vi trovò un portafogli.
Lo afferrò e lo tirò fuori, sperando che all'interno potessero esserci dei documenti, che finalmente gli svelassero la sua identità.
Con le mani tremanti lo aprì, ma di documenti neppure l'ombra, nello scomparto dove si conservano le banconote trovò quindici biglietti da centro euro.
- Millecinquecento euro!? A occhio e croce non possono essere miei, quindi l'arcano è svelato: questa borsa l'ho rubata. Ne consegue che io sono un ladro, ma con questo non ho risolto i miei problemi - .
Rimise le banconote a posto, infilò il portafogli in una tasca dei pantaloni, chiuse accuratamente la borsa e si avviò verso l'uscita.
Salutò i presenti, ringraziò dell'ospitalità e uscì, pensando che almeno con quei soldi avrebbe potuto vivere per un po' di tempo senza dover far ricorso al furto.
Si rimise in cammino senza meta, l'aria era fredda, ma un bel sole ormai illuminava le vie della capitale.
Camminò per ore assorto nei suoi pensieri, poi guardò un orologio che campeggiava in una piazza che non conosceva e vide che era ormai ora di pranzo.
Fu così che pensò di andare a mangiare un boccone in un ristorante e non alla mensa, dove sarebbe sicuramente tornato un'altra volta.
Entrò nella prima trattoria che gli si parò davanti e si sedette a un piccolo tavolo sistemato davanti a un televisore appeso come un quadro alla parete.
Subito un giovane cameriere gli portò il menù e gli chiese se poteva portare dell'acqua.
Gli disse che sì, voleva dell'acqua e cominciò a leggere il menù.
Spaghetti alla carbonara, maccheroni alla gricia, all'amatriciana, cacio e pepe, abbacchio, coda alla vaccinara, trippa alla romana ...
Rilesse il nome di quei piatti e pensò che conosceva quelle portate tipiche della cucina romana.
Già, Roma, lui la conosceva benissimo, vi si recava spesso per motivi di lavoro, anche se non riusciva a ricordare quale fosse il suo lavoro.
Poi come un lampo, infilò la mano in tasca e tirò fuori il biglietto ferroviario.
- Milano - Roma - , disse.
- Ci sono. Vivo a Milano e sono venuto a Roma con quel treno per lavoro.
Ma quale lavoro? Cosa avrei dovuto fare?
E perché poi ho perso la memoria e mi sono ritrovato su di un barcone occupato da tanti senza tetto?
E poi, quel portafogli, senza alcun documento e con millecinquecento euro dentro?
Troppi vuoti, troppi buchi neri, ma comunque qualcosa ricomincia a riaffiorare - .
- Signore vuole ordinare? - e così dicendo il cameriere posò una bottiglia d'acqua sul tavolo.
- Maccheroni cacio e pepe, coda alla vaccinara e due puntarelle - .
- Si vede che conosce Roma e i suoi piatti - disse il cameriere, che annotò tutto, sorrise e andò via.
Subito dopo partì la sigla del telegiornale.
Il doc alzò la testae fissò il televisore per sentire le ultime notizie.
Partirono subito i titoli: - Roma: blitz in una casa di campagna, arrestato noto boss mafioso, si cercano i suoi complici nei fondi limitrofi, ricerche estese anche nella capitale - .
Impallidì!
Quella notizia fu peggio di un calcio nelle palle e, così com'era andata via, la memoria ritornò intatta, come se non l'avesse mai persa.
- Mi chiamo Mario, Mario Festa, sono un chirurgo estetico di Milano ed ero lì insieme a quei delinquenti - , pensò.
Poi incollò lo sguardo sul televisore in attesa di ascoltare l'unica notizia che gli interessava e che era la prima notizia, quella più importante.
Il giornalista ricostruì esattamente quello che era successo, quello che avevano scoperto, quello che erano riusciti a capire, praticamente tutto.
- Nel sotterraneo del casale di campagna è stata trovata una vera e propria sala operatoria.
Sicuramente lì c'era un esperto chirurgo estetico, che ha letteralmente cambiato i tratti somatici del boss.
Una nuova faccia, dunque, che avrebbe dovuto consentire al boss di evitare il carcere fingendosi un altro - .
Poi il giornalista continuò: - Grazie all'intervento congiunto di carabinieri e polizia, verosimilmente allertati da un
confidente, i malviventi sono stati acciuffati e il piano del boss è miseramente fallito.
Non tutti, però, sono stati catturati, giacché, dopo un drammatico conflitto a fuoco, alcuni malviventi sono riusciti a scappare.
Nel conflitto a fuoco hanno perso la vita due malviventi, mentre diversi feriti si contano fra le forze dell'ordine e fra gli stessi criminali.
E', dunque, caccia ai criminali fuggiti e, soprattutto, al medico che ha aiutato il boss, operandolo al viso - .
Gli era passata la fame al doc, il terrore lo aveva paralizzato e ormai era in preda al panico, perché non sapeva come uscire da quella situazione di merda.
Ora era tutto chiaro: lo stress, le emozioni violente, quella corsa a piedi sotto la pioggia e con quel freddo pungente, la paura, la stanchezza, gli avevano procurato quella che, in termine scientifico, viene chiamata amnesia globale transitoria.
L'aveva studiata ai tempi dell'università quella sindrome, che si caratterizzava per la temporanea e quasi totale perdita della memoria.
Una situazione temporanea destinata, comunque, a risolversi senza alcuno strascico.
Da medico, queste cose le sapeva bene, come sapeva che ormai era tutto finito o meglio che forse tutto stava per iniziare.
Dopo essersi perso nei rivoli dei suoi mille pensieri, giocherellò un po' con le posate e con le portate, senza praticamente mangiare nulla, poi pagò il conto e si fece chiamare un taxi.
Insomma era tornato a essere il dottor Mario Festa, chirurgo estetico, bravo, noto e ricco, con un problema drammatico e ora anche con un conto in sospeso con la legge.


Il ritorno a casa
- Stazione Termini, grazie", e il taxi partì velocemente.
- Un biglietto di sola andata per Milano con il primo treno in partenza - , chiese allo sportello.
- Tenga, questo è il biglietto, il treno parte esattamente fra un quarto d'ora dal terzo binario - .
Afferrò il biglietto, pagò, prese il suo inseparabile borsone e in un batter di ciglia fu sul terzo binario.
Il treno era già lì, salì, sistemò il borsone e occupò il suo posto, poi appoggiò la testa, chiuse gli occhi e si addormentò prima ancora che il treno partisse.
Dormì profondamente fino a quando non fu svegliato dalla voce che annunciava che il treno era giunto a destinazione in perfetto orario.
Il doc si alzò, infilò il cappotto, alzò il bavero per ripararsi dal freddo, afferrò il borsone e scese di corsa dal treno.
Come gli sembrava bella la stazione centrale di Milano, era come se non la vedesse da chissà quanto tempo e, invece, non erano passati che pochi giorni.
Non appena fuori, si recò alla stazione dei taxi, ne prese uno al volo e diede l'indirizzo di casa sua, dove sapeva che non avrebbe trovato nessuno.
Il doc, infatti, era separato da tempo e non aveva più rapporti con la moglie.
Anche con i figli le cose non andavano granché bene e lui, purtroppo, li vedeva davvero di rado.
Il taxi partì veloce e si tuffò nelle strade trafficate di Milano.
Era buio ormai, c'era freddo, l'aria cupa e triste di Milano avvolgeva la macchina che stava riportando a casa il doc.
Arrivò davanti al cancello della villetta, pagò il tassista, salutò e scese.
Cominciò a frugare all'interno del borsone alla ricerca delle chiavi, che trovò nella tasca laterale.
Aprì il cancelletto, percorse il vialetto, poi aprì la porta di casa ed entrò.
Era bella la sua casa, curata nei minimi particolari, con arredamento moderno e tanti quadri di valore alle pareti.
Entrò nel salotto, lasciò cadere il borsone per terra, si buttò sul suo divano preferito, un Chester di pelle marrone, si sfilò le scarpe, con il telecomando accese l'impianto stereo, si sdraiò, chiuse gli occhi e pensò che ora voleva solo dormire, a casa sua.
Si svegliò molto presto la mattina, riuscì, dopo diversi giorni, a fare la doccia e a radersi, si vestì in maniera elegante, com'era solito fare, e scese nel garage, nel quale c'erano tre automobili: un suv Bmw, una Porche Panama e una Smart, quello era il suo personale parco macchine.
Sali a bordo della Smart e si diresse verso la sua clinica privata.
Si fermò al solito bar per la colazione, accolto dal giovane barista sorridente, che disse: - Buon giorno dottore. E da qualche giorno che non la si vede? Cappuccio e cornetto come al solito? - .
- Sì grazie. Mi siedo lì - .
Prese il giornale aperto su un tavolo e si mise a sedere, in attesa della colazione.
Cominciò a sfogliare le pagine per vedere se c'erano novità sul caso del boss arrestato, ma si rese conto che non c'erano ulteriori notizie rispetto a quelle da lui già ascoltate in tv.
Finì di fare colazione, riprese la sua Smart e corse in clinica, dove arrivò una mezz'ora dopo.
All'ingresso fu accolto da Giovanni, l'addetto all'ufficio informazioni.
- Buon giorno dottore, non la vediamo da qualche giorno.
Problemi? Mi auguro di no - .
- No, no, Giovanni, grazie.
Sono stato fuori qualche giorno per delle cosucce e mi devo nuovamente allontanare per qualche giorno - .
Era grande, bella e confortevole la sua clinica privata, di proprietà e gestita da una Srl uninominale a lui riconducibile.
Un ingresso maestoso, stanze ampie e confortevoli, due sale operatorie allestite in modo ineccepibile, personale medico e paramedico di ottimo livello, competenza e garbo.
La sua stanza era al secondo piano, salì a piedi, passò davanti all'ufficio della sua segretaria, alla quale chiese di seguirlo.
- Dottore buongiorno, problemi? - .
- No, piuttosto direi fastidi, che non sono ancora terminati.
Sono stato fuori per sistemare delle cose, che ancora non sono a posto e, quindi, devo riallontanarmi praticamente subito.
Avvisa il dottor Franco e i miei più stretti collaboratori e dì loro che ci vediamo in sala riunioni fra mezz'ora. Raccomanda la puntualità, perché devo ripartire subito.
Piuttosto, novità in questi giorni di mia assenza? Mi ha cercato qualcuno, telefonate, altro? - .
- No dottore, tutto come al solito.
In questi giorni il dottor Franco l'ha sostituita, tutto è andato avanti nel miglior modo possibile, nessuno l'ha cercata e non è accaduto nulla di rilevante - .
- Dunque - pensò, - almeno fino a ora nessuno sa niente di me, nessuno sospetta nulla.
Ora mi allontano per un po' di giorni e seguo le vicende da fuori in modo da non rischiare. Porto con me solo un pc e il cellulare... - .
Poi impallidì, infilò le mani in tasca per vedere se aveva con sé il cellulare.
Le tasche ovviamente erano vuote.
- Cazzo, dov'è finito il telefono? L'ultima volta che l'ho usato è stato durante il blitz della polizia, poi non l'ho più preso. Che l'abbia lasciato in quella casa maledetta o perso durante la mia corsa? Se lo trova qualcuno sono nella merda - .
Poi afferrò il cordless che aveva sulla sua scrivania e compose il suo numero di cellulare.
La risposta fu praticamente immediata: - l'utente chiamato non è al momento raggiungibile - , segno che il telefono era spento.
- Meglio così - , pensò.
- Speriamo che sia caduto durante la corsa e che rimanga sepolto nelle campagne romane, così avrò senza dubbio un problema in meno - .
Mezz'ora dopo, la riunione nella sala grande con i suoi.
Inventò un po' di scuse, più o meno plausibili, disse che aveva dei progetti importanti, ma che doveva verificare alcune cose e vedere un po' di persone.
Spiegò loro che doveva allontanarsi per un po' di giorni e che loro avrebbero dovuto portare avanti la clinica come se lui fosse presente.
- Ah, un'ultima cosa: il mio cellulare mi ha abbandonato, distruggendo dati, numeri e appunti. Ne approfitto per comprarne uno nuovo e, già che mi trovo, per cambiare numero, il mio è ormai troppo inflazionato.
Recupero i vostri contatti dal mio pc e provvedo a comunicarvi il nuovo numero non appena in mio possesso.
Tutto chiaro? Avete qualcosa da dirmi o da chiedermi? - .
Tutti dissero che era tutto chiaro, che non avevano nulla da chiedere e che lui poteva stare tranquillo, come sempre, del resto.
Li salutò tutti, poi si trattenne con Franco, il suo sostituto, il più bravo di tutti, un suo amico da sempre.
Si raccomandò, lo abbracciò e lo congedò.
Altre raccomandazioni alla sua segretaria, poi, con un groppo in gola, raggiunse il parcheggio, riprese la macchina e andò via.
Prima tappa un negozio di elettronica, comprò uno smartphone e una sim con un nuovo numero, poi ritornò a casa.
Mise un po' di roba in un borsone, ma, per scaramanzia, non in quello che aveva utilizzato durante la sua - trasferta - romana, prese il suo pc dove erano custodite tutte le sue informazioni, un po' di denaro contante dalla cassaforte, documenti e carte di credito.
Stava per andare via quando pensò che un'altra cosa poteva servirgli.
Riaprì la cassaforte e prese la sua pistola, sperando di non averne bisogno, e la ripose nel borsone.
Poi chiuse la porta e andò in garage, mise il borsone e il pc nel bagaglio del Bmw, salì a bordo e andò via.
Una zia del doc aveva una casetta in Val di Fassa, precisamente a Pozza di Fassa, un posto incantevole.
Quell'alloggio, piccolo, ma confortevole, veniva utilizzato da lui e dai suoi cugini, tutti in possesso di chiavi "personali".
Pensò di andare lì per qualche giorno in attesa di vedere gli sviluppi della vicenda e decidere il da farsi.
Puntò diritto verso l'autostrada, la imboccò velocemente e si fermò alla prima stazione di servizio.
Era quasi ora di pranzo, mangiò un boccone all'autogrill, prese un caffè, fece il pieno di benzina e partì alla volta di Pozza di Fassa, dove sarebbe arrivato al più tardi tre ore dopo.
Quando giunse in Val di Fassa era già buio pesto, anche se non era affatto tardi.
Andò diritto a casa senza fermarsi, aprì il cancelletto del giardino, parcheggiò il suv dietro la casa, in modo che non si vedesse dall'esterno ed entrò dentro.
Accese il contatore dell'energia elettrica, aprì l'acqua e il gas, quindi accese un po' di luci e fece partire il riscaldamento.
C'era molto freddo fuori, ma anche dentro la casa, chiusa da un po' di tempo.
Vide la legna nel camino e riuscì velocemente ad accenderla, poi si versò un buon cognac, accese il televisore e si sedette sul divano, avendo cura di coprirsi con uno dei numerosi plaid piegati e maniacalmente sistemati in uno scatolone posto di fianco al camino.
Era piccola quella casa in Val di Fassa, ma era meravigliosa, tutta in legno, arredata con gusto, con
tantissimi piatti colorati alle pareti e chincaglieria, acquistata in tutte le parti del mondo, sparsa qua e là .
C'era una bella stanza da letto, con il bagno, un'unica cameretta con i letti a castello e un ambiente unico con cucinino, angolo tv e conversazione.
Era da moltissimo tempo che non andava in quella casa, l'ultima volta c'era stato con sua moglie e con i suoi figli non ancora grandi.
Ma questo era successo quando il doc ancora ce l'aveva una famiglia, quando la separazione non aveva ancora sconvolto la sua vita, mandandola a puttane.
Accese la televisione e si mise a vedere un film, al termine del quale decise di andare a letto.
La casa si era ormai riscaldata e, quindi, poteva spogliarsi e infilarsi sotto le coperte senza temere più di tanto il freddo.
Una volta a letto scrisse un messaggio - seriale - , con il quale comunicava ai suoi colleghi, ai familiari e a un numero ristretto di amici il suo nuovo numero di cellulare.
Poi, preso atto che i suoi occhi cominciavano a chiudersi, decise di spegnere la luce e di dormire.
La notte per il doc non passò serenamente, tutt'altro.
La mattina successiva si alzò di buon ora, non c'era nulla da mangiare, per cui pensò di prepararsi in fretta e di uscire per andare in paese a fare colazione e a comprare un po' di giornali.
Uscì in giardino e scrutò il cielo, c'era un gran freddo, ma l'area era tersa e splendeva un bel sole, che illuminava le cime dei monti e giocava con gli alberi di abete rosso e di larice, trafiggendo con i suoi raggi ora il pino mugo ora il pino cembro.
E il doc pensò che il buon Dio sulle Dolomiti si era proprio divertito, creando dei paesaggi davvero mozzafiato.
Inforcò i suoi rayban, sali in macchina e si avviò piano.
Percorse quel sentiero, che conosceva a memoria e puntò dritto verso il lago, meta fissa, quando d'estate, ci veniva a passare qualche giorno di vacanza con la moglie e i figli.
Ci venivano spesso al tramonto ad ammirare l'ernosadira.
Stendevano dei teli per terra davanti al lago, si sedevano e fissavano le cime delle Dolomiti, che, a quell'ora, cominciavano ad assumere un colore rossastro, che gradatamente diventava viola.
Già, l'ernosadira, uno degli spettacoli più suggestivi delle Dolomiti, che il doc, se avesse potuto, avrebbe guardato tutti i giorni.
E poi quelle passeggiate lungo quei sentieri meravigliosi, che attraversavano i boschi e accarezzavano i laghi.
Lì ci trovavi di tutto, fiori prataioli, come le campanule, le orchidee e i cardi, piante di derivazione siberiana, come la stella alpina, e poi i salici nani.
Insomma uno spettacolo meraviglioso e loro camminavano felici, salendo sempre più su, sempre più in alto, fino a quando, stanchi, ma soddisfatti, si rifugiavano in una delle tante magnifiche malghe disseminate sui monti, per mangiare specialità dei luoghi.
Era bella la vita allora, era bella la sua famiglia, tutto filava per il verso giusto.
Poi, d'un tratto e forse inspiegabilmente, era cambiato tutto, anzi era finito tutto.
Un'udienza in tribunale e la sua vita era andata ... a puttane.
Che poi non aveva mai capito se la colpa della separazione fosse stata sua o della moglie o più probabilmente di entrambi.
Il suo lavoro, la passione per quel lavoro, lo portavano a trascurare la famiglia, ma non avrebbe mai creduto, e ancora non ci credeva, che la sua vita potesse naufragare in quel modo assurdo e doloroso.
No, doveva esserci dell'altro, ma lui non aveva mai capito cosa, e forse, a questo punto, non voleva più neppure saperlo.
Un dato era certo: la sua famiglia non c'era più, la moglie e quei figli adorabili non c'erano più e con loro erano scomparsi quei momenti di felicità, le vacanze, il mare, la montagna, le malghe, l'ernosadira, ma soprattutto l'amore che provava per i suoi familiari.
Ingoiò amaro, rimise in moto la vettura e si avviò verso il paese.
Guidando piano imboccò la strada principale di Pozza di Fassa, costeggiando il torrente Avisio e anche lì i ricordi ricominciarono ad affollare dolcemente la sua mente.
Prima ci andava a fare compere a Pozza di Fassa, spesso al mercato settimanale con la moglie.
Ancora le ricordava tutte quelle bancarelle colorate, dove c'era di tutto, ma soprattutto oggetti di artigianato locale, che la facevano da padrone.
In inverno era solito andare con i suoi figli sulla pista Alloch, una pista da sci meravigliosa, che, per un giorno alla settimana, veniva illuminata di sera, regalando ai turisti uno spettacolo suggestivo.
Uno scena da non perdere, un'atmosfera meravigliosa, capace di regalare emozioni anche a chi non sapeva cosa fossero le emozioni.
Parcheggiò l'auto, entrò in un bar tabacchi, fece colazione e acquistò un po' di quotidiani nazionali.
Poi attraversò la strada ed entrò nel market, che frequentava quando veniva a Pozza, acquistò tutto quello che gli serviva per soggiornare lì per un tempo indeterminato, quindi risalì in macchina e fece ritorno a casa.
Una volta lì, sistemò le cose da mangiare nella credenza e mise al loro posto tutti gli acquisti, quindi cominciò freneticamente a sfogliare i giornali che aveva acquistato,
ma niente, della vicenda del boss e di tutto quello che era successo, neppure una parola.
Era come se quella storia fosse stata definitivamente archiviata, come se con l'arresto del boss e dei suoi sgherri, la cosa fosse definitivamente conclusa, peraltro con successo.
Questa cosa gli dava un po' di serenità, giacché poteva legittimamente pensare che l'avrebbe fatta franca.
Lo stato aveva arrestato un pericoloso boss e poteva dirsi soddisfatto: "Sí, sarà proprio così" pensò, "o almeno spero che sia così".
La cosa veniva avvalorata dal fatto che nei successivi cinque giorni non successe nulla, nel senso che nessuno lo cercò.
Anche presso la clinica non era accaduto nulla, nessuno aveva cercato il dottor Festa, nessuno voleva sapere dove fosse, segno che non erano riusciti neppure a identificarlo.
Fu così che pensò che forse era giunta l'ora di ritornare a casa, al suo lavoro e dimenticare tutto.

Domenico Farina
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