Writer Officina Magazine
Home
Magazine
Writer Officina
Autore: Giovanni Fenu
Titolo: Novecento
Genere Saggio Storico
Lettori 114
Novecento

Piccolo carosello di storie, luoghi e personaggi del secolo XX.

Il pedale racconta: Alfonsina Strada

- [...]Un'unica passione per la bicicletta [...] Quando si correva per rabbia o per amore, Ma fra rabbia ed amore il distacco già cresce [...] - . Queste strofe della canzone di Francesco De Gregori, Il bandito e il campione, dedicata all'amicizia tra Costante Girardengo e Sante Pollastri, descrivono bene anche il personaggio protagonista di questa nostra storia, la cui passione per la bicicletta finisce col condurla a traguardi rilevanti. Ma procediamo per gradi e vediamo, innanzitutto, qual è il rapporto delle donne con la bicicletta agli inizi del Novecento. All'alba del secolo scorso l'utilizzo del velocipede – o della bicicletta, fate voi – da parte delle donne è ancora sostanzialmente un tabù, un qualcosa che, agli occhi dei - benpensanti - , non appare come un'attività adatta al - gentil sesso - . Non di rado le donzelle, per poter provare l'ebbrezza del pedalare, sono costrette a travestirsi da ragazzi per evitare di essere fatte, molto frequentemente, oggetto di scherno e addirittura – per fortuna in casi estremi – bersaglio di lanci di sassi e colpi di bastone.1 Naturalmente non tutte le donne sono ritenute - stravaganti - , - pazze - o chissà cos'altro se mostrano interesse per il nuovo mezzo di locomozione; tra le classi alte e agiate, infatti, l'andare in velocipede è un qualcosa di normale, insomma se la donna è una nobildonna, un personaggio famoso o comunque una non appartenente al - popolino - , questa peculiarità passa quasi inosservata. Non stupisce quindi vedere cimentarsi sulla bicicletta la chanteuse Lina Cavalieri, l'attrice Sarah Bernhardt o addirittura la consorte di sua maestà Umberto I, la regina Margherita di Savoia, addestrata alla guida della bicicletta dal costruttore di velocipedi Edoardo Bianchi in persona e iscritta al Touring Club Ciclistico Italiano, nato nel 1894.2 Accanto al pregiudizio diffuso, allo scandalo che agli occhi di molti la sola idea di una donna in sella a certi - trabiccoli - produce, si affianca ben presto anche una notevole letteratura medica che cerca di dissuadere le giovani a cimentarsi con la bicicletta. È così che si sviluppano, all'affacciarsi del XX secolo, fantasiose giustificazioni pseudo-scientifiche il cui scopo è quello di non far montare in sella le donne. Alle sconsiderate pedalatrici e alle aspiranti tali, vengono paventate malattie infettive, danni al sistema respiratorio, disturbi cardiaci, cali di peso, squilibri del sistema nervoso e danni agli organi di riproduzione.3 Insomma, ce n'è abbastanza per incutere nelle malcapitate il timore necessario per rinunciare all'impresa, ma per fortuna ce ne sono molte che continueranno imperterrite per la propria strada. In Italia, tuttavia, almeno sino al primo dopoguerra la pratica ciclistica al femminile rimane vittima dei pregiudizi di ampi strati della società e persino della classe medica. Nel 1912 il medico Paolo Mantegazza dichiara: - Le figlie di Eva non montino in velocipede, se almeno vogliono conciliare igiene e moralità - .4 Le ragazze che si azzardano a salire in sella sono spesso considerate - stravaganti - , guardate con diffidenza ed etichettate in malo modo; a detta di molti, infatti, le donne non devono competere, ma al massimo fare bella mostra di sé. Le stesse corse femminili, pertanto, destano curiosità al pari dei numeri da circo.5 Alla luce di ciò, vi sarà più semplice comprendere lo spessore, la grandezza della protagonista di questa storia, in un tempo in cui il binomio donna-bicicletta è tanto bistrattato, lei contribuisce a rompere gli schemi, ad andare - controcorrente - , ritagliandosi il proprio posto nella storia dello sport italiano e mondiale.

- Ma dove vai bellezza in bicicletta così di fretta pedalando con ardor? Le gambe snelle tornite e belle m'hanno già messo la passione dentro al cuor! Ma dove vai con i capelli al vento col cuor contento e col sorriso incantator? Se tu lo vuoi o prima o poi arriveremo sul traguardo dell'amor! - .6
Queste sono soltanto due delle strofe della celebre canzone - Bellezza in bicicletta - composta, all'inizio degli anni Cinquanta, da Giovanni D'Anzi e Marcello Marchesi e portata al successo dal film del 1951 Bellezze in bicicletta del regista Carlo Campogalliani, nel quale una delle protagoniste, Silvana Pampanini (l'altra è Delia Scala, nda) la canta. Successivamente sarebbe stata interpretata anche dal Trio Lescano e da Mina. I due parolieri traggono ispirazione per il testo da una figura epica del ciclismo italiano, Alfonsa Rosa Maria Morini, per tutti Alfonsina Strada. La protagonista della nostra storia nasce il 16 marzo del 1891 a Riolo di Castelfranco Emilia, secondogenita di dieci figli di Carlo Morini e Virginia Marchesini, coppia di braccianti analfabeti che lavorano nelle campagne emiliane. Nonostante l'ambiente insalubre e la forte indigenza che caratterizza la famiglia, i genitori di Alfonsina si prestano ad allevare anche bambini provenienti dagli orfanotrofi del vicinato, ricevendo per ciò un utile sussidio economico. Nel 1895, dopo la nascita del terzo figlio, la coppia restituisce agli orfanotrofi i bambini avuti in custodia e si trasferisce a Castenaso, nei pressi di Bologna, dove vedono la luce altri sette figli.7 Nel 1897 secondo alcune fonti, nel 1901 per altre, fa il suo ingresso in casa Morini qualcosa destinato a segnare il futuro della piccola Alfonsina. Papà Carlo, infatti, una sera ritorna al focolare portando con sé una assai malridotta bicicletta, al limite della rottamazione, tuttavia ancora funzionante. Per Alfonsina è un colpo di fulmine: in poco tempo, in sella a quel - trabiccolo - , impara a pedalare; ancora nessuno lo sa, ma è l'inizio di una grande, immensa passione che la condurrà molto lontano. Inizialmente i genitori non danno peso a quella ragazzina che tanto tempo trascorre su quel mezzo, ritenendolo un - capriccio - passeggero, un fuoco di paglia destinato a estinguersi rapidamente. Ma gli anni passano e l'amore di Alfonsina per le due ruote non scema, anzi, aumenta a tal punto che già intorno ai 14 anni trova il modo di partecipare – di nascosto dai suoi genitori – ad alcune gare per velocipedi. Per non destare sospetti nei suoi, dice di recarsi alla Messa domenicale, salvo poi inforcare la bicicletta per andare a gareggiare. A Reggio Emilia, alla sua prima gara, si dice che abbia vinto un maiale vivo; leggenda o meno, fatto sta che di lì a breve Alfonsina inizierà a fare il grande salto. Nel 1907, a 16 anni, decide di trasferirsi a Torino, città nella quale il ciclismo è radicato da tempo e dove il passaggio di una donna in bicicletta non è fonte di riprovazione o maldicenze come in altre parti d'Italia. All'ombra della Mole Antonelliana comincia a gareggiare in competizioni di un certo rilievo, mettendosi ben presto in mostra battendo anche un'altra - pioniera - del ciclismo al femminile come Giuseppina Carignano e guadagnando così il titolo di - miglior ciclista italiana - .8 A Torino conosce Carlo Messori che, molti anni più tardi, diventerà il suo secondo marito. Nel 1909 ottiene una delle prime vittorie fuori dei confini nazionali, vincendo il Gran Prix di Pietroburgo, ricevendo una medaglia direttamente dalle mani dello Zar Nicola II. Due anni più tardi a Moncalieri stabilisce il record femminile dell'ora – primato tuttavia non omologato – percorrendo 37,192 Km. Tutti questi successi non passano inosservati, tanto che ben presto viene notata da Fabio Orlandini, corrispondente per la Francia della - Gazzetta dello Sport - , il quale la raccomanda ad alcuni impresari transalpini. Alfonsina ottiene così un contratto per le gare su pista e negli anni successivi corre, e spesso vince, nei velodromi parigini.9 Tornata in Italia, nel 1915 Alfonsina deve fare i conti con i propri genitori che vorrebbero che la loro figlia la smettesse con quella che, ai loro occhi, è un'inutile - follia - ; la madre, in particolar modo, spera in un buon partito che faccia mettere la testa a posto a quel - diavolo in gonnella - – soprannome affibbiatole ben presto dai compaesani e da chi la vide correre le prime volte – e la convinca a dedicarsi alla famiglia e, al più, al lavoro di sarta.

Giovanni Fenu
Biblioteca
Acquista
Contatto