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Autore: Marco Lovisolo
Titolo: Lo zaino è pronto, io no
Genere Letteratura di Viaggio
Lettori 102
Lo zaino è pronto, io no

Quando il viaggio si trasforma in una divertente ossessione

Da accanito lettore di libri di viaggio mi sono sempre chiesto: quanto tempo ci vorrà per scriverne uno?
Sì, lo so, dopo avere letto questa domanda, vi sarete già pentiti di avere buttato via i vostri soldi. In realtà sto facendo questo lungo giro per evi-tare di dire l'amara verità: per me ci sono voluti anni.
Non che volessi scriverlo, a essere sincero. Tutto è iniziato per caso. A un certo punto della mia vita ho avvertito l'urgenza fisica di girare per il mondo. Avevo l'impressione che i libri dei grandi viaggiatori che avevo letto mi nascondessero qualcosa. Non so, c'era un che di non detto, di occultato, di volutamente dimenticato. La mia natura paranoica non mi lasciava in pace e così un giorno decisi che era giunto il momento di mettere il naso là fuori.
Ovviamente avevo già viaggiato prima, ma erano stati sempre itinerari europei; ero stato in diversi posti, alcuni nemmeno troppo facili da rag-giungere, ma la nuova cultura, sebbene segnata da alcune differenze rispetto alla mia, mi sembrava sempre basilarmente la stessa. Era arrivato il momento di fare un passo in più, di girare l'angolo e sbirciare dall'altra parte.
Tuttavia, per vedere cosa c'è veramente dietro l'angolo, non si può fare un viaggio organizzato, all inclusive. Come puoi pensare di comprendere qualcosa del luogo che visiti, standotene seduto su un autobus extralusso con aria condizionata e dormendo negli hotel a cinque stelle? Non puoi. Era necessario cimentarsi con la realtà e per farlo c'era un'unica maniera: andarci da solo, in autonomia.
Prendere coscienza di questo fatto mi ha tenuto impegnato per qualche mese. Voglio dire: una cosa è arrivare a Londra, muoversi in metropolitana, dormire in ostello, mangiare quello che si vuole, denaro permettendo. Ben diverso è trovarsi in mezzo alla savana, muoversi a piedi, dormire dove capita, fare la doccia se capita, mangiare cibi sconosciuti. Tutto da solo. Insomma: sarei stato in grado di farcela? Avrei saputo affrontare i problemi che si sarebbero posti?
Dopo averci pensato su fino a fare impazzire il mio unico neurone, alla fine ho deciso di provarci. E visto che la cosa era già difficile di per sé, tanto valeva che lo fosse al massimo grado, per cui come prima destinazione puntai sul Kenya: da lì è partita la mia scoperta del mondo.
All'epoca non frequentavo i social networks, non bloggavo: gli unici mezzi di contatto con casa erano il buon vecchio telefono e la posta elettronica. Cominciai a scrivere e-mail agli amici per raccontare come mi stavano andando le cose in viaggio. Non mi ero mai cimentato prima con la scrittura e non sapevo bene come articolare i miei reportage. Così alla fine decisi, come diciamo noi torinesi che risentiamo ancora oggi degli effetti della nobiltà sabauda, di “buttarla in vacca”. Era inutile dilungarsi nella descrizione di dettagli che chiunque avrebbe potuto reperire su una guida di viaggio. Meglio, molto meglio, raccontare quello che mi stava accadendo direttamente.
Ora è bene ammettere subito una cosa: sono sempre stato un imbranato cronico e modestamente sono dotato di una naturale predisposizione nel combinare guai, per cui nel corso di tanti anni di viaggio ho commesso davvero molte sciocchezze. Questo per dire che tutto quello che legge-rete nel libro, per quanto strano possa sembrarvi, è assolutamente autentico.
Anni dopo sono riuscito a comprendere che facevo tutto questo solo per esorcizzare le mie paure. Sedermi in un internet point e sprofondare nello schermo di un pc mi permetteva di isolarmi per un po' dal mondo esterno e non pensare ai miei timori. Timori che, oggi posso dirlo, erano infondati, dal momento che in tutti questi anni ho accumulato principalmente bellissimi ricordi (e anche qualche seccatura). In definitiva descrivere le piccole ansie quotidiane mettendola sul ridere mi ha aiutato molto nel mio processo di allontanamento delle paure. Poco alla volta mi rendevo conto che quelli che erano problemi oggettivi, erano al tempo stesso di semplice soluzione.
Inoltre, a quanto pareva, si era venuto a creare spontaneamente un piccolo gruppo di fan: amici che mi richiedevano insistentemente aggiornamenti, altri che li giravano ad altri amici o colleghi, gente che io non ho mai conosciuto personalmente. Insomma, sembrava che fossi in grado di indurre quello spicciolo di buonumore che in certe giornate è prezioso come il pane.
Dopo qualche anno, diversi amici hanno cominciato a stuzzicarmi con l'idea di raccogliere tutte le mail sotto forma di libro. Mi sono baloccato per qualche tempo con questo pensiero, ma non l'ho mai concretizzato. Nel frattempo, al mio piccolo gruppo di fan si era aggiunta una ragazza, che a distanza di anni è diventata la mia compagna di viaggio... e anche mia moglie.
Grazie all'immunità morale di cui una moglie può godere, anche lei ha cominciato a sostenere l'idea di riunire in un libro tutte le mie peripezie. Alla fine, messo alle strette, ma fortemente appagato nell'orgoglio, ho ceduto.
Tuttavia i problemi non erano finiti. Le mail costituivano degli spaccati precisi di ciò che mi accadeva, ma erano slegate, non avevano consequenzialità, erano totalmente prive di un filo conduttore che le annodasse una all'altra. Era necessario amalgamarle ed io non sapevo come fare. Ho riletto di nuovo tutti i libri di viaggio che avevo in casa (Kapuscinsky, Chatwin, Reverte, Moravia, Theroux, Terzani) e ho cercato di rubarne lo stile, ovviamente senza riuscirci. Poi mi sono dovuto documentare, ho dovuto leggere, studiare, reperire ogni tipo di informazione legata ai luoghi che avevo visitato e infine prendere tutto questo materiale e plasmarlo in modo da renderlo leggibile. Ecco perché mi ci sono voluti anni.
Qual è stato il risultato? Non lo so, lo direte voi che leggerete. Da parte mia posso solo augurarmi di riuscire a farvi viaggiare con l'immaginazione o, meglio ancora, a farvi venire la voglia di mettere quattro cose nello zaino e partire.

KENYA

A parte la sua denominazione geografica, in realtà l'Africa non esiste.

Ryszard Kapuscinski


Finalmente dopo mesi di dubbi, ripensamenti, paure, discussioni con parenti, amici e conoscenti e, ciliegina sulla torta, un volo annullato causa neve allo scalo di Amsterdam, sono riuscito ad arrivarci. Quello che segue è il racconto di viaggio della mia Africa, con buona pace di Karen Blixen e del titolo che mi ha rubato.
La prima immagine che ricordo dell'Africa è filtrata dal finestrino dell'aeroplano: sto sorvolando il Sudan meridionale, all'altezza di trenta-tremila piedi e, guardando fuori, vedo l'alba. Si tratta di una sottilissima linea arancione che subito si scontra con il blu indaco per poi risolversi nel nero della notte. La osservo e penso a cosa mi succederà nelle prossime tre settimane.

Nel periodo antecedente la partenza ho letto ossessivamente tutto quello che mi capitava tra le mani purché parlasse di Africa, tanto che, forse, mi sono autocondizionato. Comunque sia, in diverse occasioni mi è capitato di leggere dell'odore dell'Africa. Proprio così: alcuni scrittori riportavano nei loro libri questo aspetto totalmente imprevisto del primo impatto con il Continente Nero, ed io mi dicevo:
- Ma che sciocchezza! Figurati se appena esci dall'aereo, la prima cosa che noti è l'odore. Questi non sanno proprio cosa scrivere - .
Del resto, che volete, parlavo soltanto di Kapuscinsky e Pasolini, due mezze tacche se paragonate all'indiscusso genio che ha scritto il libro che avete tra le mani.
Ora, atterrato in Kenya, recuperato il bagaglio e uscito dall'aeroporto, qual è stata la prima cosa con la quale mi sono scontrato?
Bravi. L'odore dell'Africa.
È un odore diverso, al quale non ero preparato, un odore che racchiude dentro di sé l'afrore di cose magnifiche e ripugnanti: alberi in fiore e corpi surriscaldati, frutta matura e pattume, la ricchezza di una terra tropicale e il putridume di cose andate a male. Una sensazione così aliena che non riesco nemmeno a capire se mi piaccia o mi disgusti.
C'è un'altra cosa alla quale non sono preparato: il caldo. - 'A fenomeno! - direte voi - uno che va in Africa dovrebbe sapere che laggiù fa caldo - . Sì, ma qui stiamo parlando di qualcosa di diverso: è un caldo cattivo che non ti lascia respirare e ti fa sudare come un muratore pure se stai perfettamente immobile. C'è un sole che aspetta solo che tu ti esponga ai suoi raggi per prenderti a schiaffi. E la cosa peggiore di tutte è che se ti guardi intorno, ti rendi conto che l'unico a essere ridotto in questa condizione pietosa sei tu. Per qualche strana ragione i locali si muovono con assoluta indifferenza, come se la temperatura esterna fosse di diciotto gradi, mitigata da una leggera brezzolina e l'odore che grava su ogni cosa nemmeno esistesse.
Quindi è questa la sensazione che si prova quando ti trovi in un ambiente totalmente differente da quello in cui sei nato e cresciuto, questo è lo stato di perenne smarrimento e inadeguatezza che si sperimenta quando devi affrontare un mondo sconosciuto. Non mi ero mai soffermato a pensare al fatto che ciò che stavo provando in quel momento per una semplice vacanza deve essere solo una centesima parte di quello che provano centinaia di migliaia di africani che fuggono dalle loro terre disperate per cercare lavoro in Italia o in altri paesi europei. Abbandonare il proprio universo, la famiglia, gli amici, le abitudini, il particolare conosciuto per trasferirsi in un luogo alieno, ignoto, spesso ostile. Affrontare percorsi difficili, scomodi, a volte talmente pericolosi da non sapere nemmeno se si riuscirà ad arrivare alla fine. Bisognerebbe provare questa sensazione di disagio che si è impadronita di me appena ho messo piede su questa terra e che non mi vuole abbandonare per comprendere in minima parte l'immenso sacrificio compiuto da padri di famiglia, donne gravide, ragazzini che fuggono dalle guerre, dalle carestie, dalla fame e dalla paura.

Marco Lovisolo
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