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Autore: Carlo Cavazzuti
Titolo: Jean
Genere Romanzo Storico
Lettori 98
Jean

- Ma come fa a piacerti stare a combattere? Come puoi considerarlo un lavoro? -
- Marie, non mi piace, è semplice. Non mi piace ammazzare persone, anche se sono nemiche della Francia, mi ha disgustato persino l'esecuzione del re e della regina, che a tutto dire forse se lo meritavano pure. Non puoi immaginare come sia la situazione dell'esercito se non lo vivi. -
- Non mi hai mai chiamato a raggiungerti. Tanti ufficiali lo fanno. Hanno appresso moglie e figli alloggiati in albergo lungo la strada, perché tu no? -
Jean era ormai esasperato dalla via presa dal discorso, essendo convinto più che mai di aver sempre agito per il bene di Marie, quindi senza nemmeno accorgersene aveva aumentato il tono della voce sin quasi alle urla.
- Perché se ti ho sotto gli occhi ogni giorno non ho il coraggio di lanciare il cavallo contro i nemici. Perché non sempre ci sono alberghi o locande dove alloggiare le mogli e spessamente bisogna sfrattare una famiglia per farle alloggiare in una casa o se ne stanno in tenda come tanti. Perché seguire un esercito è da puttane e non da signore. Ti basta! -
- No, non mi basta, voglio sapere com'è, visto che sarò destinata a dividerti con il reggimento, almeno voglio poterti pensare per come sei in quei momenti. Raccontami... -
- Non ti piacerà. -
- Mettimi alla prova. -
Jean la fece sedere nella poltroncina davanti alla sua, appoggiò il giornale che aveva ancora in grembo sul basso tavolo lì appresso e, dopo aver preso un grosso sospiro, iniziò a raccontare con la voce rotta dall'esasperazione e dal timore di rivangare brutte immagini nella mente.
- Chiudi gli occhi e prova a immaginare ciò che ti dico e per favore lasciami finire. Ve bene? -
- Va bene. -
- Inizia a immaginare che cammini con gli stivali bucati in mezzo al fango, alla neve e alle rocce per giorni interi, con addosso gli stessi vestiti logori e luridi. A volte per un mese addirittura. Tante volte mi si è piagata la pelle sotto i piedi, tra le cosce e sotto le braccia... tutti abbiamo sempre fame perché le vettovaglie e la paga non arrivano e il saccheggio ci sfama per poco tempo. I cavalli muoiono di fame e prima o poi ce li mangiamo quasi tutti. D'estate hai caldo e d'inverno congeli, tanto che infreddature e geloni sono compagni quotidiani come i colpi di calore e le febbri estive. Ho visto gente con le dita amputate per la cancrena dovuta al freddo, altri morire di polmonite in meno di tre giorni e non conto quelli che svengono sotto gli zaini durante le marce estive e ne muoiono di febbre e dissenteria perché l'acqua è putrida e olezza. Un ragazzo del secondo di linea, dal tanto che pativa freddo, ha tentato di comperare un mantello da un ussaro per duecento franchi l'inverno scorso, la paga di più di sei mesi... fortuna sua che l'ussaro è morto due giorni dopo e non l'ha mai pagato. Dopo gli ha anche rubato gli stivali! E questa è solo la marcia, gli spostamenti da un campo all'altro. E io sono fortunato perché il più delle volte chi fatica di più è il cavallo sotto di me. Arrivati sul posto, solo noi ufficiali abbiamo l'autorizzazione a occupare le case, sempre che ce ne siano. I soldati, quando lo fanno, sanno che sono passibili di punizioni. Sono tutti disperati e, appena possono, mettono in strada gli abitanti e occupano fienili, chiese, pollai addirittura, sempre dopo averli depredati. Li lascio fare perché hanno fame e freddo, come me, come tutti... i soldati, e molto spesso anche noi, dormono in tenda. Ci sdraiamo su delle brande di legno e stoffa che ci inghiottono. Non riesco a starci sdraiato più che qualche ora senza avere dolori alla schiena e alle spalle. Il sonno non mi ristora mai... il vento entra da sotto la tenda e la fa ondeggiare in continuazione sbattendomela in viso intanto che dormo. Se piove, la stoffa si inzuppa e dopo un paio d'ore l'interno della tenda è bagnato tanto quanto di fuori. Quando mi stanco di stare all'umido nella branda, esco tra le tende dove gli uomini si accucciano e si scaricano dalla dissenteria a pochi passi dai commilitoni che cucinano quel poco che hanno su un fuocherello che non scalda e fa tanto fumo. Magari di fronte c'è una puttana che si sciacqua in un mastello, nel mentre già palpeggia gli zebedei di qualche altro soldato che si sta giocando a dadi o a carte una paga che non arriva da mesi. Al campo non vedo mai più in là di pochi metri, perché il fumo dei bivacchi mi fa lacrimare gli occhi. Il suo odore acre si mischia con quello delle latrine piene scavate poco più in là e con l'odore del sangue e della putrefazione dei morti che aspettano di essere sepolti. Ah... poi c'è il grande mistero: la battaglia. Forse è il meno peggio! Uomini anziani da essere mio padre che si pisciano nei calzoni intanto che avanzavano con le ginocchia tremanti dal terrore della morte. Magari di fianco hanno dei bambini esaltati che si credono soldati. Alla fine della battaglia, sono gli stessi che hanno ancora in canna il colpo che hanno messo il mattino. Esaltati e vigliacchi! Poi devi attendere, senza poter fare nulla. Aspettiamo che il nemico sia a portata, sperando di riuscire a sparare prima che ci venga scaricata addosso una graniglia di piombo. Le palle di cannone ci rimbalzano intorno. La terra freme sotto le scarpe, se hai la fortuna di averle le scarpe... ogni tanto quelle stesse palle si portano via qualcuno o ancora peggio qualche parte di qualcuno. A un passo da me. Lasciandomi imbrattato del suo sangue e con le orecchie che fischiano. Aspettiamo l'ordine di attaccare, vedendo i commilitoni sotto il fuoco delle linee, sperando che la pallottola prenda il soldato che arranca al loro fianco. Avanzano e muoiono, avanzano e muoiono... i cavalli sono nervosi, spaventati sentono gli spari ovunque. Scattano anche solo a sentire la sciabola che esce dal fodero. Quando attacchiamo, sono quasi cieco: l'elmo spesso mi scivola sul naso e mi sfrega sulle guance intanto che trotto in mezzo al fumo dei fucili. Poi parte l'ordine di carica! Allora dimentico tutto il resto. Dopo è tutto disteso, tranquillo... per lo meno così mi sembra. La schiena del cavallo è quasi ferma intanto che galoppa. Il puzzo acido della polvere da sparo non mi dà più fastidio come il fumo negli occhi che non mi lasciava vedere. Diventa... diventa normale. Poi quando arrivo addosso al nemico tutto accelera, non so perché. Non riesco a dirti cosa succede, so solo che devo rimanere vivo un istante ancora e poi un altro istante finché non muoio o non è tutto finito. Ho paura. Un terrore assoluto che l'ultimo respiro possa essere l'ultimo davvero, che tutto possa finire senza nemmeno che me ne accorga. Non è tanto il morire a spaventarmi. Tutti moriamo, ma il fatto che avvenga senza darti il tempo di fare nulla, neanche capire che muori... alcuni li sprona a continuare la battaglia, altri si rannicchiano a uggiolare: cagnetti presi a calci. Mi hanno sanguinato le cosce dal tanto che per la paura mi sono stretto alla sella. In certi momenti non è più dura e rigida, ma è l'unica cosa che ti separa dalla bolgia di sangue e fango tra gli zoccoli del cavallo. Ho davanti il nemico, ha la bava alla bocca, digrigna i denti e urla con gli occhi sbarrati! Non so se anche lui è terrorizzato come me o se è un invasato, so solo che vuole uccidermi. Allora sparo, affondo la sciabola nel petto di tutti quelli che mi si parano davanti! Marie, se mi apparissi lì davanti ti aprirei la faccia con una sciabolata prima ancora di accorgermi che sei mia moglie. Il secondo giorno di battaglia, a Rivoli, alla fine della giornata avevo metà di una mano mozzata incastrata tra la giubba e la camicia e tutti i risvolti che avrebbero dovuto essere bianchi erano marroni di sangue rappreso. Incastrato in uno sperone, avevo un pezzo di intestino. Non so se di una persona o di un cavallo, era impastato con il fango. Non so se sono un assassino che ha trucidato centinaia di persone che, come me, avrebbero solo voluto essere a casa tra le cosce delle proprie donne. Non so se davvero ho fatto il mio dovere di buon cittadino e soldato. Non lo so... poi c'è il silenzio. Alla fine della battaglia c'è sempre un attimo di silenzio. È terribile, più che le urla. In quell'attimo non sai mai se sei vivo e sordo o se sei già morto e quello è l'inferno. Dal silenzio mi ha sempre distratto il lezzo. La puzza è orrida al naso: piscio, merda, vomito e sangue! In bocca il sapore dello zolfo della polvere da sparo. Ovunque questo lezzo atroce: piscio merda, vomito e morte. Devi sperare solo che il vento lo porti via in fretta. Le donne della truppa fanno quello che possono ma c'è sempre un carnaio... finito tutto e tornati al campo, le violentano quasi! Le prendono lì dove stanno per soddisfare l'euforia di essere sopravvissuti. Le urla delle donne e degli ufficiali che richiamano i soldati all'ordine sono sempre un pessimo accompagnamento. Urla che si aggiungono a urla! Quelle delle donne e quelle dei feriti. Urlano intanto che gli mozzano braccia e gambe, urlano finché non svengono... o muoiono. Sul campo ci sono quelli destinati a morire... se sei troppo grave nemmeno stanno a raccoglierti. Gemono. Sai qual è la parola che si sente di più dopo una battaglia? Mamma! I tamburini chiamano la mamma, i morenti, i vecchi. Vecchi, deliranti e feriti che implorano una madre morta da anni. E molti piangono... piangono per il dolore... piangono per gli amici che gli sono morti tra le braccia... piangono per lo schifo di stare dove stiamo, con la merda nei pantaloni e le mani sporche di sangue di chissà chi... s sanno, sappiamo, che al mattino, prima ancora che il sole sorga, dovremo ricominciare, tutto da capo. -

Carlo Cavazzuti
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