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Autore: Domenico Farina
Titolo: Tre Indizi Non Fanno Una Prova
Genere Thriller
Lettori 155
Tre Indizi Non Fanno Una Prova

Lei era bella, molto.
Si chiamava Elvira, era alta, bionda e con due occhioni più azzurri del cielo terso in un pomeriggio d'estate.
E poi era colta, molto.
Una di quelle che vengono chiamate donne in carriera.
Professionista, seria e affidabile, con un futuro spianato simile a un'autostrada a quattro corsie.
Viaggiava sola in macchina, diretta veloce verso casa.
Era stata due giorni fuori per incontrare gente importante in vista di un incarico prestigioso, almeno questo era quello che aveva detto al marito prima di partire.
In verità aveva passato due giorni fuori con un uomo, il suo amante fisso.
Guidava tranquilla, nel buio di una serata serena e abbastanza calda, guidava, ascoltava la radio e canticchiava.
Pensava a quello che avrebbe dovuto dire al marito al suo rientro, alle domande che lui le avrebbe rivolto.
Pensava a quante bugie avrebbe dovuto dire per ricostruire la sua due giorni di lavoro, alle motivazioni che avrebbe dovuto addurre per dirgli che, sì, insomma, quell'incarico prestigioso non lo aveva avuto e non per colpa sua, ma dei suoi stupidi interlocutori.
Mentre pensava e cantava, notò qualcosa sul ciglio destro della strada, sembrava una poltroncina o qualcosa di simile.
Sulle prime non diede molto peso alla cosa, poi improvvisamente esclamò: “Ma cos'è? Sembra un sediolino per bambini”.
Infatti era un sediolino per infanti, di quelli che si usano in macchina per far viaggiare i bambini e sembrava anche occupato, insomma c'era qualcuno o qualcosa sopra.
Frenò bruscamente, inserì la retromarcia e si avvicinò al sediolino.
“Ma è un bambino”, pensò.
“Ma chi diavolo ce l'ha messo lì? E soprattutto perché? Forse l'hanno abbandonato perché qualcuno lo trovasse?”.
Chissà!
Spense la macchina, slacciò la cintura di sicurezza, scese e si avvicinò velocemente al sediolino.
Sì, c'era un pupo seduto, ma non era un bimbo, era un bambolotto, di quelli di plastica, in tutto simili ai bambini in carne e ossa.
“Ma che significa questa cosa?”, esclamò a voce alta.
“Significa che sei un'idiota e ci sei cascata. Ora vieni con noi, che ci divertiamo”.
Si girò, vide tre uomini e solo allora capì che aveva fatto una cazzata a fermarsi e si ricordò anche di quel messaggino seriale che tempo prima girava sui social e che raccontava una storia simile, invitando tutti a non fermarsi in casi simili e ad avvisare subito la polizia.
Già, lo aveva dimenticato quel messaggino e ora era tardi, troppo.

Lui era più vecchio di lei e certamente non bello quanto sua moglie.
Si chiamava Alberto Grandi, era alto, moro e robusto, con tanti capelli brizzolati, maniacalmente pettinati all'indietro.
Era un imprenditore molto noto e, soprattutto, molto ricco, e verosimilmente questa era la ragione per cui Elvira lo aveva sposato.
Non era mai stato geloso, ma lo era diventato, strada facendo.
La differenza d'età con Elvira, la sua straordinaria bellezza, il suo charme e, soprattutto, le sue continue assenze da casa per motivi di lavoro, lo avevano reso geloso, forse anche troppo.
E poi tutti i viaggi di lavoro della moglie si erano sempre conclusi con un nulla di fatto e questo doveva pur significare qualcosa.
Lei partiva alla conquista di un incarico prestigioso e tornava sempre senza quell'incarico.
Una casualità o una bugia?
Fu così che decise di ingaggiare un investigatore privato per monitorare i movimenti della moglie, per conoscere i suoi spostamenti, per verificare la sua fedeltà o infedeltà, ma questa seconda opzione lo terrorizzava, a dir poco.
Non ci mise molto l'investigatore privato a scoprire tutto.
L'amante di Elvira si chiamava Guido Arcieri, era giovane, bello, aitante, nullafacente e puttaniere.
Giocava a tennis, era bravo, ma non avrebbe mai fatto carriera, era destinato a rimanere uno dei tanti e nulla di più.
Viveva di espedienti, succhiava il sangue alla madre vedova e benestante, a volte intratteneva relazioni con donne anziane per fregar loro soldi, lusso e benessere.
Un gigolò?
No, per Alberto era uno squallido pezzo di merda, un puttaniere e nulla di più.
Mentre aspettava il rientro della moglie, già immaginava le stupidaggini e le bugie che gli avrebbe raccontato per nascondere l'ennesimo viaggio d'amore e non di lavoro.
Sapeva perfettamente dov'erano stati i due amanti, dove avevano alloggiato, come avevano passato quei due giorni.
Aveva anche alcune fotografie, gliele aveva date l'investigatore privato, che, dopo aver scoperto dov'erano andati i due e dopo aver fatto un bel book fotografico, era tornato e aveva consegnato tutto ad Alberto Grandi, ricevendo il concordato e lauto compenso.
Ora Alberto aveva fra le mani quelle foto, le girava e le rigirava e pensava a quanto fosse puttana e traditrice sua moglie, bella sì, ma anche puttana.
Lei ovviamente non raccontava la sua storia segreta al marito e questo, da parte sua, non le diceva di aver scoperto tutto.
Prima o poi glielo avrebbe detto, buttandole in faccia quelle foto e cacciandola via di casa in malo modo, ma non era ancora giunto il momento.
Che poi non c'era un motivo che giustificasse il suo silenzio o forse c'era, ma lui non voleva ammetterlo.
Già, Alberto era ancora innamorato di Elvira e, nonostante tutto, sperava che lei si fermasse, che tornasse indietro, dopo aver troncato quell'inutile orribile relazione extraconiugale, o forse sperava che a troncare la relazione fosse quel bastardo di Guido.
Assorto in questi pensieri, Alberto non si era reso conto che era ormai mezzanotte e che la moglie non aveva mai fatto così tardi.
Nonostante ciò, non si preoccupava e pensava che probabilmente la troia aveva finito di cenare tardi col suo amante e per questo stava tardando.
Erano trascorse ancora un paio d'ore, ma di Elvira nessuna traccia.
Fu così che decise di chiamarla sul cellulare, ma la vocina dell'operatore freddamente comunicava che “l'utente chiamato non è al momento raggiungibile”.
“Puttana”, pensò, e, stanco di farsi del male, decise di andare a letto, cosa che fece subito.
Dopo neanche mezz'ora si addormentò e così almeno finì di torturarsi.

“Vi prego, lasciatemi andare, vi darò quello che volete, sono ricca, posso pagare, ma lasciatemi andare, non fatemi del male”, urlò Elvira.
Ma non fece neppure in tempo a completare la frase, che un violento manrovescio le ruppe il labbro.
Finì per terra e sentì in bocca il sapore amaro del sangue, che si mescolava con la terra.
Subito dopo un violento calcio nello stomaco e un colpo in testa, sferrato con un bastone di legno, la fecero svenire.
Quando riaprì gli occhi non sapeva quanto tempo fosse passato, aveva dolori in tutto il corpo, il labbro gonfio non sanguinava più e lei non sentiva più quel sapore amaro in bocca.
Stava in una stanza lurida, con le pareti inizialmente bianche, divenute poi grigie per lo sporco.
Anche il pavimento era grigio, sporco più delle pareti, e puzzava di urina e cibi rancidi.
La stanza non era arredata, c'era solo una branda con un materasso sporco, non c'erano finestre e non entrava luce, né aria.
Una lampadina appesa ad un filo che usciva dal soffitto illuminava in maniera scarsa il locale.
Si capiva che in quella stanza c'era stato qualcuno o forse più d'uno.
Elvira stava sul letto o almeno su quello che sembrava un letto.
Si passò una mano sul labbro dolorante e si mise a sedere sul materasso.
Era terrorizzata, non sapeva cosa pensare e, soprattutto, cosa fare.
Il rumore di una chiave nella serratura, le annunciò una visita, che, a occhio e croce, non doveva essere piacevole.
Entrarono in tre nella stanza, due erano giovanissimi, alti, robusti, con i capelli nero fumo e scuri di carnagione.
Entrambi indossavano jeans sdruciti e canottiera, da cui trasparivano numerosi e incomprensibili tatuaggi.
Elvira pensò che certamente non erano italiani, ma rumeni o slavi o qualcosa di simile.
Il terzo uomo non era più giovanissimo, non sembrava uno straniero, poteva avere circa cinquant'anni, chiaro di carnagione e di capelli, barba non curata, altezza media, sguardo vispo e cattivo, come gli altri vestito male.
Si avvicinò alla donna, le mise una mano sul viso e l'accarezzò piano, sorridendo.
Elvira, seppur terrorizzata, pensò che forse i tre uomini non avevano brutte intenzioni almeno al momento.
Pensò di essere rimasta vittima di un sequestro di persona e non di un branco di porci stupratori e, dunque, le sembrò che la cosa potesse risolversi.
Pensò che il facoltoso marito avrebbe pagato tutto quello che avrebbero chiesto e subito pur di riaverla e lei, in pochi giorni, sarebbe tornata a casa, alla sua vita di sempre, una bella vita.
Mentre pensava queste cose, l'uomo la colpì violentemente al viso con un paio di pugni che la scaraventarono sul letto.
Subito intervennero gli altri due, che le stracciarono i vestiti di dosso e l'afferrarono per le braccia immobilizzandola sul letto, mentre il terzo uomo con calma si stava spogliando.
Cominciò a urlare, a pregare e imprecare al tempo stesso, supplicava i tre uomini di lasciarla, disse loro che avrebbe potuto pagare qualsiasi somma.
“Quello che vogliamo, l'abbiamo già”, disse ridendo l'uomo più anziano, che con un balzo si lanciò sul letto e la violentò impietosamente.
Elvira urlava, piangeva, si dimenava, ma l'uomo continuava la sua opera distruttiva e malvagia.
Quando ebbe finito, si rialzò e disse ai due giovani: “Accomodatevi pure, io ho finito” e uscì dalla stanza.
Anche gli altri due maiali la violentarono a turno, una, due, forse tre volte.
Elvira, quasi in uno stato di incoscienza, non reagiva più, non parlava, non piangeva, subiva e basta.
Poi finalmente terminò quel supplizio e i due luridi uscirono dalla stanza soddisfatti della loro bravata.
Elvira rimase da sola in quella stanza, che ora le sembrava ancora più sporca e puzzolente.
Era impietrita dalla paura, avrebbe voluto fuggire, farsi una doccia quasi a voler allontanare le tracce di quella violenza inaudita, ma si rendeva conto che non poteva fare nulla se non pregare.
E pregò per tanto tempo, fino a che un sonno liberatore la portò via da quella situazione e da quella stanza.

Non erano nemmeno le sette e Alberto Grandi era già in piedi.
Non era stata una notte piacevole e lui si era svegliato, senza neppure aspettare che la sveglia lo riportasse alla realtà.
Nel letto non c'era sua moglie, la porta del bagno era aperta, segno che lei non era nemmeno lì.
Provò a vedere in cucina, ma niente, poi nel soggiorno, Elvira non era tornata.
Alberto ora era incazzato, ma non preoccupato.
Un turbine di pensieri gli affollava la mente, su di tutti uno in particolare: forse la moglie aveva deciso di raccontargli tutto, forse voleva lasciarlo per andare a vivere con il suo amante, forse la cosa l'avevano decisa insieme e lui, Alberto, non ci poteva fare nulla.
Pensò di chiedere notizie o, comunque, un parere all'investigatore privato che li aveva seguiti, ma poi decise che forse era meglio non farne parola con nessuno, evitando di portare alla luce le miserie umane della moglie e, perché no, anche sue.
Fu così che decise di vestirsi e di andare al lavoro e lo fece non per non pensare alla cosa, ma per dare l'impressione che nella sua vita tutto filava liscio, che lui, come tutti i giorni, andava a lavorare, che la sua vita era sempre la stessa.
Si vestì, scese, prese l'auto, passò dal solito bar per il solito caffè e cornetto, poi in azienda a lavorare o almeno a fingere di farlo.
La mattinata passò velocemente, per il pranzo consumò qualcosa al bar vicino alla sua azienda.
Era pomeriggio inoltrato quando rientrò a casa, pensando di trovare Elvira e di sistemare una volta per tutte la situazione, così definen-do ogni loro rapporto.
Era una bella casa quella di Alberto Grandi, un villa in zona non proprio periferica, dotata di tutti i comfort e anche di una mega piscina con tanto di trampolino, ombrelloni e sdraio.
Più che una casa sembrava un resort e lui l'aveva fatta così perché piaceva alla moglie.
Aprì la porta e andò subito nel soggiorno, la stanza preferita da Elvira, ma lei non c'era, la cercò in palestra e poi in tutta la casa, ma di Elvira nessuna traccia.
Grandi cominciò a pensare che, a questo punto, l'assenza non poteva essere casuale e neppure voluta, forse era davvero successo qualcosa che impediva ad Elvira di rientrare a casa.
Fu allora che pensò “se non torna entro domani mattina, devo andare alla polizia a denunciare la scomparsa. A questo punto non ci sono altre soluzioni”.

Aveva dormito, Elvira, nonostante la paura, la stanchezza e i dolori in tutte le parti del corpo.
Poi si era svegliata.
Non sapeva che ore fossero, non sapeva neanche se fuori fosse buio o meno, nella stanza non entrava luce, né rumori dall'esterno e lei, ora, si sentiva anche sporca, dentro e fuori.
Improvvisamente il rumore della chiave, la porta si aprì e i tre maiali entrarono insieme nella stanza.
Lei pensò che forse l'avrebbero violentata ancora una volta, ma tentava di allontanare da sé questo pensiero.
“Buon giorno”, disse il più anziano dei tre, “dormito bene?”.
La domanda era ironica ovviamente, per cui lei non rispose, d'altra parte che cosa avrebbe dovuto dire?
I tre parlottarono fra di loro, poi guardarono la donna e ricominciarono le violenze.
A turno si sfogarono su quel corpo ormai martoriato e quando ebbero finito il meno giovane disse: “Alzati, andiamo via di qua, subito”.
Nonostante tutto Elvira riuscì a mettersi in piedi, tentò di ricomporsi, anche se quello che rimaneva dei suoi vestiti era davvero poca cosa.
“Dove mi portate ora? Mi liberate?”,
“Certo che ti liberiamo”, affermò l'anziano, “dai vieni avanti, passa di qui” e si spostò di lato per farla passare per prima.
Elvira passò, avviandosi verso la porta e in cuor suo pensò che forse la stavano liberando per davvero.
Impegnò la porta, quando si sentì tirare con forza indietro.
Uno dei due giovani, dopo averle passato una corda sul collo, cominciò a stringere forte tirandola indietro.
Provò ad urlare Elvira, ma la voce si faceva sempre più flebile, le forze le mancavano, non riusciva a respirare, le mancava l'aria, ma il maledetto continuava a stringere, forte, sempre più forte, fin quando Elvira perse i sensi.
Passò dalla vita alla morte nell'arco di pochissimi minuti, senza neanche accorgersene.
L'ultima stretta, vigorosa, poi il maiale mollò la presa ed Elvira stramazzò al suolo.
La donna in carriera, la moglie del ricco, l'amante del giovane, aveva terminato i suoi giorni nel modo peggiore, vittima di una crudeltà senza senso e della bestialità di uomini indegni e violenti, che avrebbero meritato di essere messi a morte senza neanche uno straccio di processo.
I tre ravvolsero quel povero corpo martoriato in un lenzuolo vecchio e sporco e uscirono dal locale.
Due portavano il corpo senza vita di Elvira, l'altro, il più anziano, aprì il bagagliaio della sua vettura, dove venne buttato il cadavere della donna.
Percorsero parecchi chilometri, lasciandosi alle spalle il luogo del martirio.
Giunti nei pressi di un'enorme discarica, fermarono il mezzo, presero il corpo di Elvira e lo buttarono giù nel vuoto, insieme all'immondizia e a tante altre porcherie.
Poi scesero di sotto e coprirono alla meglio il cadavere in modo che non si potesse trovare, almeno non subito.
Terminata l'operazione i tre andarono via, forse a collocare un altro sediolino, a trovare un'altra preda, da violentare e da uccidere.

Lui si chiamava Potito Lanza, sessant'anni portati alla grande, ispettore di polizia praticamente da una vita.
Basso e tarchiato, con occhiali stile filosofo del novecento, capelli alla Serpico, abbigliamento e portamento un tantino trasandati.
Sembrava uno di quei poliziotti delle serie americane, poco urbano, un po' scorbutico, ma esperto e cazzuto nell'esercitare il suo mestiere.
Di lui si diceva che aveva un fiuto da gran segugio, che riusciva sempre a risolvere casi impossibili, a trovare il bandolo della matassa, a puntare la preda, a catturare il cattivo, sempre o quasi.
I criminali che avevano a che fare con lui, lo temevano non solo per l'acume investigativo, ma, soprattutto, per i suoi modi burberi, volgari e talora anche violenti.
Era seduto nella sua stanza, dietro la scrivania, intento a leggere un'informativa di reato che aveva appena terminato e che doveva portare subito in procura per evitare una serie di cazziatoni, il primo del suo capo, poi del pubblico ministero, forse del questore e sicuramente della moglie che lo avrebbe visto ancora una volta rincasare tardi per motivi di lavoro.
“Ispettore c'è un signore che deve presentare una denuncia. Lo faccio passare?”, disse l'agente Leonardi.
“E mo una cazzo di denuncia la devo pure prendere io, Leonardi? Dai fammi il piacere, tu e quel signore andate a rompere i coglioni da un'altra parte”, fece lui.
“Ispettore fuori c'è il signor Grandi, l'imprenditore, quello noto, ricco”.
“Ah! E a me che cazzo me ne frega dell'imprenditore noto e ricco?”, fece lui.
“Deve denunciare la scomparsa della moglie. Mi pare una cosa seria e delicata, credo sia materia per chi comanda qui, cioè per lei”.
“Scomparsa in che senso?”.
“Scomparsa da due giorni e non se ne sa più nulla”.
“Dai, fallo passare. Vediamo di che si tratta. Tanto lo so come va a finire oggi: non porterò l'informativa in procura con quello che ne seguirà. Poi stasera farò tardi e si incazzerà anche mia moglie e la giornata sarà perfetta!”.
“Buon giorno ispettore, sono Alberto Grandi” e allungò la mano per stringere quella del suo interlocutore.
“Buon giorno a lei, Potito Lanza, ispettore” e allungò la mano anche lui per stringere quella del Grandi.
“Come posso esserle utile?”.
“Mia moglie ... mia moglie ... è scomparsa due giorni fa. Era andata fuori per lavoro, doveva stare due giorni, ma non è più tornata. Sono preoccupato e distrutto”.
“Due e due fa quattro” disse Lanza.
“In che senso?”.
“Nel senso che sua moglie manca da casa da quattro giorni e non da due”.
“Sì, tecnicamente è corretto e solo che lei doveva tornare due giorni fa e non l'ha fatto”.
“Certo, ero io che pensavo ad alta voce. Mi spiego: lei è partita quattro giorni fa, quindi in teoria potrebbe esserle successo qualcosa nei primi due giorni e non negli ultimi due. O lei ha notizie precise riguardo ai primi giorni?”.
“Ho sentito regolarmente mia moglie, fino a poco prima che partisse per tonare a casa. Poi il buio”.
“L'ha sentita ovviamente sul cellulare?”.
“Cazzo”, pensò Grandi, “ho sbagliato a dire che ci siamo sentiti telefonicamente, adesso faranno accertamenti sulle utenze portatili e scopriranno che io ed Elvira non ci siamo mai sentiti”.
“Adesso non ricordo esattamente, ispettore. Certo che ci siamo sentiti, però non so se sul cellulare o meno. E ora che ci penso non ricordo nemmeno se ci siamo sentiti subito prima della partenza”.
“E se non vi siete sentiti sul cellulare, può dirmi su quale o quali utenze vi siete sentiti? Mi dia, intanto, i numeri di cellulare suo e di sua moglie e poi mi dica quali sono le utenze fisse, così rintracciamo i numeri”.
“Ecco”, ripensò Grandi, “sono un coglione, già mi sono inutilmente inguaiato”.
Afferrò il suo cellulare e lesse all'ispettore Lanza il suo numero e quello della moglie.
L'ispettore li annotò su un post-it e disse: “Signor Grandi perché non ha denunciato subito la scomparsa di sua moglie? Lei sa che in casi simili, prima ci si muove e meglio è?”.
“Guardi, ho pensato che mia moglie poteva aver avuto un contrattempo e non ho dato peso alla cosa ...”:
“Sì, mi rendo conto, ma avrà chiamato subito sua moglie per chiederle ragione del ritardo oppure no?”.
“Credo di sì, ispettore, ora sono scosso, preoccupato, potrei non ricordare bene. E comunque non me la sento di proseguire questa conversazione. Io sono venuto qui per fare una denuncia e non per essere sottoposto a un interrogatorio di terzo grado...”.
“Io con lei, signor Grandi, non ho da fare nessuna conversazione, né sto facendo un interrogatorio di terzo grado. Sto solo tentando di capire e le dico con franchezza che non c'ho capito molto di tutta la vicenda, che mi pare eccessivamente strana. Può andare Grandi, ma si tenga a disposizione, perché avrò di nuovo bisogno di lei. Buona giornata” e non allungò la mano per salutare.
“Buona giornata a lei” disse Grandi, che si girò per andare via.
“Ah, Grandi, mi dica: com'erano i rapporti con sua moglie? Buoni, cattivi, così così? Amanti da una parte o dall'altra o sono fuori strada?”.
“Le risponderò quando ci rivedremo in forma ufficiale, ispettore” e, irritato, uscì dalla stanza.
Era uno tosto Lanza, poi riusciva subito a capire quello che non andava ed era bravissimo nell'interrogare le persone, riusciva sempre a tirar fuori qualcosa di buono per le sue indagini.
Si stese sulla poltrona l'ispettore Potito, si accese una sigaretta, tirò una boccata e pensò che Grandi gli aveva mentito su tutto, nascondendogli la verità.
“Speriamo che quella poveretta sia ancora viva” pensò, ma qua la vedo brutta per davvero.
“Leonardi vieni qua, subito”.
L'agente immediatamente entrò nella stanza.
“Dica ispettore”.
“Tieni, questi sono due numeri di telefono, fammi subito un accertamento. Voglio sapere se si sono sentiti, quando e per quanto tempo e se si sono scambiati sms. L'accertamento deve riguardare, diciamo, gli ultimi dieci giorni, ma fallo subito, che siamo già in ritardo”.
“Deduco che la denuncia di Grandi era roba per lei o sbaglio?”.
“Vaffanculo Leonardi, vammi a fare gli accertamenti, subito”.
“Sì, badrone” fece Leonardi, che uscì ridendo, mentre anche Lanza rideva delle battute del suo agente, uno dei più simpatici di tutto il commissariato.

Capitolo Sette
Lui si chiamava Franco Alberti, avvocato penalista del foro di Sari.
Di lui dicevano che era un grande avvocato, un principe del foro, ma Franco, in cuor suo, non ci credeva.
Certo, amava la toga e quello che essa rappresentava, si impegnava sempre molto, studiava tanto, ma un principe del foro, no, non si era mai sentito tale.
Forse lo era per davvero, ma, per timidezza o umiltà, non riusciva ad ammetterlo, anche se, soprattutto in tribunale, si comportava come se lo fosse per davvero.
Altezza media, capelli lisci brizzolati, sguardo intenso e rassicurante, sempre pronto a sorridere, vestiva in maniera ricercata soprattutto quando stava in tribunale.
Amava il mare, la politica, i viaggi e, soprattutto, la famiglia.
Era pomeriggio inoltrato e lui stava lavorando, immerso nella lettura di un mare di carte di un processo che avrebbe dovuto discutere il giorno dopo.
La sera prima della discussione di un processo importante, Franco Alberti non riceveva nessuno, preferiva chiudersi nella sua stanza, a leggere, sottolineare, ma soprattutto a pensare e organizzare la discussione.
Anche quella sera aveva detto che non avrebbe ricevuto nessuno e che la sua segretaria avrebbe dovuto, con tatto, disdire tutti gli appuntamenti della giornata, cosa che fu fatta regolarmente.
Sentì suonare il campanello, ma non gli interessava molto, sapeva che chiunque fosse arrivato, sarebbe stato mandato cortesemente indietro, con appuntamento fissato per un altro giorno.
La sua segretaria entrò nella stanza.
“Avvocato c'è il signor Alberto Grandi, dice che ha urgentissimo bisogno di parlare con lei, adesso. È una cosa molto importante e molto delicata”.
“Va bene, ma tu gli hai detto che non ricevo?”.
“Certo, ma lui non ne vuole sapere”.
“Quindi mi stai dicendo che devo venire fuori io per mandarlo via?”.
“No, le sto dicendo che quello non se ne va, neanche con le cannonate. O entra, o entra”.
“Un vero gentleman” pensò il legale.
“Vabbè, e che ti devo dire, fallo passare”.
“Buona sera avvocato Alberti. Mi chiamo Alberto Grandi, noi non ci conosciamo. Ho avuto il suo numero da un mio amico, che, in passato, ha avuto bisogno della sua opera professionale.
Non mi giudichi male, se ho insistito e mi scusi per questo. Se mi lascia parlare dieci minuti si renderà conto che la cosa è davvero urgente e comprenderà il motivo della mia insistenza”.
“Buona sera a lei signor Grandi. In verità le dico che il giorno prima di una discussione importante non ricevo nessuno, non voglio parlare con nessuno, anzi, non voglio proprio vedere nessuno.
Comunque, lei è qui ... dica pure, sono tutt'orecchi. Le raccomando solo di essere sintetico, poiché dovrei ricominciare a studiare gli atti”.
Cominciò a raccontare tutto, Alberto Grandi, senza nascondere nulla.
Disse che da tempo la moglie aveva un amante, che lui aveva scoperto tutto grazie a un investigatore privato, che l'amante di Elvira era un giovane di nome Guido Arcieri, che lui aveva molte fotografie degli incontri fra i due, che come molto spesso accadeva Elvira aveva passato due giorni fuori con l'amante, pur avendogli detto che partiva per lavoro, che aveva le foto anche di quest'ultimo incontro, che la moglie non era più rientrata a casa, che non sapeva dove fosse e cosa fosse successo, che era andato dalla polizia a denunciare la scomparsa di Elvira con un ritardo di due giorni rispetto alla data prevista per il suo rientro.
“Ok” disse Alberti, “ma al momento non so come io possa esserle utile.
Dobbiamo aspettare l'esito delle indagini e vedere poi cosa ci sarà da fare, sperando che a sua moglie non sia per davvero successo nulla”.
“No, avvocato, il problema non è questo.
Vede, io ho denunciato la cosa a un certo Lanza, ispettore della polizia di stato, il quale ha cominciato a farmi una serie di domande e io, come un idiota, ho detto inutilmente un sacco di stupidaggini e sì, insomma, credo di essermi messo nei guai da solo”.
“In che senso, scusi?”.
“Dunque, l'ispettore mi ha chiesto se mi ero sentito a telefono con mia moglie e io, pur sapendo che non era vero, gli ho detto di sì.
Poi mi ha chiesto quando l'avevo sentita l'ultima volta e io gli ho detto di averla sentita la sera in cui doveva partire, ma non era vero.
In verità non mi sento per telefono con mia moglie da moltissimo tempo.
Poi l'ispettore mi ha chiesto se c'eravamo sentiti sul cellulare e io prima ho detto sì, poi incalzato, ho detto che non me lo ricordavo; lui allora mi ha chiesto da quali apparecchi fissi c'eravamo sentiti e io ho detto che non me lo ricordavo.
E poi non gli ho detto della relazione extraconiugale, dell'investigatore privato, delle foto, insomma niente di niente.
Poi mi sono innervosito e gli ho risposto male; così ci siamo attaccati un po' e io ho detto che, a quel punto, preferivo andarmene.
Lui mi ha chiesto il mio numero di cellulare e quello di mia moglie e mi ha licenziato dicendo si tenga a disposizione”.
“Ahi” pensò Alberti, “questo o sta mentendo pure a me e ha fatto qualcosa alla moglie oppure si è inguaiato proprio come un coglione.
Fra l'altro è finito nelle grinfie di Potito, che se lo cucinerà a fuoco lento e se lo mangerà in un boccone”.
“Signor Grandi mi ha detto tutto? E, soprattutto, mi ha detto la verità?”, tuonò il legale.
“Certo avvocato, tutta la verità.
Lo so ho sbagliato come un idiota, ora sono alla mercé di quell'investigatore, so che rischio grosso, ma purtroppo è andata così.
E, comunque, le dico che non so dove sia mia moglie, non so cosa le sia successo e spero che stia bene, perché nonostante tutto sono ancora innamorato di lei”.
“Com'erano i rapporti con l'amante? È possibile che lui le abbia fatto qualcosa?”.
“Francamente non lo so, non saprei proprio cosa risponderle.
Adesso credo, siano chiare le ragioni per cui avevo urgenza di parlare con lei”.
“Chiarissime e più che giustificate.
Le parlerò con franchezza, Grandi.
La cosa non mi piace, la sua posizione non è bella, né tranquilla. Fra altro Lanza è un osso duro, uno che non molla la preda, uno che riesce a scandagliare la vita privata degli altri, a frugare anche lì dove nessuno penserebbe neppure di guardare.
In pochi giorni avrà l'esito degli accertamenti telefonici, poi riuscirà a scoprire che sua moglie aveva un amante, che lei ne era a conoscenza e che per questo le ha fatto qualcosa”.
“Sta dicendo che mi arresteranno?”.
“No, non sto dicendo questo, ma la situazione, secondo me, è terribile, al pari della sua posizione.
Domani chiamo Lanza, gli dico che lei vuol farsi interrogare alla mia presenza e vedo di fissare un incontro a breve, sempre che lui sia immediatamente disponibile”.
“In che senso immediatamente disponibile?”.
“Nel senso che, se lo conosco bene, farà delle indagini velocissime e poi la convocherà per sentirla con l'assistenza di un difensore, ma solo dopo che avrà elementi chiari in mano”.
“Ho capito tutto, avvocato”.
I due si salutarono e Alberti gli disse che lo avrebbe chiamato subito dopo aver sentito Lanza.
La mattina successiva Franco andò presto in tribunale e non si fermò neanche nel solito bar con terrazza sul mare. Sapeva che la sua causa sarebbe stata chiamata per prima.
E così fu.
Il pm fece la sua requisitoria, quindi Alberti la sua arringa, il presidente del tribunale disse che avrebbe letto il dispositivo della sentenza solo nel tardo pomeriggio.
Franco, pertanto, andò via e si recò subito in studio per chiamare Lanza al telefono.
“Ciao Potito, Franco Alberti. Come stai? È da tempo che non ci vediamo”.
Si conoscevano da tanto tempo i due, non che fossero amici veri e propri, ma più che conoscenti.
In più d'una occasione Alberti lo aveva contro esaminato in tribunale, in più d'una occasione si erano scontrati, ma poi in definitiva si volevano bene e, soprattutto, si rispettavano.
Avevano una grande considerazione uno dell'altro e per questo stima e rispetto erano palpabili.
“Ciao Franco, io bene, tu? Qual buon vento? Dimmi tutto”.
“Sì, ti chiamo per la vicenda di Alberto Grandi. So che ha pasticciato un po' quando lo hai sentito per la prima volta e per questo vorrebbe tornare e farsi interrogare con calma, ovviamente alla mia presenza.
Ti chiederei di farmi la cortesia di sentirlo subito”.
“Allora Franco, in tutta franchezza ti dico che Grandi mi ha detto una serie infinita di cazzate senza senso. Non è un criminale, dunque, non sa fare il criminale e si impappina come un coglione qualsiasi.
Io subito non lo posso sentire e ti spiego il perché.
Secondo me, qui è una storia di corna e di vendetta.
Penso che la moglie di Grandi avesse un amante, che il marito fosse a conoscenza della cosa e che, per tale ragione, si sia vendicato.
Spero che la moglie stia bene, ma francamente per me è già morta.
Ora, comprendimi, al momento non c'ho un cazzo per le mani e allora che lo sento a fare?
Voglio capire e chiarire un po' di cose, a partire dalle presunte telefonate fra i due, e poi ti chiamo subito e lo interrogo.
Più di questo non posso fare, Franco. Non mi va di fare un interrogatorio senza sapere nulla di nulla.
Peraltro il tuo cliente è un tipo particolare, praticamente insopportabile.
Dai, un po' di pazienza e lo facciamo l'interrogatorio”.
“La tua risposta era prevedibile, Potito, tant'è che l'avevo già ipotizzata con Grandi.
Mi rendo conto, so che hai ragione. Non fa nulla, aspetto che mi chiami, grazie”.
Subito dopo Alberti chiamò Grandi e gli riferì pari pari la telefonata.
“Intrecciamo le dita, avvocato, e speriamo bene” disse Grandi.
I due si salutarono, dicendo che si sarebbero sentiti non appena l'ispettore avesse comunicato qualcosa.

“Ispettore sono arrivati gli accertamenti sui numeri di cellulare di Grandi e della moglie”.
Era l'agente Leonardi che riferiva l'esito degli accertamenti al suo capo, ispettore Lanza.
“Pensi, negli ultimi dieci giorni i due non si sono scambiati neppure una telefonata”.
“Messaggini?”, fece il capo.
“Niente. Buio assoluto. Solo una telefonata di Grandi quando il telefono della moglie era spento o, comunque, irraggiungibile.
I due coniugi, evidentemente, non si parlavano e forse, ma solo forse, non avevano più rapporti, anche se probabilmente capisco il perché”.
Lanza, che si aspettava quell'esito, d'istinto esclamò: “Corna, Leonardi, e cosa sennò?
Sicuramente Grandi avrà scoperto tutto e si sarà vendicato, certo non l'ha uccisa lui la moglie, avrà pagato qualcuno, tanto i soldi non gli mancano.
C'è solo una cosa che non riesco proprio a capire: perché Grandi ha detto tutte quelle sciocchezze? Perché ha detto che si erano sentiti per telefono quando sapeva benissimo che con un piccolo accertamento avremmo scoperto tutto?”.
“Perché è un coglione”, lo interruppe l'agente.
“Dai Leonardi non dire minchiate pure tu. Quello è colto, è ricco, vive in un certo mondo, no, non può essere così stupido, assolutamente.
C'è dell'altro e io non riesco a vederlo”.
Lanza si accese una sigaretta, lanciò lo sguardo oltre la finestra, fissando nel vuoto per pensare al da farsi.
Riorganizzò le idee e disse: “Fai una cosa Leonardi. Convocami subito qualche investigatore privato, anzi solo i due o tre che vanno per la maggiore e fammeli venire subito, così provo a tirare fuori qualcosa. Convocali per oggi pomeriggio a distanza di un'ora uno dall'altro”.
Leonardi eseguì alla lettera gli ordini, poi riferì al suo capo che i tre sarebbero venuti dalle 16 in poi.
Subito dopo Lanza andò via, per ritornare alle 15.30 in attesa dei convocati.
Alle 16 in punto si presentò Ennio Leoni, titolare della “Leoni investigazioni”.
Era un signore di mezz'età, vestito come un gangster americano degli anni venti, capelli lucidi di brillantina, emanava l'odore dolciastro di un profumo di merda.
La sua agenzia investigativa era una di quelle che guadagnava di più, ma secondo Lanza non sarebbero stati capaci di scovare neppure un ladro di galline.
“Buon pomeriggio, Leoni. Non le faccio perdere tempo.
Vorrei sapere se conosce Alberto Grandi, l'imprenditore”.
“No, cioè so chi è, ma non ho mai avuto alcun rapporto e credo che lui non sappia nemmeno chi sono io”.
“Quindi se le chiedessi se ha mai prestato la sua opera professionale per lui, cosa mi direbbe?”.
“Ispettore, se non lo conosco, vuol dire che non ho mai lavorato per lui, è ovvio”.
“Ok, grazie Leoni e mi scusi per il disturbo”.
Si sbrigò in meno di cinque minuti, per cui dovette aspettare parecchio tempo prima che si affacciasse il secondo investigatore.
Alle 17 in punto, varcò la soglia della stanza dell'ispettore, Giacomo Rizzi, titolare dell'agenzia di investigazioni “Serpico”, un nome veramente banale.
Era un uomo sulla sessantina Rizzi e aveva alle sue dipendenze diversi giovani investigatori.
La sua agenzia era una di quelle più accorsate in città ed era noto soprattutto perché si occupava di squallide storie di corna e tradimenti.
Già, secondo Lanza, faceva proprio un lavoro di merda e da ruffiani quell'agenzia.
“Signor Rizzi, scusi il disturbo, volevo solo sapere se lei conosce di persona Alberto Grandi”.
“Certo che lo conosco, ispettore, del resto chi non lo conosce qui in città”.
“Sì, ma io voglio sapere se lei lo conosce, nel senso che, per esempio, per strada vi salutate”.
“Sì, sì, lo conosco proprio, quindi ci salutiamo, avremo preso pure qualche caffè insieme”.
“Ecco, allora, mi dica se ha mai lavorato per lui, nel senso che ha avuto da lui incarichi per investigazioni”.
“Forse in passato sì, ma dovrei guardare in agenzia fra le mie carte, così su due piedi non saprei dirle con precisione”.
“Allora mi spiego un po' meglio: ha avuto un incarico diciamo negli ultimi mesi o nelle ultime settimane da Grandi?”.
“Credo di no, ora non ricordo con esattezza”.
“Diciamo ancora meglio: è lei che ha scoperto che la moglie di Grandi ha un amante o no?”.
“Ispettore qui ci sarebbe il segreto professionale ...”.
“Sì, il segreto professionale dei miei coglioni, Rizzi. Risponda alle domande con sincerità, perché sto già cominciando a perdere la pazienza”.
Sapeva essere duro, Lanza, o forse lo era per davvero.
Sgarbato, invece, lo era sempre stato e in fatto di parolacce era uno dei poliziotti più quotati.
“Ispettore, le ribadisco ...”.
“Rizzi sto conducendo un'indagine per omicidio ora o mi dice quello che sa o prevedo che passerà un brutto quarto d'ora”.
Rizzi si guardò intorno e pensò che Lanza era proprio uno stronzo e che forse era meglio che dicesse quello che sapeva per evitare inutili complicazioni.
“Sì, ho fatto un'indagine nell'ultimo periodo e ho scoperto che la moglie di Grandi ha un amante.
Li ho pedinati, vabbè non io, i miei collaboratori, sono state scattate diverse foto, che ci dicono di un tradimento datato.
Lui è più giovane di lei e, dunque, molto più del marito, è un tipo aitante, un palestrato, non fa un cazzo dalla mattina alla sera, anzi gioca a tennis, vive succhiando il sangue alle numerose amanti, tutte molto più vecchie di lui”.
“Sa se di recente si sono visti?”.
“Sì, sono stati fuori insieme per un paio di giorni più o meno la scorsa settimana, noi abbiamo individuato il luogo dove sono stati e abbiamo scattato delle foto, lo stesso giorno che sono state consegnate al signor Grandi.
I miei ragazzi sono stati lì solo il primo giorno, poi dopo le fotografie sono tornati in città”.
“Altro?”, fece l'ispettore.
“No, direi di no”.
“Ok, allora fuori nome, cognome e indirizzo di quest'uomo e mi faccia avere entro stasera un po' di quelle foto, grazie”.
Rizzi comunicò nome e cognome del giovane amante, poi disse che più tardi gli avrebbe fatto portare un po' di foto e l'indirizzo del giovane.
L'investigatore privato, forse per restare fuori dalla vicenda, non chiese neppure perché la polizia voleva sapere queste cose e si avviò verso l'uscita.
“Ah, Rizzi, lei sa se la moglie di Grandi è rientrata dalla due giorni d'amore, intendo se ha fatto ritorno in città?”.
“No, e perché dovrei saperlo, non ce n'è ragione” e così dicendo andò via.
In serata sul tavolo di Lanza c'erano un po' di foto che ritraevano i due amanti e un biglietto con su scritto il nome del giovane e il suo indirizzo.
“Leonardi ...”.
L'agente si affacciò sulla porta, “mi dica capo, cosa devo fare?”.
“Domani mattina, prima di venire in ufficio, vai a casa di questo Guido Arcieri e portamelo, che voglio sentirlo”.
“Sarà fatto. Ora vado, ispettore, se no anche stasera litigo con mia moglie”.
Anche Potito pensò che era ora di archiviare quella giornata di merda e di ritornare a casa.

La mattina dopo Leonardi scese presto da casa, non indossò la divisa e andò diritto da Arcieri con la sua macchina.
Il giovane abitava con la mamma in una zona residenziale della città, era una piccola palazzina di tre piani con un bel giardino davanti.
Suonò al citofono, rispose una donna e lui chiese di parlare con Guido Arcieri.
“Chi devo dire?”.
“Signora mi chiamo Leonardi, sono un agente della polizia di stato”.
“È successo qualcosa a mio figlio? Ha fatto qualcosa?”,
“No, tranquilla, devo solo parlare con suo figlio”.
“Allora salga pure, lui dorme ancora”.
“Già”, pensò l'agente, “c'è sempre qualcuno che lavora e qualcun altro che non fa un cazzo. È il gioco della vita, né più né meno”.
L'appartamento era al secondo piano, era una bella casa, grande, arredata con gusto, con tantissimi quadri appesi alle pareti, che testimoniavano l'interesse per l'arte da parte di chi lì ci viveva e, soprattutto, una buona dose di quattrini, senza i quali quei quadri non sarebbero neppure entrati in casa.
Era tutto in ordine e molto pulito, nell'aria c'era anche un buon profumo, forse di fiori.
“Si accomodi agente, ho chiamato mio figlio, si sta preparando, faccio un caffè?”.
“No grazie signora, non si preoccupi, ho fatto colazione da poco”.
Subito dopo arrivò il giovane, non si era ancora vestito e aveva la faccia di chi aveva dormito sì e no un paio d'ore.
“Buon giorno signor Arcieri. Sono l'agente Leonardi del commissariato di ps della città.
Volevo dirle che l'ispettore Potito Lanza ha necessità di parlare con lei. Se ci andiamo subito, ci sbrighiamo, così lei può tornare alle sue normali occupazioni”.
Veramente avrebbe voluto dire “a non fare un cazzo”, ma ovviamente si astenne.
“E perché l'ispettore vuol parlare con me?”.
“Mbé, questo non lo so, mi ha detto solo che ha un'urgenza boia di parlare con lei”.
“E se io non volessi venire?”.
“In questo caso andrei via, per tornare fra un'oretta con un mandato, con la macchina di servizio e un paio di colleghi”.
“Ah, ecco, davvero convincente. Vabbè, andiamo”.
Il giovane si vestì velocemente, poi salutò la mamma e scese con Leonardi, dicendogli “vengo con la mia auto, lei vada pure avanti”.
Ora si trovava di fronte all'ispettore Lanza, che lo stava squadrando dalla testa ai piedi quasi fosse un alieno.
“Si sieda Arcieri, prego.
Dunque lei è l'amante della signora Elvira Grandi, vero?”.
A volte Potito partiva a razzo, per non lasciare a chi gli stava di fronte nemmeno il tempo di capire.
Arcieri, che non era uno stupido, voleva prendere tempo e allora esclamò: “Ma che razza di domanda è questa?”.
“È una domanda, punto.
E lei risponda, altro punto”.
“Amante proprio no, insomma ci vedevamo qualche volta”.
“Da quanto tempo non vi vedete?”.
Dal tono e dallo sguardo dell'ispettore, il giovane capì che forse era meglio non mentire e nemmeno tergiversare per evitare inutili problemi.
“Da meno di una settimana, siamo stati fuori insieme due giorni, poi lei è tornata con la sua auto in città e io con la mia sono andato da un'altra parte a sbrigare alcune cose personali”.
“L'ha più risentita da allora?”.
“No. L'ho chiamata diverse volte, ma senza esito. Il suo telefono era ed è sempre spento”.
“E l'ha più rivista?”.
“Ispettore, Elvira è una donna sposata, il marito è una persona influente. No, non l'ho più vista, avrei continuato a chiamarla o mi avrebbe chiamato lei”.
“Sa che Elvira da quel giorno non ha fatto più rientro a casa e non si sa nemmeno che fine abbia fatto?”.
“No, ispettore, non so nulla”.
“Arcieri, lei dov'è andato quando è finita la due giorni d'amore?”.
“Devo proprio dirlo? Preferirei di no”.
“Allora mettiamola così: se lei mi dice dov'è andato e con chi è stato, io faccio un accertamento veloce e se mi ha detto la verità la mando a casa. Se non parla, mi dice delle stronzate o accerto che quello che mi dice non corrisponde al vero, mbé, io la mando direttamente in galera e non se ne parla più”.
Ingoiò amaro Guido e si rese conto che la cosa stava prendendo una brutta piega.
“Sono stato con una signora, con la quale a volte mi vedo”.
“Una seconda Elvira?”.
“Se vuole può anche dire così.
L'ho raggiunta al mare, in una casa di sua proprietà e siamo stati lì tre giorni, poi siamo tornati in città, ciascuno con la propria vettura”.
“Nome e cognome, Arcieri. Veloce”.
“Ispettore, ma ...”.
“Si, va bene, sarà sposata, sarà arcinota, ma a me non me ne frega un cazzo. Nome e cognome”.
“Adriana Lorenzi”.
“Indirizzo e numero di cellulare, grazie”, intimò Lanza e Arcieri, suo malgrado, rispose.
“Leonardi, offri un caffè ad Arcieri e fallo aspettare nell'altra stanza”.
“Perché e per che cosa devo aspettare?”, fece Arcieri.
“Perché glielo dico io e questo basta”.

Adriana Lorenzi era molto più vecchia del suo giovane amante, era stata sposata, ma da tempo divorziata, ricca sfondata, abitava in un super attico al centro della città da sola, anzi con un labrador femmina meraviglioso, che le teneva compagnia quando non incontrava uno dei suoi amanti, perché erano più d'uno.
Lanza telefonò, si qualificò e disse che aveva urgente bisogno di parlare con lei.
“Posso conoscere l'argomento della nostra conversazione, per favore?”, fece la donna.
“Glielo dirò di persona oggi stesso, perché dobbiamo vederci subito. Vuole che mandi qualcuno a prenderla o preferisce venire di persona?”.
“Di persona ispettore. Lei mi ci vede in una macchina con il lampeggiatore acceso, insieme a un paio di agenti in divisa?”.
“Va bene signora, io sono qui che l'aspetto. Mi può dire fra quanto tempo viene?”.
“Parto subito, in meno di mezz'ora sono lì, così apriamo e chiudiamo questo spiacevole capitolo”.
Dopo mezz'ora Adriana fece ingresso nel commissariato e fu subito accompagnata nella stanza di Lanza.
“Signora buon giorno, mi scusi il disturbo e la fretta. Prego si accomodi”.
La donna si mise a sedere e Lanza, come al solito, cominciò a scrutarla.
Era vestita molto bene, truccata con moderazione e profumata al punto giusto.
Lanza la guardava, ma non riusciva a darle un'età, sembrava anziana, ma il trucco, i vestiti e quelle scarpe colorate che calzava, la facevano sembrare molto giovane.
Sì, Lanza non riusciva a darle un'età, ma a lui, e, soprattutto, al suo modo di vedere le cose e le persone, sembrava semplicemente una baldracca e nulla di più.
Anche con lei partì diretto, ma con un'entrata un po' più morbida.
“Signora Lorenzi, le chiedo subito scusa se dirò qualcosa che non le garba o se le mie domande le sembreranno un po' troppo, come dire, dirette”.
“Dica pure, ispettore”.
“Guido Arcieri è il suo amante?”.
“Come si permette ispettore? Come può insinuare queste cose?”.
“Io non insinuo proprio nulla. Le ho semplicemente fatto una domanda, che le ripeto: Guido Arcieri è il suo amante?”.
“Potrei almeno conoscere il motivo per il quale vuole sapere questa cosa privata?”.
“Non dovrei dirglielo, ma farò un'eccezione chissà ci sbrighiamo, perché io ho una fretta boia.
Guido Arcieri, oltre ad essere il suo amante e di chissà quante altre donne, era l'amante di una signora, di cui ovviamente non le faccio il nome, che, dopo essere stata due giorni con lui, non ha più fatto rientro a casa.
E io devo capire cos'è successo e, soprattutto, se questa donna è ancora viva o meno.
Comprenderà che se non è rientrata a casa perché trattenuta, stiamo parlando di sequestro di persona, se invece non è tornata perché, come dire, non può più farlo, allora discutiamo di omicidio.
Sono stato sufficientemente chiaro?”.
“Sì, ma non capisco cosa c'entri io con questa donna e col fatto che Arcieri possa essere il mio amante”.
“Signora, di me dicono che sono uno con poca pazienza e io condivido questo giudizio.
Ora siccome quel poco di pazienza l'ho già perso, lei mi risponde sì o no e io verbalizzo e poi si vedrà”.
“Mah, non capisco, comunque sì, Arcieri è un giovane con cui ogni tanto mi vedo. Finito?”.
“No, abbiamo appena iniziato!
Allora, a me risulta che qualche giorno fa lei ha passato tre giorni con Arcieri in una casa al mare di sua proprietà. È corretto?”.
La donna capì che la cosa era seria e che l'ispettore sapeva molte cose, per cui pensò di smettere con quell'atteggiamento risentito e rispose: “Sì, siamo stati insieme tre giorni. Poi siamo ritornati in città ognuno con la propria autovettura”.
“Se dovesse occorrere, lei riuscirebbe a fornirmi, che so, uno scontrino fiscale, una fattura o qualcosa di simile, che dimostri la vostra presenza lì in quei giorni o anche il nome di qualcuno che vi ha visti lì insieme?”.
“Scontrini o fatture no, potrei darle copia dell'estratto conto della mia carta di credito, quando mi sarà inviato.
Un nome?
Più d'uno: il portinaio del residence dove ho casa, il direttore di sala e i camerieri del ristorante che abitualmente frequento. Questi potranno confermare la nostra presenza, ma a questo punto direi la presenza di Guido, lì in quei giorni”.
“Ecco signora, vede? Ha compreso tutto e subito. Ora non mi serve né l'estratto conto, né i nomi. Se dovessero servirmi le farò sapere. Grazie, può andare. Buon giorno”.
Adriana si alzò dalla sedia, girò lo sguardo indietro e disse “buon giorno” senza neppure degnare di uno sguardo il suo interlocutore.
“Ah, signora, volevo dirle, sempre che possa essere di suo interesse, con le sue dichiarazioni ha salvato Arcieri dal carcere.
Lui è di là, in una stanza, aspettava l'esito di questo colloquio.
Ora va via, ma se le risposte fossero state diverse, lo avrei personalmente accompagnato in carcere”.
La donna, senza girarsi, si fermò un attimo, ascoltò quelle parole e andò via senza nulla dire.
“Leonardi, fai venire qui quel magnaccia di Arcieri, che lo mando via”.
“Signor Arcieri, ho fatto gli accertamenti su quello che mi ha riferito e ora può andare via. La richiamerò se dovessi avere ancora bisogno di lei”.
“Ispettore posso sapere che accertamenti ha fatto e se ha parlato con Adriana?”.
“Arcieri togliti dai coglioni ...”, la risposta acida di Lanza.

Domenico Farina
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