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Autore: Valentino Quintana
Titolo: Il Confine Tradito
Genere Romanzo Storico
Lettori 120
Il Confine Tradito

Tarnova nella Selva, sulla strada per Gorizia, 10 gennaio 1994

- Papà, grazie di averci deliziati col racconto della tua giovinezza in guerra, ma davvero, nel dopoguerra non hai più fatto politica? Hai rinunciato ai tuoi ideali? Non sembra proprio possibile - disse Michele al padre Giorgio. Dopo il pellegrinaggio con l'intera famiglia a Tarnova e il minuzioso racconto degli anni passati, Giorgio Gherdovich aveva acconsentito a ritornare a casa. I nipotini, stremati dai giochi nei boschi innevati, dormivano sul sedile posteriore accanto alla madre, Elsa, mentre i due uomini della famiglia sedevano nei posti anteriori della vettura.
- Michele caro, non ho mai detto questo. Ho semplicemente affermato che si tratta di un'altra storia. Di passione anche questa, poiché noi triestini abbiamo sofferto altri dieci anni dopo il termine del conflitto. Forse eri troppo piccolo, non ricordi quando in Piazza dell'Unità... -
- Di che parli, papà? - rispose incuriosito il figlio.
- Ebbene sì, non puoi ricordare. Avevi solo sette anni, quando ti tenevo in braccio in una folla oceanica in quell'ottobre del 1954. Troppo piccino, in effetti. -
- E quindi? - incalzava il figlio, sempre più bramoso di conoscere il resto di quell'avventura strana e difficile rappresentata dalla giovinezza del padre.
- Se vuoi saperne di più, allora ci dobbiamo rivedere. Magari tra un mesetto. A te andrebbe bene, Elsa? -
- Per me va benissimo, Giorgio, anche i bambini quando ritornano a Trieste sono sempre molto allegri - rispose senza indugi la nuora. Da sempre Elsa nutriva una forte ammirazione per il padre del marito, ora rafforzata dal toccante racconto udito solo poche ore prima.
- Perfetto - disse Giorgio - ci vediamo a Trieste il 10 febbraio. Per noi giuliani rappresenta un anniversario tragico. Vi racconterò comunque gli episodi legati ai dieci anni successivi. Sarete certamente curiosi di sapere se io e mio fratello ci siamo riconciliati e se soprattutto le nostre ideologie abbiano ancora condizionato le rispettive esistenze. -
- Soprattutto, papà, siamo curiosi di sapere se siete stati in grado di condurre una vita normale - disse Michele.
- Normale è una parola grossa, figliolo. Cosa ci può essere stato di normale in tutti quegli anni? Vedere i propri amici più cari morire durante quelle giornate che nemmeno l'inferno ha mai contemplato? Sparare alla futura moglie del proprio fratello? Aver continuato a seguire un ideale, senza mai perdere di vista la famiglia? Essersi dovuti nascondere poiché esuli in Patria? Michele, Elsa, per noi Gherdovich la parola “normale”, almeno fino al 1954, non è mai esistita. Poi il destino ha voluto dell'altro. -
- Qualcosa di ancor più difficile? - chiese il figlio.
- Paradossalmente sì. Io e Mattia abbiamo amato l'Italia ma in particolar modo Trieste in modi completamente diversi. Il destino ha voluto che nel 1954... -
Proprio mentre Giorgio stava per terminare il discorso, erano arrivati alla sua abitazione, a Trieste, in via del Farneto. Dopo essere andato in pensione, Giorgio Gherdovich aveva scelto di tornare in quella città, dopo aver vissuto in Veneto durante tutta la sua carriera lavorativa. Assieme alla moglie Lucia, aveva acquistato una casa nei pressi del Bosco Farneto e allo stesso tempo comoda al centro città. Un modo per vivere sia a pochi passi dalla natura che dai negozi triestini. I nipotini Giovanni e Giacomo, una volta svegli, corsero in fretta verso il cancello della casa, ancora chiuso.
- State buoni, dentro c'è la nonna, se non fate i bravi non vi dà neanche mille lire! - disse Elsa ai piccoli, ritemprati dalla dormita. Lucia non aveva voluto accompagnare il marito a Tarnova. Non si trattava di una scelta emotiva, ma della necessità di riposare la gamba destra, dolorante a causa di un piccolo infortunio domestico. Nonostante l'età, la donna aveva conservato la bellezza di un tempo. I suoi occhi brillarono alla vista dei nipotini, che accolse con immenso piacere.
- E così, Giorgio, dopo tanti anni hai deciso di raccontare a tutti i presenti non solamente i giorni
vissuti a Tarnova, ma quelli che hanno caratterizzato l'intero conflitto mondiale. Non pensavo l'avresti mai fatto - disse Lucia.
- Non solo! – le rispose il marito – Ci ritroviamo qui, tutti, tra un mese. -
- Sì! - proruppero i nipotini, impazienti di tornare a casa dei nonni.
- Va bene, va bene. Al 10 febbraio allora! -
- E dieci sia! -
PRIMA PARTE

I quaranta giorni di Trieste, maggio-giugno 1945

L'Armata Popolare Jugoslava aveva fretta. Non solo di occupare per prima Trieste, ma di liquidarne ogni tipo di opposizione politica. Ančka e Mattia, soldati del IX Korpus, entrarono da trionfatori in città tra il primo e il 2 maggio. Per la Venezia Giulia, cominciava a tutti gli effetti l'occupazione titina.
Il comunicato ufficiale della - nuova libertà - recitava le seguenti parole:

ESERCITO JUGOSLAVO
COMANDO SUPREMO DELLA SLOVENIA
COMANDO CITTÀ DI TRIESTE
ORDINE NR. 1
1. NELLA CITTÀ DI TRIESTE OGNI POTERE VIENE ASSUNTO DAL COMANDO CITTÀ DI TRIESTE CHE PROCLAMA LO STATO DI GUERRA.
2. ALLA POPOLAZIONE CIVILE VIENE PERMESSA, FINO A NUOVO ORDINE, LA CIRCOLAZIONE PER LA CITTÀ DALLE ORE 10.00 FINO ALLE 15.00; I MILITARI INVECE DALLE 7.00 FINO ALLE 19.00.
3. GLI AUTOVEICOLI POSSONO CIRCOLARE PER LA CITTÀ SOLO MUNITI DI AUTORIZZAZIONE SPECIALE DEL COMANDO CITTÀ DI TRIESTE.
4. TUTTI GLI AUTOVEICOLI DEVONO VENIR NOTIFICATI, PER ISCRITTO, NEL TERMINE DI CINQUE GIORNI, AL COMANDO CITTÀ DI TRIESTE.
5. DOMANI, 4 MAGGIO, ALLE ORE UNA DI MATTINA TUTTI GLI OROLOGI VENGONO SPOSTATI INDIETRO DI UN'ORA IN MODO DA UNIFORMARE IL TEMPO CON QUELLO DEL RESTO DELLA JUGOSLAVIA.
6. OGNI NON OTTEMPERANZA AGLI ORDINI DEL COMANDO CITTÀ DI TRIESTE SARÀ PUNITA DAI TRIBUNALI MILITARI DELL'ARMATA JUGOSLAVA.
TRIESTE, 3 MAGGIO 1945. MORTE AL FASCISMO, LIBERTÀ AI POPOLI.

La situazione di San Giusto era ben diversa da quella di tutte le altre città italiane. I giuliani, in quel giugno del 1945, pur volendo essere partecipi delle dimostrazioni di esultanza che desideravano salutare la fine della dittatura fascista, si trovarono a soffrire enormemente per una nuova e altrettanto feroce occupazione. Tuttavia, fu proprio il 5 maggio 1945 che essa mostrò il suo vero volto.
Dai quattro punti cardinali della città il popolo triestino, saturo d'impazienza, si mosse convergendo verso il centro. Tutti sfilarono con il tricolore, uomini e donne, giovani e anziani, abbandonando per un attimo le ideologie del passato. Mentre la folla si radunava lungo il corso verso piazza Goldoni, le mitragliatrici delle truppe titine cominciarono a sparare. La strada, coperta di sangue, era disseminata di feriti e morti. La folla, in preda al panico, si allontanò, nascondendosi ove possibile e immediatamente vennero tolte le bandiere dai balconi per evitare inutili rappresaglie. Le vie, di colpo, divennero deserte, caratterizzate da una mesta calma. Le vittime straziate furono fatte sparire nel deposito mortuario, nel più assoluto e crudele anonimato. I corpi riconoscibili, invece, vennero identificati. Questi i loro nomi: Graziano Novelli, 30 anni; Carlo Murra, 19 anni; Mirano Sancin, 26 anni; Claudio Burla, 21 anni; Giovanna Drassich, 69 anni. Il sangue di queste persone, unito a quello di altri dieci feriti, rimase sulle strade di quel rovente giugno parecchi giorni, tra l'indifferenza dei Comandi neozelandesi, anch'essi finalmente giunti a Trieste e il malessere della cittadinanza, che comprese così di quale ferocia fossero capaci i nuovi occupanti.
L'Ordine numero 4 del Comando città di Trieste era ancora più esplicito. Con esso si ordinava che tutti gli istituti bancari e assicurativi rimanessero chiusi fino a nuovo ordine e i rispettivi locali e casse venissero vigilati da funzionari titini. I direttori e gli amministratori di questi istituti dovevano rispondere di persona della situazione delle casse ai nuovi padroni. Ogni azione contraria sarebbe stata punita dai Tribunali Militari. La situazione era tesa. Mattia lo aveva inteso bene, facendo visita al deposito mortuario e vedendo i corpi di quegli innocenti. Chiese immediatamente alla sua amata di intervenire, per riportare pace e soprattutto legalità a Trieste.
***
- Ančka, ciò che è successo in questi giorni non è da popoli civili! Le persone che sono morte correvano con il tricolore addosso per festeggiare la caduta del Fascismo! Non dovevano morire così! - , gridò Mattia, esprimendo tutto il dolore di cui era capace alla sua donna.
- Amore, ti capisco. Ci sarà un'indagine, verranno processati. Chi ha sbagliato pagherà. Ho parlato ieri con Franc Stoka, il commissario politico. Faremo vedere ai triestini che non siamo dei mostri, ma i loro liberatori. -
- Come, dopo ciò che è accaduto? -
La domanda di Mattia era in effetti molto precisa. Non poteva tuttavia sapere che la sua amata aveva in serbo per lui un ruolo da protagonista, alquanto delicato. Stava a lui scegliere se stare dalla parte del Fronte di liberazione oppure tirarsene fuori, proprio nel momento in cui veniva festeggiato nella sua città come un eroe antifascista.
- Mattia, trasformeremo l'occupazione militare in amministrazione civile. La città ha bisogno di un governo. -
- E chi saranno gli esponenti di quest'amministrazione? -
- Domani lo sapremo, tesoro. -
Mattia, seppur a Trieste da qualche giorno, non era mai tornato a casa. La madre non sapeva che fosse in città e i due fidanzati dormivano assieme nella Casa del popolo, l'ormai ex Casa del Fascio. Proprio lì, il 7 maggio, si tenne la riunione che Ančka gli aveva anticipato. Alle 16.00 cominciò la seduta. Parteciparono 52 rappresentanti delle seguenti organizzazioni: Unità operaia, Gioventù antifascista italiana, Unione delle donne antifasciste italiane, Unione giovanile slovena, Partito socialista, Partito comunista, Partito democratico indipendente, Fronte di liberazione. A presenziare vi erano il compagno Boris Kraigher, segretario regionale del Fronte di Liberazione, e Franc Sotka, del Comando militare della città.
L'organizzazione di questa seduta fu possibile grazie alle geniali capacità coordinative di Ančka, che dirigeva l'Of, il Fronte di liberazione, già dai tempi della resistenza lubianese. In pochissimi giorni era stata capace di unire, sotto l'egida dell'Of, un insieme di forze antifasciste, sia slovene che italiane, tutte fedeli alla causa titina.
- Signori – prese la parola Ančka – è un onore avervi oggi qui. È un giorno di festa per la città di Trieste e per il mondo operaio, nonché per l'avvenire del socialismo. Oggi eleggeremo il Ceais, il Comitato esecutivo antifascista italo-sloveno. Trieste avrà per la prima volta una rappresentanza veramente democratica, in uno dei momenti più grandi della sua storia. Evviva il maresciallo Tito, viva la fratellanza italo-slovena! -
Dopo aver incassato gli applausi dell'uditorio, il Comitato vide finalmente la luce. Composto da un presidente e diciotto membri, si pensò di offrire la direzione a un italiano, il dottor Umberto Zoratti. La vicepresidenza venne assegnata a Mattia Gherdovich, coadiuvato da Franc Stoka. Il Comitato, vedeva macchinisti navali dell'Of, pescatori, ingegneri, impiegati di banca, studenti universitari,
operai, casalinghi, industriali, un radiologo, un commerciante, operai. Cinque degli undici membri italiani eletti si definivano apartitici. Questo evento, celebrato ampiamente dalla stampa popolare filo-jugoslava, voleva dimostrare ai triestini che per la prima volta nella storia della città ci sarebbe stata una rappresentanza democratica. Proprio in quel momento, invece, i - nuovi - padroni stavano svaligiando la Banca d'Italia, prelevando 180 milioni di lire, che sarebbero servite in seguito agli Uffici Stampa e Propaganda dei vari comitati. Ad Aidussina, veniva costituito il primo governo sloveno. Il corso della storia correva come non mai, in quelle radiose giornate di maggio, a Trieste, nella Venezia Giulia e nell'Italia intera. L'8 maggio 1945 la Germania si arrendeva incondizionatamente. Il nazional-socialismo, quell'ideologia che in sei anni aveva devastato l'Europa, nel tentativo irrazionalistico di creare un nuovo ordine, veniva cancellato dalle armi degli Alleati.
***
In un istituto religioso svizzero, suore Brigidine
- Avanti, signor Gherdovich, signorina Palombi, è l'ora delle preghiere del mattino, basta lettura dei giornali, venite! - intimò suor Elisabetta ai due ragazzi, fuggiti da poco dall'Italia e giunti al riparo nella quiete del lago di Lugano grazie ai contatti del padre di Lucia. Per i due giovani, entrare in un paese come la Svizzera, rimasto neutrale durante il conflitto, fu una sensazione strana, quasi non fosse possibile una tale tranquillità in tempo di guerra. Le strade, illuminate, non erano certo simili a quelle italiane, le quali dal 10 giugno 1940 erano ammantate di tenebre, osservanti uno stretto coprifuoco. I bambini nati in quegli anni di guerra, erano stati costretti ad attendere il maggio del 1945 per rivedere le luci dei lampioni serali. Giorgio e Lucia lo sapevano bene e ora non solo dovevano abituarsi alla pace, ospiti di una nazione straniera, ma anche al completo stravolgimento della cartina geografica europea, con conseguenti mutamenti storico-politici. Il Fascismo aveva visto la mattanza dei suoi gerarchi negli ultimi giorni di aprile del 1945, nel poco lontano Lago di Como. Adolf Hitler, ossessionato dal terrore di essere esposto penzolante in un circo russo o tedesco, si era tolto la vita nel suo bunker di Berlino il 30 aprile 1945. In quei giorni veniva archiviato un mondo e si entrava prepotentemente in un nuovo. E se da un lato, Mattia entrava - vittorioso - nella sua Trieste, Giorgio Gherdovich si trovava esule, intento a interrogare se stesso sul valore del Fascismo e di quell'idea che aveva seguito per anni. Mentre Mattia si preoccupava della salute di Ančka, che teneva in grembo suo figlio, Giorgio rischiava l'esaurimento nervoso, curato amorevolmente dalle suore e dalla sua compagna Lucia.
Giorgio era giunto in Svizzera fisicamente e mentalmente molto provato. Aveva guidato senza sosta una jeep americana sino a Lugano, effettuando pochissime soste. Il timore di essere fermati e riconosciuti, o peggio, di essere respinti alla frontiera, lo aveva attanagliato per tutto il tragitto. Inoltre, una ferita all'addome, mai davvero medicata e non ancora guarita, che si era procurato durante la battaglia di Tarnova, gli stava creando non pochi problemi. Il giovane aveva bisogno di riposo, al fine di migliorare il suo precario stato psicofisico.
Sia Giorgio che l'Italia stessa in quei giorni di subbuglio soffrivano. Egli perché provato nel fisico, l'Italia poiché attraversata da un periodo di folle bagno di sangue, durante il quale, improvvisati tribunali popolari allestiti dai nuovi vincitori, passavano per le armi, senza alcun regolare processo, nemici politici di un tempo. Al contempo, anche solo per vecchi rancori personali, i vincitori potevano far piazza pulita non solo dei rivali del morente Partito fascista, ma anche di tutti coloro che risultavano loro sgraditi. Le Radiose giornate di maggio si presentavano come l'opposto di
quelle del 1915. Trent'anni prima, un Paese entrava in guerra per completare il sogno risorgimentale e chiudere i suoi confini nazionali; il trentennio successivo vedeva un Paese sconfitto, liberato da una dittatura, lacerato nel suo tessuto economico e sociale, diviso tra fazioni, devastato dalle bombe angloamericane e per giunta, la regione più cara ai sentimenti nazionali, la Venezia Giulia, occupata dalle truppe di Tito, intenzionato a rimanerci per sempre. Quando cade una dittatura, crolla, come un castello di carta tutto il suo sistema. Giorgio sapeva, in cuor suo dove aveva avuto inizio il disastro e proiettava il tutto in alcuni sogni in cui delirava, in preda alla febbre alta.
- Nel giugno del '40, il dieci... la piazza batté le mani, ma non sapeva cosa volesse... Lo fece... Mussolini disse “Vincere”, ma... i dirigenti... avevano dimenticato cosa volesse dire moderazione, razionalità, equilibrio di interessi - disse Giorgio, mentre Lucia gli passava un panno bagnato per rinfrescare la fronte calda.
- Lucia, è così... Mussolini... nel comunicare alla folla la notizia della dichiarazione di guerra, era fiacco, quasi... stanco. Soffriva, perché la piazza gli rispondeva con poco calore... -
- Giorgio, amore, riposa! Io ero in Piazza Venezia quel giorno, tu lo hai sentito alla radio, a Trieste. Mussolini non era affatto stanco, purtroppo le cose sono andate così - , disse la ragazza, tentando di calmare il giovane, accarezzandogli la fronte e la folta chioma bionda.
- Lu-Lucia... la piazza... voleva soltanto la parata, la guerra doveva essere facile e breve. Il Duce voleva entusiasmarsi al contatto con la piazza, che gli rispondeva... con poco calore. Lì è iniziato il disastro... - replicò Giorgio, ansimante.
- No caro, il disastro comincia se tu non riposi davvero. Abbiamo una missione, tornare in Italia. Appena starai meglio ti spiegherò cosa potremmo fare. -
Ancora una volta, Lucia oltre ad amare con tutte le forze il suo uomo, prendeva in mano la situazione. Urgeva tornare in Italia, non certo per il Fascismo, in assenza di notizie e di indicazioni certe. Si poteva essere fascisti senza Mussolini, ma un problema molto più grande attanagliava entrambi: la sorte della loro terra natale, la Venezia Giulia.
***
La salute di Giorgio cominciò a migliorare verso la metà di maggio 1945. La ferita si stava lentamente cicatrizzando e anche le tisane contenenti benefiche erbe svizzere prodotte dalle suore di Lugano avevano sortito un effetto benefico sullo stato psicofisico del giovane. La possibilità di essere ospitati non prevedeva una scadenza: i due potevano lasciare l'istituto quando volevano. Prima tuttavia, bisognava elaborare un piano, viste le tristi notizie che provenivano dall'Italia. Lucia, mentre pazientava affinché il compagno recuperasse pienamente le forze, pregava quotidianamente con le suore, partecipando attivamente alle funzioni religiose. Anche Giorgio cercava un conforto spirituale, non tanto per se stesso, ma per quella patria che sembrava irrimediabilmente perduta.
- Tesoro caro – disse Lucia al suo amato – ti senti un po' meglio? Oggi sono stata in biblioteca. Guarda, casualmente ho trovato questo. -
Così dicendo, la giovane porse a Giorgio una rivista ben nota nell'ambiente giuliano-dalmata dell'epoca: La porta orientale. Il giovane, un po' confuso, la prese subito in mano, anche in preda a una certa nostalgia, nel notare la data di copertina: si trattava infatti del numero di giugno-dicembre 1942. In quel momento, assieme al fratello, si trovava a Lubiana, nel vano tentativo di dar vita a una nuova provincia italiana.
A pagina 109, il giovane trasalì. Un articolo, L'importanza di Trieste per l'ebraismo internazionale, accrebbe la sua amarezza.
- Secondo questo delirio, Lucia, l'ebraismo rappresentava una congiura mondiale e una sola persona tentò di opporsi a esso: Benito Mussolini. Come potevamo vincere una guerra con questi assurdi presupposti? Perché ci siamo lasciati soggiogare da simili sciocchezze, perché mi chiedo? -
- Amore, sai meglio di me che la migliore gioventù inclusi i nostri fratelli, vicini di casa, famigliari è perita per colpa di questa guerra. Ricordi anche tu i ragazzi di Biri El Gobi. Non possiamo dimenticare che costoro si sono sentiti traditi per primi. Io e te inclusi. Ora però, non possiamo autocommiserarci per gli errori del passato. Noi siamo i ragazzi della Repubblica sociale italiana e abbiamo fatto un giuramento. -
- Lucia, noi non rinnegheremo mai il nostro ideale, ma cosa possiamo fare, qui, autoreclusi in un istituto religioso svizzero? Possiamo pregare Iddio affinché la nostra Patria non sia travolta da troppi mali. Abbiamo le mani legate! -
- No, Giorgio, dimentichi una cosa fondamentale - replicò con vigore la ragazza.
- E quale? -
- Gli angloamericani hanno risalito tutta la penisola e i partigiani stanno facendo terra bruciata dei fascisti ovunque si trovino. Eppure Mussolini ci ha lasciato la missione, che noi dobbiamo adempiere! -
- Il Fascismo non ci sarà più dopo Mussolini, non rinascerà mai più - rispose scoraggiato il biondo triestino.
- Giorgio, non senti il richiamo del sangue nelle tue vene? Fino a quando era stato in suo potere, Mussolini aveva un unico grande pensiero: salvare l'Istria. La nostra terra è in grave pericolo. Tu a Tarnova hai respinto gli slavi, ma sappiamo che sono entrati a Trieste. Probabilmente con loro c'è anche tuo fratello! Noi dobbiamo salvare l'Istria, dobbiamo provarci! -
Giorgio rabbrividì. La sua donna, che tanto amava, era pronta per una nuova battaglia. Si trattava di un qualcosa di indefinito, poiché le notizie lette sui giornali svizzeri risultavano vaghe. Cosa stesse realmente accadendo in Istria non potevano saperlo. Gli unici dati certi erano determinati dal fatto che Tito e i suoi soldati l'avevano occupata, con l'intenzione di rimanerci per sempre. La stessa Trieste era in balia di una nuova feroce occupazione, nella quale spiccavano due protagonisti di eccezione: il fratello di Giorgio e la sua futura moglie.
***
Le donne di casa Gherdovich esprimevano il vigore della giovinezza e il carattere guerriero di una tigre. Se da un lato c'era Lucia Palombi disposta a tutto pur di continuare un'avventura difficilissima e disperata come salvare Trieste e l'Istria dalle grinfie di Tito, dall'altro c'era Ančka, determinata nell'arduo compito di conquistare quelle terre, cercando con ogni mezzo di prevedere e anticipare i movimenti dell'avversario.
Quest'ultima, tuttavia, non poteva prevedere che l'8 maggio 1945, il giorno del trionfo titino, annunciato in piazza ai triestini e al mondo, sarebbe svenuta proprio mentre sul palco di Piazza dell'Unità d'Italia stava salendo Mattia Gherdovich, pronto a pronunciare epiche parole. Mattia attendeva quel momento da anni: suo era il compito di raccontare ai triestini l'iniquità del Fascismo, esaltare la libertà e la lotta di liberazione e la tanto agognata resa dei tedeschi. Ančka aspettava il figlio del giovane e il troppo stress dei giorni precedenti culminò in un malore. Entrava quindi in scena, dopo un lungo silenzio, l'ultima tenace donna di casa Gherdovich: la madre dei due ragazzi. Incredula di fronte alla telefonata del figlio, avendo questi trovato un apparecchio di comunicazione di fortuna, lo aiutò a reperire un medico, proprio nel giorno in cui i triestini si erano rinchiusi nelle loro abitazioni, per nulla desiderosi di ascoltare le veementi parole dei nuovi occupanti. Tristi presagi delineavano il maggio 1945.
Il dottor Brezigar, dopo aver praticato un'iniezione alla ragazza incinta, la pregò assolutamente di riposare. A soddisfare questa richiesta ci avrebbe pensato mamma Gherdovich, che avrebbe riabbracciato un figlio creduto perso per sempre, conosciuto la futura nuora e come se non bastasse, atteso trepidante l'arrivo di un nipotino.
I due giovani si trasferirono così l'8 maggio 1945 a casa Gherdovich. Per Mattia, fu un tornare alle cose che aveva lasciato nel 1941, quando era partito per Lubiana. Dopo le dovute presentazioni, mamma Gherdovich consigliò ad Ančka un po' di riposo, ma ben presto si rese conto che la guerra non era finita per nessuno. Anzi, per Trieste, era proprio agli inizi.
- Mattia, non sappiamo dove siano né tuo padre, in fuga con l'ex prefetto della Venezia Giulia, Bruno Coceani, né tuo fratello. Perché volete continuare questa guerra? La tua ragazza è incinta, avrete presto un figlio. Prenditi cura di lei, non lasciate che ancora una volta la politica e l'ideologia abbiano il sopravvento sull'amore! -
- Mamma adorata, posso capire quanto tu abbia sofferto nel non vedermi in questi anni e nel credermi morto o disperso. Quante volte i tedeschi o i fascisti ci avevano quasi catturati, quante volte siam scappati a morte certa! Ho trovato però la donna della mia vita. Con lei voglio seguire l'ideale che ci ha guidati fin qui - disse Mattia cercando di convincere la madre, desiderosa solamente di un po' di pace.
- Che ne sarà di Trieste? -
- Non so risponderti. Quel che vorrei, anzi, vorremmo, è un ordine sociale più giusto. Faremo il possibile per realizzarlo. -
- Vorrei solo che Giorgio fosse qui con te. Come ai vecchi tempi - disse la signora Gherdovich piangendo.
- Non piangere mamma. Conosco Giorgio. L'ho anche rivisto poco tempo fa, in un inferno. Ha la pelle dura come la mia. Tornerà. È solo questione di tempo... -
E su questo, Mattia, non si sbagliava. Per entrambi, il legame con la loro terra era troppo forte, indissolubile. Ancora una volta, tuttavia, il destino li poneva su fronti contrapposti.
***
Salvare Trieste e l'Istria. Queste vibranti parole, che echeggiavano nella mente di Giorgio, meritavano una discussione approfondita. Dopo le preghiere quotidiane e un piccolo rancio, occorreva studiare un piano, che includesse il rientro in Patria, il ritorno a casa e la creazione di un'organizzazione che potesse avere come solo scopo combattere Tito. Uno scopo difficile quanto nobile, considerando che questi territori si trovavano in piena occupazione titina.
In una Trieste sempre più deserta, Ančka e Mattia si resero conto che occorreva un organo di informazione che rendesse onori e meriti alla fratellanza italo-slovena. Incontrarono così uno dei primi rinnegati, un certo Mario Pacor, ex allievo della scuola di mistica fascista, ex fervente mussoliniano, ora vibrante sostenitore delle voglie di Belgrado. A lui venne affidata la direzione de Il Nostro Avvenire, il giornale che doveva esaltare la grandezza dell'ideale di Tito. Nell'editoriale del 9 maggio, il Pacor aveva già recepito le direttive, chiedendo di aderire alla Jugoslavia di Tito, forza compita di democrazia popolare progressista a cui tutti aspiravano.
Se questi tuttavia rappresentavano dettagli apparentemente innocui, l'incubo dell'occupazione si manifestava in ben altra maniera. I prelievi di persona da parte degli occupanti jugoslavi non cessavano e la gente continuava a parlare insistentemente del - Pozzo della Miniera - di Basovizza, una voragine profonda 250 metri, nella quale, se ci si riferiva alle voci correnti, 1200 persone erano già state gettate.
I primi dieci giorni d'anarchia occupante titina si chiusero con un ulteriore proclama mortificante, l'ottavo. Con esso s'imponeva a tutti gli enti, società, esercizi, ditte, il controllo d'un delegato, senza il permesso del quale ogni operazione era proibita. Inutile dire che ogni proclama si chiudeva
con Morte al Fascismo, libertà ai popoli!, espressione dietro alla quale si celavano ben nuovi cruenti crimini. Dall'11 maggio, lo stesso Comitato di liberazione nazionale, composto da antifascisti italiani, veniva dichiarato fuorilegge, in quanto poteva rappresentare una minaccia alla realizzazione della completa dittatura titina.
L'11 maggio, il comandante supremo delle Forze alleate del Mediterraneo, il maresciallo Alexander, si recava a Belgrado. Per l'improvvisa e poco gradita visita, il Comando Mesta della città di Trieste diramava quest'ordinanza:
1. TUTTE LE COMPRAVENDITE E IL TRASPORTO DELLA CARTA DA STAMPA E DA CICLOSTILO POSSONO EFFETTUARSI COL PERMESSO CHE VIENE RILASCIATO DAL COMANDO CITTÀ DI TRIESTE;
2. TUTTE LE TIPOGRAFIE E I NEGOZI DEVONO DENUNCIARE ENTRO IL 15 CORRENTE DEL MESE LE GIACENZE DI TALE CARTA.
3. TUTTE LE IMPRESE DI TRASPORTO E DI MAGAZZINAGGIO DEVONO PURE DENUNCIARE FINO A TALE GIORNO TUTTE LE GIACENZE DI DETTA CARTA CHE SI TROVANO NEI LORO MAGAZZINI, ANCHE FUORI LA CITTÀ DI TRIESTE.
4. ALLA POPOLAZIONE CIVILE È PERMESSA, FINO A NUOVO ORDINE, LA CIRCOLAZIONE PER LA CITTÀ DALLE ORE 5.00 ALLE 20.00. MORTE AL FASCISMO, LIBERTÀ AI POPOLI!
Una nuova dittatura era sotto gli occhi di tutti. Il coprifuoco celava in realtà prelevamenti serali, casa per casa, di ogni possibile persona che potesse rappresentare un ostacolo ai piani imperialisti di Tito.
Anche l'Istria subiva lo stesso stillicidio propagandistico. Il 12 maggio, a Capodistria si eleggeva il Comitato Esecutivo, sul modello triestino. La seduta, aperta dal compagno Cattonar, vide poi il discorso del compagno Peraic, comandante militare di Capodistria. Anche in questo caso, si ripeté quella che ormai si udiva come unica soluzione possibile: la necessità dell'unione di questi territori alla Jugoslavia democratica. Ad aggiungersi ad altre sfortune, la nomina di Edvard Kardelj a difensore degli interessi progressisti della neonata - democrazia - jugoslava. vicepresidente jugoslavo e grande amico di Ančka.
***
Ančka aveva da tempo compreso che occorreva informare l'amato il meno possibile sui possibili lati oscuri dell'occupazione triestina. Guidata da una missione evangelica, quasi messianica, non era certo disposta a rinunciare a Trieste solamente per il fatto di portare in grembo il figlio del suo compagno. Era ancora un membro dell'Of, il Fronte di liberazione sloveno che controllava gli arresti. Lei poteva decidere la sorte di parecchie migliaia di giuliani, contrari all'occupazione di Tito, molti di quali ex combattenti della libertà. Poteva scegliere che venissero prelevati dalle loro case e infoibati, o mandati nei vari campi di concentramento della Jugoslavia. Prima tappa dei deportati era San Pietro del Carso, dove aveva sede un campo che, sino al 15 giugno 1945, accoglieva circa 14 mila internati. Dopo una permanenza più o meno lunga, i prigionieri venivano smistati negli altri luoghi dell'orrore del socialismo jugoslavo, per lo più in quello tristemente noto di Borovnica. La prima operazione che effettuava la guardia del popolo al momento dell'arresto, era quella di depredare le vittime di ogni loro avere. Quindi, legate loro le mani dietro la schiena con del fil di ferro, le obbligavano con la violenza a incamminarsi verso un tragico destino, durante il quale, spesso, la morte rappresentava l'unica drammatica consolazione. E se per quelli che giunsero nei campi ci fu una flebile speranza di poter tornare, per coloro che precipitarono nei crepacci carsici, non rimase neppure il conforto di far arrivare alle famiglie un ultimo saluto. Il pozzo di Basovizza, la foiba Golobivniza di Crognale, San Servolo, il Castello di Moccò, Scadaiscina, la foiba di Casserova, le sorgenti del Risano, Sant'Antonio in Bosco, Dignano solo alcuni dei luoghi dei massacri. Ad Ančka bastava una firma, al generale Kveder un ordine ai suoi soldati. Mattia,
doveva essere solo un rappresentante nelle riunioni ufficiali dei vari Comitati, una sorta di cartina tornasole della legalità, nella visione cinica e spietata della partigiana slovena. Eppure, il giovane si insospettì presto del fatto che l'amata uscisse spesso di casa la sera, in pieno coprifuoco, per rientrare dopo un paio d'ore. Cosa faceva in quel lasso di tempo? Esclusa l'ipotesi di un altro uomo, visto l'amore che provava per lui e il figlio che aspettavano, la motivazione doveva essere politica. Tuttavia, prima che Mattia scoprisse gli ordini omicidi della compagna, lei lo anticipò, coinvolgendolo in un grande evento, con l'intenzione di distrarlo dalla realtà.
- Tesoro, sto uscendo alla sera per stabilire dei contatti al fine di organizzare una sorta di seduta storica dell'Assemblea Generale della città di Trieste. Un qualcosa che resti memorabile, nelle coscienze. Che convinca i triestini che questo governo rappresenta la giustizia, il progresso, la fratellanza, il socialismo! - irruppe come un fiume in piena la giovane.
Mattia, visibilmente sorpreso, chiese alla giovane cosa avesse in mente.
- Organizziamo una seduta storica. Invitiamo tutta la popolazione nel più bel teatro della Città, adatto alle adunate, il Politeama Rossetti. Parlerai tu, io, i compagni, ci rivolgeremo alla cittadinanza, alle Nazioni Unite, al mondo intero! -
Soggiogato, ancora una volta, dalle parole della giovane partigiana dagli occhi di ghiaccio, Mattia aderì senza riserve. D'altronde, quel che doveva rappresentare il magico discorso di liberazione rivolto ai triestini non aveva avuto luogo, a causa dell'improvviso malore di Ančka. Questa invece, poteva finalmente essere la sua grande occasione di riscatto.
- Ci sto! Potrò finalmente spiegare ai triestini il significato della guerra di liberazione! - esclamò con entusiasmo il giovane.
- Certo mio caro e sono sicuro che questa volta ti capiranno e apprezzeranno. Nessuno dei nostri è morto invano, nessuno! - chiosò la partigiana. Entrambi sostenevano il medesimo ideale, sebbene gli intenti fossero diversi e distanti. L'una, non aveva remore nell'eliminare fisicamente gli italiani scomodi al progetto annessionistico di Tito. L'altro, invece, credeva in una fratellanza dei popoli, nel nome di quella libertà che imbracciava la visione del Risorgimento italiano ed europeo, non avendo mai abbandonato lo spirito liberale che lo aveva contraddistinto da giovane e nelle battaglie ideologiche portate avanti col fratello Giorgio.
***
Alle ore 18.00 del 17 maggio 1945, ebbe luogo al Politeama Rossetti, la storica Assemblea Generale della città di Trieste, tanto voluta dai veri comandanti dietro le quinte. All'esterno del teatro le vie erano bloccate da carri armati titini mentre la soldataglia armata ne controllava gli accessi.
L'orario scelto, le 18.00, era strategico. Sarebbe stato inutile e desolante per i titini convocare una seduta straordinaria alle 10.00 del mattino, perché non avrebbero fatto in tempo a giungere i - finti - triestini, ossia tutti coloro che provenivano da Aidussina, dal Carso, da Lubiana e oltre. Il teatro, allestito per una grande occasione, sembrava dovesse ospitare un'importante pièce teatrale. Un'enorme scritta lo sovrastava, nella quale si leggeva: VIVA TRIESTE AUTONOMA NELLA FEDERATIVA DEMOCRATICA JUGOSLAVIA. Una lunga tavola occupava invece il proscenio, seduti alla quale, in atteggiamento da cerimonia, stavano i delegati, tra i quali spiccava Mattia. La parete di fondo era coperta da bandiere: una grande jugoslava nel mezzo, ai lati in fascio le bandiere italiane con stella rossa al centro e poi quella russa, inglese, americana e triestina, per fortuna priva di ulteriori sinistri simboli. Quando finalmente tutti i convenuti presero posto, Mattia Ghedovich aprì la seduta. Dopo aver rivolto il suo saluto a tutti i reggimenti dell'esercito jugoslavo, a quelli delle Nazioni Unite, iniziò finalmente il suo discorso: - Un'ora storica si è aperta, in questo maggio del 1945. Voglio sperare che tutta la cittadinanza di Trieste in Voi rappresentata, comprenda il momento unico, e rivolga il pensiero non solo alla città di San Giusto, ma anche alla nostra Europa
e al mondo intero, liberata dalla schiavitù nazifascista! - .
Terminato il suo entusiastico discorso, egli infatti fu l'unico oratore che si espresse in lingua italiana e probabilmente l'unico apprezzato dal pubblico. Sia il compagno Giustincich, che il segretario del Ceais, il compagno Rudi Ursich, si rivolsero alla platea in lingua slovena, citando quali argomentazioni il - ricongiungimento - alla progressista Jugoslavia, avamposto del mondo democratico. Esaltando le truppe liberatrici di Tito, prese poi la parola France Bevk, del Comitato di liberazione nazionale (quello imposto dai titini, non quello clandestino dei veri giuliani), auspicando l'eliminazione degli ostacoli che consapevolmente e non, si contrapponevano tra il popolo italiano e quello sloveno. Il generale Kveder intravide invece nella manifestazione la condanna di un passato di schiavitù dell'ultimo secolo e il vicecomandante Jaksetich allietò i presenti parlando della guerra di Spagna.
Trieste non era stata l'unica a ordire una simile carnevalata spacciata per - assemblea storica - . Nella Casa del popolo di Gorizia, si radunò il locale Ceais., dando vita a un locale comitato. Come nel caso triestino, anche a Gorizia rifulgevano i rappresentati del Fronte di liberazione sloveno, mentre mancavano completamente quelli italiani.
Una nuova ordinanza imponeva due punti: nel primo, il Litorale sloveno si divideva in: Circondario di Gorizia, di Trieste e Città autonoma di Trieste; nel secondo si divisero i confini dei circondari stessi. Una marea di manovre assurde che finalmente stavano cominciando a irritare la comunità internazionale. Josip Broz Tito già non rispettò le direttive del suo alleato Alexander speditegli nel febbraio del 1945. Il comando precisava di non spingere l'occupazione militare della Venezia Giulia al di là della Linea Wilson, confine italo-jugoslavo tracciato durante il trattato di Versailles nel 1919.
Il maresciallo Alexander, quale comandante Supremo dello scacchiere del Mediterraneo non gradì affatto lo sgarro, di essere messo davanti al fatto compiuto. I governi di Gran Bretagna e d'America inviarono a Belgrado, separatamente, un'energica protesta. Separatamente, il maresciallo Alexander mandò alle sue truppe un forte messaggio. Per prima cosa, si indicava la zona intorno a Trieste, Gorizia e a est dell'Isonzo come facente parte dell'Italia, sotto il nome di Venezia Giulia. Invece, il territorio intorno a Villach e Klagenfurt era territorio austriaco. In secondo luogo non si facevano particolari obiezioni su queste terre che Tito voleva incorporare nella Jugoslavia, ma le pretese accampate dovevano essere esaminate e oggetto di giudizio, secondo giudizio, con spirito di imparzialità alla prossima conferenza di pace, così come per ogni altra questione territoriale d'Europa. Inoltre sembrava che le pretese di Tito si avvalessero della forza delle armi. Un qualcosa di terribilmente vicino all'appena sconfitto nazismo. Nel tentativo di ottenere una pace durevole e giusta, con l'approvazione dell'opinione pubblica mondiale, si invitava Tito a cessare i suoi metodi terroristici. Per controllare il territorio e per assicurare una vita pacifica alle popolazioni di quelle terre, il governo militare alleato, a mezzo delle sue forze armate prendeva possesso del territorio, per garantire su di esso l'imparzialità.
Per la regione Giulia, non v'era mai stata pace: contesa tra Austria e Italia nel 1915, rimessa in discussione al termine del conflitto, ancora una volta oggetto di violente lotte nel 1945. E questa volta, con due forze armate straniere sul suo territorio: forze alleate ed esercito di Tito.
***
Gli eventi che Mattia e Ančka vivevano da protagonisti scorrevano anche nelle pagine dei giornali internazionali. A leggere delle energiche proteste del governo britannico e americano fu proprio Giorgio, nelle sue pause dopo le preghiere quotidiane. Non riusciva a darsi pace, riteneva il “sacro suolo della patria” calpestato da tutti coloro che egli considerava eserciti nemici.
- Quando torneremo? Quando possiamo tornare a combattere Tito? - chiese con evidente disagio il giovane alla sua amata Lucia.
- Dobbiamo elaborare una strategia. La situazione non può durare a lungo. Se Tito irriterà ancora gli angloamericani, loro reagiranno! - rispose la ragazza.
- Certo. Ma... Come dicevi giorni fa, Lucia, noi abbiamo fatto un giuramento. Cosa ci rimane? -
- Eh... sta un po' a vedere... - replicò Lucia che mentre parlava si allontanava per prendere la fodera dell'ombrello dove aveva nascosto i documenti per espatriare in Svizzera.
- Seguimi, andiamo in camera, ti mostro io cosa ci rimane! -
- Ma sei matta, se ci vedono le suore! Noi due assieme nella stanza femminile. Non possiamo! -
- Che hai capito, sciocchino? Aspettami dai, torno subito. - Dopo due minuti, puntuale, Lucia scese dalla camera con l'ombrello dal triplo fondo. Si concentrarono sulla cosa che la giovane stava tirando fuori.
- Vedi Giorgio, questo lo ottenne mio padre. Nemmeno tu hai visto un giuramento di fedeltà alla Repubblica sociale, essendo documenti riservati. Ebbene, prima di fuggire, mio padre mi lasciò delle cose. Tra di esse c'era anche questo. Prendilo. Ecco, cosa ci rimane. -
Giorgio, tremante dall'emozione, afferrò quello che in quell'istante considerava un foglio preziosissimo. Il trionfante titolo al centro, lo dimostrava: VERBALE DI PROMESSA SOLENNE.
- Leggilo pure ad alta voce. Con esso ci ricorderemo sempre a chi e cosa abbiamo giurato! - incalzò la ragazza.
- Prometto di servire lealmente la Repubblica sociale italiana nelle sue istituzioni e nelle sue leggi e di esercitare le mie funzioni per il bene e la grandezza della Patria. -
Quella patria di cui Giorgio parlava, di cui leggeva, stava sparendo proprio in quel momento. L'interrogativo profondo che tormentava i due giovani, nella piena convinzione della giustizia del loro ideale era semplice: cosa fare e come vivere, ora, senza quell'idea di patria?
- Lucia, tu sai quanto ti amo. I miei sentimenti per te crescono ogni giorno di più. Posso solo ringraziarti, quando la mente vacilla. Ti ringrazio perché cancelli in me le esitazioni. Siamo membri della Decima Mas e ragazzi della Repubblica sociale. E anche il nostro inno, così come questo giuramento, parla chiaro: “noi vi giuriamo che ritorneremo là dove Dio volle il tricolore; noi vi giuriamo che combatteremo fin quando avremo pace con onore”. La guerra non è finita. -
Di nascosto, fingendo che l'ombrello cadesse sotto il tavolo, si scambiarono un interminabile bacio durante il quale le loro labbra non erano più in grado di staccarsi.
- Ah Lucia, una curiosità – chiosò scherzando Giorgio – ma che hai ancora dentro quell'ombrello? -
- Niente di che! Un pacchetto di Ambrosiana! - rispose la giovane, estraendo un pacchetto di sigarette.
- Lucia.... ma... fumi? - la interrogò Giorgio.
- Nessuno è perfetto. Posso però dirti una cosa. Dopo averti creduto perduto per sempre nell'inferno di Tarnova, ho smesso. Rimarranno un ricordo. -
***
Nella pacifica Svizzera, il sole tramontava senza pensieri. A Trieste invece, durante i quaranta giorni di occupazione, l'unico evento pacifico che distrasse la popolazione fu un incontro calcistico tra la squadra della IX divisione d'assalto jugoslava e quella della brigata scozzese della Guardia.
A ben altro serviva, invece, la Guardia del popolo. Ufficialmente le funzioni di polizia avrebbero dovuto essere espletate dagli organi di polizia militare, inesistenti nell'esercito titino. Questo compito venne assegnato, quindi, alla cosiddetta Guardia del popolo, la cui nascita fu ufficialmente comunicata il 17 maggio, sempre nella - storica - seduta del Politeama Rossetti. La Guardia del popolo era costituita da esponenti del crimine: vi militavano autori di omicidi, furti, rapine, persone condannate all'ergastolo a causa dei gravissimi reati commessi. Costoro si improvvisarono giudici del popolo triestino, perseguitandolo, tramite perquisizioni e arresti. Occorreva poi istituire il Tribunale del popolo. Quest'ultimo sorse, secondo la concezione progressista titina, per giudicare
fascisti e collaborazionisti. Paradosso della storia, il presidente di questo tribunale, il dottor Umberto Sajovitz, assistente universitario, aveva collaborato con il Comando marina tedesco sino al primo maggio 1945. Scelto personalmente da Ančka, poiché uomo dal passato compromesso, questi diventò un docile strumento nelle mani del panslavismo. E con lui, il 29 maggio, veniva eletto ad accusatore pubblico, Adelmo Nedoch, ex combattente in Croazia e Russia del Regio esercito italiano, persona che aveva scelto un repentino cambio di bandiera e padrone.
Il Tribunale del popolo non disponeva di alcun metodo di procedura. La difesa non si avvaleva di alcuna legge scritta. I giudici stessi non avevano alcuna formazione sulle leggi, essendo essi impiegati, operai, proprietari di officina, d'osteria, ragionieri o periti commerciali. Il giudizio veniva espresso senza riferirsi ad alcuna norma, solamente con intento persecutorio. Ancor oggi non sono quantificabili i reali crimini compiuti da quest'organo d'occupazione e oppressione imposto dai titini.
A causa di questi continui soprusi, di questo modo di imporre il potere, sempre più simile alle forme più violente del Fascismo, la coscienza di Mattia cominciava a rimordere. Da una parte aveva aderito alla guerra di liberazione con la donna che amava e dalla quale aspettava un figlio. Dall'altra sentiva dentro di sé l'incapacità di poter agire per cambiare questo nuovo e tirannico potere che si stava insediando. Ogni mattina i microfoni di Radio Trieste trasmettevano le orazioni annessionistiche del maggiore Jaksetich. Comitati, consulte, organizzazioni, si trovano in uno stato di agitazione permanente, sfilando per “catechizzare” i giuliani, alquanto dubbiosi circa la necessità di annessione di Trieste alla Jugoslavia. E giuliano era anche Mattia, di indubbi sentimenti italiani. Padre e fratello si trovavano dispersi o in fuga, o nell'ipotesi peggiore, passati per le armi da qualche improvvisato Tribunale popolare partigiano nel resto d'Italia, se riconosciuti.
L'inquietudine cresceva sempre più in città tanto che, il 25 maggio nel tardo pomeriggio, un possente scoppio ne ripercosse gli echi. Un ordigno esplosivo era scoppiato a villa Segrè, dove alloggiava il battaglione Mazzini (uno dei più insofferenti alle angherie di Tito). Quattro partigiani garibaldini perirono nell'attentato, diversi rimasero feriti. Anche in questo caso, gli autori del misfatto erano i titini stessi, avendo essi inscenato una sorta di rappresaglia ai danni di coloro che lottavano ancora contro il panslavismo. Il redde rationem stava per giungere, ma il volto feroce dell'occupazione sarebbe rimasto tale sino all'ultimo istante.
Il gioco di Belgrado era chiarissimo: organizzare un plebiscito sotto l'occupazione, minacciando gli abitanti di questi territori con le armi. Ciò avrebbe portato sicuramente come risultato un'annessione di queste zone alla Jugoslavia. Per questa ragione, non solo la coscienza di Mattia cominciava a rimordere, ma lo sdegno si stava manifestando in tutte le città della penisola. Venezia lavorava febbrilmente per aiutare i profughi giuliani a ritornare nelle loro case e per liberarli dal giogo di Tito. Il 31 maggio, nella città di San Giusto arrivarono viveri inviati da Milano, aventi come mittente il cardinale Schuster. I tempi dell'occupazione stavano per scadere. I tiranni iniziarono a capire che la loro permanenza a Trieste aveva i giorni contati.
***
Se il possesso di quelle terre non poteva essere realizzato in quel momento, allora si diede inizio alle ruberie. A suon di ordinanze, si sequestrò il patrimonio dell'Enic, si rubò dall'ospedale militare tutta l'apparecchiatura, si spogliò la Telve, un'azienda telefonica; si confiscarono le macchine della Società Editrice Italiana de Il Piccolo, il giornale di Trieste, si depredò l'Eiar, l'ente italiano audizioni radiofoniche istituito dal regime fascista. Danni incalcolabili per la città, che subiva una spoliazione senza precedenti.
L'8 giugno, cessava di esistere il quotidiano Il nostro Avvenire, nell'attesa che entrassero in vigore, il giorno successivo, gli accordi di Belgrado. Con essi, l'esercito jugoslavo era costretto a ritirarsi
oltre la Linea Morgan, tracciata con lo scopo di delimitare le zone di influenza delle potenze occupanti. Apparentemente transitoria, avrebbe rappresentato, dopo alcuni concitatissimi anni, il nuovo confine tra Italia e Jugoslavia. Americani e inglesi prendevano possesso anche della base navale di Pola. Venivano finalmente sciolti il Tribunale popolare e la milizia di difesa popolare. Il nuovo potere veniva gestito ora dal governo militare alleato, la stessa struttura che amministrava tutti i territori liberati in Italia ma dotata di una sua specifica autonomia. Una clausola speciale degli accordi prevedeva la possibilità al Gma di cambiare il personale amministrativo a propria discrezione. Una prerogativa del tutto particolare, che spinse gli jugoslavi alla difesa oltranzista degli organismi instaurati durante l'occupazione, come l'Unione antifascista italo-slava (l'Uais).
Alle 10.00 del mattino di martedì 12 giugno 1945, le truppe di Tito lasciavano Trieste, promettendo di ritornare per - inondare la città di sangue - . L'incubo dei quaranta giorni di occupazione aveva finalmente trovato il suo epilogo. Un forte vento di maestrale spirava sul golfo, in quella giornata memorabile durante la quale gli slavi abbandonavano la città. Alle 11 in punto si ammainavano le ultime bandiere jugoslave del Palazzo del Governo e della torre del Palazzo Comunale. Un tripudio di gente festosa e tricolore aveva invaso Piazza dell'Unità d'Italia. Questa fu la risposta dei triestini a chi pensava di imporre loro un nuovo dominio. Dopo quaranta giorni di amara passione il tricolore poteva nuovamente sventolare sulla città, in quella precoce estate, al grido comune di Italia! Italia! Italia!
Nessuno avrebbe mai immaginato quale inferno avrebbero vissuto i triestini quando, solamente un mese prima nell'aprile del 1945, un telegramma inviato da Palmiro Togliatti incitava la popolazione ad accogliere le truppe di Tito come liberatrici.
Nel frattempo, la popolazione triestina si spaccò: se da una parte la classe operaia si schierò apertamente per l'annessione della città alla Jugoslavia, la borghesia manifestò sempre sentimenti d'italianità. Già dal giorno successivo, grossi pattuglioni composti da squadre d'azione rosse, a mo' di provocazione, scesero dai quartieri San Giacomo e San Giovanni, per allontanare le bandiere italiane dalle finestre e pestare la gente che portava spille tricolori. E ancora una volta, gli inglesi rimasero a guardare. Si trattava di masse brutali, cariche di odio, intonanti l'Internazionale, con bandiere rosse con falce e martello, impugnanti cartelli inneggianti alla Jugoslavia.
Per Mattia e Ančka si profilava ora un nuovo problema, ossia scegliere dove vivere. In base alla nuova linea confinaria, chiamata Morgan, sottoscritta da Tito e Alexander il 9 giugno del 1945 a Belgrado, la Venezia Giulia si suddivideva tecnicamente in due zone di occupazione militare: una zona A, guidata dagli Eserciti inglese e americano, comprendente: Gorizia, Trieste, Sesana, la fascia di confine fino a Tarvisio e l'exclave di Pola; una zona B sotto l'egida dell'Esercito jugoslavo, avente i due terzi della Venezia Giulia italiana, con Fiume, quasi tutta l'Istria e le isole del Quarnaro e un'exclave nei pressi di Opacchiasella del Carso.
Occorreva interrogarsi quindi sul dove vivere e spostare la propria azione: nella zona A, cercando di continuare l'opera di penetrazione ora procrastinata dagli eventi, o nella zona B, de facto sotto Tito. Una violenta discussione scoppiò a casa Gherdovich tra Mattia e Ančka subito dopo il ritiro delle truppe di Tito. Tutti gli attriti, le paure, le incomprensioni furono tirate fuori dai due ragazzi come un fiume in piena. La madre di Mattia non partecipò alla discussione, non condividendo la posizione di nessuno dei due.
- Sinora ho fatto quasi tutto per te. Ti ho liberata da un campo di concentramento, ti ho seguita, amata. Ho lasciato tutto ciò che avevo! La mia famiglia. Come puoi chiedermi ora di andare a Belgrado, a Lubiana o semplicemente in questa nuova zona B? - chiese sfogandosi Mattia, paonazzo in volto.
- Mattia, non condividi più la fratellanza italo-jugoslava? Che siano fascisti, o siano americani non ha importanza! Sono tutte canaglie imperialiste! La nostra lotta di popolo è stata un'epopea! Vanificarla per consegnare queste terre nuovamente a chi non le merita non ha senso! - replicò la giovane.
- E a te sembra che quest'occupazione abbia amministrato con giustizia il potere? È stata svaligiata persino la Banca d'Italia! Sono state condannate persone innocenti. Hanno perso la vita dei giovani
trucidati dal nostro piombo! -
- Mattia, nessun cambio di potere è mai stato completamente pacifico. E saremmo eternamente grati a loro. Slava padlim! Gloria ai caduti! - gridò la giovane partigiana.
- Ančka... Come fai a non capire... Le persone che sono morte non sono caduti della guerra di liberazione. Sono degli innocenti. E noi siamo i responsabili di quelle morti! -
- Mattia... - replicò con tono dolce la donna.
- Come abbiamo potuto noi ergerci a giudici improvvisando Tribunali Popolari, quando gli accusati non avevano commesso nessun crimine? - chiese senza ottenere risposta il giovane.
- E infine si è mai visto un Comitato di liberazione nazionale a Trieste tutto composto da sloveni? Dove sono finiti i giuliani, dove? -
- I giuliani Mattia sono arrivati a Trieste il 19 maggio. Sono arrivati i garibaldini! -
- Certo, perché la brigata Fontanot è stata destinata alla liberazione di Lubiana. Un preciso calcolo per far arrivare prima noi del IX Korpus, poi gli italiani. -
Per nulla turbata, ma ben consapevole di essere stata in parte autrice di quei crimini, la giovane giocò la sua ultima carta. Sapeva benissimo che Mattia era innamorato di lei e che non l'avrebbe mai abbandonata, in attesa tra l'altro di un figlio. Non poteva però abusare della sua pazienza visto com'era guidato da fortissimi ideali di giustizia. Occorreva richiamarlo a una missione epica. O ancor meglio, inserirlo nel potere della nuova Jugoslavia, indipendentemente dal trascorso a Trieste.
- Non preoccuparti, amore. Non importa dove vivremo. Sicuramente il Partito ci affiderà dei compiti. Seguiamo il corso degli eventi, ma pur sempre da protagonisti. Il Partito ci vorrà a Lubiana? Torneremo un periodo lì. Capodistria? Allora quella sarà la nostra nuova destinazione. Non dobbiamo preoccuparci del dove vivremo, ma come! Sempre al servizio della libertà dei popoli. -
Mattia rimase colpito dal discorso della giovane. Si sentì nuovamente partecipe di un qualcosa in evoluzione, in movimento. Ancora una volta, Ančka aveva toccato la leva giusta. Mattia la avrebbe seguita ancora, per molti anni..........................

Continua....

Valentino Quintana
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